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Racconti Cuckold

i camionisti

By 3 Febbraio 2026Febbraio 5th, 2026No Comments

…lui aveva proposto un’idea diversa, quasi con noncuranza, mentre facevamo colazione.

«C’è un’area di servizio vecchia, quasi abbandonata. I camion ci passano ancora, ma è fuori dalle rotte principali. Luci rotte, niente telecamere. Solo buio .»

Mi sono limitata a guardarlo sopra la tazza di caffè. Non ho detto nulla ma quando è arrivato venerdì sera mi sono vestita senza che me lo chiedesse.

Un paio di autoreggenti ed un vestitino aderente color carbone, scollatura profonda . Tacco 12, quelli che fanno male dopo mezz’ora ma ti costringono a muoverti in un modo che sa di sesso anche quando cammini per andare in bagno.

Prima di uscire mi sono fermata davanti allo specchio dell’ingresso. Ho aperto appena le gambe e mi sono guardata ed ho sorriso al mio riflesso.

«Andiamo» ho detto solo quello.

L’area di servizio era meglio di come mi era stata descritta. Due pompe di benzina spente da chissà quanto, un bar con le serrande abbassate con un cartello “Chiuso per sempre”. Sul retro, però, c’era ancora il parcheggio per i tir: una distesa di asfalto crepato, illuminata solo da un paio di lampioni e dalla luce delle auto che passavano in lontananza.
Stavolta non ho aspettato che mi dicesse niente.

Ho aperto la portiera dal mio lato, sono scesa piano ed il vento freddo mi ha accarezzato le cosce nude, mi sono girata lentamente verso di lui, appoggiandomi con il sedere al cofano ancora caldo.

Scendi anche tu» gli ho detto.

È sceso. Si è fermato a un metro da me, mani in tasca, sguardo che bruciava.

Ho sollevato una gamba, ho appoggiato il tacco sul paraurti ed il vestito è risalito fino alla vita. Ero completamente esposta, illuminata solo dalla luce fioca di un lampione lontano. Ho portato una mano tra le gambe «Voglio che mi guardino mentre mi scopi» ho sussurrato. «Ma prima voglio che mi vedano così. Voglio che sappiano cosa stai per prenderti.»

Mi sono girata, ho appoggiato le mani sul cofano, ho inarcato la schiena e aperto le gambe ancora di più e mentre mi voltavo per guardare la sua eccitazione ho sentito dei passi prima ancora di vederli, due uomini, uno dietro l’altro, usciti dall’ombra tra due tir. Non giovani, non belli, solo uomini che passano troppe notti soli. Si sono fermati a una decina di metri,

Non mi sono mossa. Ho solo guardato lui, il mio uomo

È venuto dietro di me. Mi ha afferrato per i fianchi, mi ha tirato verso di sé con un gesto secco. Quando è entrato l’ho sentito fino in fondo in una sola spinta, violenta e perfetta. Ho chiuso gli occhi e ho lasciato uscire un gemito lungo, senza ritegno.

Ha iniziato a muoversi. Non piano. Non dolce. Ogni colpo era una dichiarazione: questa è mia, guardate pure, ma è mia.

Io spingevo indietro contro di lui, accogliendolo fino in fondo, stringendolo dentro ogni volta che usciva. Sentivo gli sguardi degli altri due come carezze ruvide sulla pelle. Uno dei due si era già abbassato la zip. L’altro teneva la sigaretta tra le labbra e si stringeva forte attraverso i pantaloni.

«Più forte» ho ansimato. «Fammi vedere quanto ti piace che mi guardino mentre mi sfondi.»

Mi ha preso per i capelli, ha tirato indietro la testa quel tanto che bastava per farmi inarcare ancora di più. Ogni affondo era profondo, brutale, bellissimo. Sentivo il rumore bagnato dei nostri corpi che si scontravano, sentivo il suo respiro spezzato contro il mio collo.

Poi quello che si stava masturbando ha fatto due passi avanti. Si è fermato a un paio di metri da me, giusto di fianco all’auto. Non ha detto niente. Ha solo continuato a pomparsi quel cazzo grosso e venoso, la grande cappella lucida che compariva e spariva nel pugno chiuso. Era più vicino di quanto avessi previsto. Potevo vedere ogni dettaglio: le vene gonfie, il modo in cui la pelle si tendeva e si rilasciava.

Ho alzato gli occhi su di lui. I nostri sguardi si sono incatenati. Non ho distolto lo sguardo. Anzi, ho lasciato che la lingua mi scivolasse lentamente fuori dalle labbra, un movimento lento, bagnato, come se stessi immaginando di leccarlo dalla base fino in cima. Ho fatto scorrere la punta della lingua lungo il labbro inferiore, poi l’ho tirata di nuovo dentro e l’ho fatta uscire ancora, più decisa, mimando il gesto di prenderlo in bocca, di succhiarlo piano, di avvolgerlo tutto.

Lui ha capito al volo. Il respiro gli si è spezzato, ha accelerato il ritmo della mano. Ha fatto un altro mezzo passo avanti, il cazzo puntato verso di me, la cappella a meno di un metro dalla mia faccia. Era evidente cosa voleva. E in quel momento, con il mio uomo che mi scopava forte da dietro, con il corpo in fiamme e la fica che pulsava intorno a lui, una parte di me lo voleva davvero. Avrei voluto aprire la bocca, sentire quel sapore sconosciuto, lasciarlo scivolare dentro fino in gola, farmi riempire da un altro mentre venivo sfondata.

Ma non ero pronta.

Ho chiuso la bocca di scatto, ho scosso la testa piano ma decisa, un movimento netto. Ho alzato una mano, palmo aperto verso di lui, senza smettere di spingere i fianchi all’indietro contro il mio uomo.

«No» ho detto, voce roca ma chiara. «Solo guardare.»

Il camionista si è fermato all’istante. Ha esitato un secondo, il pugno ancora stretto intorno al cazzo, poi ha annuito piano – un gesto lento, quasi rispettoso. Non ha insistito. È rimasto lì, ad un metro, masturbandosi più piano adesso, gli occhi fissi sulla mia lingua che ogni tanto usciva ancora, ma solo per provocare, non per invitare.
Il mio uomo ha percepito il momento. Mi ha afferrato i fianchi più forte, ha affondato con un colpo secco che mi ha strappato un gemito alto.

Ho inarcato la schiena, ho lasciato che l’orgasmo mi travolgesse mentre tenevo gli occhi inchiodati sul camionista, sulla sua mano che saliva e scendeva veloce, sul suo cazzo che pulsava a un ritmo disperato. sui suoi occhi che mi imploravano . Quando è venuto – schizzi potenti che sono arrivati sull’auto, mentre io stavo ancora tremando, il corpo percorso da ondate che non finivano più.

Lui è uscito da me un attimo dopo, mi ha girata tirandomi giu ‘ed è venuto sulla mia faccia e nella bocca spalancata

Il camionista ha fatto un passo indietro, ha richiuso i pantaloni senza fretta, ha fatto un cenno con la testa, forse un saluto, forse un grazie muto ed insieme al suo compagno è sparito nel buio tra i tir.

Siamo rimasti lì qualche minuto, ansimanti. Il vento freddo mi ha fatto venire la pelle d’oca, mescolata al seme che si raffreddava sulla mia faccia

Mi ha guardata a lungo, serio.

«Ti sei sentita potente anche stavolta?»

Ho riso piano, ancora con il fiato corto.

No. Stavolta mi sono sentita… sacra.»

Lui ha riso poi con voce complice ; ” Sacra ? Come una vacca ? “

«Sacra perché potevo decidere tutto. Chi guardava. Quanto lontano poteva arrivare. Quando finiva. È questo che mi fa tremare ancora adesso.»

Mi ha baciata, lento, profondo, con il suo sapore ancora sulle labbra.

Poi ha aperto la portiera dal lato del passeggero.

«Sali. Ti porto a casa.»

Mentre ripartivamo ho abbassato il finestrino e ho lasciato che l’aria fredda mi lavasse la faccia, il collo, il seno….ho guardato fuori, nella notte, e ho sorriso…sapevo già che non sarebbe stata l’ultima volta….e lo sapeva anche lui.

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