i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy Video Chat | Gay Cam | Messenger - NEW |

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Iniziava a nevicare su Copenaghen e faceva freddo, ma a quell'ora del giorno la piazza come sempre pullulava di gente. Un gran chiasso si levava ed una folla colorata andava avanti lentamente, con disordine, a volte a spintoni, tra bancarelle d’oggetti e tendoni in cui merciai ambulanti vendevano di tutto: scarpe, borse, libri, bottiglie. Qualche pezzo d’artigianato era d’ottima qualità, qualcosa era antica ed aveva un suo valore, ma c'erano soprattutto cianfrusaglie. Noi vendevamo zolfanelli e ce ne stavamo fermi con un banchetto a dar voce: “Fiammiferi, fiammiferi asciutti! Fiammiferi!”. Qualche cliente ci cercava di proposito, sapeva che la qualità di ciò che vendevamo era buona. Li cedevamo a mazzi avvolti in stoffa, niente scatole, e ne traevamo un buon guadagno, sebbene mai costante. L’importante stava tutto nell’arte del negoziare.

“Non è troppo?”, obiettò un acquirente a mio fratello Svend. “Venti corone è un prezzo conveniente per tanti cerini”, fu la sua risposta. “Ma no, facciamo quindici”, nostro fratello maggiore intervenne nella trattativa ed io, che, sebbene indaffarata con un altro cliente, avevo seguito la vicenda, gli diedi manforte: “Sì quindici è davvero un affare”. “Dieci!”, rilanciò il compratore. “Va bene, dieci!”, Jørgen intascò il denaro nel momento in cui anche io concludevo una vendita. Gli sorrisi. Stava andando tutto bene, anche quel giorno saremmo tornati a casa con un po’ di soldi in tasca. “Fiammiferi, veri fiammiferi…”, ripresi a strillare ma inaspettatamente Svend spezzò le mie parole con rabbia: “Avevo chiesto venti!”.

Lo guardai. Serrava le sopracciglia stropicciando la pelle sul naso. L’aveva presa malissimo. “Non li avrebbe comprati a tanto”, obiettò Jørgen. “Invece sì, stavo trattando io. Devi impicciarti delle tue vendite chiaro?”, s’imbruttì Svend. “Dai l’importante è che abbiamo venduto”, nostro fratello provò a calmarlo. “Avete venduto voi due… io no, ed avete venduto tutti quei cerini a 10 corone!”, contestò Svend. “E’ andata così… che senso ha ora…”, gli sorrisi nel tentativo di rasserenarlo ed invece lui s’arrabbiò di più: “Ha un senso! Tu sei sempre dalla parte di Jørgen! Non ti sopporto più!”. Restai di sasso. Volevo calmare le acque ed invece ero finita al centro di una tempesta. Nostro fratello maggiore s’immalinconì, Svend mollò tutto ed andò via. Intristita, volli rincorrerlo tra la folla. “Inger!”, mi chiamò Jørgen. Lo guardai e mi disse: “Forse, dovresti…”. Lo fissai, pensierosa, incattivii il mio sguardo respingendo l’idea poi mi voltai e continuai ad inseguire Svend cercando di non perderlo in quella moltitudine.

“Non posso farcela”, mi dicevo. “Devi. Vuoi che faccia una sciocchezza? Vuoi mica che vi lasci?”, rispondevo da sola alle mie angosce ma inibizione e paure continuavano a tenermi imprigionata. “Jørgen ha ragione, non c’è altro modo… Uh possibile che non ci sia altro sistema?“, avanzai ancora inquieta poi distinsi il cappotto verde ombroso di Svend entrare in un vicolo e lo seguii.

Sì, era lui. Ripresi fiato. “Non voglio che litighiamo”, proferii sul principio di quello spazio sporco ed angusto verso la sua figura appollaiata contro un muro. Avanzai sfidando il suo silenzio e cercando di trovare coraggio. “Possiamo parlarne?”, gli fui davanti. “Non puoi capire…”, rispose senza guardarmi. “E’ solo una stupida discussione…”, mi resi audace e levai una mano ad accarezzargli il viso, non so se comprese le mie insicurezze ma la schivò deviando il capo: “Non è stupida… non sono un’idiota, so cosa faccio. Se dico venti è perché so che posso venderli e, in ogni caso, trattare spettava a me, non a voi”. “Hai ragione…”, persistetti nel mio ardimento, gli accarezzai il viso e ripetei: “Hai ragione”. “Lo dici solo per prendermi in giro”, brontolò ma io lo quietai: “Shhh… shhh…” e continuai ad accarezzargli il viso per poi dissimulare fermezza: “Tanto lo so che stai così per altro…”. Cercai il suo sguardo, non lo trovai, mi sentii debole e stetti per ritrarre la mano quando lui tornò a lamentarsi: “Sono stufo di voi…”. Quelle parole agghiaccianti mi spronarono a guadagnar sfacciataggine, Svend non poteva lascarci, no! Carezzai la sua guancia, mi avvicinai col viso alla sua bocca e sussurrai: “Non dire così, ti prego…”. Mi levai sulle punte dei piedi e lo baciai.

Sentii in lui un effetto di calore esasperato. Stette fermo, mi subì, non deviò poi si prese la mia bocca con un pronunciamento delle labbra. “Dobbiamo restare uniti”, sussurrai libera e lo ribaciai spingendo la mia lingua dentro di lui. Per qualche istante toccò la sua, un pezzo di carne dura e bagnata. Tentati di creare un intreccio, non ci riuscii. Quando mi staccai, se ne stava teneramente con gli occhi chiusi. Ormai impudente andai oltre: “Faccio con te quel che faccio con Jørgen poi torniamo a lavoro… va bene?”. Lo baciai ancora, fu completamente rapito dalle mie labbra, dalla mia lingua che ora finalmente s’attorcigliava alla sua, e le mie mani danzanti sui suoi calzoni gli procurarono una serena eccitazione.

Gli diedi le spalle e fu la sua prima volta. Glielo chiesi all’uscita dal vicoletto, mi annuì e gli sorrisi. Quando tornammo al nostro banchetto, Jørgen l’abbracciò forte e pace fu fatta.

Vivevamo coi nonni materni da quando mamma era morta di polmonite e papà era stato portato via dall’alcol. Nonno produceva fiammiferi, nonna badava alla casa. Ci ospitavano in una stanzetta senza finestre, lì dove tre notti prima Svend, destato dal cigolio del materasso, aveva d’improvviso acceso un fiammifero scorgendomi a cavalcioni su Jørgen. Lasciai presto quel corpo scappando nel mio letto, ma ormai eravamo stati scoperti. Svend spense la luce con negli occhi l’orrore, nessuno di noi tre poté dormire ed aspettammo l’albeggiare rimestandoci di continuo, ciascuno nel suo giaciglio. Il giorno dopo Svend non ci parlò, quello seguente il suo silenzio divenne rabbia. Jørgen ed io ci astenemmo dal far sesso, lui capì subito che non sarebbe bastato. L’unico modo per farci tornare uniti era che mi donassi anche a Svend, me lo disse, ma respinsi quell’idea. Aveva ragione, tanto più perché per entrambi provavo lo stesso sentimento e non v’era motivo d’escludere nostro fratello minore, ma mi turbava l’imbarazzo. Con Jørgen era stato tutto normale: lui già esperto, io curiosa d’aver il primo bacio, gli sussurrai il mio desiderio di notte, quasi per gioco, e mi ritrovai nel suo letto senza capire bene quel che stava nascendo. Con Svend sarebbe stato diverso, l’avrei dovuto guardare negli occhi e mostrarmi resoluta, determinata, decisa e così disinibita. No, non era la parte che mi si addiceva eppure quel giorno riuscii a ricoprirla.

Tornammo a casa sereni come in passato, senza parlare di quanto accaduto. A cena Jørgen mi bisbigliò di voler unire i letti. Non gli risposi. Indugiai nel guardarmi intorno, i nonni, le loro mani invecchiate e stanche, gli occhi lucidi come stelle abbaglianti in quell’ambiente povero e spento, poi volsi lo sguardo ai miei fratelli. Mangiavano affamati. Svend passò del pane a Jørgen, Jørgen verso dell’acqua a Svend e si rivolse a me: “Acqua Inger?”. Acconsentii.

No, i letti non si unirono. Farlo, avrebbe generato troppo rumore e forse insospettito i nonni, ma quando Jørgen soffiò spegnendo il cerino, la stanza si fece completamente buia ed il mio letto ci accolse tutti.

Per molti aspetti fu tutto comico. Jørgen era esperto, ci sapeva fare, mi teneva i seni e mi fotteva da sotto. “Ehy… che… che faccio io?”, mormorò Svend e Jørgen sotto sforzo: “Il culo…”. Io balzai: “Che ti salta in mente, sei impazzito?”. “Il culo… dagli il culo, perché no!”, ribatté lui continuando a scoparmi mentre Svend si teneva lontano da noi. “Non se ne parla!”, ribattei ma quello tornò alla carica afferrandomi la testa e bisbigliandomi all’orecchio: “Cosa pretendi che faccia? Deve stare a reggere il cerino? Dai Inger… t’ho sverginato la figa, Svend il culo va bene?”. Cedetti: “Però piano”.

Svend fu alle mie spalle, goffo, impacciatissimo, pestò più volte Jørgen, ma il mio accesso di dietro lo trovò subito. Sentii il suo cazzo carico di voglia. Spinse, gli chiesi d’andar adagio e lo fece, ma risultati non ne ottenne così Jørgen disse la sua: “Più duro…”. Contestai: “No che dici!”. “Più duro”, ripeté a Svend che mi chiese il permesso: “Inger che faccio?”. Non riuscii a rispondergli perché Jørgen mi anticipò con un “vai” e poi mi sigillò la bocca imponendomi un bacio.

Il dolore lancinante che provai quando mi sentii spappolare l’ano da colpi rozzi ed impietosi è difficile da descrivere. Lo urlai nella gola di Jørgen che finalmente mi lasciò andare. “Su, ora divertiti”, fece a Svend e quei due davvero si divertirono mentre io ancora mi lagnavo della sofferenza. Mi scoparono senza darmi pace, mi bersagliarono di botte di cazzo vogliose e scomposte. Si diedero pure il cambio, e più volte. Finii in visibilio, persi il controllo, restai in balia dei loro corpi ed iniziai a conoscere l’estasi di ripetuti orgasmi. Mi resi conto d’un tratto di non riconoscere più i miei fratelli. Qualcuno, dietro, mi teneva per i fianchi e usava il mio corpo con foga e irruenza, mi sballottava violentemente costringendomi a sbatacchiare i seni contro chi invece era fermo e muto tra le mie cosce, inerme col suo palo. Non sapevo dire chi fosse alle mie spalle, se era Svend o era Jørgen. Forse Jørgen, vista l’esperienza dei suoi movimenti, o forse Svend perché alternava botte dure a furtivi bacetti e frugali leccate sulla mia schiena. Le aste si muovevano nella mia figa con un ritmo conturbante. Venivo di continuo, trasalivo dal piacere. Che sensazione incredibile! Venni di nuovo poi fu il loro turno e fummo ebbri di sesso.

Tra respiri e bisbiglii, sciogliemmo i nostri corpi. Nacque qualche risolino, ci coccolammo e ci sentimmo uniti. Poco dopo ciascuno tornò al suo letto, ma tutti già sapevamo che ogni notte ci saremmo crogiolati nel più impudico dei piaceri.

Fu il nostro segreto e lo celammo bene, per mesi e mesi, poi la mia pancia rivelò tutto ai nostri nonni...