i racconti di Milu
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Ritrovarsi a diecimila metri di altezza con nulla da fare per le prossime otto ore. Un pensiero sconcertante, quasi malvagio. Eppure era lì, in quella situazione ortodossa. Meno male che aveva con se la musica, veicolo di pensieri, sensazioni e chissà quali altre cose.

Il Boeing 747 viaggiava su un manto di panna montata; nessuna turbolenza, solo tranquillità. Aveva tutti e quattro i sedili centrali di una fila della cabina passeggeri a disposizione. Quando si era reso conto di questa piccola vittoria, ne fu felice, e cominciò ad organizzarsi in modo che a nessuno venisse la brillante ma malsana idea di occuparli.

Si guardò un po’ intorno, cercando di decifrare l’imperscrutabile cera tipica degli asiatici. Dopo una settimana che ne viveva a stretto contatto, si era reso conto della differenza di pensiero che vi era tra “caucasici” e “asiatici”. Aveva finito per definirlo un abisso incolmabile. I punti di incontro sarebbero anche potuti esistere, ma a condizione che entrambe le culture fossero scese a qualche forma di compromesso. Aveva infatti notato che la cultura occidentale ragionava secondo linee rette, mentre quella asiatica ragionava in cerchi concentrici. I pensieri non avrebbero mai viaggiare sulla stessa linea, al massimo potrebbero avere diversi punti di incontro.

Si rese conto che intorno a lui non c’era nessuno. La fila davanti e dietro a lui erano vuote, così come quella di destra. Quattro ore prima, al decollo, aveva notato nella fila immediatamente adiacente alla sua sulla sinistra una ragazza dai tratti che tradivano una provenienza asiatica, ma la figura non faceva che tradire anche una provenienza occidentale. Mentre lui era vestito in maniera comoda, con una tuta, lei era vestita molto elegante: una gonnellina a costine di tweed leggermente sopra il ginocchio, con una spilla che la teneva insieme, un maglione di cachemire senza camicetta che fasciava amabilmente le sue misure abbondanti. Infatti era piccolina come un’asiatica, ma aveva le curve di un’occidentale, in posti dove le asiatiche che fino adesso lui aveva conosciuto neanche se sognavano. Mentre con la coda dell’occhio la sbirciava mentre si sistemava nei tre sedili e metteva il bagaglio a mano nella cappelliera, si sorprese a fantasticare sull’innocente ragazza, sorridendo immaginando cosa la stessa avesse pensato se fosse in qualche modo venuta a conoscenza dei pensieri che stava facendo lui in quel momento. La studiò meglio, rendendosi conto dell’atteggiamento molto altezzoso e quasi regale. Si fece mille domande sulla sua provenienza, se si fosse fermata a Roma o avesse continuato il suo viaggio verso chissà quale altra meta. Si rese conto, suo malgrado, di essere rimasto vittima del magnetismo che quella ragazza esercitava. D’altra parte amava il bello e non disdegnava ne osservarlo ne cantarne le lodi.

Rimase molto sorpreso nel notare, negli occhi della ragazza, un lampo sfuggente di terrore nell’approssimarsi dell’aereo alla pista di decollo. Prese coraggio e le chiese, in inglese, se aveva paura di volare. L’altezzosa signorina rispose di no, con un accento che tradiva le migliori scuole inglesi. Lui lo sapeva, essendo anche lui bilingue grazie a mezza esistenza passata nel Regno Unito. Passò qualche interminabile minuto, quando la ragazza chiese all’assistente di volo di potersi spostare. Lui immediatamente pensò che avesse preso quel suo gesto di premura come un tentativo di importunarla, e se ne dispiacque moltissimo. Con sua enorme sorpresa, invece la ragazza si andò a sedere proprio accanto a lui, e nell’imminenza del rullaggio, senza troppi complimenti gli prese la mano e la strinse, chiudendo gli occhi. Dal suo viso traspariva il terrore più puro.

Dopo un primo momento nel quale rimase interdetto, trovandosi sua mano stretta da quella di quell’angelo, lui si concentrò su quella mano vellutata, con la pelle della consistenza della porcellana. Era soda, ma morbida, il tocco era quasi quello di una piuma.

Dopo il decollo lei lo guardò con due occhi verde opale profondissimi, ringraziò della cortesia in italiano.

Si chiamava Janet, era di madre italiana e padre coreano. Ventisette anni, avvocato che si occupava di acquisizioni internazionali, era stata mandata in Corea per sondare la possibilità di una joint venture tra una società italiana ed una coreana. Aveva studiato a Cambridge e questo spiegava il suo accento.

Dopo un pò che parlavano si resero conto che le ore passavano e neanche se ne accorgevano. Lui si rese conto che Janet era molto maliziosa. Raccontò di essere single da troppo tempo, confessò che il lavoro non gli dava la possibilità di instaurare una relazione duratura visto che, viaggiando molto alla fine si scontrava con la visione maschilista della donna: a casa, con i bambini, a lavare e a stirare. Lui raccontò la sua storia, molto simile per certi versi. Le navi lo avevano portato in quasi ogni angolo del globo, e le relazioni che aveva avuto erano inevitabilmente naufragate, per usare un eufemismo, grazie alla non presenza ad un compleanno, al non rispetto di un week-end programmato. Ormai aveva accettato quel suo status.

In poche ore, quindi, grazie a questa loro comune situazione, si era instaurata una sorta di complicità. Si scoprivano a guardarsi negli occhi fissandosi, per poi scoppiare in un’allegra risata. Lei non aveva mai lasciato la sua mano, anzi, la accarezzava con fare distratto mentre parlavano. Si aprirono l’uno con l’altro, raccontandosi i segreti più intimi. Parlavano in italiano, inglese passando da una lingua all’altra senza interruzioni, come se fosse stato un antico cantico di chissà quale lontana civiltà.

Arrivò il momento della proiezione del film, un film d’azione francese; decisero di guardarlo insieme. Lui si accomodò ad un angolo del sedile con dei cuscini, lei senza neanche pensarci due volte si adagiò su di lui, coprendo entrambi con la coperta. Lui si scoprì ad essere rimasto stordito dal profumo dei suoi capelli e dalla sensazione del sentire quel corpo caldo e flessuoso contro il suo. Si rese conto di essere eccitato, e cercò di nascondere l’evidente prova di quel suo stato d’animo. Lei, sotto la coperta, gli prese le mani e se le passò intorno la vita; il fatto che il suo maglione di cachemire si fosse leggermente alzato lasciando scoperta la sua pelle sembrava non preoccuparla, infatti poggio le sue mani proprio sul suo ventre, intrecciando le proprie con quelle di lui.

Neanche a dirlo, lui si sentì ancora più stordito ed eccitato. Si rese conto che non poteva far più nulla per celare l’evidente erezione e pregò che lei non se ne accorgesse.

Con immensa sorpresa, lei cominciò a muoversi. Il pene di lui era all’altezza dei reni dei lei. Cominciò a muoversi con ritmo, troppo regolare perché non fosse calcolato. Continuavano a guardare il film come se nulla fosse, ma anche lui sotto le coperta aveva cominciato ad accarezzarle la pelle del ventre, lasciando che lentamente le sue dita divenissero più audaci. Anche i movimenti si facevano più evidenti. Ormai i polpastrelli di lui erano arrivati ad accarezzare la sottile e morbida pelle della scollatura di lei. Aveva un seno pieno, morbido e, giudicando da come era cambiato il respiro di lei, anche molto sensibile. Ad un tratto lei si scosto da lui, lo guardò fisso negli occhi con un sorriso, porto la sua mano dietro la schiena e si slacciò il reggiseno. L’invito era palese, ma a lui piaceva giocare; pertanto mentre lei si accoccolava nuovamente su di lui per continuarlo ad accarezzare, lui ricominciò a dedicarsi al suo ventre. Con maestria le sue mani cominciarono a salire verso i frutti proibiti. Scostò con i polpastrelli il reggiseno rimasto li quasi come ultimo inutile baluardo a quello che stava per accadere. I polpastrelli, guidati sapientemente, prima seguirono la curva inferiore del seno ben modellato, per poi salire verso i capezzoli che divennero duri appena vennero sfiorati, con somma soddisfazione di lei che si lasciò sfuggire un gemito di piacere e approvazione.

Lei ad un certo punto si girò e si dispose in modo che la sua mano potesse arrivare a toccare il suo pene. Senza troppi preamboli infilò le mani nella tuta e cominciò ad accarezzarlo dolcemente, facendo scorrere le dita lungo l’asta, per poi soffermarsi sulla punta, ormai umida, e accarezzarla con i polpastrelli. Complice l’oscurità della cabina e il vuoto intorno a loro, le carezze di lei si fecero più audaci, impugnando il pene e facendo scorrere su e giù la mano. Alzò poi la testa, baciando lui sulle labbra con un bacio vorticoso, di quelli che lasciano senza fiato. Scrutando la cabina per sincerarsi che nessuno fosse in procinto di avvicinarsi, senza profferir parola scostò i pantaloni della tuta, tiro indietro quanto possibile la pelle scoprendo la punta del pene e se lo poggiò sulle labbra. Lui ebbe una scossa di piacere, dovuta sia alla sensazione di quelle calde labbra morbide e vellutate, sia alla singolare situazione nella quale si trovavano. La sapiente lingua di lei scorse lungo l’asta, umidificandola bene; la lingua partiva dalla base per poi salire verso la punta, dove si soffermava in carezze vorticose circolari, per poi prendere tutto il sesso di lui in bocca, stringendo le labbra sia scendendo che risalendo.

Le mani di lui intanto continuavano ad accarezzarle i seni, che ormai erano scoperti. Più volte lei passò la punta del suo sesso umido di saliva e umori sui capezzoli ormai induriti, prima di farlo tornare nella sua calda bocca.

Con audacia, lui cominciò ad accarezzarle il sedere, sollevò la gonnellina scoprendo che lei indossava autoreggenti ed un tanga. Esplorando si rese conto dell’evidente eccitazione di lei, e mentre lei continuava a succhiare, cominciò lentamente a masturbarla. I polpastrelli seguirono le labbra umide, allargandole lentamente; come arrivarono alla clitoride, lei sospirò di piacere. Al tatto era gonfio, umido, scivoloso. Un dito la penetrò, scivolando tra le labbra senza ostruzione alcuna. Si scoprirono muoversi con un certo ritmo, quasi all’unisono, come una danza dove l’apice sarebbe stato il piacere di entrambi. Inumidito bene il dito, lui lo passò sul buchino proibito, con movimenti concentrici del polpastrello per inumidirlo bene, fino a penetrarlo con dolcezza, causando un ulteriore sospiro di eccitazione in lei che terminò in un orgasmo inaspettato.



Cosi, in quella posizione, con le dita che la toccavano fin nelle parti più intime, lei alzò il viso, perdendosi con lui in un altro bacio interminabile, mischiando saliva e umori. Durante il bacio lui tolse le mani dal sesso di lei ed insieme leccarono le sue dita guardandosi negli occhi. Il sapore di lei era buono, dolce, vischioso.

Lei lo guardò con fare interrogativo, e con parole mai dette si chiese come potevano unirsi nell’atto finale.

Si girò e si sedette sopra di lui, dandogli la schiena, lui le sollevò la gonna, mise la coperta sopra di loro e lentamente cominciò a penetrarla. Il suo sesso era caldo, scivoloso, stretto al punto giusto. Cominciarono a muoversi all’unisono, lui riuscì con una mano a raggiungere il sesso di lei, stimolando la clitoride con le sue dita mentre affondava.

Bastò poco, lui sentì come un’onda generata da lei che crebbe fino a farla infrangere in un orgasmo sconquassante. Janet tremò per qualche minuto, adagiata su di lui mentre il suo sesso continuava inesorabile a violarla.

Passato l’orgasmo, che sembrava interminabile, lei si voltò di nuovo e gli disse in un orecchio che adesso sarebbe toccato a lui. Si rimise nella stessa posizione di prima e riprese il suo sesso in bocca, leccandolo avidamente e sentendo con la lingua i loro sapori mischiati.

Sapientemente cominciò a succhiarlo, soffermandosi con la lingua anche sullo scroto di lui, succhiandolo. Bastò poco, lui l’avvertì che l’esplosione sarebbe stata imminente; per tutta risposta lei aumentò il ritmo delle sue labbra intorno all’asta di lui, non accennando minimamente a desistere o staccarsi.

Venne, percependo chiaramente i getti di sperma che uscivano dal pene, copiosi, tanti, sembravano non finire, mentre lei avida teneva le labbra intorno alla punta di lui, succhiando dolcemente e perdendosi nel sapore di lui che le inondava la gola. Il tutto si svolse con quei bellissimi occhi che lo fissavano e sorridevano.

Si persero in un altro bacio, per assaporarsi ancora una volta. Lei aveva ancora un po’ si sperma in bocca, lui passò la sua lingua su quella di lei lentamente, con dovizia.

Si accoccolarono uno sull’altra, e sprofondarono in un sonno ristoratore.

Al loro risveglio, lei espresse il desiderio di andare in bagno. Lui la seguì fino alla toilette. Riaprendo la porta, lui si intrufolò dentro e la chiuse dietro di loro.

Un lampo passò sugli occhi di lei. Lui la baciò e le si inginocchiò di fronte. La baciò sulle cosce e sull’inguine. Lei lo tenne per la testa, come a guidarlo in quei movimenti. La sua lingua si fece audace, passando lungo l’elastico delle mutandine. Si sentiva inebriato dal sapore di lei, le sfilò le mutandine, le fece poggiare una gamba sulla toilette, per poi passare la punta della sua lingua lungo le labbra ormai umide. Lentamente, partendo dal basso verso l’alto, aprì quelle grandi labbra, fino a giungere e a lambire la clitoride, ormai gonfia e umida di desiderio. Una sensazione incredibile lo pervase, affondò la lingua dentro di lei, per poi uscire e dedicarsi al quel bottoncino, origine di tanto piacere. Un dito la penetrò mentre la sua lingua correva intorno alla clitoride, la masturbò dolcemente. La sentiva contrarsi di piacere, e questo l’eccitava da pazzi. Infilò la mano nei suoi pantaloni della tuta e cominciò a darsi piacere, masturbandosi lentamente mentre la sua bocca, la sua lingua, si inebriavano del dolce succo di lei.

Cambiò poi posizione, e mentre con un dito le accarezzava il clitoride, la lingua si spostò più in basso, sul buchino del sedere, che cominciò a lambire prima nel suo contorno, poi affondando lentamente la lingua dentro di lei. Una volta bagnato per bene, sentendo che cedeva, la sua lingua tornò sulla clitoride, per essere sostituita da un dito che cominciò a masturbarle il sederino.

Lei aveva gli occhi chiusi, tremava di piacere, ansimava e sentiva quella familiare onda di piacere crescere. Raggiunto l’apice, si infranse ancora una volta in un orgasmo che lei giudicò incredibile, coinvolgente, spossante, concentrandosi nelle sensazioni che le dava lui che, inesorabile, continuava a leccarla anche mentre veniva.

Fecero giusto in tempo; sentirono infatti bussare alla porta della toilette. Scoppiarono a ridere, lei diventò rossa e dopo che lei si era ricomposta lui aprì la porta.

Si trovarono di fronte una hostess, che resasi conto di quanto successo, con un sorriso ammiccante si rivolse a loro dicendo:

“Welcome to the Mile High Club”….