i racconti di Milu
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All’interno di quel vecchio stabile una miriade di specialisti e d’interpreti ispezionavano minuziosamente l’ambiente, qualcuno affaccendato nel verificare i cavi, qualcheduno dislocando oggetti d’arredo, chi rapito e perso nella sceneggiatura, ripetendo ancora qualche volta le proprie battute, prima che la voce rauca del direttore artistico enunciasse la maestosa e incombente parola azione. Il brusio delle voci sommesse e accennate degli attori si mescolava scompostamente ai colpi di martello e alle istruzioni urlate del momento, laddove operai specializzati più similari ad acrobati circensi che regolavano gli ultimi fari producendo talvolta sottili lame di luce, che attraversavano lo studio tagliando in due l’intima penombra che lo avvolgeva. Di fianco all’ingresso di quello strano posto, dove realtà e fantasia si fondevano fino a confondersi, Belinda stava rileggendo senza parlare la suddivisione delle scene che doveva eseguire. Sebbene fosse il primo film alla quale partecipava non come semplice comparsa, lei sembrava avesse già la spigliata abilità d’un attrice ormai esperta di quegli spazi, di quei suoni, di quella faticosa ricerca d’un angolo, dove la concentrazione potesse stagnare ancorata e insensibile al rapido andirivieni di quel formicaio. Lo sguardo di Belinda seguiva spedito il testo, gli occhi guizzavano singhiozzando da sinistra a destra, le labbra socchiuse si contraevano talvolta, ma non una parola sgorgava dalla sua bocca. A un tratto aggrottò la fronte abbassando nel contempo il mento, inarcando il sopracciglio destro cercò con lo sguardo il regista verso il quale si diresse con un passo lesto:

“Chiedo scusa signore, posso disturbarla per qualche istante” - enunciò timidamente verso il responsabile.

Danilo si voltò e le apparve un sorriso bianco e luminoso, quasi uno squarcio di sole tra le nuvole dense e nere d’un imminente temporale.

“Dimmi pure Belinda, posso aiutarti?”.

“Signore, qua temo che ci sia un’inesattezza”.

Ambedue s’inarcarono sul fascicolo, guancia a guancia, leggendo dove il dito sottile di Belinda puntualizzava:

“Vediamo un attimo, Marta apre la porta di casa, dopo c’è Alessia, nel mentre si baciano, successivamente Alessia lascia rotolare le chiavi. Belinda io non riscontro sviste. Che cosa non hai capito esattamente?”.

“Signore, scusi, ma Alessia è una ragazza”.

“Certo, ed è finanche alquanto gradevole. Quindi?”.

“Vede signore, quassù c’è segnato che devo baciarla”.

“Esatto, è corretto, la sceneggiatura è piuttosto chiara direi. Tu entri in casa, la baci, ti ruzzolano le chiavi, t’abbassi per raccoglierle continuando a fissarla negli occhi. Questa è la fine dell’ambientazione. Che cosa non hai compreso?”.

“Signor Danilo, come devo spiegarglielo, è una femmina, io non posso baciare una donna”.

Danilo la fissò restando immobile qualche secondo, poi esplose in una sonora risata:

“Adorata Belinda, questa è una pellicola, è una precisa simulazione. Sappiamo tutti che preferiresti baciare un altro attore, ma l’esigenza scenica per la riuscita del cortometraggio è tutt’altra cosa”.

Il regista la interruppe alzando la mano, mentre il sorriso scomparve celermente:

“Adesso basta Belinda, l’adattamento parla chiaro. Tu sei Marta che bacia Alessia. Posso comprendere il tuo timore, il tuo imbarazzo, ma questo è un lavoro come gli altri. Ci sono cose che ci piacciono meno di altre, ma fa parte del gioco. La professionalità è un aspetto fondamentale nel cinema e in qualsiasi altro lavoro. Tu sei giovane e hai poca esperienza, questo è chiaro, cionondimeno t’auguro di fare molte cose che non ti piaceranno, poiché in fondo il successo d’un attore o d’un attrice è quello di riuscire a interpretare decodificando personaggi diversi, da se stessi innanzitutto, e tra loro in secondo luogo. Ora mi devi scusare, ma ho ancora qualche cosa da sistemare accarezzandole il viso con il dorso della mano. Va’ e preparati, non angustiarti troppo, perché andrà meglio di quanto tu creda” - allontanandosi senza lasciarle il tempo di contestare.

Belinda ritornò all’ingresso squadrandosi nei paraggi disorientata con un’espressione confusa e chiaramente scompigliata nella faccia. Lei era originaria d’un borgo cattolico dell’entroterra umbro, dove ancora i dogmi ecclesiastici dominavano supremi. Un bacio fra donne avrebbe suscitato di certo un’infinità di maldicenze e di pettegolezzi, che sarebbero echeggiati rimbombando per lungo tempo tra le strette vie che separavano quegli antichi caseggiati, ma più di tutti i giudizi, le logiche e gli equilibri, più d’ogni malalingua ciò che Belinda doveva avvedutamente affrontare era la sua etica morale, quei sani e ahimè fragili principi e quelle insicure condotte sulle quali aveva basato la propria vita. Avrebbe dovuto barattare quel suo prezioso credo con una carriera neonata e ancora effimera, che poteva svanire come fumo al vento. Frattanto s’osservò intorno e incrociò lo sguardo di Matilde, una femmina sui quarant’anni d’età con i capelli scuri, lisci, e due grandi occhi di colore verde smeraldo. Elisa sorrise accennando un inchino di saluto, Belinda alzò la mano sottile e curata ricambiando garbatamente il sorriso. Le venne sennonché il batticuore: qualche minuto ancora e avrebbe dovuto sentire il sapore della labbra di quella donna quasi sconosciuta. Lei si sentiva inadeguata e imperfetta al pensiero di quel gesto, ma cercò di rasserenarsi lottando contro il suo istinto di fuggire da un bacio troppo impudico e indecente per le sue candide e innate abitudini sessuali. Belinda aveva suppergiù ventiquattro anni e non aveva mai fatto l’amore con nessuno: qualche bacio, due carezze sul seno, il ricordo di qualche nervoso fremito per paura d’esser vista e riconosciuta, ecco ciò che aveva semplicemente ornato la sua adolescenza, nient’altro. E ora avrebbe dovuto baciare Elisa tra gli sguardi attenti di cineoperatori e di preposti alle luci, lei temeva di non farcela, riteneva che il suo animo avrebbe ceduto noncurante degl’impegni professionali, così durante il tempo in cui ancora immaginava se stessa fuggire in lacrime tra i severi e i ripetuti richiami del regista, al suo fianco una voce femminile la fece quasi sussultare:

“Ciao Belinda, come te la passi? Tutto in ordine? Mi pari leggermente diversa dal solito”.

Elisa in quella circostanza la fissava intensamente sorridendo con le labbra e in special modo con gli occhi:

“No, ho solamente un lieve nervosismo. Vedo che tu sei tranquilla?”.

“In realtà m’aiuta qualche anno d’esperienza in più di te. Quella che eseguirai oggi è una scena semplice, un bacio ed è finita, così posso accorrere da mio figlio”.

“Davvero? Sei già mamma? E quanti anni ha il pargolo?”.

“Compirà cinque anni tra poco, ormai è un piccolo ometto”.

“Chissà quante fidanzatine avrà se è incantevole come sua mamma”.

“Resta in guardia Belinda, potrebbe provarci anche con te”.

In quel frangente risero insieme conversando per diversi minuti di Simone, del lavoro, dell’acconciatura di quella modella. Belinda trovò Elisa subito simpatica, gentile e molto piacevole. Quasi si era dimenticata che dopo poco avrebbe dovuto baciarla, quando a un tratto il direttore artistico le chiamò:

“Belinda, Elisa, su, dai, spetta a voi due”.

Belinda smorzò il sorriso mentre si schiantava nuovamente sulla dura superficie della realtà, la truccatrice le stava incipriando il naso e le guance, il costumista le apriva un poco la scollatura, Elisa frattanto s’allontanò sorridente annunciandole:

“A presto” - indirizzandole un bacio con un ampio movimento del braccio.

Belinda nel mentre ridacchiò. E’ proprio gagliarda ripeté verso se stessa, perché se fossi un uomo ci proverei senz’altro.

In quella circostanza si fermò ad analizzare ciò che aveva appena pensato: se fossi un uomo. Ecco come doveva agire, credersi un uomo, calarsi ed elevarsi nelle vesti d’un giovanotto e appoggiare le proprie labbra alle sue, come se fosse il bacio d’uno sposo verso la propria consorte. Cercò di persuadersi anche se incredulità, sfiducia e titubanza stendevano la loro inquietante e opprimente ombra sopra di lei, finché il direttore artistico sbraitò:

“Tutto allestito? Belinda, adesso seguimi bene: t’avvicini alla porta, la trovi aperta, con indecisione entri, tieni le chiavi in mano come se fosse un pugnale, penetri in casa, noti Elisa, rimani sbigottita, abbassi la mano, v’avvicinate, gli fissi gli occhi qualche istante, dopo la baci, lasci che le chiavi scivolino per terra e le accarezzi il collo, poi vi staccate, lei ti guarda, nessun sorriso, niente di niente, continui a fissarla, Elisa s’allontana e ti passi l’indice sinistro sulle labbra. Mi raccomando, voglio una scena d’amore brutale e implacabile, passione, coinvolgimento totale. Siete pronte?”.

Belinda esaminò Danilo che la stava fissando ed eseguì un cenno con la testa, il direttore artistico si guardò intorno battendo le mani:

“Molto bene, dai ragazzi, fermezza e grinta, che dopo ce ne andremo verso casa, attenzione, via, azione”.

Belinda spasimò emozionata, infine accedette in scena, superò la porta, finse d’essere sbalordita, abbassò la mano, s’avvicinò verso Elisa, e durante il tempo in cui indugiava che passassero quei secondi ripeté dentro se stessa - ti voglio baciare, sei graziosissima, sono tuo, ti amo mia sposa, successivamente avvicinò la faccia in direzione di Elisa, chiuse gli occhi e sfiorò le sue labbra ritraendosi immediatamente, mentre rimaneva travolta dal richiamo attento di Danilo:

“No, Belinda, non in quel modo, ho ribadito sentimento, più slancio. Belinda, tieni presente che Marta non incontra Alessia da anni, qui si deve assimilare che Marta aveva avuto una storia d’amore con lei, e che ancora vive in lei quell’ardore per Alessia, Gli spettatori credono che Marta sia eterosessuale solamente, invece ha avuto una storia d’amore con Alessia, una donna, avvenente e intrigante, devi baciarla come fosse il tuo fidanzato che parte per la guerra” - mentre un operaio specializzato enfatizzò:

“Se ti fa piacere ti mostro io come si esegue”.

L’atmosfera indigesta che sovrastava intorno a Belinda si collocò tra le risate dello staff. Danilo obiettò:

“Non se ne parla amico, il direttore artistico al presente sono io. Avvicinati qui, splendida bruna” - facendo finta di raggiungere Elisa con le braccia aperte: una risata fragorosa coinvolse tutti, in seguito il gruppo si riorganizzò, Belinda ritornò alle spalle e il direttore artistico continuò.

Belinda rientrò in scena eseguendo in maniera eccezionale ciò che aveva compiuto poc’anzi, poi s’avvicinò decisa verso Elisa, le fissò gli occhi e ripensò ai baci appassionati che lei e Gabriele, un suo vicino di casa, si erano scambiati qualche mese prima. Il tempo trascorreva e Belinda baciò Elisa. Quelle labbra si congiunsero sigillandosi, i loro corpi s’unirono per un attimo, giacché sembrò che avessero radicalmente depredato saccheggiando il piedistallo alla perennità. Belinda in quel frangente lasciò cadere le chiavi, eppure questo gesto non lo compì intenzionalmente, perché il suo corpo era come avvinto ed estasiato dalla percezione che quel sapore erompeva in lei. Alzò la mano, le accarezzò il collo, le agguantò la nuca e strofinandole il seno contro s’avvicinò ulteriormente verso di lei. Le loro lingue s’intrecciarono avvolgendosi in un’inedita esaltazione d’impeto e di passione, mentre Elisa le accarezzò la vita. Si staccarono qualche istante, poi ritornarono nuovamente unite con gli occhi chiusi, tra il silenzio fiabesco e irreale dei tecnici, s’accarezzarono le rispettive capigliature, mentre le lingue si strofinavano dolcemente e i corpi s’inarcavano all’altezza dell’inguine. I capezzoli a ben vedere apparivano indocili e ricolmi sotto la camicetta di seta, Belinda avvertì un inedito calore salire da sotto la vita, captò quella specie di fuoco che nasce da dentro e sembra divorare tutto il resto, facendoti tremare un poco le gambe. Elisa indietreggiò dolcemente, Belinda la fissò, figurò supplicandola di restare, la segui con lo sguardo mentre usciva di scena, in seguito sollevò la mano, raccolse con l’indice l’esigua saliva di Elisa che ancora lambiva le sue labbra, e con la lingua l’assaporò nuovamente, con lo sguardo perso verso la porta aperta. Il gruppo, in maggioranza maschile, restò pietrificato, silenzioso, in quanto la maggior parte di loro aveva in corso un erezione. Lo stesso direttore artistico rimase sbalordito per qualche istante nel fissare Belinda poi si riprese e rischiarandosi la voce celermente strepitò:

“Ottima, perbene la seconda”.

Il fracasso di un caloroso e sentito applauso risvegliò Belinda da quell’infiacchimento che quel bacio l’aveva irrimediabilmente trasportata, si guardò intorno, sorrise e accennò un delicato inchino mentre si dirigeva verso lo spogliatoio. Danilo s’avvicinò riferendole:

“Che cosa t’avevo annunciato? In fin dei conti non è stato così complicato. Bene ragazzi, tutti a casa, che domani si girerà all’esterno. Mi raccomando, in orario qui nel parcheggio alla solita ora. Buona serata, passatevela al meglio, Belinda, a domani e complimenti, hai eseguito un’ottima interpretazione”.

Belinda salutò con la mano e con un sorriso, poi entrò nello spogliatoio, si specchiò per qualche istante ancora frastornata dalle sensazioni provate. Dopo s’accomodò sulla panchina di metallo e avvertì la netta sensazione di bagnato tra le gambe. Lei restò li, ferma, mentre fuori dallo spogliatoio gli operai specializzati uscivano in modo frettoloso, tra risate, saluti, discorsi e commenti. Finalmente la quiete e il silenzio riempirono il locale, Belinda ricominciò a spogliarsi pigramente, slacciò la camicetta, sfilò il reggiseno accarezzandosi i capezzoli ancora ribelli, poi abbassò la gonna e le mutandine. Le restarono addosso solamente le scarpe con i tacchi, si squadrò per qualche istante allo specchio nuda. Si piaceva, il seno era piccolo e sodo, la vita sottile, le cosce lisce e il pube depilato, gli occhi di colore azzurro-ghiaccio contemplarono l’immagine di quella giovane donna, aggraziata, armonica e attraente.

Belinda indossò le ciabatte dirigendosi alle docce, portandosi dietro un accappatoio azzurro come i suoi occhi. Quando giunse apri la porta, trovò Elisa, anch’essa nuda con la testa rivolta verso l’alto, intanto che lo spruzzo della doccia si schiantava sul viso, mentre l’acqua scendeva accarezzandole il collo, insinuandosi tra i seni tondi, fermandosi per un attimo nell’ombelico a incavo, per poi attraversare i peli neri e precipitare tra le cosce fino a terra. Belinda esitò, Elisa non sembrò essersi accorta della sua presenza. Belinda decise d’entrare comunque, perché si sarebbe sistemata più avanti. Elisa la sentì passare e i suoi occhi verdi s’aprirono osservandola senza dire una parola. Belinda l’oltrepassò lanciandole uno sguardo labile con la coda dell’occhio, in seguito aprì l’acqua e si lasciò accarezzare per qualche istante prima di girare la faccia in direzione di Elisa: ambedue si guardarono negli occhi, mentre l’acqua scrosciava rumorosamente sulla ceramica. Restarono a fissarsi nude per diversi minuti, dopo Elisa s’avvicinò lentamente, protese il collo in avanti e in maniera seria sfiorò le labbra bagnate di Belinda con un bacio. Belinda restò immobile ancora alcuni secondi, poi cedette e afferrò la nuca di Elisa, questa volta senz’indicazioni sceniche, senza suggerimenti, senza professionisti, senza visagisti o tecnici del suono, unicamente loro due nel loro personale e appassionato copione, la loro carne calda e bagnata, l’acqua che continuava a scorrere noncurante e il vapore bianco che le avvolgeva quasi nel volerle proteggere.

Le lingue s’intrecciarono di nuovo, i corpi s’unirono, i seni si schiacciarono tra loro, i capezzoli duri si sfregarono, le mani corsero veloci, scivolando sui corpi bagnati, tra le pieghe dei glutei, tra le
cosce, tra i gemiti, per il fatto che somigliò non dovesse concludersi mai quella celebrazione a quella sfrenata passione, quella poderosa unione carnale tanto indecente e viziosa quanto seducente e stregante. Subito dopo, insieme, fremettero, le ginocchia si piegarono e restarono abbracciate, sedute sulla ceramica, continuando ad accarezzarsi comodamente e reciprocamente. In seguito s’alzarono comodamente senza pronunciare nessuna parola, s’asciugarono osservandosi a vicenda e uscirono dalle docce. Si vestirono in silenzio, sorridendo ogni tanto, furbamente complici in quel focoso passatempo d’amore. Si truccarono appena e una volta pronte si diressero all’uscita. L’ascensore era già là ad aspettarle: salirono, mentre continuavano a fissarsi e a sorridersi. Qualche istante prima che le porte si riaprissero Belinda accarezzò la mano di Elisa sfiorandole le labbra con un bacio furtivo, coì come farebbe una coppia di giovani e inesperti innamorati mentre la madre è voltata di spalle. Elisa non sarebbe riapparsa nel film, Belinda non aveva i suoi riferimenti, eppure in cuor loro sapevano di non volersi rivedere mai più. Elisa salì in auto e mentre Belinda attendeva che partisse, abbassò il finestrino dicendole:

“A risentirci, mia adorata” - inviandole un altro bacio.

“Con piacere mia delizia” - rispose Belinda sogghignando e strizzandole l’occhio.

Si lasciarono in quella maniera, candidamente e spontaneamente, come si erano incontrate. Elisa aveva un marito e un figlio, Belinda davanti a sé una carriera da inseguire e da sviluppare, malgrado ciò ambedue avevano vissuto un’esperienza dolciastra come il miele e ardente come il sole.

La ruota della vita girava, lunghissimi anni trascorsero, perché un giorno Belinda squadrò Flavio, suo consorte, attuale padre delle sue due magnifiche figlie. Ormai il suo nome appariva spesso sulle locandine appese fuori dai cinema, e il suo talento era stato coronato qualche giorno prima con un premio del cinema come miglior attrice protagonista. In quell’occasione Belinda sorrise, dopo s’accomiatò perché doveva recarsi nell’adiacente bagno. La sua mente la catapultò rapidamente indietro negli anni, perché all’interno di quel bagno c’erano le identiche maioliche con la stessa disposizione degli arredi di quando filmarono tanti anni orsono la scena, all’istante le venne in mente Elisa. In quella circostanza s’accarezzò il seno, il ventre, l’interno della coscia, poi si lasciò sedere sulla ceramica, mentre dentro di sé il fuoco della passione riprendeva a bruciare, inabissato nel ricordo d’una travolgente doccia di molti anni addietro.

Elisa, al tempo stesso, a tantissimi chilometri di distanza stava compiendo suppergiù quell’identico rituale, attese soltanto che il giovinotto s’appisolasse, suo marito era appena uscito per svolgere la rotazione notturna, squadrò la lunga fila di videocassette sulla mensola sopra il televisore: lassù c’erano i film dove c’era Belinda, in tal modo acciuffò il videoregistratore, mandò avanti il nastro fino a che sopraggiunse la scena dove Belinda si stava denudando, nel tempo in cui un giovane la scrutava di nascosto. Nel televisore appariva il corpo splendido e nudo di Belinda che apriva l’acqua della doccia, s’insaponava, e i riflessi del suo corpo sulla ceramica illuminarono il volto nostalgico e perso di Elisa, mentre la sua mano scendeva esperta, quieta e sapiente, fino a giungere alla gonna e successivamente al pizzo ruvido delle mutandine:

“Sei incantevole Belinda, deliziosa e seducente, già mi manchi” - fu la sua impudica, lussuriosa e conclusiva replica.

{Idraulico anno 1999}