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Regina di Picche – Atto III

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Atto III – Il ventre e l’anima

Valeria scambiò una rapida occhiata a sfidare il buttafuori, che sicuramente aveva riconosciuto il suo fondoschiena, a giudicare da come l’aveva nuovamente inseguita con lo sguardo mentre entrava al “Villaggio”.

Si tolse la lunga giacca nera che la proteggeva più velocemente che poté, quasi ad evitare di cambiare idea. La consegnò con gli occhi bassi alla guardarobiera, insieme alla tessera da associata.

Aveva perso tutta la sua baldanza e aveva paura adesso, tanta paura. Perché Fabio era nel parcheggio, lei era sola e presto avrebbe affrontato il suo demone in un salto senza più rete di protezione.

Le sale interne erano buie come nei suoi ricordi, non abbastanza però da oscurare il candore del suo miniabito stretch bianco latte, comperato il pomeriggio stesso in un locale di abbigliamento per cubiste. A suo modo era già stata una vittoria quell’acquisto, dacché solo entrare in quell’emporio e acquistare un capo di quel tipo sarebbe stato impensabile per la seria Valeria di poche settimane prima.

La sua schiena era completamente nuda mentre sul davanti due drappi di stoffa, che risvoltavano unendosi dietro al collo, le coprivano a stento i seni, lasciati liberi di provocare complici i capezzoli turgidi d’emozione in chiara mostra attraverso le pieghe del tessuto.

I lunghi capelli neri stirati creavano un contrasto irresistibile con il candore del miniabito. L’incedere questa volta più sicuro della donna sui tacchi alti dal plateau trasparente, comperati insieme all’abito, rivelava una femminilità sinuosa. Era pronta a tutto, e sapeva di comunicare un messaggio in nessun modo equivocabile.

Sentiva gli occhi di molti uomini addosso. In realtà erano presenti diverse coppie, ma la bellezza e la sfrontata appariscenza di quella ragazza sola, mai vista prima, avevano catalizzato l’attenzione di tutti i maschi già in sala.

Si diresse verso il bancone del bar, dove ordinò senza esitare una vodka alla pesca, per trovare il coraggio di vivere quella serata con il la sicurezza sintetica dettata dall’alcool.

Una donna piuttosto appariscente, sulla cinquantina, mano nella mano con un’altra donna più o meno della stessa età, si avvicinò. Come se la conoscesse da sempre, le sorrise salutandola mentre allungava una mano a palparle i glutei. Valeria fece per arretrare, poi deglutì e si lasciò esaminare, questa volta di proposito. Si lasciò offrire un secondo drink, ma quando anche l’altra donna iniziò a sfiorarla, sorrise glaciale e si allontanò dal bar, e dalla coppia.

Aveva il cuore in gola. Doveva abbandonarsi e realizzare il suo piano, vincendo quelle ultime ritrosie. Mentre stava immaginando di chiamare Fabio e uscire da lì percepì una presenza improvvisa alle spalle, si voltò di scatto per trovare un ragazzo che le sorrise, sospingendola verso un bancone di fronte. Il giovane le prese una mano, guidandola velocemente dentro la patta dei suoi pantaloni: “Niente preliminari, ti voglio venire dentro, qui, subito!”.

“Niente da fare bello” ebbe la prontezza di replicare, “la serata è appena iniziata, fammi divertire un po’ in giro poi torna a cercarmi tra un paio d’ore. Se sarai ancora così carico, forse ti andrà meglio e mi convincerai a farti scaricare nel mio bel pancino!”. Valeria baciò appassionatamente il ragazzo, di un bacio umido e profondo, poi si staccò da lui come per fuggire via, senza riconoscersi più.

Il suo bel pancino per la verità le procurava fitte di dolore e non solo di piacere: nel pomeriggio aveva chiesto ad Eva, la sua estetista, quale fosse l’accessorio più in voga tra le sue clienti “professioniste della notte”, come le chiamava lei. Eva aveva suggerito un piercing all’ombelico, che poteva praticare subito anche lei, nel suo centro estetico. Valeria aveva dichiarato che sarebbe stata una sorpresa per il marito: Fabio in effetti aveva potuto apprezzare poco prima quel nuovo dettaglio sexy, durante il viaggio in auto. Era rimasto colpito dal cambiamento ormai irreversibile di Valeria, che sfoggiava ora una piccola rosa rossa, come la passione, a trafiggerle la pancia.

La donna, sempre più disinibita, riprese ad esplorare il locale, che le appariva ora molto più grande di quanto ricordasse. Si ritrovò in un’ala del “Villaggio” dalle pareti scure molto strette, di fronte a lei intuiva la presenza di un’ampia poltrona nella quale era sprofondato un uomo, del quale però non riusciva a distinguere i tratti del viso, indefiniti nella luce fioca di una tremolante torcia da parete, baluginante poco lontano.

L’uomo le fece cenno, come per chiederle di avvicinarsi.

Valeria stese alcuni passi lenti e si arrestò a circa un metro dalla sagoma seduta: “Un bel vestito su un bel corpo!”. Era una voce roca, non più giovane. “Perché non ti giri e mi fai vedere il resto del pacchetto?”

Valeria rimase muta. Sapeva che questa volta era giunto il momento e senza esitare oltre, piano, volteggiò sui tacchi, disvelando la schiena nuda culminante nel fondoschiena fasciato dalla mini aderente. “Fermati così!”, proruppe la voce. “Ora abbassati lentamente, come per raccogliere qualcosa caduto davanti a te!”. La donna s’inarcò con lenta ubbidienza. “Peccato, senza mutande saresti stata ancora più sexy, ma possiamo rimediare non trovi? Ora rialzati e vieni qui!”.

L’uomo si sollevò pesantemente dalla poltrona, non senza fatica considerata la mole che rivelò in quel gesto. Valeria ebbe un tuffo al cuore quando lo riconobbe essere il marito di Patrizia, lesto nel sollevarla, per poi baciarla avidamente sul collo. Lei rimase rigida e così vicina da percepire l’odore del dopobarba dozzinale di quel suo primo probabile tradimento matrimoniale.

Tradimento.

Perché Valeria era pronta e, pur senza arrivare al coito, a breve avrebbe avuto rapporti fisici con quell’uomo disgustoso, in attesa dell’apparizione di Fabio.

Viscido, dal collo giunse alle labbra, che trovò socchiuse nel disegno accurato della matita rosso fuoco usata per rifinirle e che probabilmente non ebbe nemmeno l’eleganza di apprezzare; l’intreccio di lingue che ne seguì eccitò entrambi. Non era certo un bell’uomo ora che lo vedeva in volto, così grasso e calvo sembrava il prototipo di quei “marpioni” che Valeria odiava: ma in quel momento aveva deciso di andare avanti ed abbandonarsi a quel pervertito perché maggiore era il disgusto, maggiore era l’eccitazione che ne derivava.

“Finalmente ti sei decisa eh? Mi hai notato la settimana scorsa e sei tornata per me, non è vero Zucchero?”. La mano paffuta afferrò un seno attraverso il tessuto bianco, privo di altre costrizioni, mentre esplorava con nuova ingordigia la bocca della donna. Si distaccò con un sonoro schiocco da quel bacio rozzo.

“Sei bella e hai un buon sapore. Togliti le mutande dai”.

“No, le mutande no”.

“Ah, fai pure la timida, bene, mi piacciono le suore!” L’uomo si slacciò la patta dei pantaloni e si abbandonò sulla poltrona dalla quale si era alzato in precedenza.

Della moglie Patrizia non c’era traccia in giro.

“Dai, prendimi l’uccello in mano, vedrai che uccellone”.

Valeria era davanti al suo cambiamento; s’inginocchiò sulla moquette del locale e cominciò ad accarezzare il pene dell’uomo, sfiorandolo con le dita per liberarlo dai pantaloni. Era modesto, tozzo ed insignificante come il resto del suo proprietario.

Ecco perché sua moglie viene qua dentro a cercar altri uomini, pensò Valeria quasi divertita.

Si riversò letteralmente su di lui, per poi essere alzata e costretta a sedersi sulle gambe dell’uomo, che a forza le aveva poi divaricato le sue.

Si lasciò leccare il collo, mentre le mani di lui la esploravano ovunque. Ogni sua carezza terminava irrimediabilmente sul pube, nel tentativo di rimuoverle l’intimo.

“Ti ho detto che non mi toglierò le mutande!”

“E come farò a sbattertelo nella fica allora, Zucchero?”

Era un uomo gretto, volgare, privo di qualunque attrattiva, ma quando raccolse la bottiglia di champagne sul tavolo vicino per simulare un fallo vitreo, prima passandolo sulle labbra della bocca di Valeria, poi su quelle pubiche al di sopra della stoffa minimale del perizoma, dimostrò una certa maestria nel toccarle i punti giusti.

Il tempo scorreva e Fabio, impaziente, aveva atteso venticinque minuti prima di entrare al “Villaggio”. Il locale si stava pian piano riempiendo, in vista del ricco usuale programma del mercoledì sera. Trovare Valeria non fu facile, ma quando vide il suo miniabito rialzato sulle natiche, con il sedere in bella mostra, seduta su uno sconosciuto in poltrona, quasi ebbe un infarto.

Sua moglie si era fatta più intraprendente e sedeva ora letteralmente a cavallo dell’uomo, reclinando la testa all’indietro, per offrire il seno e consentire al ruvido amante sotto di lei di succhiarle i capezzoli, adesso scoperti dai lembi di stoffa dischiusi: ci sapeva fare, giacché alternava rapidi colpi di lingua a delicati morsi su quei rosei bottoncini di carne.

Con il capo al contrario Valeria riconobbe Fabio che la osservava, muto.

Si levò in piedi: voltandosi verso di lui a seno nudo, divaricò ancor più le gambe e si lasciò cadere sulla pancia molle dell’uomo seduto. Con il suo corpo nascondeva i tratti del suo occasionale amante, così che Fabio non potesse riconoscerlo subito.

Fissando il marito e passandosi la lingua sulle labbra, afferrò con una mano il modesto fallo eretto dell’uomo che spuntava tra le sue cosce, per iniziare un lento movimento di masturbazione.

La sfida alla resistenza di Fabio era lanciata.

“Eh no Zucchero! Non te la cavi così, il tuo buco stasera lo voglio!”

Il compagno di Patrizia agguantò per la nuca Valeria, tirandola all’indietro senza troppa premura per sussurrarle all’orecchio: “Zucchero ora ti alzi, ti inginocchi qui davanti e mi fai una pompa da favola!”

Ubbidì.

Rivolse ancora uno sguardo al marito prima di accogliere tra le labbra quel modesto fallo, dal sapore acido. Ci vollero pochi movimenti del capo per percorrerlo nella sua estensione e succhiarlo. Era la prima volta che Valeria praticava una fellatio con movenze così teatrali.

L’uomo venne abbastanza in fretta scongiurando le sue velleità di penetratore ma, nonostante la donna tentasse di sottrarsi, le mantenne il viso saldamente incollato al pube, eiaculandole in gola.

Tra colpi di tosse, capelli scompigliati e trucco leggermente sbavato, Valeria si sollevò instabile sui tacchi, si sistemò il mini abito sui fianchi riposizionando il seno all’interno del drappo e afferrò la bottiglia di champagne per togliere con alcuni sorsi il sapore di sperma dalla bocca, per poi lasciarla vuota sulla pancia del grassone, fiaccato da quell’orgasmo. Fabio, impietrito su una sedia a pochi metri da loro, riconobbe solo in quel momento, col favore delle luci, chi fosse l’uomo che aveva appena goduto di sua moglie.

Valeria si diresse rapida verso di lui, affiancandolo senza osservarlo, poi gli tese la mano come a chiedere di seguirlo, senza proferir parola secondo il suo piano.

La donna trascinò letteralmente il marito per i corridoi che si erano riempiti di persone, non opponendosi alle mani che la sfioravano impertinenti lungo quel percorso.

Un tizio visibilmente ubriaco la trattenne con fermezza al suo passaggio per baciarla  sfrontatamente in bocca: lei ricambiò il bacio senza il minimo indugio, respingendo con il braccio Fabio per tenerlo distante dietro di lei.

Era il ragazzo di poco prima che, per nulla lucido, bofonchiò qualcosa in merito ad un certo pancino. Valeria, rivolgendo lo sguardo indietro verso Fabio, lo fece sedere su un divanetto lì appresso e gli sbottonò i pantaloni. Nonostante l’alcool, il giovane era decisamente in forma, sfoggiando un’erezione notevole. Valeria gli diede le spalle, aprì nuovamente le gambe come a volerlo montare e lentamente si abbassò su di lui fino a che il perizoma sottile non fu l’unica separazione fisica tra il suo sesso umido e quel fallo pronto a violarla. Aveva promesso che non si sarebbe fatta scopare, ma voleva dimostrare a Fabio che lì, quella sera, avrebbe potuto superare qualunque limite. Questa volta iniziò a muoversi premendo alla radice il cazzo del ragazzo, per mantenerlo in contatto con il suo pube. La depilazione completa del pomeriggio rendeva ben visibile la femminilità della ragazza, sottolineata dalla piega verticale dell’intimo, aderente alle grandi labbra. Era un solco esposto e illuminato da due faretti a parete poco distanti, così come il glande turgido del pene che la stava assediando il quale, nel ritmico saliscendi di Valeria, più di una volta si era impuntato proprio in quella fenditura della sua anatomia di donna, tra i gemiti sommessi del ragazzo.

Lei fu attenta a muoversi più lentamente, perché se il sottile baluardo di stoffa del perizoma si fosse scostato, anche di poco, davvero quel fallo eretto sarebbe entrato agevolmente dentro di lei rompendo la promessa, complici anche gli umori di piacere che iniziavano a fuoriuscire dalle sue piccole labbra.

Quella frizione controllata, dopo un tempo che a Fabio apparve infinito, procurò un orgasmo intenso al giovane, che venne rilasciando numerosi fiotti di seme sulle mani della femmina che lo aveva sedotto.

Si rialzò, leccò avida quanto stava ancora percolando dalle sue mani e dopo aver baciato affettuosamente la guancia del giovane, gli sussurrò all’orecchio: “Se ci sarà una prossima volta tra noi, ti farò venire dentro, è una promessa”.

Era una Valeria radicalmente differente da quella che poche ore prima era uscita di casa.

Di nuovo avvicinò Fabio, obbligandolo a seguirla verso uno spigolo poco illuminato, congiunzione di due pareti ai lati estremi del locale; lì anche l’abito bianco poteva passare quasi inosservato.

Si abbandonò spalle alla parete roteando sui tacchi alti, trascinandosi Fabio addosso, a coprirla e ostacolarla come per non voler più fuggire da lui.

Anche rumori e musica in quel minuscolo anfratto erano attutiti, tanto da consentire ai due di parlare senza troppe difficoltà.

“Dimmi adesso: ti è piaciuto?” chiese secca, Valeria.

“Mi hai eccitato sì, ma sono anche geloso e credo tornerò di là a spaccare la faccia a tutti e due”.

“Tu non spacchi proprio nulla a nessuno”. Valeria era quasi arrabbiata.

Fabio non sapeva più cosa dire.

“Ora sappiamo entrambi che io posso fare un pompino e una sega a due perfetti estranei pensando a te, e tu puoi rimanere a guardare eccitandoti, senza alzare un dito”.

“Così sembra colpa mia!”. Fabio si stava innervosendo.

“No, non lo è, perché a me è piaciuto, e anche a te!”. Valeria stava sfidando Fabio con gli occhi lucidi.

“Ti confesso che non credevo avresti potuto arrivare a tanto stasera, è proprio vero che sei cambiata” era quasi un’accusa.

Valeria osservava Fabio mentre le lacrime ora le solcavano le guance pallide. Si sentiva una traditrice e le parole del marito suonavano come una sentenza di condanna definitiva per il suo agire.

“Adesso basta Valeria! Hai… abbiamo esagerato! Questo gioco deve finire qui. Se vuoi sapere la verità, vederti fare un pompino a quell’uomo o sentirti gemere per un cazzo a pochi millimetri dalla tua figa mi è piaciuto, perché sapevo che lo volevi e che era un limite estremo che non immaginavo avresti mai oltrepassato. Mi eccita enormemente immaginarti data completamente ad un altro uomo ma questo non ti autorizza a fare ciò che vuoi, cercando dopo in me il colpevole per i tuoi rimorsi”.

“Credi davvero che io lo abbia fatto perché volevo prendere in bocca il cazzo di quello là?”

“Non lo so cosa credo, credo che tu lo abbia fatto per sfidarmi, per dimostrarmi chissà cosa, ma immagino che il prezzo che hai pagato stasera sia stato più alto di quello che avevi previsto. Non sei così forte come vuoi sembrare Valeria, e non puoi biasimare me per le tue ipocrisie. Domani piangerai tutto il giorno a casa, e io non ci sarò”.

Fabio aveva volutamente esagerato. Voleva mettere alla prova la moglie, comprendendo quanto meglio potesse fin dove sarebbe arrivata in quella escalation di provocazioni. Avrebbe scommesso che lei si sarebbe arresa e sarebbero tornati a casa di lì a poco.

Continuò: “Tu non hai idea dell’erezione che ho anche ora, nel vederti così, sono un bastardo lo so; ti amo alla follia, ma tu sei voluta venire qui per diventare un’altra, non ti ho costretto io, e ora cerchi la mia approvazione. Mi hai quasi fatto le corna per davvero prima!”.

Valeria, visibilmente scossa, zittì Fabio coprendogli la bocca con una mano, poi strinse forte il polso del marito con l’altra e ne guidò le dita prigioniere sotto la corta gonna, scostando le gambe per consentirgli di stringere il sottile perizoma: “Se credi di sapere tutto di me, saprai cosa fare adesso!”.

Fabio esitò. Valeria in cuor suo stava sperando che il marito ponesse fine a quella partita perversa abbandonando la presa e portandola via da lì. Ma quelle parole vennero interpretate come un’ennesima sfida, oltremodo eccitante per entrambi.

Baciò Valeria, di un bacio profondo ma affettuoso, la amava con tutto se stesso; con un gesto secco tuttavia le strappò il perizoma facendole quasi perdere l’equilibrio per il contraccolpo, su quei tacchi alti. Fabio osservò rapidamente i brandelli di tessuto prima di riporli nella tasca dei pantaloni.

Mantenendole gli occhi negli occhi, il suo verdetto era inequivocabile: si era accollato la sua parte di responsabilità, lei avrebbe dovuto tradirlo veramente ora, se ne fosse stata capace.

Il gioco dunque sarebbe continuato. Ma fino a che punto?

Dopo il primo istante di smarrimento, Valeria respinse Fabio squadrandolo torva, si abbassò per quanto potesse l’orlo del micro abito a coprire la sua nudità ora apprezzabile e si allontanò, quasi sotto shock.

Fu allora che accadde ciò che avrebbe cambiato per sempre il loro rapporto: si avvicinò ad un banchetto dove era stato collocato un recipiente per braccialetti fosforescenti, ebbe l’intuizione di rilanciare raccogliendone uno e, sempre fissando il marito, lo passò lentamente tra i seni ben reattivi, facendolo scivolare sul ventre fino a chinarsi in avanti, per assicurarlo con un doppio giro alla caviglia sinistra.

“Non arriverai mai a tanto” bisbigliò Fabio, che a stento si stava trattenendo dall’orgasmo.

“E’ quello che forse scopriremo tra poco!”

Frattanto i tamburi iniziarono a farsi più incalzanti, annunciando l’arrivo imminente di Fahali. Valeria ora tremava: sapeva, al contrario del marito, che dopo il suo precedente incontro con il toro africano le probabilità che l’avesse scelta quella sera stessa avrebbero potuto essere considerevoli.

Dapprima si mosse incuneandosi tra la folla, augurandosi che nella frenesia di sfiorarla quei corpi l’avrebbero nascosta al capo tribù.

Ma non sapeva che una donna che si offre completamente acquista una sorta di immunità, in quanto potenziale femmina del rito. Questo Patrizia non l’aveva detto, così perse il respiro quando le persone a lei vicine si aprirono in due ali per consentirle il passaggio verso il centro della sala.

Dietro di lei Fabio la osservava, sicuro che sarebbe tornata a breve da lui: davanti invece aveva appena fatto il suo ingresso il possente maschio di colore. Non poteva più arretrare.

Alcune donne, tra cui Patrizia si pararono innanzi a Fahali, proponendosi per masturbazione o sesso orale, ma il dominante si fece largo tra loro, osservando con rapacità il buio del locale.

Quando scorse Valeria, arrestò il suo incedere.

Si portò verso di lei riconoscendola, le sollevò il viso sfiorandole il mento e solo allora poté scorgere lo scintillio del laccetto alla caviglia.

Fabio era basito e impotente.

Fahali, sorridendo, le passò istantaneamente un braccio dietro la schiena, incontrando la sua pelle nuda, con l’altro la cinse da sotto le natiche: il toro la sollevò senza fatica e la condusse sino al centro del salone, dove già l’altare del sacrificio era stato approntato.

La consegnò inerme alle ragazze che, come da consuetudine, attendevano ai margini del talamo; una di queste le sciolse tra i risolini il nodo dietro al collo, liberando immediatamente i lembi di tessuto elasticizzato che le coprivano i seni. Valeria fece per coprirsi, come la ragazza asiatica, ma la stessa fanciulla impertinente le afferrò per i lati la striscia sottile di maglia, nella parte bassa che le circondava il fondo schiena terminando nella corta gonna. Sollevò l’abito bruscamente, costringendo Valeria a distaccare le mani dal petto, provocandole brividi intensi mentre veniva denudata velocemente. Quel gesto la costrinse ad alzare le braccia, rivelando le mammelle sode che Fahali già conosceva; nel momento in cui l’abito sfilato indugiò coprendole il viso, anche il suo pube completamente depilato fu visibile a tutti. Pensò in quell’istante alla sua estetista, all’ “effetto nudo” che le aveva richiesto quello stesso pomeriggio, insieme al piercing rosso all’ombelico. Una volta liberata del vestito e ormai completamente esposta, cercò Fabio con lo sguardo.

Non fece però in tempo a trovarlo dacché un’altra ballerina si aggiunse a loro, recando una bacinella riempita di olio speziato; le baccanti iniziarono a cospargere Valeria di quel balsamo dall’odore pungente, mentre la tenevano ferma per i polsi in modo che non potesse nascondere le proprie forme.

Una delle ragazze obbligò Valeria ad allargare le gambe e, raccolta nella mano una dose abbondante di quella sostanza oleosa, la spalmò senza troppa delicatezza tra le labbra del sesso già parzialmente dilatato; la moglie di Fabio ebbe un sussulto e s’irrigidì. “Vedrai, tra poco mi ringrazierai per questo puttanella” ridacchiò la ragazzina, svolazzando nel suo bikini tribale.

Poi la folla bisbigliante, radunatasi intorno lentamente ammutolì. Fahali era a suo modo maestoso: il fallo, liberato dal ridicolo gonnellino, era nerissimo, turgido ed eretto, anch’esso lucido poiché probabilmente cosparso di olii. L’enorme glande, in cima ad un’asta di dimensioni portentose, sembrava una testa d’ariete pronta a farsi largo tra le difese sempre più esigue di Valeria.

Il nerboruto capo villaggio si avvicinò alla sua femmina e la sollevò con irruenza, afferrandola per il busto appena sotto le braccia e sfiorandole il pube con il membro scuro. Quell’atto, simbolicamente una presa fisica atta ad evidenziare il dominio che stava per esercitare su di lei, pareva seguire un preciso copione rituale, nel quale la donna viene sacrificata al dio del sesso dopo essere stata purificata negli olii cerimoniali.

La osservò in viso, mentre la stava distendendo sull’altare ricoperto di finte pelli di animale: lui era il cacciatore e lei la preda catturata, il fiero pasto delle sue voglie di maschio dominante. Valeria percepì sotto i glutei l’ispido pelo sintetico sul quale era seduta e per un istante immaginò davvero di essere in una capanna africana.

La sospinse con entrambe le mani sui seni, reclinandola velocemente sul talamo.

Poi si chinò ad afferrarle le caviglie affusolate, innalzandole i polpacci a poggiare sulle sue spalle, così come aveva fatto con la giovane orientale la settimana precedente. Quel movimento costrinse la donna a distendersi completamente, giacendo con l’intera schiena a contatto del piano dell’altare. Per non cadere, Valeria con le braccia distese lungo i fianchi afferrò il bordo irregolare di quella specie di tavolo e pensò a come doveva essere eccitato Fabio alla vista dei tacchi da cubista e della cavigliera fosforescente in aria.

Percepì il contatto con il petto nudo di Fahali nella parte posteriore delle ginocchia, fin giù, all’interno delle cosce; si stava avvicinando il momento della sua capitolazione e Valeria era già prossima all’orgasmo.

Il toro africano abbandonò la stretta alle caviglie per afferrare adesso i polsi, appena lungo i fianchi della sua giumenta; il bacino di Valeria era in posizione, maledettamente allineato alla virilità poderosa del maschio dominante. I faretti puntati sul corpo candido e sul torso eburneo accentuavano il contrasto di colore tra la pelle dei due amanti, mentre le ombre nette proiettate rivelavano la turgidezza e l’estensione dei capezzoli della donna, il cui seno era sollevato pur essendo sdraiata, per via della trazione di Fahali sui polsi che le costringeva le braccia a premere sui fianchi, impedendo la discesa laterale delle mammelle.

Non poteva più sfuggire, e tutto era ormai pronto.

Il pene scuro nella sua massima erezione, pulsante al ritmo delle percussioni, era all’ingresso della vagina di Valeria che ora aveva socchiuso gli occhi, nell’attesa della conquista finale del suo grembo. Fahali non ebbe bisogno di guidare il proprio glande con le mani per farsi largo tra le grandi labbra: la rigidezza straordinaria di quel fallo, agevolata dai copiosi fluidi vaginali, gli permise di separarne i lembi solo accostando il membro. La sommità di quell’asta si stava già facendo strada verso le piccole labbra della ragazza, ultimo confine a protezione della sua più intima femminilità. Valeria frattanto, a seguito di quel primo contatto, aveva riaperto gli occhi per distinguere lo sguardo torvo di Fahali, il quale aveva sospeso il suo accesso per pronunciare con solennità alcune parole: “Ora ripeti questo: offro il mio ventre di femmina al tuo seme, sottometto la mia anima di donna al tuo spirito!”

Ecco cosa aveva bisbigliato alla ragazza asiatica, pensò Valeria, era una specie di formula. In sostanza, le imponeva il suo dominio nel corpo e nello spirito, obbligandola a dichiarare la resa alla sua virilità. Rammentò le parole di Patrizia: “Fahali significa toro”. E quel toro era in procinto di montarla, scopandole anche la mente.

Oramai era come in trance: “Offro il mio ventre di femmina al tuo seme, sottometto la mia anima di donna al tuo spirito!” bisbigliò meccanicamente, poi rilassò il bacino e cercò di divaricare le gambe per quanto quella posizione lo rendesse possibile.

Nulla in lei si stava più opponendo a quanto stava per avvenire.

Fabio osservava madido di sudore e non riusciva a proferir parola.

La vagina di Valeria, ancora dischiusa dal glande di colore, era sempre più liquida di umori ed essenze; Fahali cominciò ad introdursi lento dentro di lei, centimetro dopo centimetro, non come aveva fatto con la ragazza asiatica, che aveva posseduto invece con irruenza.

Con Valeria era del tutto diverso. Doveva farle comprendere che stava prendendo tutto di lei: tramite ogni singolo affondo le stava possedendo per sempre il corpo, perché la mente l’aveva già presa sette giorni prima, altrimenti non sarebbe tornata ora a lui, offrendosi dopo l’incontro nel bagno.

Le rotondità laterali del pene turgido aderivano alle pareti vaginali della donna: Fahali sentiva che la stava forzando con quel lento scorrere in lei. Valeria gemeva, pur liquida, divorata tra le gambe da un fuoco di dolore misto a piacere.

L’uomo le liberò i polsi per afferrarle saldamente i fianchi, ancorandosi con le mani forti appena sopra la vita. Valeria istintivamente piegò le gambe, scivolando con le cosce attorno al busto del maschio. Adesso era realmente sottomessa e dominata, completamente aperta e invasa, non più capace di offrire il minimo pudore o resistenza. Neanche per parte della sua anatomia, che ora si dilatava all’estremo per accogliere la penetrazione più profonda della sua vita.

Valeria sollevò le braccia e le distese alte sopra la testa, quasi a comunicare la sua resa incondizionata al conquistatore. In quel momento ricordò la stanza d’albergo della fantasia di Rossano, e immaginò che anche lui la stesse simbolicamente prendendo.

Battendo le mani ritmicamente il pubblico incitava Fahali, che avanzò dentro di lei con assestamenti ora più decisi dei lombi, tra i lamenti che si facevano via via più fievoli. Si arrestò solo quando il maestoso pene fu per tre quarti conficcato in quel ventre espugnato, per consentire ai tessuti interni di adattarsi alla dimensione eccessiva del fallo moro.

Riuscì a percepire attraverso il suo membro il battito accelerato del cuore di Valeria tanto era penetrato nel suo corpo. Arretrò, estraendo di qualche centimetro quella sua lancia di carne, ma solo per riprendere di lì a breve una monta ritmica e animalesca che gli era valsa il titolo in lingua swahili.

Fabio era paonazzo e sempre più sconvolto. Era a pochi metri dall’altare sopra al quale sua moglie stava consumando il suo spettacolare tradimento e poteva distinguerne ogni movimento ed ogni reazione. I crampi allo stomaco che provava erano dolorosi almeno quanto l’erezione che manifestava. Era geloso, arrabbiato, furioso, ma nel contempo eccitato al parossismo. A mala pena si accorse della mano di Patrizia, che raggiuntolo alle spalle, si stava insinuando nella patta dei pantaloni.

“Ma, sei tu!”, disse voltandosi di scatto. “Shhhh, mica vorrai che goda solo lei!”, rispose la donna mentre afferrava saldamente il pene di Fabio, attraverso la zip che aveva aperto.

Fahali stava possedendo con veemenza Valeria, che già aveva raggiunto il primo orgasmo. I colpi erano frequenti e regolari, scagliati al limite della violenza. Non appena percepì una nuova contrazione della vulva prossima al secondo orgasmo si distaccò da lei, fece scivolare le mani che la trattenevano dai fianchi più in alto, sotto le braccia e la sollevò facilmente, come se stesse maneggiando una bambola di pezza.

La rivoltò brusco di spalle lasciandola cadere sulle gambe malferme, tra le grida e i fischi di approvazione dei presenti, poi la reclinò di nuovo sul tavolo, questa volta premendole la nuca sulle pelli sintetiche.

Con la mano libera le allargò le gambe e, fulmineo, la impalò di nuovo in vagina. Per accogliere i colpi che aveva iniziato ad assestare senza scivolare in avanti, la ragazza allungò ancora le braccia sopra la testa. Quella nuova posizione, a “90” come piaceva a Fabio pensò Valeria, concesse a Fahali di possederla con l’intera estensione del suo organo. Valeria poteva percepire tra le cosce le sferzate indotte dai suoi pesanti ed ispidi testicoli, a contatto con la sua pelle morbida.

Poi la donna lanciò un grido, appena sovrastato dal suono dei tamburi.

Aveva sentito un dolore intenso al ventre: l’uomo di colore, dopo i numerosi affondi in vagina, aveva introdotto il pene fino alla radice, talmente in profondità da colpirle bruscamente la cervice dell’utero, forzandola e provocandole dolore. L’irrigidimento della donna però non lo avevo fermato, tanto che stava continuando a sventrarla guadagnando altri centimetri ad ogni colpo infernale.

Valeria non gridava più, nonostante il cedimento dell’imboccatura dilatata, forse lacerata, dell’utero avesse permesso al glande di Fahali di accedere forzatamente alla sua più recondita fertilità, dove mai nessun maschio era giunto prima di lui. Rammentò le parole della donna asiatica: “Dovresti sentirlo dentro”. Era così, la frizione della sua asta durante quell’accoppiamento selvaggio le produsse un nuovo orgasmo, più piacevole e intenso dei precedenti.

Ma non era ancora finita e l’uomo arrestò nuovamente quella possessione infinita per distendere la donna ancora una volta sulla schiena.

Esposti sotto i riflettori da ormai diverso tempo, gli amanti erano imperlati del sudore dovuto all’atto sessuale, reso acre e pungente dall’odore degli olii e degli umori intimi di Valeria. Era di nuovo ad occhi chiusi e con la schiena inarcata, tremante per via del violento orgasmo ancora in corso, che la rendeva spossata e non completamente presente a se stessa.

Divaricate nuovamente le gambe, l’uomo le appoggiò il pene sul ventre, sfiorando la rosa luccicante del piercing di Valeria. Poi indietreggiò fino a che il glande lubrificato dai succhi della donna non scivolò ancora dentro lei. Questa volta Fahali non perse tempo e riprese la sua monta infernale dal primo colpo di reni. Si contorse in un ghigno: stava per eiaculare.

Valeria, riacquisito un istante di lucidità, si rese conto che non sarebbe uscito da lei e fu percorsa da un brivido. Aveva chiesto di essere riempita del suo seme ma solo ora realizzava che così sarebbe stato veramente.

A giorni avrebbe avuto la sua ovulazione, regolare come sempre, ma non aveva tenuto in considerazione che stava copulando senza nessuna protezione: ricevere lo sperma direttamente nell’utero, a quella profondità, avrebbe di certo alzato le probabilità di rimanere incinta di quell’uomo. Da come il suo corpo stava reagendo all’inseminazione di Fahali poi, con il seno gonfio e la vagina così dilatata e grondante liquidi, immaginò che la gravidanza sarebbe stata quasi certa. Fabio! Cosa avrebbe detto Fabio? Non ebbe tempo di pensare oltre, perché quel pensiero le procurò un nuovo intensissimo orgasmo, quasi contemporaneo a quello del suo amante.

Patrizia sapeva il fatto suo e massaggiava il pene con maestria, tanto che percepì Fabio irrigidirsi poco prima dell’orgasmo e si fermò di colpo: “E se ti facessi venire con la figa invece che con la mano? Vieni sul divanetto, che a tua moglie ci pensa il Toro! Tanto lo so che mi vuoi sbattere dall’altra volta”

“E tuo marito?”

“Lui guarda, e per stasera è già contento del pompino di tua moglie, dai, mettiti un preservativo e fottimi!”

Quelle parole furono una stilettata per Fabio, era quel grassone allora che aveva goduto di Valeria prima, nel buio! Afferrò la busta del condom e seguì Patrizia, verso un angolo più buio, per vendetta e per non vedere oltre ciò che accadeva al centro della sala grande.

L’eiaculazione di Fahali intanto era interminabile: Valeria fu quasi sicura di percepire la pressione dei fiotti di sperma dentro di lei, fin sulle pareti posteriori dell’utero, attraverso la cervice dischiusa. Mugugnava sbavando l’Africano, pur a denti stretti e con le narici dilatate in una maschera davvero spaventosa; le stava assestando gli ultimi colpi, sincerandosi che il suo seme fluisse copioso e più in profondità possibile.

Quando ebbe finito, ritrasse il fallo ancora eretto da lei, liberando l’orifizio dal quale iniziava ad uscire una miscela di sperma, umori vaginali e sangue, probabilmente dovuto alle lacerazioni che la donna doveva aver subito nel corso dell’invasione.

“Ora sei mia per sempre, ricordalo!” le bisbigliò Fahali mentre le ragazze l’aiutavano ad alzarsi. Annientata e distrutta, venne fatta rialzare e condotta nei bagni, mentre il fluido continuava a fuoriuscirle dal ventre, in un rivolo tra le gambe.

“Guarda l’ha sverginata una seconda volta, la puttana!” udì sentenziare tra il pubblico durante il suo passaggio. Due donne presenti, abbandonarono ridacchiando i servizi appena Valeria fu fatta entrare. Si avvicinò allo specchio per valutare le sue condizioni: nonostante tutto era bella, si sentiva bella. Quelle tette gonfie, i capezzoli ancora irti, le ecchimosi in corrispondenza dei fianchi e il pube lacerato quasi privo di sensibilità erano la prova della sua catarsi. Aveva provato la passione vera, come le aveva descritto Rossano.

E le era piaciuto, molto.

Sapeva che tutto quello che aveva vissuto avrebbe avuto delle conseguenze forse anche gravi, come una gravidanza inattesa o una reazione sconsiderata di Fabio, ma non le importava perché ora era sicura di conoscere una Valeria completa, la femmina che avrebbe saputo portare quella stessa passione carnale a suo marito, che avrebbe amato più di prima, se glielo avesse concesso.

Era assorta in quei pensieri, mentre si passava una salvietta imbevuta d’acqua fredda sulla vulva irritata, quando entrò Fahali, tenendo tra le mani il miniabito bianco.

“Questo è tutto ciò che indossavi” disse porgendoglielo.

“Sì” annuì timidamente.

“Quello che hai vissuto questa notte è un rito di iniziazione” pronunciò solenne. “Anticamente, nel mio paese, solo le femmine di stirpe nobile potevano essere prese su un altare di pelli dal capo villaggio. Per te è il principio di una nuova consapevolezza. Dimmi femmina, ti è piaciuto?”

“Sì, non mi vergogno più a dirlo, mi hai fatto sentire donna come non mai nella mia vita”.

“Anche il tuo compagno ha apprezzato ed è stato iniziato”.

“Ma, come lo sai? Dov’è Fabio?”.

“Presto sarà qui da te, la mia amica Patrizia mi ha detto tutto di voi”. Era dunque tutto un piano ben architettato.

”Ora, piegati sul bancone!”

Valeria come un automa si distese a comando sul piano di freddo marmo dei lavabi, divaricando docile le gambe senza pudore alcuno.

“No donna, Fahali non ti possederà ancora”, replicò l’uomo mentre le faceva aderire qualcosa di viscido alla schiena, appena sopra il solco dei glutei. “Non tremare, è solo un tatuaggio temporaneo, come quelli dei bambini.  Rialzati e osserva allo specchio tu stessa”.

Valeria vide dapprima una macchia scura tra le due fossette dei lombi, quelle che piacevano tanto a Fabio. Avvicinandosi alla superficie riflettente mise a fuoco un simbolo, il seme di picche delle carte da gioco, intorno ad una lettera “Q” scritta in grassetto.

“E’ il tatuaggio che portano le femmine bianche dopo che hanno apprezzato il sesso con un maschio di colore. Questo segno comunicherà il tuo favore e la tua disponibilità a chi ne conosce il significato”.

Continuò: “Esistono locali frequentati da soli Africani, se entrerai con questo tatuaggio in bella vista, sarai subito avvicinata per fare sesso, senza inutili preamboli. Questo naturalmente è provvisorio, ma potrai scegliere di disegnartene uno permanente sulla pelle, quando nei prossimi giorni avrai compreso appieno che non ti sarà più possibile dimenticare un’esperienza come quella che hai vissuto stasera, neanche quando scoperai con tuo marito”.

“Potrò tornare da te Fahali, qui al Villaggio?”.

“Sì potrai, ma sarai una femmina come tutte le altre e non è detto che sarai nuovamente fecondata da me, almeno entro breve; Fahali non ha favorite”. Si fece più serio: “E’ importante che tu capisca che il rapporto sessuale di stasera è la tua resa completa e consapevole di femmina al mio potere di maschio dominante, non solo per quanto riguarda la tua lussuria: ti ho preso e fecondato, è mia anche la tua fertilità. Dimmi donna, hai già avuto figli? Usi una qualunque forma di contraccettivo?”.

“No, non sono mai rimasta in stato interessante e non ho preso nessuna precauzione, neanche stasera”.

“Bene. Come vedi molto seme sta uscendo dal tuo corpo, ma molto altro ti è stato lasciato dentro a dimora. Sei stata inseminata profondamente e solo gli Dei, allora, potranno decidere se il tuo grembo è fertile e se accogliere la supplica di Fahali di arricchire la sua stirpe attraverso di te”.

Detto questo, aprì la porta del bagno e se ne andò.

Valeria indossò il mini abito di stretch contorcendosi, un po’ dolorante; raccolse in una salvietta lo sperma che ancora le fuoriusciva dalle labbra della vagina e si apprestò ad uscire per cercare Fabio.

“Ti amo” ebbe modo di dirle appena fuori dal locale.

“Ti amo anch’io” replicò lei, sfiorandosi la schiena, in prossimità del tatuaggio da Regina di Picche.

Nelle settimane che seguirono, Valeria non faceva che pensare all’accaduto di quella notte, ripercorrendone nella memoria ogni singolo passaggio. Come aveva saputo l’indomani dalle vive parole di Fabio, era stata non solamente offerta dal marito ma tradita a propria volta, complice Patrizia.

Aveva dapprima reagito con freddezza alla notizia, poi era divenuta più tiepida e accondiscendente.

In fondo era accaduto ciò che voleva: conoscere il limite del loro affiatamento di coppia in seguito a tempeste emotive di quella portata. Erano ancora insieme e si amavano anche più di prima. Questo bastava.

C’era però dell’altro: si sentiva incredibilmente in colpa.

Aveva tradito il marito pubblicamente, come del resto aveva fatto lui sebbene non propriamente sotto la luce dei riflettori. Ma, come ebbe modo poi di realizzare nei suoi pensieri, non era questo a renderla colpevole.

Sull’altare di pelli era stata in qualche modo distesa da Fabio, lui le aveva strappato le mutandine in un gesto più che eloquente. Lui l’aveva concessa liberando la parte più selvaggia di lei.

Nel bagno però no.

Non era stato lui a volerla così sottomessa e pronta ad aprirsi al comando di un uomo che non fosse lui, disponibile per una nuova penetrazione. Mai avvenuta, è vero, ma ugualmente grave, dacché Valeria questa volta si era offerta volontariamente, in via privata ed esclusiva, senza la provocazione del pubblico: il quel momento preciso sentiva di aver tradito Fabio, al quale aveva omesso il racconto dettagliato dell’episodio.

Le ecchimosi ai fianchi erano ormai sparite e i dolori alla sua intimità erano sempre più diminuiti, tanto da permetterle nottate di sesso più che soddisfacente con suo marito.

Avevano trovato un nuovo affiatamento ora che sapevano di essere stretti in un legame che non poteva dissolversi neppure se portato all’estremo.

Epilogo

Valeria non rimase incinta di Fahali, anche se nei giorni seguenti la sua iniziazione lo scompenso ormonale che aveva ricevuto le fece più volte battere forte il cuore: sospirava d’ansia ad ogni minima fitta al ventre oppure ogni volta che constatava l’ingrossamento inusuale del seno, allo specchio. Oppure ancora quando un breve ritardo del suo periodo la costrinse ad acquistare, non senza imbarazzo, alcuni test di gravidanza in farmacia.

Anche solo la possibilità, inconcepibile fino a poche settimane prima, di aspettare un bambino non di suo marito le fece realizzare che Fahali aveva posseduto veramente la sua essenza più nascosta, liberando per sempre attraverso quell’unione primordiale la vera lei. L’uomo le aveva segnato lo spirito oltre che il corpo, insegnandole con il sesso più perverso il significato della passione.

Valeria capì di desiderare fisicamente un segno tangibile a testimonianza di quell’esperienza, qualcosa che rimanesse, anche più del piercing all’ombelico, ormai accessorio permanente nel suo look.

Fu per questo che sorrise quando, pochi giorni prima della loro partenza per la vacanza in Kenya pianificata per quella stessa estate, Fabio le tolse con cura il cerotto sistemato appena sopra la destra del pube, liberando lentamente il suo nuovo tatuaggio: un nastro disposto a formare il disegno di un seme di picche con una lettera “Q” stampigliata all’interno: questa volta per sempre.

Fabio realizzò solo allora che quel marchio avrebbe fatto capolino senza fatica dal bordo dei costumi da bagno di Valeria. La guardò in viso a metà tra la sorpresa e il rimprovero, poi sorrisero di complicità, ma questa è un’altra storia.

2 commenti

  1. Come tantissimi racconti di tal genere il finale è deludente e la complicità di coppia praticamente inesistente….è tutto focalizzato su lei e non su lui. Poteva essere scritto meglio nella parte finale. Peccato come al solito.

  2. Bah, che rispondere… sono grato ugualmente per questo commento utile e necessario! La critica aiuta sempre, anche quando non è favorevole o, come in questo caso, quando esprime più l’esigenza di manifestare un’opinione piuttosto che una reale competenza narrativa.
    Ma chissà, forse mi ha indicato la strada per una possibile continuazione di questo racconto, da un altro punto di vista.

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