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Gli uomini di Alma – Cap. 5

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Incontro in solitaria

Caro Diario,

non ho avuto il tempo di scriverti, perché dopo l’ultima volta si sono succeduti molti “incontri ravvicinati” del tipo che piacciono a me. Non ho avutola possibilità di prendere fiato. So che sei curioso e non vedi l’ora di conoscere i dettagli. Ebbene, oggi posso dedicarmi a te in quanto ho le mie “cose” e devo sospendere gli esercizi fisici. Sai non è piacevole mettere in piazza certe situazioni intime, anche se lui, il mio Teo, avrebbe, comunque, voluto…provare. Gli ho opposto un netto rifiuto; tu sai come ci si sente sfasati e nervosi in questo “periodo”. Oltre tutto, m’ero un po’ stancata del pressing a cui ero sottoposta. Riprenderò dopo la pausa, con maggiore vigore. 
 
Sono in vestaglia con nulla addosso se non per la mutandina igienica con l’assorbente interno e così mi confesso a te che sei il mio silenzioso confidente. Devo raccogliere le idee un po’ confuse dagli eventi che cercherò di mettere in ordine per essere più precisa nel racconto che mi appresto a dedicarti. 
Dunque,…Sì! Per essere sintetica ti descriverò solo un incontro, quello con la figura chiamata “dell’angelo”. Devi sapere che abbiamo sperimentato molte fantasie in questo periodo e l’angelo è una delle posizioni basilari se si vuol eccitare il proprio uomo. Non è niente di particolare; un semplice bocchino praticato a lui che sta in piedi, mentre tu ti accoccoli davanti, prendendoglielo in bocca. Per lui è eccitantissimo, solo che può venire con estrema facilità, togliendo ogni appeal all’incontro. L’operatrice deve essere accorta a staccare la spina quando capisce che lo spumante è stato agitato fino al limite e non deve permettere che la bottiglia si stappi. 
 
Un attimo prima del punto fatidico deve resettare, calmare il soggetto, raffreddando i bollori,  e cercare un altro approccio. Determinante può essere uno schiaffo sul culo o un torci-palle, qualcosa che gli provochi uno shock inaspettato in modo da rompere il feeling e rigettare indietro il “flusso” che sta salendo. Per questo, ho sulle spalle anni di esperienza con mio marito e una forte sensibilità all’eccitazione maschile. Sbagliando, con l’applicazione e la buona volontà, ho imparato i tempi tecnici dell’intervento. Teo dice che sono una maga, ma è solo esperienza, e io ne ho tanta. Finito il succhione che gli stavo facendo, con il sapore di muschio che ancora avevo in bocca, gli ho offerto la mia buca per gli “espressi”, sì la patatina, la farfallina, come vuoi chiamarla. 
 
E così la farfallina ha cominciato a volare, agitando le ali come su un fiore. Aprivo e chiudevo le gambe, coronandogli la testa, mentre la sua bocca provvedeva a leccare e succhiare clitoride e quanto trovava davanti, annessi e connessi, causandomi infiniti scosse di godimento, lunghi e profondi. Vibravo tutta mentre gli tenevo fermo il capo perché non sfuggisse e gli venisse in mente di terminare troppo in fretta. Mi lasciò estenuata, ma non doma! Mi buttai sui suoi capezzoli mordendoli e succhiandoli a più non posso. 
 
Sembravo un’antropofaga intenta a strappagli le mammelle. Lui s’agitava sotto di me, vibrava,ondeggiava, si contorceva, senza sottrarsi. Cercava pietà, riducendo parzialmente l’effetto dei morsi più cruenti e dolorosi, ma non impediva che continuassi l’opera devastatrice, fino a lacrimare. Piangeva senza ritegno, senza un lamento, senza un frigno, non so se per il dolore o il piacere. A un certo punto ha emesso un suono rauco, profondo, gutturale che ho potuto interpretare come un: “Ahhh!Sìììì!…continua… ti pregooooo…!”. Piangeva come un vitello e si contorceva, ancorandosi tra le mie braccia, come un tonno preso nella gabbia della morte. 
 
Non so per quanto tempo abbiamo continuato, certo è che alla fine non aveva più lacrime. Mi ha abbracciata tenendomi stretta la testa sul suo petto e mi ha sussurrato: “Amoreee!Mi straziii!”.In quel momento non ce l’ho fatta più e mi sono rovesciata sulla schiena, come un coleottero con le zampe scalcianti verso l’alto, le cosce aperte ad attendere la pioggia d’oro di Zeus, invocando la manna dal cielo. Mi “sgrillettavo”, ordinando imperiosamente con voce arrochita dal desiderio: “Prendimi, prendimiiii oraaaaa….!”. 
 
Smaniavo fuori controllo, sbattendo la testa sul cuscino a destra e sinista, e stavo già per arrivare quando Teo è arrivato in soccorso, riempiendomi col suo fedele “Giannizzero”. Ebbi ripetute  sensazioni: che scavasse in profondità nella tana a bocca di lupo che gli mettevo a piena disposizione senza pudore alcuno; che cercasse qualcosa che non trovava; che lo spronassi a scendere più in fondo. Gli stringevo le reni con le caviglie incrociate sul dorso, rinforzando la spinta che si dava per continuare a penetrarmi meglio. Poi inarcò le reni, come se stesse in sospeso, attendendo di qualcosa che doveva inevitabilmente arrivare.  Stavo godendo! 
 
Dopo un istante di ritenzione che mi sembrò eterno, in cui sentivo che mi stava morendo tra le braccia, affondò nelle mie visceri. I suoi colpi micidiali esplosero di seguito, allagandomi, percolando nell’humus profondo. Il calore del seme si avventava fino nelle trombe di falloppio, mandando in giro i vitali emissari in cerca di fecondazione. Ma la barriera del cerotto contraccettivo mi avrebbe preservato da inopportune sorprese, collaborato dalla suppostina spermicida infilata al momento giusto nel posto giusto. 
 
Bevevo quel liquido spermatico con tutto il mio essere, mentre dilagava, penetrando in ogni spazio uterino, impregnando cartilagini, vene o arterie che fossero. Mi sentivo un vescicone pieno di siero. E più se ne versava, più ne contenevo e più ne avevo sete. L’irrefrenabile eretismo cardio-vascolare mi assordava le orecchie, battendo alle tempie la marcia d’amore. Il cuore pompava il sangue che affluiva al cervello e da questi  ritornava in circolo per tutto il corpo, rimestando l’intero organismo.
 
Senza fiato, senza parole, mi aggrappavo disperatamente alla roccia che il liquido elemento voleva strapparmi brutalmente dalle mani. Io mi reggevo e reggevo lui, che mi si abbandonava fra le braccia a corpo morto. Non sussultava più, non accennava a muoversi, neanche respirava. Lo strinsi al petto,gli occhi serrati, quasi piangendo. Finché non esalò una forte espirazione, riattivando i suoi circuiti vitali. Si rannicchiò in posizione fetale su di me, schiacciandomi, completamente fuori conoscenza. Io lo ammiravo commossa della sua dedizione che giungeva a farmi sacrificio della vita, anche se sapevo che non era vero, ma così avrei voluto. 
 

Provai forte il desiderio che continuasse a cavalcarmi a lungo, ma ebbi pietà dello stato in cui l’avevo ridotto. Mi limitai ad osservare il suo skyline, ormai ribassato, e continuai a fantasticare. Ah, caro Diario, quali sacrifici richiede l’amore!

Intanto mio marito è scomparso dalla mia vista. Preparativi estenuanti lo occupano.
Giorgio è arrivato al trentesimo giorno di depilazione. No, non è che sia rimasto per trenta giorni a farsi strappare i peli ad uno ad uno come un pollo. È solo che ne sono trascorsi trenta dall’inizio del trattamento. I risultati sono evidenti nelle zone trattate, che sono molte. Quindici giorni fa venne da me tutto gongolante:”Guarda come sono messo!” e, contento, si è scoperto il petto “Tocca, tocca!”. 

 
Era senza un pelo. Ho allungato la mano per passarla sulle mammelle e sui capezzoli. L’ho ritirata piacevolmente sorpresa.
“Eccezionale!” ero stupita “È una pelle morbidissima, da donna, direi…!”
“Hai visto, hai visto! E fino alla fine vedrai ancora…!” mi sorrise “Ora devo sottopormi al trattamento delle spalle e dell’inguine.” e mi fece vedere la folta vegetazione che scuriva il dorso, mentre s’abbassava le mutande per orripilarmi, è il caso di dire, con la visione del contrasto con la selva oscura che coronava il pene.
“Mi sembri un’arpia, col seno di donna e il resto coperto di penne.” risi.
“Ridi, ridi! Vedrai alla fine… se non sarò attraente di te!” e abbassò gli occhi. Sorrisi in maniera più contenuta e lo baciai sulla bocca:”La mia femminella!” lo lasciai dando un’occhiata di sfuggita all’uccello che aveva sollevato il capino al richiamo.
“Mi raccomando, non farti vedere stasera, ché verrà di nuovo Teo.” gli suggerii. 
 
Erano venti giorni che Teo mi curava col suo “ricostituente”, un vero toccasana! Non tutti i giorni, ma almeno un giorno sì e uno no, per dargli un po’ di riposo ogni tanto. Quando sto con lui mi sembra di cavalcare un mustang a pelo. Urlo come un’indiana assatanata sul suo cavallo pezzato. Lo controllo con le cosce nude, strizzandoglielo o consentendogli di penetrarmi profondamente. Me lo sento entrare nella carne come un vomere che rivolta la terra. Che sensazione sublime! 
 
Finché mio marito non si dichiarò pronto. Ero curiosa di vedere l’effetto che avrebbe fatto su Teo e se fosse riuscito a eradicarlo dai suoi principi anti gay. Nel frattempo c’era ancora un po’ di lavoro da compiere perché Giorgio, la mia Giorgina, come lo chiamavo, imparasse a truccarsi. E qui c’era la mia mano. Ero io la sua insegnante. C’era da ridurre le sopracciglie, per fortuna non folte, dare un garbo più dolce, ammorbidirle con creme emollienti e ritoccarne il disegno. 
 
La pelle del viso, diventata molto più elastica, non presentava più i peli della barba. Che meraviglia! Era una pelle femminile. I lineamenti erano più delicati, forse per via delle creme utilizzate, mentre per gli zigomi e per le mascelle, più forti di quelle di una donna, si doveva ricorrere al fard, ma l’avremmo curato in seguito.
 
I capelli, purtroppo, anche se lunghi, tradivano la mascolinità del soggetto, però avevano la fortuna di essere belli robusti, anche se un po’ ondulati. Avrebbero mantenuto meglio la piega. Un caschetto stirato sui lati sarebbe andato bene sia pure allungato sulle guance per arrotondare i lineamenti. Intanto Giorgio doveva sottoporsi a trattamenti per elasticizzare il capello e renderlo lucido. Opportunamente feci piazzare nella camera da letto degli ospiti, teatro prefissato dello spettacolo, uno specchio unidirezionale in policarbonato in modo che tutto quello che succedeva nella stanza potesse essere perfettamente visibile dalla camera accanto. Tutto questo mi costò una settimana di impossibilità ad incontri ravvicinati con Teo e col suo attrezzo, ma il gioco valeva la candela. 
 
Mi ero infervorata nei preparativi e ancora più lo era lui o lei, sì, insomma, la mia “femminella” in “transmutazione”. Si sentiva come una vergine che si prepara alla prima notte di nozze. Era…nervosa e mi chiedeva sempre consigli su come comportarsi. O meglio voleva sapere come mi sarei comportata io se mi fossi trovata nella sua condizioni, riconoscendo la mia esperienza in fatto di sesso. Eravamo tutti e due impazienti di vedere del risultato del nostro lavoro sulla cavia che, ignara, continuava a frequentarmi in assenza di Giorgio.
 
Arrivamo al termine del percorso che Giorgio era diventato uno splendore di femmina. Per l’ultima settimana non era più uscito di casa, indaffarato fra creme, bagni e maschere di bellezza. Andai io a comprargli la lingerie più sexy che potessi trovare. Per fortuna oggi giorno le misure contemplano anche donne alte come e più dei maschi e, pertanto, i negozi sono fornitissimi di tutte le taglie. Certo faceva impressione chiedere una 5^ di mutanda contro una 2^ di seno, ma tutto è possibile e i commessi capivano che non era per me. Non chiedevano se fosse per mia figlia per delicatezza. Servivano e basta. 
 
Pizzo nero traforato molto sexy! Acquistai una vestaglietta adeguata al metro e ottanta che misurava Giorgina. Mi assicurai che scendesse sulle gambe fino al ginocchio, in modo da dare l’effetto velato. È più eccitante. Una quarta di calze autoreggenti fumé andava bene, con adeguati reggicalze, tanto per guarnire. Non avrebbe avuto l’effetto dell’incavo dell’anca di una donna, ma poteva confondere Teo, se fosse stato assatanato. E già cominciava ad esserlo dopo una settimana che non mi vedeva. 
 
Mi chiamava al cellulare, i primi giorni con discrezione, una volta, la sera, per parlare del più e del meno.  Poi, cominciò a chiamarmi più volte, insistentemente, chiedendomi se e quando potevamo vederci. Lo cuocevo a fuoco lento, stimolando la sua fantasia che mi vedeva già fra le sue braccia. E, finalmente arrivò il momento dell’appuntamento. Inventai che mio marito doveva partire nuovamente il venerdì sera e sarebbe stato fuori per due giorni. Potevamo vederci per il fine settimana. 
Lui accettò di corsa. Poi, all’ultimo momento gli dissi che era venuta a trovarmi un’amica. E la descrissi come una femmina magnifica. In un primo momento si mostrò deluso, ma, quando ventilai l’ideai che potevamo farlo in tre e che era una bellissima donna, si mostrò cordialmente disponibile.
 
E giunse il giorno della “verdad”. Preparai Giorgio al meglio. Disegnai le sopracciglia come neanche il Beato Angelico avrebbe saputo dipingere. Passai al fard disponendolo verso il basso delle guance e stirandolo verticalmente verso l’alto per slanciare la mascella. Gli stirai i capelli tagliati a caschetto in maniera che le guance risultassero coperte, alleggerendo la mascolinità della mascella. Un tupé di colore castano rinforzò il cocuzzolo sempre un po’ sguarnito nei maschi più in là con gli anni. Ripassai le ciglia con il rimmel e la guardai ammirata. Dico: la guardai, perché era un bel bocconcino. Sembrava più giovane di me. Poi l’aiutai a vestirsi con la lingerie che gli, cioè, le avevo comprato e finendo alle scarpe a tacco 15. Si muoveva ancheggiando con una certa naturalezza come gli avevo insegnato. Era il mio gioiellino! Me ne sentivo orgogliosa. Ed ora… era pronta per la scopata.

La cavalcata (parte prima)

Era un stangona di quasi un metro e 95 con i tacchi, dieci centimetri più alta di Teo e venti più di me. Quella sera l’avevo preparata alla perfezione. Era splendida nella sua lingerie. Una pelle delicatissima, morbida al tatto! Gli consigliai di ripiegare l’uccellino nella mutandina, fra le gambe, e di tenerlo buono, tanto non era d’ingombro e sarebbe servito poco per l’occasione. Gli dissi: “Stai attento a controllare la voce. Parla in falsetto, se ti è possibile…”. Poi aggiunsi di portarla per le lunghe, di farlo arrapare ben bene prima di concedergli qualcosa. 

 
Il cellulare dette  tre squilli perché aprissi il portone a Teo. Lo immaginai mentre veloce scivolava all’interno, meglio evitare qualsiasi forma di esibizione. Baciai Giorgina sulle labbra, ricevendone per la prima volta una sensazione strana che non seppi classificare, e le augurai: “Buona fortuna!”. Ero sincera e felice per lui… per lei. Ero un po’ meno per me, perché si prevedeva che rimanessi in bianco quella sera. 
 
Mi presentai alla porta  vestita di tutto punto, come se stessi per uscire di casa. Feci entrare Teo baciandolo sulle guance, ricambiata da lui con un bacio sulle labbra che avrebbe preferito diventasse un french-kiss, se non fosse entrata al mio fianco l’amica Marcella di cui gli avevo parlato tanto bene. Come la vide andò su di giri. Volle baciare anche lei sulle guance. Giorgio, cioè Marcella, glielo permise, ritirandosi subito dopo per riservatezza. Euforico, Teo iniziò a chiacchierare a profluvio con lei, facendosi bello. Praticamente esisteva solo Marcella. Li pilotai 
 
Non so se, né quanto fosse dispiaciuto quando l’avvisai che dovevo andare via per risolvere una piccola scocciatura, capitata fra capo e collo. Lui disse:”Peccato, – distrattamente – ma Marcella resta? – incalzò con tono più interessato – Le faccio compagnia io?” concluse senza aspettare risposta. Credo che in cuor suo apprezzasse la novità. “Ti manterrò in caldo Marcella.” mi salutò, scherzando. 
 
Feci finta di uscire di casa, richiudendo la porta  e sgattaiolando, invece, nella mia camera da letto accanto a quella degli ospiti, mentre loro si sistemavano sul divano letto angolare, talamo perfetto, pronto per le offerte nuziali. 
Avevo la visuale completa dei due piccioncini dallo specchio a parete installato a divisorio fra le due stanze. La camera buia, in cui ero, veniva illuminata, oltre quella trasparenza, dalla luce riflessa della stanza dove tubavano i due piccioncini. 
 
Mi spogliai completamente per stare più a mio agio. Sul tavolino, avevo sistemato una serie di vibratori di varie dimensioni e fogge, allineati come strumenti in una sala operatoria. Quella sera mi sarebbero serviti salire forte su di giri, anche se in solitaria contemplazione per facilitare il feeling tra i due “nubendi”. La parete divisoria era coibentata perfettamente e la lastra di cristallo era doppia. Non trapelava un rumore. Era come assistere ad un film muto. 
 
Li vidi ridere e poi parlottare seduti sul divano. Lui le smanacciava le gambe e il petto, lei si ritirava, ma non troppo con calcolata maestria. Evitava toccamenti nel punto esiziale. Poi si baciarono lungamente. Vedevo lui che fremeva mentre le lingue s’incrociavano. Lei, Marcella/Giorgio, lo fece distendere sul letto e comincio a baciargli il petto. Teo si agitava sotto le sollecitazioni dei succhiotti sui capezzoli che gli praticava quella gran puttana. Poi, la zoccola gli mise la lingua nelle orecchie, rigirandola nel padiglione auricolare fino al condotto uditivo. 
 
Teo fremeva, completamente nudo con il giannizzero dritto davanti che puntava al cielo, come una potente contraerea. Mentre Marcella, ancora in guêpière e mutandina in pizzo, esperiva la sua abilità di manovra sull’asta. Adoperava tutta la concentrazione e sensibilità nel prevenire e misurare lo stato di eretismo dell’attivo. La stoffa non è acqua! E poi metteva in gioco la conoscenza diretta della materia, è il caso di dire. Si sa, occorre avere le mani in pasta per avere competenza nei segreti del sesso, ciascuno nel suo particolare “genere”.
 
Teo assecondava col corpo i movimenti che gli imponeva Marcella, tirandogli la pelle sul prepuzio per poi scappellare il glande, stendendogliela fino alle palle con movimenti continui. Andava in su e in giù, facendogli venire le vertigini. Finché Teo non ne potette più e si buttò a bestia fra le gambe di lei per coglierne il frutto desiderato. Ma non fece in tempo, perché lei, con la velocità di un lottatore di greco romana si chiuse in clinch. mostrandogli il sedere. Nella foga con cui aveva cercato di atterrarla, con l’asta che lo sopravanzava di venti centimetri, finì nella trappola che gli era stata tesa senza accorgersene. 
 
Infoiato come un mandrillo, finì in buca. Ma non era quella che si aspettava, anche se era egualmente calda e accogliente. Marcella/Giorgio ebbe un movimento riflesso in avanti, ma s’impose di assecondarlo, abbassando la schiena sul letto e dilatando quanto più poteva l’ingresso verso i suoi… sentimenti più intimi. Teo scivolò all’interno come su un toboga sulla pista da bob, concludendo la corsa con le palle che andarono a sbattere contro le chiappe dell’amica. 
 
Non si fermò e continuò a squassare l’apertura della povera Marcella che si prodigava a restare al passo che gli imponeva l’invasore. Si capiva che Teo godeva dello stringersi dello sfintere ad anello intorno alla verga che lo saldava al corpo di lei. Sudava e sfiatava. Sembrava un toro nell’arena di Pamplona e la “capote” del torero lo istigava a procedere verso la fine che meritava. 
 
Le anche di lui sbattevano ossessivamente contro le chiappe di lei che inarcava la schiena per contenerlo meglio. Teo buttò le mani sotto il ventre di lei e s’afferrò a quello che non avrebbe dovuto esserci in quel punto, a meno che non fosse sprofondato dall’altra parte. Ma ormai la corsa era in pieno svolgimento e non gli andava certo di ritirarsi. Continuò a dare acqua alle pompe e, intanto toccava ogni angolo del corpo di lei che s’era rivelata nella sua vera natura. 
 
Fece buon viso a cattivo gioco e procedette con maggior vigore e potenza distruttiva, mentre Marcella era diventata succube del macello che si stava perpetrando su di lei. Non che le dispiacesse, anzi collaborava attivamente, pur  avendo perduto il controllo della situazione.  Teo cavalcava imperterrito e piacevolmente stupito del meraviglioso corpo che stava squartando, le teneri carni che assaporava, il liquido colloso che colava appeso al tubicino attaccato al ventre della sua “dama”. 
 
Dannato finocchio! L’aveva fregato. Ma era felice di quella scoperta. Aveva assaporato meravigliosa esperienza. Notavo dal mio nascondiglio tutte le espressioni del suo volto, dalla sorpresa, alla rabbia, alla rassegnazione, al godimento e, di nuovo, alla comprensione verso quell’essere così delicato che aveva accettato di assecondarlo di buon grado. Intanto passavo ad infilarmi un vibratore dietro l’altro fino a godere anch’io, mentre lui arrivava nell’ano di mio marito. 
Mi sembrava di stare sotto di lui in quel momento. 
 

Cominciai a smaniare e a invocare di essere inculata al posto di Marcella, ma nessuno poteva ascoltare le mie preghiere. Finché non “venni” ripetutamente. I due amanti, ora, giacevano uno innestato nell’altro, senza forze. I violenti getti erano stati assorbiti da Marcella come una spugna ingorda. Teo, riverso sul dorso, a petto sollevato in alto, muoveva la cassa toracica come una fisarmonica, cercando di ossigenarsi, mentre Marcella, bocconi sul materasso, gambe spalancate, completamente afflosciata sulle mille pieghe del lenzuolo, emetteva sommessi lamenti, agitando il bastoncino fra le gambe che cercava di soddisfare per spillare vino dalla piccola botte.

Il gioco si fa duro

Caro Diario,

non ce la facevo più a sditalinarmi la passera che, inturgidita dall’incontenibile desiderio di essere posseduta, rifiutava i palliativi degli strumenti di cui ero abbondantemente fornita. Pretendeva di divorare carne pulsante come quella che, invece, sfrigolava sulla brace nella stanza accanto. Irretita da tale vicinanza mi sorpresi a correre scompostamente nel boudoir di Marcella nel tentativo disperato di raccimolare le briciole che restavano della baldanza di entrambi gli amanti.
 
Raggiunsi Marcella al centro del letto. Mi svaccai sotto di lei che, felicemente sorpresa, si acconciò su di me innestando lo spinotto al forno dove cuoceva la dolce mela cotta. Dilatavo con le mani la mia viola perché il suo archetto potesse interpretare le melodie che non vedevo l’ora si diffondessero nell’aria ardente di desiderio. Il suo flessibile era reso decente dai ripetuti innesti subiti nelle precedenti prove d’amore. 
 
Penetrò per intero nelle mie viscere. E più sentivo la sua presenza e più mi scosciavo, cercando di gustarne la sua interezza, assaporando ogni centimetro del caldo ardore. Intanto, provocavo Marcella, così vellutata, lisciando il suo culetto. Le aprivo le valve nel tentativo di raggiungere le profondità oltre lo sfintere. Allora che tastai qualcosa di estremamente duro che iniziava a penetrare la bardassa. 
 
Aprii gli occhi, che la frenesia del godimento mi aveva indotto a chiudere, e restai sorpresa della pronta ripresa di Teo che la stava montando con estrema violenza. Stava al ritmo che Marcella aveva preso nel penetrarmi. Così, mi sembrò di prendere due cazzi in una volta sola. L’odore dei maschi in calore mi solleticava le narici e penso che anche loro annusavano gli effluvi della mia carne che bruciava come su di una graticola.
 
Sembravamo incollati uno nell’altro. I movimenti all’unisono erano accompagnati dai miei miagolii rauchi, degni di una gatta in calore, mentre la mia Marcella sfoderava dei: “Sì,sì,sì…!” a ripetizione, incurante della tonalità grave della sua voce. Aveva, ormai, doppiamente ottenuto quel che voleva ed era al colmo della gioia. Teo, invece sudava, ansimava, s’affannava, gridando, a tratti, con voce rude, ringhiando per lo sforzo: “Prendilo, troia, prendiloooo….! Troia, vacca, puttana, tu e quella baldracca di tua moglie…!”
 
Il gioco era scoperto, ma non sembrava prendersela, infoiato com’era dal raptus coeundi che l’aveva indotto ad assalire la povera Marcella. Sfiatava come un toro infilzato dai picadores. Ad ogni assalto sussultava e schiumava. Allungai più che potetti le braccia, superando Marcella, e agganciai le mie mani alle chiappe di Teo. Accompagnavo la cavalcata, gridando a squarcia gola: “Ancora, ancora, ancora, ancora…!” 
 
Finché non sbrodai quel liquido giallognolo che, in casi veramente eccezionali, accompagnava il raggiungimento dell’estremo, giustificato orgasmo. Marcella s’era abbandonata come il prosciutto in un sandwich e stringeva le chiappe,da una parte, mentre la sua trivella, ormai di ridotte dimensioni, vagava, risucchiata dalla capiente vulva che captava, stringendosi e dilatandosi per succhiare il nettare residuo che la impregnava. Era felice, felice di perdere la testa come il maschio di una mantide religiosa dopo l’accoppiamento, e ancora di più di avere finalmente svuotato quell’enorme tubo di carne che gli si afflosciava ora, inutile ma ancora saldo, fra le chiappe.
 
Teo si lasciò scivolare in avanti sulla schiena di Marcella, schiacciando sotto di sé noi due, le sue concubine. E lì restò, sollevando e abbassando vertiginosamente la cassa toracica in cerca d’aria. Era quasi svenuto.

1 commento

  1. Bellissimo. Unica pecca: non si dice nulla della voce, elemento riconoscibile se non dissimulato

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