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Cupezza e tripudio

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Da tanto tempo avevo squisitamente agognato questistante, poiché ero costantemente affaccendato e sovente indaffarato, da non poter trovare un momento per dedicarmi al mio prediletto recupero interiore. Da ultimo, ho circa un’ora di tempo e in tal modo posso esclusivamente badare a me stesso, interessarmi, rimuginare e ponderare deliziosamente con l’intelletto che spazia, con la mente che piacevolmente divaga e girovaga in maniera franca, libera e spensierata. E’ invero trascorso parecchio tempo, allorquando l’ho compiuto l’ultima volta, eppure adesso poco importa, perché talune cose non si possono trascurare né ignorare, in quanto fanno eccessivamente parte deglingranaggi che regolano il funzionamento ininterrotto e costante del nostro cervello. E come svolgere un’attività che s’apprende alla fine a memoria, per esempio come l’andare in bicicletta o il semplice gesto di nuotare, perché quando hai acquisito e memorizzato i gesti non li puoi più scordare, anche se in realtà questo tipo di modello preciso non è più appropriato né consono, tenuto conto del mio originale cambiamento, però non mi sta a cuore, anche perché non tutto quello che si è perduto è altrettanto irrimediabilmente abbandonato. 

 

In numerose occasioni, in effetti, avevo persino lungamente paventato di non poter più provare a pensare autonomamente, anche soltanto di poter percepire la mente vagabondare in maniera autonoma, pacifica e aperta. Malauguratamente, in molti però, non sanno né hanno cognizione, che cosa significhi riflettere moderatamente, poiché presumono e congetturino che sia come il mal di denti che t’assale, in quanto non lo vogliono minimamente saggiare. Unicamente noi, peraltro appassionati e studiosi dellambiente del libero pensiero, sappiamo quello che alla fine ci rimettono. Io, nel mio piccolo, sto cominciando a rimuovere il malanimo e il risentimento accumulato, che mi sono lasciato sovrapporre sulla mia persona anche se la malefatta finale non è stata mia. Svariate volte, ho notato questi modelli di mentalità e questi tipi dindole, perennemente così omogenei e corrispondenti mhanno costantemente sedotto, così come mattraggono ancora oggi appena li esamino e li rivedo dal di fuori. Quello che però inizialmente nello specifico acchiappava la mia attenzione era lei, l’artefice accurata e l’ideatrice scrupolosa di queste organizzate grafie, di questo andare insolitamente scialbo e non coinvolto, nella sua totale e manifesta pecca: la semplice, irrinunciabile e sacrosanta macchina da scrivere d’ufficio. 

 

In ogni parte mintrufolassi o stazionassi per far riposare le mie stanche membra, era sistematicamente lei che mi emozionava in ultimo sbalordendomi. Io accedevo e mirrigidivo, bloccavo il respiro per non infastidirne il letargo, dopo mapprossimavo nel tempo in cui la contemplavo far brusio, aspettando un concetto da realizzare su quel foglio bianco da vergare. Che cosa state pensando, io non sono uno scrittore e quindi lei costituisce e raffigura il mio consueto e inalienabile aggeggio per lattività, però so e intendo a meraviglia la sua storia, che cosa credete, io sono un individuo che saggiorna, che compie ricerche. Eppure, rimaneva tutte le volte qualche cosa dirresistibile e di fatato, destraneo e d’avulso allo scenario della delicatezza e della tangibilità effettiva, reale, della mia se non altro. 

 

Quantunque fossi immune e libero da qualsivoglia credenza vana, la macchina da scrivere rimaneva uno strumento extrasensoriale, una funzione formativa, il salvacondotto del campare lieto, il permesso del vivacchiare quieto, laddove la popolazione è concepita ad arte e perciò alquanto piacente. Io stilavo episodi utopistici, non incantevoli oserei esprimere, ma eventi ed episodi che non erano indubbiamente esistenti né appartenenti alla nostra epoca. Mi snodavo in direzione d’inediti confini, proiettato dalla mia ridondante genialità, producendo di frequente territori di fresca data. In realtà, era unicamente la mia macchina da scrivere che li plasmava, la mia devota e fedele compagna, la duratura e intramontabile Underwood Standard per la precisione. La maniera d’ideare e di sviluppare con lei, aveva qualche cosa d’erotico, di voluttuoso e d’inebriante, durante il tempo in cui schiacciavo i tasti sul foglio velocemente, fino allacme del piacere sommo e fantasioso: in quel frangente il paragrafo era completato, io franavo debilitato e infiacchito sulla spalliera. Rammento che, in un’occasione, scritturai una sorta di competizione con la mia entusiastica immaginazione: avevo abbozzato due storie simultaneamente, riuscendo a farle discendere luna più dissennata e squilibrata di me stesso, nella vita mondana dove esistevo. 

 

Sfortunatamente, la concretezza, debella e sgomina ahimè di continuo linventiva, da essa ci si aspetta che sia immaginabile e ipotizzabile, tuttavia neppure quella lo è e perciò ci rimaniamo male. Rievoco che prima dintavolare una nuova narrazione, mi trattenevo ad ammirarla, la mia scassata creatrice di meraviglie, di popoli interstellari baciati da una saggezza che non riuscivo, neanche adesso però, a riscontrare nel mio mondo. La sua immobilità non mi creava problemi: me la immaginavo come una bella donna legata alla testiera dun letto, nuda, i fianchi cospicui come rilevante era il seno, portando al collo un collarino di pelle, poiché quelle gambe aperte lasciavano vedere la fica rasata, dove io avrei conficcato le mie dita per farle saggiare impressioni che soltanto io sapevo offrirle. Rimanevo ore nel adocchiarla, esagitato di cominciare, però attendendo che il prodigio avesse origine, che quel flutto tinteggiato mi saltasse addosso invadendomi. Esaminavo la pulsantiera e meditavo, alla fenditura bene in carne che aspettava dessere incitata. In realtà non badavo a niente, assai attonito per articolare qualche cosa di giudizioso e d’assennato. Quante pagine ha mangiato voracemente la mia ammaccata e acciaccata, ma preziosissima, insostituibile e unica macchina Underwood Standard, quante magiche esposizioni ha sviluppato. Questo aveva di speciale la mia fedele amica: non poteva portare a termine una narrazione, che non avesse il potere di suonare vibrando adagio nella notte, di sfolgorare primeggiando con quella luce amica per i nottambuli. Lei era la mia indiscussa, preziosissima e in special modo unica, piccola e celata amante. 

 

Oggi me ne sono reso conto più di allora, perché ancora una volta sono passato dalla parte del compilatore e del novelliere, oggi le mie dita corrono sui tasti consumati e poco chiari di questa macchina. Aveva unindividualità lievemente autoritaria, un poco tirannica, molto arrogante per poter rimanere annichilita e ferma. Anche se me limmaginavo allacciata in mio potere, era lei che sapeva gestire e negoziare il gioco, acciuffandomi più dentro di quanto io potessi credere di possederla. Oggi sennonché non può durare in eterno, terminerà anche questa parentesi, tra un battito di ciglia tutto sarà terminato, chissà, per sempre. Anche il nostro cuore, così regolare nel suo avanzare porta in se tutta la provvisorietà della vita: lintermezzo che è presente tra un battito e laltro. Quellintercapedine estinta ci fa comprendere in un intervallo di certo molto più duraturo che cosa ci aspetta alla fine della strada, poiché ci spinge ad afferrare un pezzo d’occasione, il nostro, quello di nutrirci e di viverlo febbrilmente. 

 

A ben vedere, però poco importa, io posso pacificamente tornare da dove sono venuto, dove nessuno aveva mai pensato dandare a nascondersi. Non è stato agevole arrivarci, ci sono voluti anni per fare il grande passo che nessuno, che io sappia, aveva mai compiuto. Però comè gelido e impersonale questo posto, comè ferrigno e livido questo sole, come sono scarni i colori dei fiori. Qua, invero, tutto rivela e urla di costernazione, di grigiore, di monotonia e d’irritazione condotta avanti al prezzo di molte fatiche, anche se la noia si chiama attività, esistenza, vita. Ideale che me ne torni al caldo dei miei posti torridi, alla morbidezza degli orizzonti viola e azzurri, dove le alture sono abitati da persone benigne e le pianure sono governate da buffi e rissosi individui, ma almeno schietti, diretti ed espliciti, anche se talvolta sono arruffoni e disordinati per essere considerati scellerati, aggressivi o malvagi. 

 

Adorati e affezionati compagni, non è stato elementare né semplice così come vi ho raccontato, anche se vi sono entrato in un attimo, proprio dopo quel battito di ciglia e mi sono sentito bene, dopo anni che non sperimentavo che cosa volesse veramente dire essere a proprio agio. Quel giorno, stavo osservando per la ripetitiva volta la mia macchina da scrivere e ne ero rimasto testualmente affascinato, come la prima volta, ispezionavo i particolari più esigui, le molle, glingranaggi, le ruote dentate che scorrevano le une sulle altre, come un concubino ammaliato e trasognato che esplora diligentemente i lineamenti della sua adorata, denudando minuzie affermate, ma erotiche come nello spazio del primo amplesso. Pensavo che quei caratteri avevano percorso molti anni luce da quando ne ero venuto in possesso. Giammai mavevano ingannato, in nessun caso mavevano lasciato a metà duna storiella, quando ormai il prodigio di quel fulgore incantato aveva raggiunto il suo apice ed ero vicinissimo al libidinoso acme del piacere. 

 

Io le ero molto grato e lei questo lo sapeva, avvertivo che era così. Lei era a volte animata di vita propria, briosa e vivace, mi faceva muovere le dita con una rapidità superiore alle mie capacità, poiché io sono soltanto un individuo che batte a macchina, per il fatto che mi sono col tempo istruito da solo. Lei era vecchia, persino eccitante, tuttavia cominciava a risultare stanca. A volte sinceppava, ma io la comprendevo e la perdonavo, la capivo e la giustificavo, edotto del lungo tragitto che aveva già percorso. Ecco a cosa pensavo quel giorno, mentre le ciglia reclinavano le tende sui miei occhi affascinati, in quanto mi sono trovato catapultato dalla parte opposta, non più abbinata da molteplici avventure, ma al presente esaminando quel braccio freddo, ferroso e lucente, per di più artefice e ideatore. Quel giorno ho pianto parecchio, subdolamente, sia per dispiacere quanto per lesultanza. Il mio nuovo essere rese omaggio a lei, ancora oggigiorno sono irremovibilmente persuaso che fosse una lei, che aveva ripetutamente vivacizzato quei tasti, strepitando di gaudio e di gioia, per essersi in ultimo impossessato duna nuova estensione della contentezza. 

 

In quel frangente esaminai incantato il mio corpo rimasto vuoto dal mio essere immateriale rianimarsi, alzarsi impacciato, cadere e strisciare per rimettersi in piedi. Lo vidi rimanere a quattro zampe a osservarmi, a osservare la macchina per scrivere, sorridermi e annuire. A questo punto non ero più io, lo scambio era avvenuto. Vidi quellIo che non ero sdraiarsi sulla schiena, spalancare le gambe, slacciarsi i pantaloni e scostarsi la mutanda per farmi vedere, perché qui le mani ebbero un sussulto di netto sbalordimento, allorquando il cazzo semi eretto fuoriuscì dallindumento. Quelle mani lo esplorarono con cura, saggiandone la misura e la consistenza, diventando più marcata. Ed è per questo che credo che fosse una lei, per il fatto che volesse regalarmi la visione della sua fica, credeva dessere tornata nel corpo che aveva lasciato chissà da quanto tempo, viceversa si era ritrovata tra le mani il mio cazzo che si stava ingrossando. 

 

Dopo avermi regalato l’esame, linterpretazione e la netta visione del suo primo e nuovo orgasmo mi lasciò, giacché non vidi più quellanimo femminile racchiuso nel corpo maschile che ineccepibilmente mapparteneva. Da allora, infatti, i miei mondi non uscivano più dalla mente, per fissarsi durevolmente sulla carta, privandomene. Attualmente, sono io che curo e che riproduco i caratteri sul supporto materiale, lasciato volutamente a macerare. Io teorizzo e architetto il mondo, per il semplice e lineare fatto che lo vivo maggiormente in prima persona. Questoggi, sennonché, sono voluto uscire per vivere una nuova grandezza, novelliere e promotore di pensieri, malgrado ciò non mi sento realizzato. Per quanto appaia bislacco e inverosimile, non è completo come m’attendevo, perché lessenza e la sostanza corporea, quella tangibile del soggetto in verità, ha senza dubbio agguantato la preponderanza su quella fetta per così dire inconsistente, astratta e mistica. Queste demarcazioni, in effetti, non sono adeguatamente confacenti, poiché io divento documentazione e nel contempo materia, allinterno di quello che mi viene fatto stendere e stilare. Sono io, in pratica, che incarno e che personifico nel mondo reale quello che sussiste nel cosmo incorporeo dellintelletto di unestensore come me, perché io alloggio a fianco delle vicissitudini che mi vengono fatte vergare. 

 

Emeglio che adesso rimpatri da dove sono venuto, poiché sento i passi del mio inedito novelliere che savvicinano all’uscio. Eun bravo autore, anche se ha invero il trasporto per le vicende sanguinarie del saccheggio cosmico, talmente zeppe di protagonisti orribili e spietati. Ebbene sì, al presente è meglio darsela a gambe e far involare queste pagine. A risentirci, nel tempo in cui Venanzio spalancava la porta dingresso percepì all’istante uno stravagante effluvio, direi non sgradevole, ma unicamente bizzarro e inconsueto. Era la fragranza tipica e inequivocabile del terreno erboso in fiore, del foraggio da poco falciato, del nutrimento che a rilento scaturiva da quelle maestose conifere lassù. Adesso pure il bagliore della camera era sgargiante, differente, perché pareva che avessero tolto al sole la copertura. Collocato il giubbetto su d’una poltrona s’avviò alla mensola per esprimere la sua fantasia. La sua esperta, vecchia e affidabile macchina da scrivere Underwood Standard lo attendeva senzeccezione nellangolo più lucente della stanza, come su duna mensa sacra offerta a qualche feticcio. Lei lo aspettava, effettivamente, perché per uneccentrica specie di spasso visivo gli esibiva costantemente la parte frontale, con i tasti allineati disposti per essere utilizzati, con quellinghiottitoio davanti allestito per vivacizzarsi con quel rapido giro di danza di supporti smanianti, intanto che sul foglio comparivano i primi abbozzi:  

 

“Quest’oggi, mio prediletto, peregrineremo spingendoci assai in là, sappi che tu dovrai essermi dappoggio, ti chiederò perciò di spalleggiarmi, perché sei lunico e prezioso confidente che ho a disposizione”. 

 

Strappato il foglio dal cassetto, Venanzio lo incastrò fra la bocca del rullo che in brevissimo tempo lo portò sulla linea di partenza. Subito dopo che Venanzio collocò il foglio e regolato il margine, fece ruotare l’impugnatura righettata e portò il bordo superiore del foglio poco sopra il mirino centrale. Erano numerose le gesta e le prodezze che avrebbe voluto stilare, in quanto non voleva tassativamente sprecare dello spazio, economizzando in tal modo al meglio i fogli. 

 

Le pagine bianche che voleva lesinare, finirono sennonché tutte accartocciate nel cestello, perché in quell’istante la sua amata Nadia lo risveglio dal profondo torpore del suo assillante, ossessivo e molesto sogno, vezzeggiandolo soavemente e lambendogli accuratamente il cazzo, entusiasmata, infervorata e bramosa femmina qual era. In breve, Venanzio avrebbe penetrato quella pelosissima e odorosa fica, Nadia lo avrebbe lasciato fare, caldeggiandolo, offrendosi e sostenendolo integralmente in modo incondizionato e senza riserve, in tutte le più differenziate e lussuriose libertine posture. 

 

Venanzio era al presente in paradiso, già fluttuava sia per l’estasi quanto per la letizia, Nadia era al suo fianco che aizzata e sobillata lo desiderava. Una deliziosa e gradevole domenica mattina lo attendeva, in amabile e squisita compagnia della sua adorabile e voluttuosa affezionata di sempre, sua deliziosa fica e sublime focosa spasimante siciliana d’altri tempi. 

 

{Idraulico anno 1999} 

 

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