i racconti di Milu
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Osservava il porto interplanetario coi pensieri rapiti da sogni di gloria e parlava ormai da solo, gonfiandosi d’avidità come i propulsori dei suoi vascelli spaziali. Praticamente orbo, chissà se davvero il suo sguardo coglieva la vivacità dei magazzini della darsena che pulsavano d’affari, le luci delle alte torri lattescenti contro l’orizzonte nero o se invece si ancorava ai colori sfavillanti e freddi di mille pianeti che bucherellavano il buio cosmico. “Le spezie ed i profumi di Tares, i diamanti di Relpek. Oh Relpek…”, gli automi imbandivano la tavola e lui s’insuperbiva: “Sete di Passot, droghe, ori, ori di Passot…“. Mio marito, Mastro Portolano di Noeix, sognava fervidi traffici, io, invece, nella penombra dei corridoi, mi tormentavo di gioia, posseduta contro una colonna da Kin, l’ammiraglio della sua flotta commerciale.

Kin era appena sbarcato dal viaggio di ritorno da Passot ed il suo appetito era smisurato. Assaliva, calcava, infieriva, mi scopava col capo chino sulla mia spalla mentre la mano destra m’arraffava un seno. Teneva la bocca aperta e sbavava sulla mia pelle. Io pativo, annaspavo, godevo senza ritengo. “Alcna… le mie medicine”, ordinò d’un tratto mio marito. Spinsi gli occhi nella sala, detti forza alla gola e risposi: “Siiii arrivo”. “Alcna!”, urlò lui, sordo come una talpa. “Arrivooo…”, ripetei concitata, sospirando però a Kin: “Non fermarti… non fermarti…”. E così, nel buio, passandoci accanto, spuntò lui, mio figlio Carb: “Padre ecco le vostre medicine…”.

Stavolta Kin si fermò, basito come me da quella che, pur sorgendo impercettibile come un fantasma nell’oscurità della casa, non era affatto un’apparizione spettrale. Carb, deciso, spedito, tranquillo, andò ad affiancarsi a mio marito portandogli il suo intruglio di erbe. “Le ho chieste a tua madre!”, inveì il padre. “Mi trovavo vicino e le ho portate io padre, vi prego prendetele”, educatissimo, Carb si genuflesse e mio marito, prendendo i medicinali, lo riempì di improperi: “Quarto anno di Accademia di navigazione per ritrovarmi un cameriere… se avessi preso solo un quarto di me a quest’ora t’avrei affidato le dogane di Noeix!”. Carb subì senza ribattere.

Guardai la scena sconvolta, Kin, pur osservandoli, riprese con un colpo duro, affondò ancora dentro di me e biascicò: “Ma... Carb... non dice nulla?”. Ero impietrita e non seppi rispondere. Kin avanzò fino a riversare tutto in me, che, al contrario, m’ero completamente raffreddata.

L’ammiraglio si affrancò dal mio corpo lasciando le vesti cadermi alle caviglie. Si richiuse la tuta e s’apprestò in sala. Avrei voluto farmi forte di prudenza e pacato riserbo, ma respiravo una incontrollabile paura. Tesa, sollevai le spalline del vestito e raggiunsi la tavola. Muta, guardai mio marito, poi mio figlio. L’uno non s’era avveduto di nulla e già brindava, l’altro affettava normalità. Bevemmo, mangiammo, o meglio, loro lo fecero, io ci provai. Ero contrita, quei tre ridenti. Riuscii a portare alla bocca appena qualche morso. Quanto mi preoccupava la reazione di Carb!

Lo guardavo e lo notò, provai a studiarlo, ricambiò i miei sguardi. Era tutto così strano, non capivo cosa stesse vivendo, mi si mostrava imperscrutabile. Kin si spinse verso di me, lo fissai e mi sussurrò col solito tono volgare e sensualissimo: “Non pensavo che ci coprisse...”. Non seppi rispondere neppure stavolta. Ci stava coprendo? E perché? Accolsi la mano di Kin sulla coscia e mi riscoprii bramosa di sesso liberando un sospiro. “Alcna non dirmi che hai freddo?!”, rise mio marito. Mi sforzai ed anch’io risi con lui mentre Kin palpava la mia carne. Percepivo ancora acquosità tra le mie cosce e l’umidità appiccicosa della saliva di Kin sul mio seno. Avrei voluto godere fino all’ultimo, avevo tanto aspettato il suo ritorno e tutto era andato bruciato. Accidenti! Come se non bastasse l’indomani sarebbe salpato per Tares e sarei tornata sola, tutta sola con quel vecchio. Scossi il capo e ricaddi con lo sguardo su mio figlio.

Era calmo, la mano ferma sul tavolo, stabile, parlava col padre, dibatteva, neppure mi prestava attenzione. Come faceva a star così? Mi struggevo tra paura ed eccitazione e la sua calma ancor più mi agitava. Kin, forse cogliendo il mio turbamento, volle accomiatarsi. Mio marito, lamentando i soliti acciacchi, volle subito profittarne per andare a letto. Lo vidi inoltrarsi nel corridoio con la sua toga nera e già il cuore mi impazziva nelle tempie: ora ero sola nella sala con Carb. Lo fissai, poi, raschiando la voce, ordinai agli automi d’andar via.

Gettai uno sguardo al porto. Nuove navicelle approdavano, nuove ne partivano. Desiderai qualcosa da dire, ma non fui molto brava ad impostare il discorso. “Hai....visto...”, balbettati lenta e pensosa, ma stupii. “Scusatemi madre”, accaldò lui inaspettatamente. Scusarti? Precipitoso continuò spiazzandomi: “Non accadrà più, non spierò più. Perdonatemi”. Ero confusa. Credevo d’essere io davanti ad un tribunale invece Carb era convinto ci fosse lui. Era così assurdo, si scusava per avermi vista tradire il padre anziché incolparmi, accusarmi, strepitare... Mi decisi a lasciarlo nella sua convinzione, mi conveniva: “Ti pare rispettoso nei miei confronti?”. “Non lo rifarò, è una promessa”, sembrava mortificato però quel suo atteggiamento mi stava bene, calmò le mie angosce e, senza controllarmi, ripresi a mangiare la pietanza ormai fredda. Che dolce, che tenero, che sciocco mio figlio. Se avesse ereditato solo un quarto di me non conoscerebbe queste penose prosternazioni.

Tenni un contegno carico d’alterigia per rafforzare il suo senso di colpa. Dopo poco attirò la mia attenzione: “Madre”, levai gli occhi verso di lui. Era cupo in viso. “Siete fiera di me?”. “Come potrei non esserlo”, risposi stranita. “Mi son fatto catturare stupidamente dai pirati ed avete pagato cara la mia liberazione… vi devo tanto”, arrossì felice ed io tornai a mangiare ma fui subito fermata dalle sue pericolosissime parole: “Ma... forse nei confronti di mio padre non sono proprio corretto... dite che son giusto con lui?”. Lasciai perdere il cibo. “Con me sei giusto e non pensare ad altro”, risposi e scossa m’affrettai a ripetere il concetto: “Pensa ad essere giusto con me”. Non era affatto sicuro, sembrava d’un tratto turbato: “Posso e voglio aiutarvi madre, mi avete aiutato tanto voi, ma mi chiedo solo se nei riguardi di mio padre… insomma come faccio a non pensarci? Anche lui mi ha aiutato tanto”. “Non devi avere timori. Lascialo ai suoi traffici…”, ero atterrita ed il tono della mia voce non riusciva a nasconderlo. Se Carb avesse aperto bocca con mio marito avrei rischiato tanto, potevo essere davvero portata davanti ad un tribunale. Sragionai urlando: “Non pensarci! Devi pensare a me ho detto!”. Lui si zittì perplesso. Mi resi conto che la situazione era critica, gridando da isterica non l’avevo affatto convinto che stava facendo la cosa giusta.

“Quando mi stavi spiando a cosa pensavi?”. Che frase impudica! Mi resi conto però che quella strada era la mia sola possibilità di salvezza. “A cosa pensavi?”, ripetei e mi abbassai le spalline del vestito palesando i miei seni nudi. “Al mio corpo? A queste?”, abbandonai definitivamente ogni barlume di morale: “Continua a pensare a me… lo so che puoi riuscirsi…”. Era ipnotizzato dal mio seno che gli appariva davanti in tutta la sua prosperità, tondo, sodo, alto, coi capezzoli rubino ben pronunciati e grossi. Gli afferrai il capo e lo spinsi ad adagiarvi il viso. Ci si strusciò fremente, con gli occhi chiusi, come fosse un cuscino morbido, respirò il profumo della mia pelle, baciò i miei seni, ne succhiò i capezzoli fugace poi ficcò il viso nel solco e si riscaldò di me. Mi ritrovai senza accorgermene a sorridere di piacere, s’era destata quella voglia di sesso che non avevo potuto spegnere con Kin. Mi resi conto però che ero andata oltre, decisamente oltre. Strinsi i suoi capelli nel pugno e lo allontanai da me. "Tu sta zitto e ti lascerò spiarmi con l'ammiraglio!", mi alzai, mi ricoprii e gli lasciai la buonanotte spingendomi, un po’ intontita, nei corridoi verso le camere da letto.

Pochi minuti ed udii le sirene levarsi in un frastuono desolante, irrorando terrore in ogni angolo del porto. Tornai alla loggia. Nove enormi navi fluttuavano nel firmamento e, già disposte in formazione, principiavano a colpire le caserme portuali senza che le nostre difese fossero in grado di reagire. Urlai e nel trambusto tornò alla loggia pure mio marito claudicante, in totale stato di delirio. Senza saper cosa fare assistemmo già all’approdo del piccolo naviglio predone. “Gli atomi non rispondono, perché non accorrono!”, urlava mio marito. “Come han fatto… dannazione, come han potuto! Perché non spariamo?!”, disperava lui ed alle nostre spalle Carb rise gelido. Lo guardammo esterrefatti e lui ci spiegò: “Tutti i sistemi sono stati azzerati. Ho personalmente eseguito la nuova codificazione”. “Cosa hai fatto?!”, impazzi mio marito ed io lo seguii: “Carb come hai potuto!”. “Il porto di Noeix è caduto nelle mani dei pirati. Mastro Portolano consideratevi in stato d’arresto”, sentenziò e rise ancora. “Carb ma che dici a tuo padre? I pirati? Quei maledetti che t’anno sequestrato…”, feci incredula mentre apparivano gli automi a prelevare mio marito. “Madre è stata tutta una messinscena. Non c’è stato alcun rapimento, era tutto simulato e quei soldi mi sono serviti per pagare questo colpo di stato a Noeix”. Lo guardai sconvolta senza connettere e continuò: “Cosa suggerite che ne faccia di Kin?”. Restai ancora in silenzio poi scoppiai a piangere: “Ma perché?”. “Perché? Perché per voi sono una inutilità! Con voi non sarei mai cresciuto! Mi avete sempre considerato un marmocchio, un fastidio, un essere incapace di far qualsiasi cosa, tu sommersa nella tua libido e papà tutto preso dal commercio!”. Rise e, col padre che di forza era costretto ad abbandonare la loggia, continuò: “Il tuo spettacolino è stato ridicolo. Volevi comprarmi con una ciucciata di seni?”. Biascicai completamente traumatizzata: “Io… io…”.

Lui rideva infido e perverso, brillava d’una cattiveria che mai avevo visto nei suoi occhi. Mi guardò poi mi fece sua di scatto, inaspettatamente. “Carb noooo!”, urlai, strillai tutto il mio orrore, supplicai. Mi baciò con foga, mi prese con violenza. Le sue dita si strinsero sul mio corpo trasmettendomi una energia esasperante, deplorevole e così lussuriosa. Mi strappò i vestiti, si scagliò su di me lasciandomi cadere rovinosamente per prendermi sul pavimento del loggiato, mentre infuriava il saccheggio in tutta Noeix. Ricevetti il suo sesso con brutalità, come una pugnalata, provai a respingerlo ma certe stoccate con l’anca furono capaci di scompaginarmi, diffusero nel mio ventre un calore folle. Rideva e mi diceva: “Tanto ti piace… lo so, puttana!”. Mi costrinsi a tacere, era durissimo. Mi sentii indifesa. Ripeté colpi su colpi ed io non riuscii a negargli la mia gioia, impazzii di piacere in un abisso di depravazione che si trasformò in un amplesso. Tracimò in me e mi lasciò lì distesa, incapace di ogni barlume di pensiero.
Lo sentii urlare dalla loggia: “Sono il dittatore di Noeix! Il dittatore!!!”. Rideva, oh quanto rideva, come se avesse perso il controllo di sé, come se fosse impazzito. Impallidii quando vidi il suo corpo passarmi velocemente davanti agli occhi, scaraventato contro la parete da un raggio di una delle navi che credeva al suo servizio.