i racconti di Milu
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Daniela era figlia di una famiglia semplice con dei sani principi per necessità cresciuta con i nonni che le hanno trasmesso i valori importanti della vita. L’onestà e il rispetto verso se stessa ne facevano da padrona e sono stati anche i pilastri su cui ha costruito tutta la sua esistenza, dall’unico fidanzatino da ragazza che poi come naturale diventò l’uomo della sua vita, al
lavoro la famiglia, diventando una moglie virtuosa raggiungendo poi il massimo delle sue aspettative, da un anno è anche mamma di una bellissima bambina. La sua vita ormai girava tutta attorno a quel piccolo scricciolo il resto era diventato ormai quasi superfluo. Tutto passava in secondo piano
anche il marito e la loro vita di copia.
In casa ormai tutto era regolato in funzione della piccola, mattino colazione poi passaggio dai genitori per portare la bambina, ultima raccomandazioni della giornata alla mamma di Daniela un bacio al batuffolo e poi via di corsa in ufficio al lavoro, con un pensiero sempre alla sua creatura.
Durante il giorno qualche messaggino con la mamma per controllare che tutto era regolare e appena possibile alla sera via di corsa dal lavoro per abbracciare finalmente la sua bambina. Le giornate si susseguivano tutte uguali, forse anche noiose, ma per Daniela questo era sempre stato il suo sogno e ora che si era completamente avverato era la felicità in persona.
Un giorno come al solito alla sera dopo aver fatto la spesa e aver preso la figlia dai genitori stava rientrando a casa, sotto la palazzina dove abitava scendendo dalla vettura si ricordò di aver dimenticato di acquistare alcune medicine per la bambina, erano urgenti negli ultimi giorni con il cambio stagione si era un po’ raffreddata, non voleva che le venisse la febbre, però non poteva nemmeno girare la vettura e ritornare al centro perché aveva con se del cibo congelato che nel frattempo si sarebbe sicuramente avariato. Cosa fare? Antonio non era ancora rientrato a casa la macchina non c’era, diede uno sguardo veloce dietro, alla figlia, dormiva tranquillamente, allora presa la decisone, solo cinque minuti si disse, scese dalla vettura chiudendola e sali veloce in casa con le due buste della spesa, appena entrata appoggio subito le buste sulla penisola della cucina che stava di fronte all’ingresso e tirò fuori solo i prodotti che si potevano deteriorare, mentre le sistemava per bene nel frigo e nel congelatore suonò il telefono, era una sua amica, con una mano al telefono e l’altra inserendo i viveri nei appositi scomparti , continuò a chiacchierare per un po’, poi finito di sistemare l’urgente, saluto l’amica dopo ancora qualche minuto di conversazione e riattacco, subito altra telefonata era la mamma che l’avvertiva delle ricette che erano rimaste da lei “Si…si mamma.. lo so… stavo proprio per ritornare” mise giù guardò l’orologio in cugina tra una telefonata e l’altra erano passati già quindici minuti buoni, chiuse di corsa la casa, scese i tre piani, questa volta per le scale per essere più veloce e usci nel cortile. Allarmata vide alcune persona vicino alla sua vettura e sull’ altro lato della strada c’era anche una pattuglia della polizia si avvicino di corsa ansimando il cuore a mille le tempie che le scoppiavano, la mia bambina è in macchina cosa sta succedendo o dio mio, fa che non sia successo niente ti prego, mentre correva verso l’automobile con gli occhi pieni di lacrime continuava a pregare che non fosse successo l’irreparabile. La distanza era poca ma sembrava non arrivare mai. Ormai senza rendersi conto il pensiero era diventato un grido “Noooo .. noo mio Dio nooo per favore noo….” Le persone attorno alla sua vettura si girarono guardando quella mamma disperato che arrivava con gli occhi lucidi. Scostò con forza alcuni presenti e si gettò verso il finestrino posteriore, la sua bimba era ancora lì e dormiva come un angioletto. Dio ti ringrazio penso, le veniva da vomitare dalla tensione mentre cercava di riprendere fiato appoggiata con un braccio sul vetro. Piano, piano si riprese ora le persona attorno a lei stavano scemando, mentre rimanevano i due agenti.
Questi dopo aver atteso che Daniela si calmasse iniziarono con le domande, chi era, di chi era la bambina, perché l’aveva lasciata in macchina, lo sapeva che era pericoloso, avanti così la incalzavano con domande sempre più insidiose, Daniela rispose con sincerità e anche ingenuità come era la sua indole di ragazza per bene, mentre gli agenti prendevano nota poi alla fine
dovete firmare una specie di verbale “ma scusi perché tutto questo?” chiese impaurita
“Signora lei ha lasciato un neonato incustodito , tanto più nella vettura , ma li vede i telegiornali ?
ha sentito che ci sono stati anche die casi con i bambini deceduti …. Ma si rende conto di quello che ha fatto? Ora noi dobbiamo segnalare il fatto al Giudice, non si scherza con queste cose.?”
Poi allontanandosi li sente ancora parlare tra di loro “se fosse per me glielo toglierei quel bambino certa gente non merita i figli”
Daniela sentendo queste parola entro in crisi disperata, come una sonnambula prese la bambina dalla vettura salì in casa con l’ascensore e si chiuse in casa con un pianto disperato.
Aveva lasciato il suo amore solo dieci minuti in più ed era successo il disastro, poi ripensando alle ultime parole degli agenti, non ci poteva credere come togliergli la sua bambina, no non può essere e con un pianto disperato chiamo suo marito. Rispondendo al telefono Antonio capii subito che era successo qualcosa di grave, anche se non riusciva a comprendere una sola parola di Daniela che cercava di spiegarsi tra i singhiozzi. Lasciò subito quello che sta facendo e corse a casa, dove poi apprese dell’accaduto.
Vedendo su moglie in quello stato non si sentii di infierire ulteriormente e la consolò abbracciandola. “Ti rendi conto cosa ho fatto… ci potrebbero togliere la bambina…è tutta colpa mia…”
Passarono alcune settimana tremende, Daniela ormai aveva paura anche solo a lasciare a casa della madre la figlia, si prese dei giorni di malattia e si chiuse in casa coccolandosi con la piccola, con la paura che potrebbero essere stati gli ultimi giorni per poterla abbracciare e baciare. Se ti portano via io mi uccido questo è quello che ormai era giunta a pensare.
Poi arrivò là la temuta raccomandata, dovevano presentarsi presso il tribunale convocati dal Giudice. Al mattino del giorno stabilito lasciarono la bimba presso i nonni e come se dovessero andare entrambi verso il patibolo raggiunsero il tribunale. La seduta fu breve il Giudice non fu clemente, andò giù molto pesante con le critiche sul comportamento tenuto quel giorno da
Daniela, la quale si sentii additata come una madre degenerata, si sentii umiliata nel proprio essere, comunque poi alla fine diciamo che tutti poterono prendere un grande sospiro di sollievo.
La bambina non veniva allontanata dalla famiglia, ma entrambi i genitori dovevano fare un periodi di prova sotto la tutela di un assistente sociale. Quindi tutto rientro in un modo quasi indolore e Daniela poteva finalmente riprendere la sua vita di sempre con la sua bambina.
Passarono altre settimana e ormai nella famiglia era tornata la normalità, una sera verso cena quando Antonio e Daniela stavano quasi pe mettersi a tavola suonò al citofono. Antonio che era quello più libero rispose e poi di conseguenza fece scattare il portoncino d’ingresso della palazzina girandosi guardo Daniela che lo fissa con uno sguardo interrogativo “ha detto di essere l’assistente sociale” alzando le spalle “come a quest’ora - sbuffo Daniela – proprio ora che stavamo andando a cena, adesso si raffredda tutto”
“Lo so ma non potevo mica mandarlo via ..lo sai che dobbiamo stare attenti come ci muoviamo. Dipenda tutto da questa persona ..se questo parla male di noi al Giudice siamo fritti – Daniela fece un sospiro – già io pensavo che ormai la cosa fosse andata nel dimenticatoio, vediamo cosa ci dice”
Sentirono il suono dell’ascensore che arrivava al piano e Antonio senza aspettare il campanello aprii la porta. Nel corridoio semi buio illuminato soltanto dalla luce interna dell’appartamento comparve un uomo anziano che senza chiedere permesso entrò in casa e si fece subito avanti tendendo una mano molle verso Daniela come se Antonio non esistesse era grasso e disordinato alla donna fece venire un moto di ripulsa ma abbozzo e gliela strinse a sua volta.
“ Buona sera a entrambi disse –mentre scrutava Daniela dalla testa ai piedi - allora lei è Daniela
la mia nuova puledra da addomesticare ?”
Entrambi si guardarono perplessi, non riuscivano a capire bene cosa intendesse.
“ma si …. ma si, stavo scherzando io sono il vostro assistente sociale per il periodo indicato dal Giudice e devo controllare che la mammina abbia capito che certe cosa non vanno fatte più”
Poi appoggio la borsa sulla penisola della cucina e si girò intorno nell’appartamento spostandosi con difficoltà dato la sua massa, senza chiedere niente a nessuno come se fosse casa sua, guardando dentro tutti i locali.
“Carina …carino piccolina ma carina si vede che siete una copia affiatata – poi torno verso la penisola si issò con difficolta su uno dei sgabelli posti di fronte e sotto gli sguardi straniti dei due – bene io sono qui per spiegarvi come funziona”
Tolse alcuni fogli dalla 24h “bene.. bene …bene – continuava a dire - poi alzando gli occhi verso il piano cottura – ahhh ma voi stavate cennano …. bene .. bene allora non vi voglio bloccare –entrambi si rilassarono forse se ne va pensarono - facciamo che mi unisco a voi così tra un piatto ed un altro vi spiego il tutto “
Daniela attonita rimase a bocca aperta e Antonio cercando di fargli cambiare idea “No, non importa possiamo anche aspettare….”.
Ma non ci fu ragione, non volendo insistere più di tanto per non irritare, alla fine Daniela aggiunse un coperto e si misero a tavola. L’uomo aveva
un’ aspetto che mise Daniela subito a disaggio aveva la camicia tutta macchiata di sudore e i pochi capelli pettinati all’indietro formavano una specie di caschetto lucido e untuoso. Mentre mangiava e spiegava loro la situazione parlando con la bocca piena ogni tanto sputava qualche pezzo di cibo sulla tavola. I due Antonio e Daniela rimanevano disgustati si comportava come se fosse il padrone, ogni tanto allungava la mano sul tavolo andando a prendere quella della donna tenendola ferma mentre le spiegava le cose, questo le dava un fastidio ancora più grande, sentirsi toccare da quelle mani flaccide e unte dal cibo. Finalmente la cena era finita Daniela trattenne il sospiro a fatica, finalmente se ne andava pensava e ci lascia soli, per fortuna la relazione che doveva redigere e poi farsi firmare dalla donna era una volta la mese e bastava andare nel suo ufficio così quel viscido non entrava più nella loro casa , Daniela si sentiva come violata nella sua intimità, aver quel essere che girava tra le sue cose. Tutti si alzarono dal tavolo e i due giovani fecero un passo come per andare verso alla penisola davanti la cucina dove l’uomo aveva lasciato la borsa ma lui lasciando Daniela a bocca aperta le diede una pacca sul sedere.
“ Ora cara Daniela un buon caffè – così dicendo si sposto verso il divano messo di spalle al tavolo sedendosi emettendo un rutto – si proprio quello che ci vuole un buon caffè”
Lei non lo sopportava più quella specie di cavernicolo maleducato, sempre pensando alla sua bambina abbozzo ancora e andò a preparare il caffè. Mentre era di spalle davanti alla cucina, L’assistente continuava a sbirciare da dietro il suo bel culo, Antonio vedeva passare negli occhi dell’umo dei lampi di cattiveria e lussuria, non riusciva ad interpretare quest’uomo, gli faceva paura. Non erano i soliti sguardi a cui era abituato e che gli facevano anche piacere quando qualcuno guarda la sua donna, no aveva qualcosa di losco di sporco. Parlava con lui, mentre continuava fisso senza vergogna a scrutare da dietro Daniela, fiche sua moglie si girò e porto il vassoio sul tavolino di vetro davanti a loro. La donna poi con la scusa che doveva preparare la bambina per la notte si ritirò in camera scappando letteralmente dai due.
L’uomo e Antonio chiacchierarono ancora un po’ del più e del meno poi finalmente si alzo prese la borsa e allungo la mano per aprire la porta d’ingresso. Nel mentre fermandosi, “a proposito quasi dimenticavo, domani dica a sua moglie di passare da me in ufficio perché prima di iniziare la nostra collaborazione deve eseguire alcuni test che poi vanno ripetuti alla fine del periodo, il giudice vuol verificare in base alle risposte del prima e dopo se in Daniela c’è stato un miglioramento anche psichico” Così dicendo gli allungo la mano con un biglietto da visita, “ecco l’indirizzo” poi apri la porta e usci senza salutare ne ringraziare della cena. Antonio rimase per un po’ fermo davanti alla porta chiusa perplesso e pensieroso di come era andata la serata, sperando in cuore suo che questa situazione fosse il più possibile temporanea a che presto entrambi potevano tornare alla loro vita. Dopo aver sistemato il soggiorna
si sposto in camera da letto e mentre si spogliava sentiva Daniela che si agitava nel letto “Non dormi.. ?”
“Come faccio a dormire, hai visto che tipo, un gran maleducato, poi mi faceva schifo non hai visto quando mangiava ..- alzandosi seduta su letto – domani mi ritocca incontrarlo e non so per quante volte ancora per un anno – mettendo
la testa tra le mani – non so se resisto” piagnucolava. Antonio era dispiaciuto della situazione mettendosi vicino e abbracciando la coccolo fin quando si addormentò.
L’indomani mattina davanti alla colazione c’era una tensione che si tagliava con il coltello, Daniela con gli occhi gonfi del poco dormire stava seduta muta fissando il vuoto, non riusciva a mangiare aveva un nodo allo stomaco, solo un po’ di latte, poi al bagno, vestirsi in silenzio e via veloce con la bambine in braccio dando un bacio svogliato sulla guancia ad Antonio.
Come un automa, solito percorso, bimba da nonna e via al lavoro con la testa sempre a quel sgradevole pensiero alle quattordici doveva uscire per recarsi all’appuntamento dal suo assistente sociale, pensando a quella definizione utilizzata per quel mezzo uomo gli veniva da ridere per la disperazione.
La mattinata stava passando troppo in fretta, avrebbe voluto fermare il tempo
purtroppo l’ora era arrivata, raccolte le sue cosa salutò le sue amiche al lavoro e poi usci recandosi da quel odioso uomo. L’ ufficio di costui si trovava dall’altro lato della città. L’edificio dove viveva l’assistente sociale, si trovava in cortile interno in fondo ad una stradina dal selciato sconnesso dove alleggiava un terribile odore di orina e di bidoni di spazzatura non vuotati. Entrando nel fabbricato Daniela si arrestò subito, sulla sinistra al piano terra ad una porta era appuntata una carta da visita identica a quella che ieri sera l’uomo aveva lasciato nel loro soggiorno. Esitò un istante prima di decidersi a suonare. Attese sembrava un tempo interminabile, era quasi sul punto di rinunciare quando la porta venne aperta da una signora anziana che indossava camicione con un grembiule con varie macchie di sugo. Ai piedi aveva delle ciabatte di stoffa sfilacciate, capelli gricci arruffati e una faccia piena di rughe e bubboni dove su alcuni di essi spuntavano dei piccoli peluzzi. Alla vista della giovane donna si asciugo le mani strofinandosi sul davanti del grembiule.
”Sì?”
«Sono... sono venuta per vedere il signor... il signor Ugo Alberti - disse Daniela con voce insicura – ho un appuntamento sono Daniela ….”
La donna si fece da parte per farla entrare.
“Io sono la moglie, prego entri l’accompagno nel ufficio, credo che la sta già aspettando, signora?” Perplessa, la giovane guardò la donna aprire una porta a vetri, sulla sinistra dell’ingresso e Ia seguì senza rispondere, entrò in una stanza ingombra di pile di dossier polverosi, nella quale stagnava un odore acre di sudore e di mozziconi di sigaretta, si fermò in piedi davanti ad un divano mezzo sfondato mentre Alberti alzo gli occhi fissandoli su di lei, era seduto alla sua scrivania posta di fronte all’ingresso con dietro una grande vetrata con delle tende semi chiuse che facevano vedere il cortile interno dove Daniela era appena passata. Lei salutò a mezzavoce.
L’uomo allungò il braccio ed accese una lampada posta vicino al telefono. In quella luce, il suo volto grasso prese un aspetto ancora più inquietante. Ci fu un lungo silenzio durante il quale Daniela si chiese come mai non trovasse la forza di fuggire da quel sordido ufficio.
”Dunque, eccoci qua” e con una velocità impensabile per la mole del uomo questo si alzò e le andò incontro salutandola e facendole il bacia mano.
Daniela la retrasse il prima possibile, cercando di evitare lo sguardo per non
fare capire all’uomo quanto schifo gli faceva. Poi con il braccio che le cingeva
i fianchi l’accompagno a sedersi. Annichilita, Daniela si lasciò cadere su una delle due sedie davanti alla scrivania mentre il vecchio con un sorriso vizioso si andava a mettere di fronte a lei. Estrasse dal cassetto della scrivania un faldone con sopra scritto il suo nome. “Come dicevo ieri a suo marito, qui ho tutta la sua documentazione mi mancavano però alcuni dati personale di entrambi – così dicendo sfilò un foglio bianco e lo pose davanti alla danno –
Ecco mi può scrivere qui i vostri nr di telefono e la sua mail –Daniela lo guardava preoccupata - su .. su non si preoccupi è la prassi mi servono per poter comunicare velocemente con voi due in caso di novità .”
Un impercettibile tìc nervoso prese a deformare l’angolo della bocca di della donna. Con un gesto veloce prese la penna e scrisse quello richiesto.
“... E poi, come dicevo ieri, di riempire questo questionario – inserendo il foglio precedente estrasse sempre dalla cartella alcuni fogli precompilati… “
Daniela prese anche questi fogli. La prima frase che lesse sopra la fece arrossire di vergogna.
“Come può vedere, - disse Alberti - è sufficiente rispondere sì o no, facendo una croce sulla casella scelta. Prima, però, dovrà leggere le domande ad alta voce.”
Daniela abbassò la testa, maledicendo quel uomo e per non trovare il coraggio di alzarsi e uscire.
“Lei è pazzo. Non posso farlo.., non posso rispondere a simili domande.., e meno ancora leggerle ad alta voce. Sono frasi oscene.. cosa centrano con me?” così facendo si scostò all’indietro gettando sulla scrivania i fogli.
“Lo so... ma è proprio sentire delle frasi oscene sulle sue belle labbra di mammina che mi interessa. “
“La prego...”
L’assitente fece un piccolo gesto di fastidio “ su ..su cosa vuole che sia, si tratta soltanto di alcune domande per conoscerci meglio, questo mi aiuterà a perfezionare il suo percorso di riabilitazione, - poi sporgendo in avanti avvicinandosi come per essere più intimi – oppure non vuole che venga riabilitata ?”
Daniela vacillò sotto quella mazzata!
“Lo sa che sarò costretto a riferire tutto al Giudice, così rischia che le tolgono la bambina...mi sembra un peccato una dolce mammina come lei “
Si sentiva in trappola. No! Non era possibile. Questo genere di cose non poteva accadere. Non a lei, almeno... Ci fu un lungo, opprimente silenzio. Daniela si sentiva terribilmente vulnerabile. Ma aveva forse una via di scampo? Rossa di vergogna, Le gote in fiamme, la giovane mamma si decise a riprendere i fogli sparpagliati sulla scrivania evitando, tuttavia, lo sguardo vizioso del vecchio immondo. Questo per umiliarla ancora di più aveva diretto il fascio di luce della lampada sulla sua figura e la stava esaminando con la stessa intensità di chi sta acquistando della merce, solo che in questo caso la merce era lei.
Accettando di leggere ad alta voce e di rispondere a quelle domande oscene la donna sapeva di rinnegare quei valori che costituivano le basi stesse della sua esistenza. Ma, questa volta, doveva scegliere fra la morale.., e sua figlia. Voltando la schiena al porco, si appoggiò con il gomito alla scrivania e respirò profondamente. Poi, con voce insicura cominciò a leggere.