i racconti di Milu
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Non so chi avesse progettato la villa. Ma immagino si fosse ispirato a quelche villona italica o roba del genere.
Gli attuali proprietari, facoltosi oltre ogni mia maledetta immaginazione, avevano provveduto ad arredare quell'abitazione con quadri delle più svariate correnti artistiche. Il tizio che mi sbucò davanti sulle scale, pistola in pugno ma decisamente sorpreso lo fece parandosi davanti a un quadro di Picasso. Un quadro che, ancora spero ardentemente fosse falso. Sparai senza pensare.
Il tizio crollò all'indietro col petto trapassato e il quadro di Picasso ora esibiva un bizzarro tocco di cremisi alla Jackson Pollock e un buco di perfetta rotondità geometrica. poco lontano dal centro del dipinto.
Non m'illudevo che tali inappropriate modifiche potessero aumentare il valore del quadro, né che oramai Anthony e il pargolo non sapessero che stavo arrivando visto il casino fatto. Salii le scale.

Il momento fu topico: un maggiordomo con un fucile a pompa mi spuntò davanti. Poco spazio di manovra. Mi gettai a terra ma la bordata di pallini mi soffiò in viso, strappandomi brani di pelle dalla faccia.
Uh, questa era vicina. Sparai da terra, parzialmente al coperto da dietro il basamento di una statua. Il maggiordomo volò all'indietro sparando un ultimo colpo che sbriciolò parte di una Venere di Milo.
"Quanto poco rispetto per l'Arte, diamine!"
Altro tizio in uscita da una porta al pianterreno. Sparai.
Mancato. Si riparò dietro un mobile ad angolo che doveva essere del '700. Spari in risposta. Armi di piccolo calibro. Da due direzione. Uno era il tizio sopracitato. L'altro era un nero in marsina che sparava con un'Ingram manco fosse stato al mercato. Se ne stava sulle scale, leggermente abbassato.
La Venere di Milo incassò altri due colpi fatali. Una dipinto dietro di me, credo l'Abbraccio di Klimt, fu traforato. Poco male, l'avevo sempre ritenuto splendido ma terribilmente banale.
Sparai a mia volta. Il nero si beccò un piombo in testa.
Inzaccherì di emoglobina una tela di Rembrandt.
"La ragazza con l'Orecchino di Perla ha appena cambiato nome", pensai. Sparai e il tizio dietro il mobile incassò allo stomaco. Il mobile incassò un piombo che sarebbe arrivato più o meno alla coscia.
Scattai in avanti, attentissimo agli angoli.
Puntai la pistola alla testa del moribondo.
-Jeoffrey. Dov'é?-, chiesi.
-Fottiti!-, esclamò lui. Io mirai al ginocchio sinistro.
-Uno.-, dissi. Lui scosse il capo.
-Due.-, l'altro continuò a fare cenni di diniego, quasi disperatamente.
-Tre!-, BLAM. Il ginocchio esplose. E quegli occhi si arricchirono di una nuova connotazione di dolore.
-Allora?-, chiesi.
-Di sopra!-, esclamò lui. Annuii. Colpo in testa di grazia. Salii le scale. Mi trovai davanti un piano superiore vasto tipo due volte il mio appartamento. In metà delle stanze che perquisii non c'era nessuno.
Trovai un uomo armato nella stanza del Poker. Lo uccisi prima ancora che potesse alzare l'arma.
Infine trovai Jeoffrey. Se ne stava seduto su di un biliardo, Aks74U in mano. Decisamente fatto o brillo.
O entrambi. Poco importava.
-Sicuramente non sei arrivato qui da solo... Qualcuno deve averti aiutato.-, disse.
-Oh, sicuro. Ma puoi smettere di farti domande. È stata Karen.-, dissi.
-Karen?-, gli occhi di Jeoffrey si aprirono di stupore.
-Già.-, dissi, -Ora, se mi permetti di riavere Maria, forse potrai persino uscirne vivo. Con la casa devastata e la servitù decimata, ma vivo.-.
Jeoffrey mi sorrise. Un sorriso canzonatorio.
-Ho l'arma più grossa.-, disse, -Ho già vinto.-.
-Non impari mai, vedo.-, ribattei.
Lui sparò. Caprioleggiai in avanti e mi riparai dietro un mobile. Feci per sparare. Clack!
Fine delle munizioni. Nel momento peggiore, ovviamente. Estrassi il Tanto. Gettai la pistola oltre il riparo. Udii la risata folle del biondino.
-Ti vengo a prendere, figlio di troia!-, esclamò.
Idiota. Sapevo perfettamente da che parte stava arrivando e anche cos'avrebbe fatto. Così, mentre avanzava, decisi. Modificai la presa sul Tanto.
-Che cosa si prova?-, chiese. Io mi alzai.
Praticamente gli spuntai davanti. Jeoffrey ringhiò. E il ringhio divenne un rantolo quando il Tanto gli si piantò nel collo per tutti e quindici i centimetri di lunghezza della lama. Lo sfilai. Sangue a turbina pompato su un altro importante dipinto. Poco importava.
Superai il giovane morente dopo averlo alleggerito dell'Ak. Ora dovevo trovare il re del castello.
Due guardie entrarono. Mi gettai a terra. Loro spararono alto. Io no. Raffica ad altezza delle anche. Caddero urlando. Colpi di grazia alla testa.
Chirurgicamente preciso. Presi una delle pistole.

Se l'erano cercata, l'avevo già detto e l'avrei ribadito con ogni colpo di pistola, fendente o respiro sino alla fine. Se l'erano cercata spinti dalla convinzione che non avrei osato reagire. Karen mi aveva aiutato ma anche se così non fosse stato, probabilmente sarebbe andata in modo molto simile.
Semplicemente quella gente non riusciva a concepire l'idea che qualcuno ben inferiore al loro ceto potesse realmente batterli. Semplicemente, quando si erano arricchiti avevano scordato le loro radici, quello che erano davvero. E dimenticandole, avevano pensato che ora, da ricchi, sarebbe stato tutto più facile. Falso.
Io ero lì semplicemente per Maria.

Attraversai due sale. Non c'era più nessuno. O quasi.
Poi lo vidi. Il capostipite. Anthony. Sedeva alla scrivania con un bicchiere di vino in mano. M'invitò a sedermi. Scossi il capo.
-Sto in piedi.-, dissi. Non puntai l'Ak, che per altro era praticamente a secco, non alzai la pistola. Attesi che parlasse e basta. Anthony mi sorrise.
-E così Jeoffrey é morto, eh? Povero idiota.-.
Fine dell'elogio funebre per il biondo.
-Ha creduto di poter fare ciò che voleva solo perché era ricco? È il problema di molti.-, ammise.
-Non il suo?-, chiesi io.
-Forse.-, ammise il vecchio. Era grassoccio e quasi calvo. Indossava un abito abbastanza ricercato.
-Vuoi del vino? Non capita tutti i giorni di bere col proprio assassino.-. L'offerta fu quantomai garbata.
-No, grazie.-, risposi. Non capivo. Dove diavolo voleva andare a parare? Cercava di salvarsi? Forse.
Il vecchio mi sorrise. Fu un sorriso triste, malinconico.
-Due anni fa mi hanno diagnosticato un tumore ai polmoni. Metastasi aggressive. Si é già espanso fino all'esofago. Sono ancora grasso perché ho mangiato parecchio prima di scoprirlo ma ora... Io sono un morto che cammina.-, prese a raccontare.
Annuii. Capivo. Ma francamente me ne importava davvero poco e niente. Volevo solo ritrovare Maria e andarmene da quella villa di merda.
-Quindi capisci che, ora come ora, l'idea di morire consumato da un tumore, soffrendo il triplo di quanto soffro ora.... Non é esattamente la miglior cosa.-, disse Anthony. Annuì. Sì. Capivo.
-È per questo che mi accoglie così. Vuole che io la uccida.-, dissi, finalmente comprendendo appieno.
Era per questo che non aveva chiamato polizia o rinforzi. Ed era per questo che non era armato.
"Un'atto di pietà". Sì, potevo farlo.
-Prima che tu prema il griletto... È stata Karen a liberarti?-, chiese. Io annuì.
-Ah.-, un sospiro che sapeva di comprensione di pezzi che vanno al loro posto. Di improvvisa rivelazione.
-Immagino sia il suo ultimo dono a me.-, disse.
Quella frase mi suonava strana. Non era ironica.
E improvvisamente, il fantasma di un notevole quantitativo di interrogativi si fece largo nella mia mente. Indizi, ragionamenti. Possibilità sopite.
Aveva senso? Poteva essere davvero così?
Rapire Maria solo per avere la possibilità di vendicarsi? O c'era dell'altro che non avevo considerato. Forse non ero che un burattino...
Ma non importava. Alzai la pistola.
-Fallo.-, la voce del vecchio mi giunse calma. Sparai.
La detonazione mi parve attutita dal suono dei miei ragionamenti. Il vecchio sorrise mentre il proiettile gli trapassava la fronte e lo scagliava indietro, sulla poltrona. Il vino si rovesciò sulla scrivania in mogano.
Il Re di quella casa era caduto. Ora dovevo cercare la donna. E capire.
Perché quello che avevo visto sino ad ora mi aveva dato modo di dubitare.

Attraversai le sale. Una donna, forse una cuoca, aveva tentato di fermarmi. Aveva anche avuto fortuna: mi aveva centrato allo stomaco. Il mio fattore rigenerante mi avrebbe permesso di guarire in... qualche ora. La casa era un mattatoio e se non me ne fossi andato in fretta, forse qualcuno sarebbe arrivato a far domande.
Arrivai nell'ala est. Ero stanco, sembravo uscito da un film splatter e ormai, come unica arma avevo il Tanto. E gli artigli. Mi sarebbero dovuti bastare se Karen avesse deciso di non rispettare la parola data.
Sempre che non fosse stata abbastanza accorta da corrompere qualcuno della sorveglianza per farle da bodyguard. Sempre che non intendesse usare Maria come ostaggio per garantirsi l'assenza di indesiderate sorprese. Ma ne dubitavo. Al punto a cui ero arrivato dubitavo quasi di tutto.
Per la verità, alcuni tasselli stavano iniziando a formare un disegno nient'affatto piacevole a vedersi.
Ma mi mancava ancora qualcosa... Un trait d'union che non riuscivo a identificare.
Qualcosa di sfuggente. Come un suono in sottofondo.
Poi la sentì. Musica. Lady Gaga che cantava Do What You Want. Decisamente uno dei brani che non amavo ascoltare. Mi fermai. Questo era stupido.
A meno che Karen non capisse perfettamente che avevo sensi di una certa portata, sicuramente non avrebbe messo una colonna sonora simile per... altre ragioni. Mi sforzai di ascoltare, di capire.
E poi lo sentii. Modulato, appena percettibile nella voce di Lady Gaga. Un gemito finito con un "Sì" particolarmente lungo e trascinato. Il genere di gemito che una donna emette quando qualcuno la fa godere.
Karen stava festeggiando anticipatamente la fine della sua schiavitù? Oppure...
Seguii il rumore sino a una porta in ombra, socchiusa.
Altri gemiti, sottili. E la musica che continua. Poi la canzone finì, improvvisamente.
E i gemiti rimasero. Inequivocabilmente di Karen.
-Oh, sì, continua... Leccala tutta!-.
Evidentemente il mio averla immaginata come una gran puttana non era esattamente sbagliato.
Sospirai. Restare ad ascoltare e cercare di capire o entrare? Entrare. Anche solo per andare a vedere il bluff. Tanto più che ero abbastanza eccitato.
Entrai. Non in modo così sottile: la porta cigolò.
Karen, completamente nuda e decisamente discinta e splendida, voltò la testa, fissandomi per un istante. Sorridendo. Poi picchiettò sulla spalla della giovane nuda e mora che (ora era chiaro che fosse una donna) che le stava leccando servilmente l'intimità.
Se avessi avuto dubbi, se mai ancora ne avessi avuti, ora furono annientati.
La giovane che leccava la vulva di Karen si fermò. Alla luce fioca dell'abat-jour la vidi.
Era Maria. Mi sorrise.
-Ciao Alex. Ce ne hai messo di tempo.-, disse.
-Immagino tu abbia finito con Jeoffrey e Anthony.-, la voce di Karen mi arrivava a tratti. Molteplici pezzi andarono al loro posto.
Nessun'effrazione a casa di Maria.
Il fatto che non si fosse accennato a lei se non minimalmente.
Il vecchio Anthony che pareva aver capito tutto.
Lo stupore di Jeoffrey che inizialmente mi era parso solo sorpresa ma che ora, rivedendolo, capii che nascondeva un'ombra di vero e proprio dolore.
Tutto divenne atrocemente chiaro.
-Era tutto programmato.-, dissi.
-Già.-, cinguettò Karen. Si toccò i capezzoli più per svago che per altro, -Erano anni che volevo prendere il comando. Maria, mia cugina di terzo grado, mi ha decisamente aiutato suggerendo te come... possibile aiutante.-. Maria, seduta a gambe incrociate era impudica quanto quella strega.
-Sei stata tu a suggerire a Jeoffrey di venire in quella bisca?-, chiesi. Mi sorprese la calma del mio tono.
-No. Ma vederti lì mi ha dato modo di concretizzare l'idea di Maria. La cara Mary, qui é sempre stata molto furba. Ben più del non compianto Jeoffrey. Quel tizio era un idiota. Gli dissi di non giocare contro di te e lui lo fece. Poi é bastato offrirti ciò che volevi e una storia strappalacrime ed eccoti qua. Congratulazioni, hai fatto un ottimo lavoro.-, le parole di Karen mi parevano melassa. Ero stanco ma soprattutto disgustato.
-E da quando ti sarebbe venuta quella bella idea, Maria? Prima o dopo, eh?-, chiesi.
-Ma ovviamente già quando ti vedevo in palestra. Eri il candidato perfetto. In più io lo sapevo che eri un mutante. Avevo trovato una tua foto su un sito. Sei un po' come Wolverine, solo più controllabile. Più facile da ingannare.-, eccola la verità. Quella che volevo e che ora, purtroppo avevo ottenuto.
-Mary, penso che il nostro Alexander voglia qualcosa di più di meri ringraziamenti... Certo forse, ringraziamenti più... concreti, potrebbero piacergli.-, disse Karen. Protese una mano ad accarezzarmi il cavallo dei calzoni. Io rimasi immobile. Sentivo la mia eccitazione. Le volevo. Ma non sarei stato il loro strumento. Non così. Non più.
-Oh, ora fa il timido riottoso! Divertente. Forse gli ci vuole un po' di incitamento...-, disse Maria.
Si alzò e mi baciò sulla bocca. Sentì la sua lingua nella mia bocca. Dio, la volevo.
Ma c'era un limite. A tutto.
-Mi avete usato...-, sibilai.
-Esatto. Ma ora ti stiamo ricompensando. Sai quanti uomini vorrebbero essere al tuo posto?-, chiese Karen. Si era sdraiata ed esponeva impudicamente la vulva mentre si toccava. Gemette appena mentre un dito affondava appena tra le pieghe del suo piacere.
Maria intanto si era chinata. Inginocchiata davanti a me. A lavorare con la zip dei miei pantaloni.
-Grosso come lo ricordavo. Chissà se regge abbastanza da soddisfarci tutte e due?-, chiese. Mi prese il pene. Prese a succhiarlo.
-Puttana.-, sibilai, -Brutta troia doppiogiochista!-.
Lei se lo tolse di bocca. Mi sorrise.
-Troia finché vuoi, ma a te piace. Non negarlo.-.
Karen sorrise. Scese dal letto.
-Questo é quello che vuoi. Non negarlo. Ricordati che ti posso leggere come un libro aperto e leggo perfettamente che tu vuoi quello che ti stiamo offrendo.-, disse. Mi accarezzò la guancia. Le sue dita sapevano di lei. Karen rise in modo sottile.
Maria continuava a succhiarmelo, occhi socchiusi, espressione da porca. Io sorrisi.
-Non lo nego.-, dissi. Accarezzai la testa di Maria.
Lei sorrise. Pompò di più. La fermai.
-Aspetta...-, dissi.
-Cosa?-, chiese lei.
-Il letto é più comodo.-, dissi io. Lei sorrise. Si alzò. Anche Karen sorrise. Io pure. accarezzai il petto di entrambe. Notai appena una linea di preoccupazione, un'ombra di dubbio sul viso della telepate.
Ma Karen non era sicuramente Jean Grey o Frost.
Era solo una povera idiota nata con un dono e aveva creduto che quel dono le avesse garantito chissà quale potere. In realtà, il suo potere si poteva ingannare. Lo avrebbe capito subito.
Immediatamente chiusi gli occhi. Strinsi un seno di Maria e uno di Karen. Poi sorrisi. La bocca della bionda si aprì un avvertimento che non arrivò alle labbra. Gli artigli uscirono. Trapassate.
Lo sguardo di Maria fu di assoluto stupore. Quello di Karen era odio puro ma era tardi: gli artigli avevano letteralmente spaccato il cuore delle due streghe.
Movimento alla mia sinistra. Complici i pantaloni fui in difficoltà. Raggiunsi il Tanto. Lo lanciai. Il tizio di colore che doveva essere stato l'ultima risorsa di Karen, un bastardo con in pugno un pugnale militare cadde in avanti, trapassato alla gola.
-Scala reale.-, dissi. Letteralmente. Re, Donna, Fante, Asso di picche e il dieci che doveva essere il tizio.
C'erano tutti.
Mi ricomposi. Presi una giacca di quelle di Jeoffrey. Erano quasi della mia misura. Presi una pistola ancora carica. Sparsi benzina in giro per la villa. Bruciasse tutto. Disattivai l'impianto antincendio.
E spedii all'inferno tutti loro. Poi m'incamminai verso casa. Era quasi l'alba. Sorrisi.
Ma nel mio sorriso c'era una nota stonata. La consapevolezza di essere stato usato e tradito ma anche di essermi rifatto.
Andava bene.

Arrivato a casa caddi sul divano.