i racconti di Milu
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[ - ] Stampante
Indice
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Il baule era un vecchio cassone dalle maniglie di metallo, completamente tarlato. Si era concentrata qui l’attenzione della polizia dopo i controlli alla stamperia, in questo piccolo secondo ambiente della nostra casetta, adibito a cucina, camera da letto e bagno. Il gendarme mi strappò dalle mani la chiave e si affrettò ad inserirla nella serratura. La toppa gracchiò due volte poi l’agente afferrò le maniglie ed aprì il baule. L’aggiunto si chinò con lui a tirar tutto fuori. Piovvero vecchie foto di famiglia, dei fazzoletti, federe e null’altro. Sbalordii. Il sorriso tornò sul mio volto. Ero sorpresa, incredula, guardai mio padre, riacquisendo colore. La perquisizione alla nostra stamperia finì nel disappunto del gendarme, io mi precipitai ad abbracciare papà: “Obrigada pai, obrigada! Estava tão preocupada”. La porta si chiuse alle nostre spalle. Ero felicissima e non potevo crederci, tutta la paura che avevo accumulato durante quell’ora, l’ansia, il nervosismo si sciolsero in lacrimoni e le mani si affrettarono a mantenere la promessa.

Lo spogliai della camicia. Si finse recalcitrante, io continuai raggiungendo i pantaloni. “Ariana.. não tenho certeza de…”, gemé imbarazzato e provò a respingermi, ma riuscii a sbottonargli le brache con facilità. Lo voleva, lo sapevo. Del resto, era per questo che aveva fatto scomparire il materiale sovversivo dalla tipografia. Era giusto ora che ricevesse la compensa pattuita ed io… io ero felice di dargliela e sussurrai: “Teremos sexo pai”.

Sorprenderlo a spiarmi mentre mi lavavo, scoprire le sue segrete e turpi voglie, mi aveva sconvolto. Era stato per me uno sconcerto tale da indurmi ad evitare a lungo i suoi sguardi, forse per una settimana o due, ma in casa eravamo soli e continuare mi fu impossibile. Preferii però sempre tacere sulla cosa, non aprire mai la discussione, non far alcun riferimento a quanto accaduto quel giorno. Papà accettò tutto, rispettò il mio impaccio ed il mio silenzio, forse più preoccupato di me, probabilmente incazzato con sé stesso per la sua incapacità di controllare certi istinti. Provai a capirlo, mamma aveva ottenuto il divorzio per poter stare con un aristocratico di Aveiro e da allora ero stata io l’unica donna con cui aveva continuato a relazionarsi, ovvio che fosse finito col guardarmi in modo… diverso. Passò tempo, mi calmai un po’. Trascorse altro tempo e col tempo tornò il sereno e col sereno lui tornò ancora a spiarmi. Me ne rendevo conto ogni volta che mi lavavo ed ogni volta tacevo rassegnata. Il mio corpo nudo nella tinozza era l'oggetto dei suoi desideri, generava la sua libdio e, probabilmente, lo spingeva a furiose masturbazioni dietro la porta che dava alla stamperia e da cui mi spiava, tenendola socchiusa. Accettai la cosa: era con me, questo era l'importante. Eravamo uniti e mi stava bene, che i gendarmi me lo portassero via per sempre, però no, questo non potevo rischiarlo. La P.i.d.e. poteva sbatterlo definitivamente nella prigione di Tarrafal, nell'arcipelago di Capo Verde, riconoscendolo come dissidente. Allora che fine avrei fatto?

Era già ritornato due volte dalla prigione e sempre gonfio di lividi. La prima fu dopo una convocazione in questura. Si seppe che un delatore l’aveva accusato d’aver stampato dei volantini anticlericali e restò in carcere una settimana sebbene prove non ce ne fossero, o forse proprio per questo. La seconda volta fu per via di una perquisizione in cui fu effettivamente trovata una copia del Manifesto di Marx che papà avrebbe voluto mandare in stampa. Restò in carcere un mese, tempo sufficiente perché maturassi i miei propositi. Al ritorno gli feci la promessa.

Ricordo bene quelal sera. Lo tenni stretto a me, ancora sull’uscio. Lo strinsi forte, più forte che potevo, e, col capo sul suo petto, proposi: “Puoi stare con me se rinunci a tutto”. Mi accarezzò i capelli senza ancora capirmi ed io ripetei: “Stare con me tutte le volte che vuoi… come uomo e donna”. Capì e si raffreddò: “Eh? Que dizes?”. Strinsi di più la presa: “Como um homem e uma mulher … prometo. Esquece de Salazar e vou manter o pacto”. “Não se pode… eu… eu não posso…”, provò ad allontanarsi ma io resistetti: “Ti lascerò dormire tra le mie cosce, prometido papà”. Con quelle parole supposi che una fiammata gli bruciò dentro. Dovette essere proprio così, la sentii sulla sua pelle, nel suo petto. “Com licença”, mi staccai, lo lasciai di sasso sulla porta ed andai a dormire completamente in subbuglio. Ero convinta di quel che facevo eppure l’idea di poter stare con mio padre non era facile da mandar giù. Confesso che mi faceva ribrezzo e se l'avevo fatta mia era solo perchè ero disperata. Poteva distogliere papà dalla sua attività politica, salvare la sua vita, salvare la mia vita. Mi capite?

La nostra era l’unica stamperia di Aveiro e le autorità sarebbero ritornate ed infatti tornarono. Poco più di una settimana dopo, vi irruppero in tre, appena prima del tramonto, rovistando qui e lì a suon di calci. Sentendo quel trambusto accorsi dalla stanza accanto. Avevo il cuore in gola e tremavo. Mio padre mi fissava, sembrava tranquillo. Restò impassibile e sereno anche quando i militi si spostarono in cucina. La ragione di quello strano atteggiamento, così calmo e rilassato, l’avevo capita solo alla fine di tutto: mio padre aveva accettato il mio pegno.

Rimasti soli, mi feci forza e lo spinsi sul letto. Fu su di me, mi baciò, mi tastò, mi spogliò. Pensai ad altro e lo lasciai fare, sottostando. Tenni chiusi gli occhi. M’accorsi di tremare. Si fermò, m’accarezzo il viso come per portar via la mia apprensione. Fu inutile, ero completamente a disagio in quella situazione torpida che io stesso avevo creato. Mi baciò la fronte, per un istante mi sentii capita ed aprii gli occhi. Non se ne accorse. Lo vidi spegnere la candela sul comodino con le dita e precipitammo nel buio. Compreso il mio disagio, pensò che il buio m’avrebbe aiutata ad accettarlo. Non poteva sapere che più di tutto m'aiutò proprio la sua immagine schiacciata sul mio corpo. Vedere papà su di me mi trasmise un sentimento di calma, fiducia e protezione, una strana persuasione di sicurezza e tranquillità.

Si mosse. Fu tra le mie cosce, irruppe dentro di me. Lo sentii duro farmi sua, s’inoltrò nella mia carne poi stette fermo. Mi piazzò le mani larghe sui seni e si sollevò col busto, schiacciandomi pesantemente sul materasso ed impedendomi quasi il respiro. Solo allora iniziò a scagliare stangate prorompenti, rozze, così piene. Scorreva nel mio corpo, aspro, rude, disordinato, mi stava fottendo come nei suoi sogni. Quel movimento aggressivo e primitivo fece tumultuare il letto contro la parete, in un calpestio continuo ed assordante.

Papà fu impetuoso, continuò, continuò... ed io lentamente iniziai a conoscere l’aspetto più attraente di quell’immorale rapporto. Vibravo d’un tenue piacere che sgorgava dal mio ventre e si diffondeva scomparendo e riapparendo a trattati come una sorta di bruciori alla pancia capaci di scombussolare la mente. Se ne rese conto e ne fu felice tornando a baciarmi la fronte. Quando scelse di ondeggiare col bacino, raggiunsi in pochi istanti la gioia di un orgasmo: “Oh, siiiiim”. "Ariana te amo... te desejo... tu es o meu sonho...", papà mi coccolò mentre io continuai a godere: “Sim… ohhhh paiii”.

Tolse le mani dai miei seni, si resse sul materasso e riprese a picchiare. Ero ora libera da remore, senza turbamenti, affrancata dall’ombra del ribrezzo e presi a gorgogliare i miei spasimi, squittivo, gemevo, non so cosa dicevo in quello che divenne un supplizio di goduria, so solo che rinnovai la mia promessa: "cada vez... sempre... sempre que quiseres pai". Finii in ebollizione. Fui sconvolta da una sequela di orgasmi disordinati che rifulsero colpo dopo colpo. Abile fu papà nel portarmi di getto su di lui. Toccò a me e galoppai sulla sua pelle sudata e tesa. La figa mi era una brace, tra le cosce avevo tutto un bollore incontenibile di profluvi selvaggi e continui tremori. Conobbi altro piacere, poi lui smorzò il mio nome e strepitò una grassa spuma di sperma: "Arianaaa".

Restammo così, stipati nel nostro vergognoso amplesso, raccolti l’uno sopra l’altro, sudati, odorosi di sesso. Presi sono col suo cazzo in figa, mi svegliai che era su di me e mi montava.