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L’aria rarefatta e ancora umida di notte si lascia riscaldare piano dai raggi del sole; piccoli sbuffi di vapore si rincorrono sul prato in un quasi silenzio che sa di lento e compassato risveglio.
Gli uccellini intonano la canzone del dì di festa, finalmente liberi dai rumori opprimenti del traffico, finalmente fieri di intrecciare con le loro rotte i versi dei poeti, volteggiando intorno a una campana che, da qualche parte, sta di certo danzando i suoi rintocchi. Ma quanto è bella la domenica mattina?
Benedizione settimanale dei giusti, comunione universale per lavoratori di colpo più leggeri e spensierati che sbadigliano, beatamente, in pigiami ancora sgualciti dal letto, preparandosi a una cerimonia collettiva di vitale importanza.
No, non scherziamo, con tutto il rispetto ovviamente ma non parlo certo della funzione mattutina che si tiene nelle chiese.
Per qualcuno sarà anche il “giorno del signore” questo ma, per tutti, anche per quelli che non sentono il bisogno di invitarlo in casa propria, c’è un altro rito, squisitamente laico e altrettanto immancabile: il pranzo di famiglia.
Un tipo diverso di messa se vogliamo, con la stessa abitudine di offrire pane e vino, a cui però è doveroso aggiungere almeno un primo piatto “corposo”, un secondo “dignitoso”, un paio di contorni, di solito patate al forno e verdure, con le prime che sono sempre troppo poche e le seconde che di sicuro faranno da avanzo buono per la cena. Per finire (o per morire), un vassoio di pasticceria mignon, così dolce e colorata da infrangere qualsiasi limite di sazietà, facendo in modo che, per gli intestini particolarmente pigri, saranno necessari poi almeno tre giorni, prima di risorgere.

Migliaia di case in fermento già dalle prime luci dell’alba, tra forni e fornelli, una produzione a ciclo continuo di prelibatezze che zittiranno i commensali vestiti a festa facendo bella mostra di sé sulle tavole imbandite.
Così è ovunque, così è anche qui, nella casa in cui Michela, da qualche anno ormai, vive insieme a Filippo. Fidanzati, compagni, conviventi, ogni definizione è buona purché si eviti di sgranare le insopportabili litanie che girano intorno a un’unica domanda: ma perché non vi sposate?
La discrezione in casa d’altri è obbligatoria, c’è sempre il rischio di sentirsi rispondere: ma perché non ti fai i cazzi tuoi?

La tavola è apparecchiata per sei, la coppia di casa ovviamente e l’armata a quattro dei rispettivi genitori, affamati, che si sciolgono in un “ooohhh” di ammirazione mentre Michela, con un grazioso vestito a fiori, serve a tutti la prima sontuosa pietanza fumante: le lasagne al forno.
Un vero e proprio azzardo, perché quella è una ricetta che richiede sapienza di donna e le due signore, lì davanti, sono già pronte a valutarne il risultato con dovizia da improvvisati giudici di Masterchef.
Da qui in poi è uno spettacolo arcinoto, con la suocera che osserva, sottolinea, punzecchia in continuazione, cercando invisibili difetti con cui ribadire che suo figlio, quando viveva ancora sotto le sue ali, veniva nutrito come si deve ed è stato abituato a cibi sani e gustosi.
A farle da contraltare ci pensa l’altra madre, ribattendo a ogni frecciata perché sa, fin troppo bene, che ogni critica a sua figlia è in realtà rivolta alla sua persona.
Gli uomini si limitano a darci dentro con le mandibole, riempiendosi l’un l’altro il bicchiere tra chiacchiere assolutamente inutili, di cui a nessuno importa un bel niente.

È il momento fatidico del primo assaggio, a cui, nell’ordine appena descritto, arrivano puntuali i commenti affilati del duello tra consuocere.

«Tesoro, è buona ma.. la pasta.. come l’hai fatta? Quante uova ci hai messo?».
«Una a persona, giusto? “Noi” in famiglia abbiamo sempre fatto così!».

«Lo sapete che in Emilia le lasagne le fanno verdi? Mettono gli spinaci, nell’impasto..».
Questo è invece il padre di Michela, da quando ha iniziato a rincoglionirsi coi programmi di cucina è diventato una sorta di esperto gastronomo, sempre pronto a dire la sua, anche quando nessuno gliela chiede.

Filippo e suo padre invece, sembrano come sempre seduti a un altro tavolo, parlano di calcio ovviamente ma più che una discussione la loro pare un’esibizione di luoghi comuni e apparentemente incomprensibili. La Juventus che gioca bene, o forse male, il modulo che sembra non essere adatto ma non si sa bene per cosa, l’arrivo di un nuovo allenatore, criticato aspramente perché pare sia troppo allegro ma è comunque molto meglio del pirla dell’anno scorso.
Boh!

Michela mangia e non dice niente, sa bene che a infilarsi fra le due signore rischierebbe di vederle improvvisamente allearsi, contro il nemico comune dell’inesperienza di gioventù.
Potrebbe dirglielo, certo, raccontare che stamattina si è alzata presto, per sistemare la casa e fare quella pasta, mentre il suo fidanzato dormiva ancora beatamente nel lettone.
Che proprio lì, nella stanza in cui stanno mangiando, si è ritrovata sola, con indosso la tuta della domenica e il grembiule, a darci dentro con le uova e la farina, un occhio sul ragù e l’altro verso l’arrosto chiuso in forno. Così tante cose da fare, l’orologio che corre, di colpo si è fatto tardi, il tempo di cuocere la pasta sognando già una beata e doverosa doccia.
Potrebbe dirgli di quando poi il bambinone si è finalmente alzato, ha mosso passi per casa con la sola esigenza di andarsene in bagno.
Lo scarico dello sciacquone seguito da uno sbadiglio, fino a percepire la sua presenza dietro le spalle, come un gatto sornione che tenta un agguato, si avvicina di soppiatto e le si appiccica sul culo.

«Buongiorno!» ha detto lei, sentendosi rispondere solo da un mugugno, un respiro sul collo e le mani che vanno ad appoggiarsi sulle sue, danzando poi insieme nell’impasto, un po’ come nella famosa scena di Ghost.
«Stai buono..» gli ha detto una prima volta, mentre le manone ormai infarinate hanno iniziato ad andare alla cieca, sporcandola ovunque, infilandosi poi sotto la maglietta, evidentemente vogliose di una colazione fresca e nutriente, magari frutta sì, magari un bel paio di meloni.
Lì la ricerca si è fermata, diventando quasi ispezione, verifica dell’assenza del reggiseno, soppesatura di carne, liscia e morbida, fornita di due grossi bottoni che non puoi non iniziare a strizzare con le dita, riempiendoli di farina.
«E stai.. buono..» ha dovuto ribadire lei, sgusciando via dalla morsa, consapevole che la distrazione dall’impasto avrebbe potuto compromettere tutto il pranzo.

A questo pensa Michela, guardandosi attorno, rivedendosi con la maglietta ormai in disordine, deformata dai bottoni evidentemente turgidi, sensibili alle ispezioni mattutine; le immagini del prima si sovrappongono a quelle del presente ma di certo, non sono cose che puoi raccontare ai tuoi genitori o peggio ancora ai tuoi suoceri.

«Forse è il ragù? Mi sembra un po’.. strano.. che ci hai messo dentro?».
«”Noi” ci mettiamo sempre dei chiodi di garofano, gli danno davvero un buon sapore!».

Il ragù, certo, lo stesso che la padrona di casa ha iniziato a preparare ieri, lo stesso che, stamattina, riposava sui fornelli, ormai freddo, preda fin troppo facile per un gattone appena sveglio e già affamato che, con incredibile naturalezza, ha sollevato il coperchio, annusato quanto basta per infilarci poi dentro due dita e iniziare a succhiarsele.
«Lascia stare il sugo!» ha dovuto dirgli lei, guardandolo, realizzando solo in quel momento l’ovvia presenza del suo culo nudo. Perché la domenica mattina sa anche di libera intimità, dormi senza mutande e ti alzi allo stesso modo, godendo il lusso di andartene in giro per casa con le chiappe al vento.

«Caffè?» è stata la prima parola che gli è uscita di bocca.
«L’ho fatto stamattina – ha risposto lei – puoi scaldarlo».
Ma anche accendere un fornello può essere impresa titanica per un uomo assonnato, meglio sedersi su una sedia, a cosce larghe, così che anche il resto della mercanzia sia ben visibile.
Il gesto poi, riassunto intero di mascolinità, la mano che arriva fra le gambe e si esibisce in una veemente ravanata di coglioni.
Pensa a dirglielo ora, signora sa che suo figlio stamattina era seduto proprio lì al suo posto? Sa che a un certo punto ha iniziato a toccarsi il cazzo, con le mani ancora sporche di ragù?
Adesso magari le è chiaro perché mi sono un tantino distratta nel fare la pasta?
Perché, non so lei, ma il vedere quelle carezze, quelle dita che lo afferrano e giocano a farlo rimbalzare con il solo intento di provocare, beh, non è che proprio non mi facciano effetto.

Michela ci ha provato, gli ha concesso giusto un sorriso malizioso per poi tornare a concentrarsi sulla pasta ma, anche solo stringere il mattarello fra le mani, ha assunto un nuovo significato.

Poi ovviamente ci si è messo anche lui, che si è alzato di nuovo in piedi, camminando apparentemente innocuo per la cucina, le mani dietro la schiena e un’erezione fra le gambe di quelle che sembrano benedette dalla luce del mattino.
Qualche passo, fino a finirle di nuovo dietro, a distanza di circa venti vigorosi centimetri, per poi bussarle delicatamente fra le chiappe, con qualcosa di duro e legnoso.

Signora mia, lo capirà anche lei che, a quel punto, Michela si è voltata, con uno sguardo di rimprovero davvero poco convinto.
Ha abbandonato il fido mattarello e con la stessa identica presa gli ha afferrato saldamente il cazzo, ormai convinta che non l’avrebbe più lasciata in pace se lei non avesse trovato un modo differente di dargli il buongiorno.
È successo proprio qui, a un passo dal tavolo, occhi negli occhi e la mano che scivola, sapienza di donna che sa addomesticare le esigenze di un maschio.
Le bocche che si sono avvicinate, fino a mangiarsi l’un l’altra in un bacio, fino ad assaggiarsi la lingua, senza più riuscire a fermarla.
Ma c’era tutto un pranzo da preparare, il poco tempo impone soluzioni drastiche ma non per questo spiacevoli.
Ad esempio inginocchiarsi di fronte al tuo uomo col suo mezzo pigiama e infilargli la faccia fra le cosce.

Ah, il dolce profumo del cazzo della domenica mattina, quello sì, è un odore che sa di casa. Come fai a non schiudere le labbra, in un gesto di vera comunione, lasciando che lui ti scivoli in bocca, succhiando sapore caldo di letto e di lenzuola, concedendogli anche il lusso della mano che si posa sulla testa e spinge, che col tuo uomo puoi mostrarti davvero libera di ogni cosa.
Le orecchie tese verso i fornelli, a cercare conferme che tutto, nel frattempo, stia procedendo per il meglio. I gemiti animaleschi di lui, che freme fra le sue labbra, coccolato dall’incantesimo meraviglioso di un pompino, che certe cose non te le insegnano mica, non si tramandano da madre e figlia o almeno non lo so, forse non voglio saperlo.
L’unica cosa certa, dogma nei secoli è che, a continuare così, quel cazzo duro avrebbe presto riempito la bocca di quella donna in ginocchio.

«La besciamella! Forse è quella ad avere un sapore insolito.. ci hai per caso messo la margarina?».
«A me sembra vada benissimo, sa proprio di burro!».

«Artusi la chiamava “barsamella” – interviene l’esperto di cucina – e a differenza di quello che si crede non è affatto francese, è nata in Italia!».
Eccolo, il tempismo dei maschi, talvolta particolarmente azzeccato, bisogna dirlo.
Lo stesso tempismo con cui Filippo, stamattina, ha interrotto quel lavoro di bocca, costringendo la sua donna ad alzarsi in piedi per un nuovo bacio al sapore di cazzo.
Con mani di nuovo frenetiche le ha abbassato i pantaloni, infilandone poi una tra le cosce, trovandoci altro liquido piacere, iniziando a inzupparsi le dita con fare da tortura, di chi si incaponisce a volere molto più di un pompino, pur se fatto con vera maestria.
E che gli vuoi dire a quel punto? Tanto vale lasciarlo fare, lasciarsi sditalinare annaspando eccitazione, che la voglia di scopare è facilmente contagiosa, magari il tempo di una sacrosanta sveltina, dai, giusto quella, prima di tornare all’acqua che già bolle.

Ma l’organizzazione del pranzo domenicale richiede attenzione, ci sono troppe cose a cui pensare, l’arrosto ad esempio, che iniziò a colorarsi troppo, emanando un minaccioso odore di bruciato e di suocera insoddisfatta.
Michela trasalì, sfuggendo a quel nuovo assalto frontale, si precipitò saltellando davanti al forno, con ancora i pantaloni abbassati fino alle caviglie.
C’è poco da sorprendersi se lui, a quel punto, ritrovandosi a guardarla da dietro, mentre si piega a controllare la cottura spingendo in fuori il culo nudo l’abbia di colpo raggiunta, si sia inginocchiato a sua volta, iniziando a inventarsi un nuovo tipo di colazione.
Vai a dirgli che non ti sei ancora fatta la doccia, vai a dirgli che forse non è il caso, vaglielo pure a dire, ma, conoscendolo, rischieresti solo di aizzarlo ancora di più.
Con quella grossa lingua, che assaggia, lecca, accarezza ogni cosa che si ritrova davanti, risale schiudendo le labbra, ci entra dentro, a fottersela, lasciando che anche lei si trasformi in gatta miagolante, con le mani poggiate sul forno a dimenare i fianchi, giusto il tempo di abbassare la temperatura e poi lasciarsi divorare.
Quella lingua, proprio lei, che poi risale ancora, attraversa quei pochi centimetri in cui si misura l’ampiezza del paradiso, in un continuo umido solletico che sale, più su, fino a puntare dritta verso il suo buco del culo.
Davvero vuoi fermarlo ora? Perché piuttosto non ti fai i cazzi tuoi e lo lasci stare?

«Tesoro, scusami se insisto, ma forse è la cottura.. quale ripiano del forno hai utilizzato?».
«Hai fatto come ti ho detto io, no? Prima sotto e poi sopra, per farle fare la crosticina, giusto?».

«Ma certo» risponde Michela al doppio interrogatorio, si volta un attimo a guardare suo padre, intento a cercare qualcosa sul telefonino, forse una nuova preziosa citazione culinaria, poi suo suocero, che agita la forchetta, adirato con un tizio, no, forse due, tali Cristiano e Rolando, che sembrano aver fatto qualcosa di particolarmente grave, non si sa se a lui solo o al mondo intero.
Infine si volta a guardare il suo fidanzato, occhi negli occhi e una tacita intesa, su ciò che solo poco fa è successo in quella stessa stanza.

La lingua, certo, eravamo arrivati lì, poco prima che lui si alzasse in piedi, e iniziasse a fare lo stesso percorso col cazzo: le labbra, ormai fradice, entrarci dentro, solo un po’, solo per sentirla miagolare; poi ognuno di quei centimetri benedetti, oltre cui c’è di più, qualcosa di più alto e più intenso del regno dei cieli, una porta verso l’infinito.
Perché, suvvia, ogni coppia ha il sacrosanto diritto di inventarsi il proprio modo di intendere il piacere e se davvero qualcuno lo giudica indecente, o peggio ancora immorale, la risposta è sempre quella: fatevi i cazzi vostri (a cui è il caso di aggiungere) che a farmi il mio ci penso io.
Quella grossa cappella arrossata che spinge, si fa strada e si fa largo, il corpo che preme, avanza, lentamente, un po’ alla volta, che è come sentirsi risucchiare, per lui, mentre per lei, non c’è dubbio alcuno che, quello, sia proprio sentirsi inculare.

Adesso sì che è impossibile tentare di fermarli, adesso che i commensali trascinano scarpette di pane nei resti del ragù e nell’aria aleggia ancora il ricordo di una donna che urla, lasciva e appassionata ma, visto che siamo in casa, si può tranquillamente dirla una splendida troia innamorata, che in questi momenti per giunta le piace, basta sentire come lo incita, dicendogli delle cose che sarebbe davvero impossibile ripetere ora, davanti all’armata dei quattro.
Puoi giusto guardare il forno e visualizzarci sopra le mani che si aggrappano forte, puoi ricordarti di quei colpi di carne che picchia contro la carne, di fianchi stretti in una morsa e bestemmie domenicali, di una cavalcata che si fa furiosa e sbatte in giro per la cucina, di mani che schiaffeggiano le natiche, lasciandoci sopra impronte di farina, puoi, infine, guardarti il vestito a fiori, nell’elegante posa di donna seduta a cui il culo fa ancora un po’ male eppure, le viene una gran voglia di ridere.

Per fermarli, in quel momento, ci sarebbe voluto altro, qualcosa che ha a che fare con lo smarrimento del tempo e un campanello che suona.

Il panico, nello sciogliersi da quell’incastro meraviglioso, con la paura che qualcuno abbia sentito le urla, ricordando che abiti al primo piano, dividersi i compiti in assoluto silenzio, mimandoseli a gesti, tu vai a farti la doccia che io vado a vedere chi è.
Tutto in pochi istanti, senza avere il tempo di reinventarsi il battito del cuore, tirarsi su i pantaloni, aprire la porta coi capelli appiccicati alla fronte e ritrovarseli davanti, tutti e quattro, armati di pasticceria mignon e domande di circostanza.
Lasciarli entrare, spingerli in salotto perché la cucina, proprio no, è assolutamente off limits in questo momento, stavo.. preparando e non voglio che guardiate, deve essere una sorpresa!
E così, mentre il suocero accende la tv per guardare l’anticipo di campionato, mentre sua madre la rimprovera con lo sguardo per essersi fatta trovare così in disordine, chiudersi la porta alle spalle e constatare che in quel disastro di sodomizzazione interrotta non c’è un cazzo di pranzo da servire.
L’impasto è diventato duro come un sasso e l’arrosto è ormai passato a miglior vita.
Calma, sangue freddo, capacità di improvvisazione, sistemare alla bell’e meglio, apparecchiare la tavola, andare poi in bagno che una doccia è assolutamente necessaria visto l’alone di sesso che si porta dietro.
Incrociare lui che esce dal box con quel bel cazzo che ancora pende fra le gambe, ricordare dove ce lo avevi fino a poco fa, scuotere via i pensieri e dargli istruzioni su cosa fare.

Filippo che riappare poi in salotto, lavato e profumato, dispensa baci e abbracci prima di annunciare che deve uscire, sì, ha dimenticato qualcosa, il vino! Faccio un salto al supermercato e arrivo subito.

Quando anche lei riemerge dalla camera da letto sembra essersi trasformata, le scarpe eleganti, le calze, il grazioso vestito a fiori e i capelli, spazzolati a dovere e ora decisamente presentabili.
Rilassata e sorridente chiede a tutti un po’ di pazienza e poi si chiude a chiave in cucina, iniziando a scrutare la finestra con impazienza.
Come un ladro il suo ragazzo torna dopo un quarto d’ora infinito, si arrampica sul muro di casa e le passa due buste con il logo della rosticceria.

Un ultimo lungo sospiro e poi tutti in tavola, la coppia di casa ovviamente e l’armata a quattro dei rispettivi genitori, affamati, che si sciolgono in un “ooohhh” di ammirazione mentre Michela serve la prima sontuosa pietanza fumante: le lasagne al forno.
I commenti della suocera e le risposte di sua madre, gli interventi stellati di suo padre e quelli da novantesimo minuto di suo suocero.
Tutto fila liscio, con alcuni trascurabili momenti di impasse, come quando qualcuno chiede «Che c’è per secondo?».
«Ho fatto l’arrosto..» dice lei ma Filippo la corregge subito «..il pollo.. il pollo arrosto!».

Un altro pranzo domenicale volge al termine, in questa e tante altre case, un pasticcino, poi un altro, nonostante la sazietà.
Il tempo di accompagnarli tutti alla porta e rimanere soli, finalmente, con la tavola da sbarazzare e le verdure avanzate già pronte per la cena.
Filippo ha una gran voglia di togliersi quella camicia e indossare qualcosa di molto più comodo ma, quando vede la sua compagna seduta sul tavolo, ha come l’impressione che ci sia altro a cui pensare in questo momento.
Michela lascia cadere le scarpe a terra e dondola i piedi nudi, avvolti dalle calze. Le gambe larghe e una mano ad abbassarci la gonna in mezzo.
Negli occhi, accesi, l’esigenza di riappropriarsi dell’intimità bruscamente interrotta. La prepotenza di un tacito doppio senso che sta lì a dichiarare “mi sono fatta il culo stamattina, pretendo la mia ricompensa, adesso”.
Lui si avvicina e già fa le fusa, lei si stende sul tavolo e allunga le gambe, iniziando ad accarezzargli le labbra con le dita del piede.
Filippo apre la bocca per morderle, mentre le sue mani da maschio raggiungono la caviglia, iniziano a scivolare risalendo lungo la gamba indorata dal nylon. Quando arriva a infilarle sotto la gonna si blocca, colto da piacevole sorpresa, la balza in pizzo è proprio quella di un paio di bellissime autoreggenti.
Sorrisi d’intesa e guanti di sfida per un nuovo imperdibile duello «Vuoi ancora un po’ di dolce, per caso?» dice lei, premendosi la gonna fra le cosce in un modo decisamente inequivocabile.
Solo adesso lui smette di ciucciarle il piede e si inginocchia, infilandosi sotto al vestito a fiori.
Che bello è, quando le sorprese non finiscono mai, quando dopo la domenica ne arriva subito un’altra, come annusare un paio di cosce, strofinarsi sul bordo ricamato delle calze e affondare di più, ritrovandosi davanti agli occhi un gran pezzo di fica, completamente nuda.
Sono cose che ai genitori di certo non si possono dire, aver trascorso tutto il pranzo con un altro piatto caldo e succulento, già pronto al servizio per un solo fortunato commensale.
Un dolce che, viva dio, non dà mai alcun problema di digestione.
C’è solo da aprire la bocca e respirarne l’odore, ancora fresco di doccia ma già caldo di umori, baciarle le labbra, assaggiarne la morbidezza, liscia e delicata. Penetrarla poi con la lingua e iniziare a darci dentro, come a pennellarla, dal basso verso l’alto e poi alla rovescia, modulare il ritmo, le lente carezze e gli improvvisi frenetici sfarfallii, in una dolcissima umida tortura, tra il ricordo di lasagna e i lamenti di una donna che frigna. Fermarsi poi lassù e accanirsi su quel piccolo bottone prepotente, che sembra sfidarti la lingua in una gara turgida, punta contro punta. Mentre le manone raggiungono i pantaloni e ne tirano fuori un cazzo che è a digiuno da stamattina, lo toccano, lo masturbano, seguendo il ritmo della bocca così che sia comunque anche quello, un modo di scopare.
Immerso sotto la gonna, lasciandola libera di godere e dimenarsi, fra i piatti ancora sporchi, senza probabilmente pensare che, quello, era proprio il posto dove era seduta sua madre.
I sussulti poi, i colpi di bacino che gliela sbattono sulla faccia, come a volerne di più, come a sentirsi finalmente libera, finalmente fiera, di afferrare la tovaglia con le mani, stringerla, gridare forte e venirgli in bocca, schizzandogli la faccia, in un modo così bello e selvaggio che neanche i versi dei poeti hanno mai saputo raccontare.

Ma quanto è bella la domenica, di pomeriggio. Con tutta quella spossatezza digestiva, quell’indecente stato di pigrizia che ti invita a rinviare tutto a più tardi, i piatti da lavare, il vestito buono da rimettere a posto, prima che si sporchi, e infilare al più presto qualcosa di molto più comodo.
Magari ti concedi una scopata ma senza troppa fantasia, giusto per non perdere il vizio, una di quelle che fai senza neanche spogliarti, coi segni del cuscino in faccia e i capelli in disordine, una scopata per niente memorabile, uguale a tante altre, in tante case diverse.
Migliaia di corpi che si cercano, in un rito collettivo di sbadigli e orgasmi al sapore di caffè; due coccole, qualche carezza e una serie da finire su Netflix.
La regola vuole che il sesso di domenica non sia mai speciale, per niente trasgressivo, d’altronde, si sa, è il giorno del signore e se per caso il vicino ha deciso di invitarlo a pranzo potrebbe essere scortese, lasciarsi andare ai piaceri laidi e schifosi del corpo.
No?

Guarda quei due, ad esempio, sono ancora lì; lei distesa sul tavolo che rantola gli echi del suo orgasmo graffiandosi i vestiti sul corpo e lui, che la guarda, toccandosi nervosamente fra le gambe.
Vuole la sua parte, certo, ma sa che deve aspettare il suo turno, sa bene che tra poco lei, col respiro ancora a singhiozzo, si volterà a guardarlo, stringendosi un dito fra i denti, con le guance arrossate e una scintilla di minaccia negli occhi, come a dire: vieni qui, cazzo.
Sarà proprio a lui infatti che si rivolgerà, perché Filippo sa anche che, da quel momento in poi, il suo ruolo sarà semplicemente quello del portatore, di cazzo.
Perché di colpo, ora, diventa tutta una cosa fra lei e quel grosso pezzo di carne.
Lo fissa, con certi occhi, lo ipnotizza lasciando che si avvicini e, quando la distanza è quella giusta, tira fuori la lingua per assaggiargli golosamente la cappella, ancora un po’ di dolce, sì, un tantino sapido ma lo prendo volentieri, grazie.
Una leccata, avida, poi un’altra, un’altra ancora e poi un bacio, sporco, tenero e sporco, con labbra morbide che si schiudono, lasciando che il cazzo ci scivoli dentro.
La prima succhiata produce uno schiocco, così che la bocca si apra e un filo di bava la leghi alla carne pulsante.
Un sorriso che è solo di gioia prima di allungare la mano e afferrarlo, iniziando a masturbarselo sulla bocca, che non è neanche un pompino quello e forse nessuno si è mai preso la briga di dare nome a una cosa del genere. Una pippa a fior di labbra, ecco cos’è, dolce inventiva che obbedisce al solo istinto, lasciarlo scivolare sulla saliva senza smettere di sbaciucchiarlo, aumentare il ritmo della mano sbattendosene altamente dei versi che arrivano da lassù. Fissarlo con occhi curiosi e impazienti, occhi da troia innamorata del proprio cazzo, quasi implorante per quella meravigliosa esplosione che ora arriva a innaffiare la domenica, sul viso, sugli occhi, sui capelli e sul vestito, schizzi di sborra come fosse spumante buono per accompagnare un dessert. Proprio lì, dove solo poco fa era seduta quella cara dolce rompicoglioni, sporcando i piatti e quel che resta del pranzo di famiglia, scoppiando infine a ridere, fra gli ultimi baci e altre leccate goduriose, come a dire stia tranquilla signora, mi prendo io cura del suo bambino, adesso.

Questo racconto è dedicato a mia suocera.

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Autore Pubblicato il: 3 Maggio 2022Categorie: Erotici Racconti, Racconti Erotici, Racconti Erotici Etero0 Commenti

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