i racconti di Milu
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A volte mi sembra impensabile guardarmi ancora allo specchio e vedere di giorno in giorno la mia pancia che lievita e mi deforma, nonostante la mia coscienza non abbia fatto il minimo sforzo per donarmi questo regalo. A volte mi sembra assurdo che io possa amare così tanto questo nocciolo di pesca dopo che, consapevole, ho varcato confini e sfondato certezze che affondavano nelle radici di chissà quale credo, di chissà quale parte della mia intelligenza che al momento opportuno s’è ritrovata meschina senza opporre ragione.

Senza accorgermi mi sono sorpresa a sentire lingue incomprensibili che mi parlavano straniere senza che avessi passato frontiere o valicato dogane di montagna, senza che alcun impedimento m’abbia rallentato il cammino.

Imbracata e calata nelle viscere del mio corpo ho sentito solo l’odore acido che fa l’acqua stagna in un pozzo, solo i suoni che provengono dal basso misti al rimbombo che dà l’incoscienza quando ovatta la flebile luce che dall’alto si riduce ad un puntino sommesso.



C’era Venezia di contorno, opaca e d’autunno come quando la pioggia dà fastidio e non bagna, e ponti e calli che s’inseguono grigi e depressi nel dubbio di averli già visti, d’averli già passati perdendone direzione e orientamento. C’erano le barche e l’acqua che torbida rifletteva dal basso questo peccato, che nel mentre rispecchiava, ne vedevo tremolante il peso e la colpa.

Subito poco prima, una musica metallica di cellulare: “Buona sera amore, come stai?” “Buona sera, tesoro, il tempo è opaco, il viaggio non male, la riunione di oggi tutto bene”. Sentivo la voce lontana, quasi come se poche ore ed un treno m’avessero liberata dai Piombi, quegli stessi che ora guardavo da un ponte dopo piazza San Marco.

“Buona notte amore, non t’affaticare!” La voce di mio marito ancora più pallida l’avevo già persa proprio mentre due occhi verde laguna mi fissavano e m’affogavano nella melma di questa città che solo l’apparenza rendeva indimenticabile.

Ma io quegli occhi l’avevo visti centinaia di volte, m’avevano già spogliata per giorni e giorni denudandomi reggiseni d’ogni forma e colore, sfilandomi vestiti e tailleur che soltanto la mia illusione ora credeva che non sarebbe più accaduto. Come credeva che sarebbe bastato dirglielo e la sua mano, ammansita dalla luna, m’avrebbe compresa sfiorandomi i capelli, addolcendo il mio istinto di essere madre.



Mi baciò, ignaro, con lo stesso sapore che avevo rifiutato in piedi durante la pausa pranzo, mi baciò più forte senza chiedermi permesso, insinuando il suo pantalone nero dentro il nylon delle mie calze, premendo il suo sesso deciso contro il mio ventre deforme, ancora cieco soltanto ai suoi occhi.

Che sarebbe successo? Se in quel momento, dove era calata la notte, gli avessi confidato il segreto, se in quel preciso istante, mentre mi cercava la voglia tra i seni, gli avessi fatto notare i miei fianchi ingrossati. Forse nulla, perché nessun’altra occasione di lavoro ci avrebbe sorpresi così vicini, nessun’altra coincidenza gli avrebbe permesso di sfiorarmi le labbra abbondanti che solo uno specchio d’albergo le dipinge perfette ed inopportune.



Erano anni che vivevamo dentro questo segreto clandestino d’essere amanti, consapevoli che mai la nostra condizione di vetri appannati si sarebbe trasformata in una casa con delle ampie finestre, in un parco alla luce del giorno dove baciarci liberamente. Per la prima volta dopo anni di missioni eravamo capitati nello stesso progetto, in mezzo a questi canali che ti riempiono di magia e potere, come se tutto fosse stato possibile compreso il desiderio di girare da soli, al riparo da sguardi indiscreti. Compreso il sogno, tante volte sognato, di fare l’amore dove ci colpiva la voglia, in mezzo alla strada o sopra una panchina di pietra guardando l’acqua arrossire al tramonto.

A breve saremmo andati a cena, a breve m’avrebbe sfiorata sotto il tavolo con la sua impazienza di ritrovarci in un letto, il primo letto per la prima notte insieme, per il primo risveglio dentro i miei occhi assonnati, dentro le sue mani capienti che mai finora avevano stretto la mia faccia struccata in un’alba qualunque.




Sentivo la sua voglia schiacciata sul mio seno, la sua lingua martellante, dietro l’orecchio, sfiorarmi il pensiero di dovermi negare. “Ma io non posso!” Mi ripetevo ad ogni vapore che m’accapponava la pelle, ad ogni brivido di vocale strascicata che mi penetrava nel collo. Per un attimo m’abbandonavo come se tutto ciò fosse ancora possibile, come fare l’amore in una stanza d’albergo mentre dalla finestra aperta entravano suoni, e voci e odori. Per un attimo m’irrigidivo come se tutto mi fosse irrimediabilmente negato, come questi baci che m’ammollavano resistenze ed inumidivano attriti.

“Eva, cazzo, ma cosa stai facendo?” Mi riprendevo, come si riprende la testa che cade a chi dorme sopra un sedile di treno. Mi rimproveravo come se il suo sesso ineluttabile fosse già entrato e avesse distrutto ogni proposito trovato durante il cammino, ogni volontà che si faceva da parte facendo gli onori all’ospite grato.

Dovevo dirglielo, assolutamente doveva sapere che la sua piccola Eva, portava con sé la fine d’ogni gioco, la morte di quella complice spensieratezza dove negli anni c’eravamo rifugiati infantili e bambini.

Nel mio ventre occupato non c’era più posto per un altro coetaneo che, ora, dentro il buio di una calle mi stava proponendo insolente di sbottonare la camicetta, di mettere in mostra i miei seni stupendi come tante volte gli avevo ubbidito.

Ripresi a camminare in cerca del ristorante, ma la sua mano, conoscendo la strada, s’infilava esperta sotto le pieghe della mia gonna, tra le mie cosce che, se avessi chiuso per un attimo gli occhi, si sarebbero date addosso a qualsiasi muro.



“Dai Stefano, ho fame!” Ma non c’era verso, la strada era buia, deserta, piena d’angoli scrostati, e nemmeno un passante per prendere tempo. I suoi occhi luccicavano da gatto, sfaccettavano la poca luce dei lampioni, dandole intensità e calore, riflettendo bollente sulla mia incoscienza, sulla mia paura di fargli del male.

M’afferrò come altre volte m’aveva afferrato, mi sollevò sopra i suoi fianchi spiaccicando le mie ultime difese contro l’umidità di un angolo appartato, scostando le mie mutande leggere che puttane e ostinate non cercavano altro. Tutto intorno non c’era nessuno, solo il rumore del mio cappotto strofinato sul muro, solo il silenzio dei nostri fiati che sincroni respiravano senza più ossigeno.

Tra meno di un istante m’avrebbe presa ed io sentivo le mie forze affievolirsi come l’alito freddo di un morente, sentivo le mie mani spoglie d’ogni energia tranne quella d’abbracciarlo ed accoglierlo dove per tanto tempo s’era accovacciato. Tra meno di un istante l’avrei sentito farsi largo tra la mia carne, scivolare orgoglioso e maschio tra le mie pareti, proprio nel punto dove terra fertile conserva caldo il segreto e difende dalle intemperie il seme che l’ha fecondata. Se mi fossi abbandonata, non sarebbe successo nulla, se avessi accettato quella voglia dirompente ci saremmo amati come ogni volta. Ma avevo giurato a me stessa che nessuno più avrebbe insozzato quel luogo, ora purificato dai gemiti che solo una madre sente prima del tempo.



“Stefano aspetto un figlio!” Uscì incontenibile come uno starnuto. Lo dissi vigliacca sull’orlo del baratro delle mie cosce spalancate, della mia paura di cedere ancora qualche millimetro, mentre un anonimo passante s’era deciso a venirmi in aiuto. Ma ormai era troppo tardi, più tardi di quanto mi fossi arrovellata il cervello per come svelargli il segreto. Guardò fisso la verità nei mie occhi e s’allontanò di colpo lasciandomi rovinare a terra e sbattere gomito ed evidenza sul selciato.

Non parlò e non mi venne in soccorso. Rimase dritto in piedi a guardarmi schifato. Vidi l’oscurità che s’impossessò dei suoi occhi, il dolore correre sulle sue mani che tremanti si toccarono la faccia, i capelli, il naso, per poi stringersi a pugno e colpire solo aria. Avesse avuto un coltello m’avrebbe trafitto, avesse avuto una pistola m’avrebbe colpita, ma aveva soltanto due piedi che sperai con tutta me stessa di sentirli violenti tra le mie cosce, contro quel peso ingombrante che ci teneva distanti. Se in quel momento avesse espresso un desiderio, l’avrei seguito come cagna in qualsiasi bordello, scegliendogli la più bella puttana che Venezia avesse mai ospitato. L’avrei io stessa eccitato, l’avrei io stessa inumidito per paura che qualsiasi attrito ne ritardasse l’orgasmo. Avrei accompagnato il suo piacere con le stesse mie mani dentro qualsiasi fica che s’allargava a pagamento.



“Parla, picchiami, prendimi a calci. Fammi abortire!” Gridai, persa, con quanta poca voce m’era rimasta, con quanto dolore mi procurava la sua arrendevolezza. Ero praticamente distesa con la testa appoggiata al muro, il gomito e la gamba mi facevano male. Mille pensieri mi giravano contemporaneamente, risbattendomi a terra ogni qualvolta tentavo d’alzarmi, ogni qualvolta mi rendevo conto che nulla m’avrebbe fatta tornare come la sua piccola Eva.

Avevo rovinato tutto e scelto il momento peggiore per rovinarlo meglio. Avrei in quel momento fatto ogni cosa per soddisfare il suo bisogno, spogliandomi completamente nuda e passeggiando per ponti e per calli senza quelle mutande maledette e puttane che prima, al primo sentore di maschio, s’erano fatte da parte. Desideravo solo che mi venisse vicino, che chiedesse qualsiasi prezzo per farmi sentire il sapore intenso del suo sesso tra le mie labbra socchiuse a dovere.

Ma il suo bisogno aveva cambiato piacere! Chissà ora a quale vendetta si stava aggrappando per poter proseguire da solo senza quest’alcova che tra le mie gambe non era più luogo d’orgoglio e di brama. Come uno sfrattato s’allontanò qualche altro passo senza nessuna considerazione, come se più nulla esistesse di me, come se il profumo di voglia dei miei seni nudi, delle mie gambe scomposte avessero perso di colpo l’odore di femmina. S’allontanò. Lo chiamai, lo pregai di tornare. Rimasi lì aggrappandomi ad una stella, illudendomi di vederla a breve precipitare nell’acqua. Ora ero sola. Sola con la tristezza d’aver irrimediabilmente perso una parte di me, sola con l’effimero orgoglio di non aver ceduto a quel piacere per un attimo prossimo, a me, a mio figlio.



Volai lungo i canali alla ricerca del mio unico uomo, unico maschio che giorno dopo giorno m’aveva fecondata nel cervello, nell’anima, in ogni parte di me, che solo gli eventi non lo facevano padre. Entrai in bettole malfamate e ristoranti di lusso, addirittura in portoni di case private che davano sulla strada, ma niente, il mio uomo, l’unico uomo, che la vita generosa m’aveva regalato, era svanito insieme a questa nebbia che dava alla mia ricerca affannata un attimo di tregua.

Arrivai fino alla stazione, per calli, per ponti, per scale, per muri, per poi costeggiare stanca i rii scandagliandone con lo sguardo l’acqua torbida e il maledetto sospetto di vederlo affiorare. Ero pazza, sentivo nelle mie vene fredde scorrere la paura, convinta che qualcosa di irrimediabile fosse accaduto, qualcosa che una nuova vita nascente non avrebbe mai potuto consolare.

Ero persa, scalza e quasi nuda. Avevo buttato ogni ingombro nell’acqua assieme al cappotto e ad ogni riserva mentale che passo dopo passo stavo pagando con le pene dell’anima. Mi sentivo cattiva, come quando ti sembra d’aver fatto volontariamente del male, provocato dolore gratuito ed intenso. La penombra nei suoi occhi, le mani tremanti, tutto questo per il mio disagio di non accettarlo addosso a quel muro, per la mia fragilità di non tenermi un segreto.



Continuai a camminare senza meta ed orientamento, senza un minimo punto che da lontano mi facesse vedere la luce, la ragione. Lo intravidi da lontano dopo ore, seduto sul selciato umido con le gambe pendenti ancora nervose ed i piedi che sfioravano l’acqua. Lo chiamai, lo amai per tutti quei passi ancora distanti, per quelle scuse e perdoni che stavano esplodendo nel mio corpo.

Mi guardò inanimato come se attraverso il mio corpo vedesse solo strada e lampioni e nebbia. Lo abbracciai con quanta forza m’era rimasta, ma strinsi solo carne, ossa e muscoli inerti. Gli parlai, lo picchiai, gli giurai disperazione, lo supplicai col pianto che abbondante bagnava le mie labbra scomposte dall’angoscia. Mi rotolai a terra colpendo ripetutamente la parte che finora avevo preservato persino al piacere, persi il vestito senza darmene cura.

“Stefano, dimmi qualcosa, fammi sentire almeno una puttana qualunque, ti prego picchiami, cerca il tuo lutto dentro la mia fica e svuotami il ventre dal male!” Si voltò aggrinzendo la faccia come per sputare disprezzo, per colpirmi con tutta la rabbia che s’addensava nella sua bocca.

“Fallo Stefano!” Spalancai le mie cosce con tutte e due le mani, mostrandogli le pieghe del mio buco di carne, invitandolo come un’invasata ad estirparmi il peccato che ci divideva. Senza risposta continuai a battermi cercando di soffrire almeno una parte del dolore che avevo creato.

“Non è cambiato niente, non cambierà nulla!” Ma oramai erano parole vane. Tentai ancora sputandomi sul sesso, ingiuriandomi come una cagna ingravidata ad ogni banale piacere. Sconnessa, cercai d’agire avvicinandomi a carponi sul suo sesso. Come se la mia bocca potesse fare miracoli, lo inumidii per prepararlo ad entrare, ma era molle, gelatinoso e inconsistente come un verme di sabbia. Cercai per minuti e minuti di farlo reagire, di sentirlo indurirsi tra la mia lingua che l’avvolgeva come involtino. Volevo con tutta me stessa sentirlo imperioso, di nuovo maschio, di colpo dirompente che, come poco prima addosso a quel muro, m’entrasse nella carne sbaragliando ogni remora, ogni preoccupazione. Non pensavo ad altro, come se dentro la mia pancia ci fosse solo il piacere, solo la brama d’essere presa, solo la pazzia d’essere incinta. Solo una grande bugia che purtroppo era vera.



L’alba ci sorprese con la tristezza di fianco, seduti a guardare l’acqua e freddando le ultime emozioni che la notte aveva allungato. Ora era tutto più chiaro, mi teneva per mano e sentivo il suo sangue scorrere regolare. I suoi occhi verde laguna guardavano oltre. Nella mia mente i pensieri s’erano adagiati compatti dentro il vortice che avevano creato. Guardavo la mia faccia riflessa nell’acqua, il mio corpo deformato dal rimorso di rincorrere quest’uomo fino a mangiare la polpa e sputare, dentro un cerchio d’acqua, questo nocciolo di pesca.