;

Addestramento al pompino

2 0

Sono brava, sì. Sono stata istruita a dovere.

Vuoi sapere come mi ha insegnato l’arte, che hai oltremodo apprezzato, di non dimenticarmi mai delle palle durante un pompino?

La prima volta è stato un gioco. Glielo avevo succhiato per un tempo che all’epoca mi pareva infinito, qualche minuto circa. Quando ho smesso per cercare la mia ricompensa, sono stata sculacciata. Una breve, intensa sculacciata erotica, con la sua voce ruvida che tuonava. “Non è mica un pompino quello. Ti sei dimenticata delle palle.” Mi ha rispedita al lavoro, dandomi direttive precise. E poi mi ha scopata, per il suo piacere. Mi ha portato al limite dell’orgasmo un paio di volte, per poi lasciarmi a bocca asciutta. Vuoi la verità? Mi sono anche divertita. Al punto che dopo qualche giorno ho volontariamente dimenticato di prestare attenzione a quel punto tanto essenziale. Sono stata punita, com’era ovvio. Ma non come avrei voluto. Nelle sue mani e nelle sue parole c’era molto meno erotismo.

Tuttavia è stata la terza volta, quella in cui ho imparato davvero la lezione. Mi ricordo bene ogni dettaglio. Era già passato qualche tempo dalle prime due, era un venerdì sera ed io ero piuttosto stanca e un po’ svogliata. Una di quelle serate in cui avrei voluto rimanere sul divano a farmi massaggiare i piedi. In quel periodo Lui mi stava addestrando, ad ogni comportamento parola o segnale corrispondeva una risposta precisa. Non avevo per niente voglia di fargli un pompino, ma dopo il segnale non potei far altro che inginocchiarmi. Gliel’ho preso quasi fino in gola, ho giocato con la lingua come sapevo piacergli, ma le palle me le ero proprio dimenticata. Lui no. Mi ha presa per i capelli, tirandoli fino a farmi alzare in piedi. “Ci siamo dimenticati niente, troietta?” flash nella mente, brividi lungo la schiena. “Scusi, Signore. Provvedo subito”. “Non serve, adesso”. Mi aspettavo una ritorsione immediata. Invece ha cominciato a baciarmi, a toccarmi, a farmi perdere la testa. Fino a farmi venire quella voglia che non credevo avrei potuto provare quel giorno. “Giochiamo?” era la sua domanda ricorrente. Quella che, dopo il mio “si”, gli permetteva di prendersi spazi e libertà inaudite. Avrei potuto, ma non sono mai stata capace di rispondere no, e quella volta non fu da meno.

Mi ha legato le mani alla testiera e le gambe strette all’altezza delle cosce ed oscenamente allargate, tirate verso i bordi del letto. E mi ha lasciata lì, per andare a versarsi un whisky. Negli occhi il luccichio malefico. Ha cominciato a far scorrere un cubetto di ghiaccio su di me. La solita scena trita e ritrita, lo so, lo pensavo anch’io. Invece. Mi ha posizionato un secondo cubetto sul clitoride, incastrato tra le labbra. Ha continuato a distrarmi, ghiaccio e baci ovunque. Nel momento esatto in cui ero totalmente in balia dei suoi gesti, è cominciata la tortura. Prima un colpo solo, forte e secco, proprio lì, sulla figa aperta e praticamente anestetizzata dal ghiaccio. Il dolore che mi ha provocato non è descrivibile. Stringo gambe ancora adesso, solo ripensandoci. Poi una serie di colpi, precisi quanto basta, con una metodica eccezionale. Senza ritmo, cosicché non potessi abituarmi al dolore ed interiorizzarlo. E le cose che ha detto per umiliarmi. Non le riporto, me ne vergogno ancora. Alla fine del trattamento ero un unico fascio teso di nervi e lacrime. Ha cominciato a leccarmela, versandoci sopra il whisky bruciante. Mi ha fatta venire. Un orgasmo di sofferenza, perché “così ti ricordi di essere solo una troia”.

Fu l’unica volta a non esserci una fine del gioco, quel momento in cui si esce dalla parte e si riequilibra il rapporto. Quella delle palle era, e probabilmente è, una regola da non contravvenire, mai, in nessun caso.

Lascia un commento

I racconti erotici di Milù DEVI ESSERE MAGGIORENNE PER POTER ACCEDERE A QUESTO SITO.