;

Gli uomini di Alma – Capitolo 9

279 0
 
 
Mi lasciai accompagnare dalla sua mano sicura fino all’orlo del letto. Flessuosa, mi adagiai sulla sponda e sedemmo l’una affianco all’altra. Profumava di un non so che. Non l’avevo mai sentita con quell’odore penetrante addosso. Annusai estasiata. 
“Eau de parfum Shalimar di Guerlain…” – pronunciò il nome di quella soavità in un soffio,mentre iniziava a girarmi la testa – “Sai che significa Shalimar?” – continuò senza aspettare la mia risposta – “Temple d’amur!” – aggiunse con enfasi, arrotando la erre di “amour”.
La delicatezza del mio Allien Thierry Mugler reggeva bene il confronto, ma io la preferivo, deliziosa fragranza al gelsomino. Tuttavia, l’aroma di Shalimar era eccezionalmente erotico. 
 
Seduti comodamente, cominciammo a limonare. Le bocche alla stessa altezza, mentre le labbra si impegnavano a sfiorarsi che più delicatamente non potevano. Puttana di Marcella! Ci sapeva fare quella troia. Una vera zoccola d’alto bordo. 
“Da chi hai imparato ad essere così troia?” – l’apostrofai, irriverente, recuperando per un attimo la lingua dalla sua trachea.
Sentii che la sua lingua che mi stava ispezionando la dentatura, costretta mal volentieri a uscire dalla mia chiostra, si ritirò celermente. Sussurrò alitando confidenzialmente il suo calore al mio orecchio: “Da te, Tesoro mio!”. Non potetti fare a meno di sorridere e, stuzzicata dal brivido che mi regalò quel fiato, riprendemmo con vigore. Sapeva come fottermi!
 
Il suo comportamento, però, mi sembrò piuttosto passivo, come se fosse ritrosa e questo mi spingeva ad assumere l’iniziativa; mi sentivo l’uomo della situazione. Un leggero senso di rivincita cominciò a invadermi il cervello. Una voglia irresistibile di sodomizzarla mi si ingigantì nel cuore. Solo che non avevo l’attrezzo da scasso naturale e dovevo ricorrere al marchingegno meccanico. “Aspetta.” – le dissi – “Intanto stenditi sul letto.” – e le mandai un bacio sulle dita. Veleggiai poco più in là, fino al mio comodino.
 
In bella fila si mostrò ai miei occhi la serie notevole di dildo che conservavo gelosamente, sempre efficienti e sanificati, pronti per l’uso. Scelsi lo strap on anale/vaginale per una penetrazione più soddisfacente per entrambi. Lubrificai ben bene i due prolungamenti al silicone pronti ad ancorarsi ad ambo i lati, penetrando nelle nostre carni. Infilai con accortezza il dildo vaginale, in modo che mi titillasse il clitoride, e fissai le cinghie al bacino. Ero pronta ad incominciare. Quindi, avanzai, ginocchioni sul letto col pene finto che mi ballonzolava davanti, fino a raggiungere Marcella che, intanto, si stava masturbando lentamente, più per gioco che per convinzione.
 
Giaceva a occhi chiusi e, quando capì che ormai ero sopra di lei, mi offrì le sue labbra, tumide di desiderio. Scattai in sequenza le foto del meraviglioso soggetto che l’occhio del mio obiettivo fotografico inquadrava e andai a inchiavardare le mie labbra sulle sue. Riprendemmo a pomiciare allegramente. Ormai tutti i reciproci doni erano porti su vassoi dorati e ciascuna di noi era la concubina dell’altra.
La feci ruotare di spalle e lei si prestò subito rialzando il culetto in modo da portarlo all’altezza del mio cannone in silicone.
 
“Piano tesoro…! Ti prego, non mi sfondare subito…” – si attardò a sussurrare, mentre con la mano fra le gambe guidava il  bastone nel posto delle “fragole”. Vidi le crespe dell’ano che si dilatavano piano, mentre il cono della trivella penetrava. Intanto lo sforzo che facevo nello spingere, agitava il dildo che dentro di me solleticava la clitoride. Era una goduria continua che centellinavo ad occhi chiusi. Marcella si apriva sempre più sotto di me, allargando le ginocchia e spingendo le anche contro il mio bacino per aderire all’attrezzo che la stava penetrando.
 
Era un susseguirsi di: “Dai, dai… scendi… Aspetta… sssssì! Così, Tesoro! Vai ora, vai, vai vai…”. Avevo avuto il suo beneplacito e potevo scatenarmi nella danza tribale che mi avrebbe portato all’orgasmo. Agitavo le anche sempre più freneticamente, mentre ad ogni colpo, ad ogni affondo del mio pene artificiale, provavo il contraccolpo nelle mie viscere. Lo strofinio sul clitoride e il rinculo dell’arma “letale” nella mia vulva, mi facevano desiderare l’incremento della velocità per raggiungere il parossismo che, da folle, rincorrevo.
 
Marcella, sotto di me, non sussurrava più. Era tutto un gorgoglio di vocali inarticolate, di soffi e di sbuffi, di tremori e sudori che imperlavano la sua pelle vellutata, aggiungendo alla situazione quel sapore di rancido che stimolava i miei estrogeni. Grondavo liquidi dalla fronte che mi colava sugli occhi, lungo le guance, mentre le mammelle mi ballonzolavano disordinatamente, imperlate di sudore; i capezzoli al vento bruciavano di desiderio, mentre l’addome si muoveva disperatamente, articolandosi avanti e dietro, obbedendo alle voglie che devastavano la mia anima in pena.
 
L’imperativo, ora, stava nel chiavare quella troia che si muoveva, provocandomi orgasmi ripetuti che non accennavano a diminuire, accompagnando i moti peristaltici dell’ultimo tratto del suo intestino. E più mi muovevo e più la clitoride scarciofava, eccitata dallo sfregamento del dildo. Le mie mani che tenevano stretto il bacino di Marcella scesero alla ricerca del suo flessibile che si estendeva ad arare col glande il lenzuolo. Dal robusto attrezzo tubolare scolava liquame in abbondanza come un’autobotte che versa illegalmente materiale di risulta sui bordi delle strade di campagna, illegale sversamento sul mio letto. Mi imbrattai le mani col suo sperma colloso. Per ripicca infilai le dita nella bocca di Marcella e gliele feci leccare tutte, con suo gran gusto.
 
Non so quante volte saltai attraverso la porta della lussuria nel vuoto libidinoso della mia concupiscenza per raggiungere i picchi più alti dell’orgasmo. Non so quante volte mi ritrovai a sfondare completamente l’ano di Marcella solo per riceverne il maggior beneficio dal dildo ch mi sfregava il citoride, avanzando e ritirandosi nella vulva. Finché Marcella, con voce rauca, esausta, non mi gridò: “Basta, Teoro… ti prego…!” accasciandosi come una pezza consunta sotto i miei poderosi fendenti.
 
Allora, slacciai le cinghie che mi serravano il pene all’inguine, estrassi il gingillo vulvare che mi comprimeva l’addome e libera da quello strumento di tortura mi detti a masturbarmi, infilando prima due dita nella mia “natura” e poi, cercando di dilatarmi il più possibile, affondai la mano a pigna. Agitai il tutto come un frullatore e un getto liquoroso uscì d’improvviso dal pozzo trivellato.  
 
Era il decimo o undicesimo orgasmo che raggiungevo! Poi crollai supina quasi incosciente.
 
   

Lascia un commento

I racconti erotici di Milù DEVI ESSERE MAGGIORENNE PER POTER ACCEDERE A QUESTO SITO.