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Era iniziato per errore. Un errore giocoso, come tanti altri.
Conoscevo Marianne da un po’. Nera, bassa, con un appetito sessuale che il marito e una sfilza di ex non erano riusciti a estinguere o a soddisfare. Non che lei s’impegnasse per trattenersi: il libertinaggio era qualcosa che nel suo vocabolario era stato elevato a sinonimo di virtù.
Io, che quando l’ho conosciuta avevo appena chiuso una storia conclusasi con un nulla di fatto, non chiedevo di meglio. Ci conoscevamo perché la mia ex era una sua parente alla lontana.
Una birra in pizzeria, qualche bevuta ed entrai profondamente nelle sue grazie.
Marianne non ci metteva molto a far capire cosa volesse. In breve, il nostro primo amplesso fu rapido, tutt’altro che romantico e fugace.
Ce ne furono altri, ovviamente. Ormai la fiamma del desiderio ardeva ed era impossibile ignorarla. Il fatto che Marianne fosse più vecchia di me di più di cinque anni non costituiva in alcun modo un problema. Le nostre conversazioni erano spesso piacevoli e sebbene fossimo a volte in disaccordo, si finiva quasi sempre allo stesso modo: a fare sesso.
Sesso, non l’amore, attenzione e si badi bene. Su questo punto io ero stato chiarissimo: la nostra non era una storia, piuttosto un’amicizia con qualche beneficio.
Passavano gli anni e i nostri incontri si diradavano, senza però interrompersi. Magari non sempre sfociavano nel sesso, ma potevo comunque dirmi lieto di aver conservato una piacevole amicizia.
Così, mi giunse la nuova che si era sposata, cosa che Marianne mi rinfacciò come a volermi punire di non aver preso tale iniziativa. Ne fui ben lieto e, al pari di altri, sperai che ciò avrebbe calmato i suoi ardori.
La mia speranza, come quella di molti altri, fu vana. Marianne tradiva il marito con una spensieratezza tale da far apparire ridicolo qualunque tentativo di descriverla. Innegabile che tentai di correggere questo suo vizio, ma non ci spesi chissà quante energie. Cercare di cambiarla era vano.
Così, inevitabilmente, decisi: si vive una volta sola e in più la vita è spesso parca quanto a distribuir gioie.
Ordunque perché non prendersele?

Pompavo Marianne da dietro, godendomi la vista dei suoi capelli lunghi che ondeggiavano al muoversi del suo corpo. Il mio sesso era d’acciaio e affondava a ritmo dentro di lei, con quel piacevole contrasto cromatico tra la mia pelle e la sua che mi ha sempre regalato un brivido di eccitazione.
-Sì… Così…-, Marianne non parlava molto durante il sesso. Continuai a pompare, stringendo le anche.
Era bellissimo: il marito di lei là non ci avrebbe mai trovati. Quel bosco era poco distante da casa mia ma anche poco frequentato, e la giornata era nuvolosa. Fanculo se avesse iniziato a piovere, non avrei smesso per nulla al mondo.
Improvvisamente, suonò il cellulare. Non il mio, quello di Marianne. Intuì che se non avesse risposto, qualcuno avrebbe potuto farsi domande, azzardare ipotesi, in una parola, dare fastidio.
Rallentai, piano, deciso a far sì che potesse rispondere senza apparire (troppo) affannata.
Lei si tirò giù la gonna. Niente mutandine. Trucchetto semplicissimo.
-Pronto?-, fece con voce roca e tutto sommato normale. Dall’altro capo c’era un’altra voce.
Una voce di donna. Una sua amica? L’idea che mi passò per la testa fu stupida, uno scherzo del mio cervello ancora avvolto dalle nebbie del piacere non raggiunto.
Eppure, era anche molto, molto piacevole come idea…
Seguì un conciliabolo in portoghese che a me sembrò inintelleggibile, ma che si protrasse per diversi minuti. Al termine dello scambio, Marianne chiuse la chiamata e gettò il telefono in borsa.
-Zana ha bisogno che le vada ad aprire casa.-, borbottò
Zana? Il mio cervello lavorò alla svelta. Doveva essere una figlia di Marianne o di qualche sua parente. O una nipote al massimo. Comunque sicuramente una che sarebbe stato meglio evitare di disturbare con attenzioni moleste, anche per non rovinare il bel rapporto con Marianne stessa.
Le sorrisi, incoraggiante.
-Ti accompagno.-, dissi. Non avevo nulla da fare, dunque non mi costava nulla.
E poi, poco ma sicuro, il nostro piacevole intermezzo era rimandato.

Marianne aveva accettato con facilità. Parlottammo del più e del meno e io mi astenni dal chiedere chi fosse Zana. Nella mia mente mi ero già fatto l’idea della ragazzina di dodici anni vestita come una di diciotto, cronicamente persa tra social e tv, all’inseguimento della vita da star prima dell’alba oscura della ragione. Caso già archiviato, sentenza già emessa. Poco ma sicuro.
Ovviamente, parlammo di ben altro durante il viaggio dal bosco alla stazione e anche sul treno discorremmo di tutto fuorché di Zana.
Si finì a parlare di film, serie tv, lavoro, viaggi, ferie… Tutto meno che Zana.
Finché non ce la trovammo davanti e io dovetti riconoscere la fallacia dei miei preconcetti.
La ragazza che avevo davanti, seduta sui gradini di una scala aveva un bel viso. La sua carnagione, poco più scura di quella di Marianne, pareva ebano. i capelli erano intrecciati e un po’ corti, neri come una notte senza stelle o luna. Il corpo era slanciato, i seni un poco acerbi, ma a sorprendermi fu la statura: Zana era alta per la sua età, che potevo stimare sui quindici anni circa.
-Questa è Zana. Mia figlia.-, la presentò Marianne mentre cercava le chiavi di casa in borsa.
-Piacere.-, dissi mentre mi presentavo. Lei sorrise. I denti bianchissimi fecero capolino dalla pelle bruna.
“Quanti anni avrà?”, mi chiesi non senza provare un certo grado di disapprovazione per i miei pensieri.
-Quindi… che fai nella vita?-, chiesi tanto per fare conversazione mentre Marianne apriva la porta.
-Vado a scuola. E gioco a basket.-, disse. M’illuminai. Basket: il solo sport che mi avesse appassionato…
Era bella. Inutile negarlo. Aveva quella bellezza ancora acerba e forse proprio per questo, preziosa.
Indossava dei pantaloni jeans e una giacca bianca con il logo dei Morbio Lions, una squadra di basket locale, a quel che sembrava. La guardai, mentre nella mia mente sorgevano pensieri.
-Quanti anni hai?-, chiesi con un sorriso che voleva essere amichevole.
-Sedici.-, interloquì Marianne. Zana la guardò con disapprovazione e forse anche tristezza.
-Diciassette. Faccio i diciotto a dicembre.-, disse correggendo sua madre.
Non la biasimavo: era ben triste che la donna che l’aveva messa al mondo non sapesse ciò.
Annuii. Il telefono di Marianne squillò di nuovo. Stavolta la conversazione fu in italiano.
E non erano belle notizie: il marito di Marianne stava tornando. Annuii. Tempo di andare.
Avevo avuto modo di conoscerlo: era un brav’uomo che non meritava i tradimenti di Marianne e non era così ingenuo come poteva apparire. Sicuramente sospettava qualcosa.
La aiutai a portare in casa un po’ di spesa fatta lungo il tragitto e me ne andai, salutando Zana con un sorriso che fu ricambiato.

Pensai a Zana in termini erotici? Sì. Sapevo di non doverlo fare.
Sotto un certo profilo, i miei pensieri erano comprensibili: le ragazze oggigiorno non vestono più come facevano dieci anni or sono. E anche il loro sviluppo fisico pare aver subito un’accelerazione…
Il sesso per loro non è più un tabù, ne parlano e sperimentano senza inibizioni. Non dovrebbe meravigliare che uno poi pensi male, no?
I miei pensieri per Zana finirono in breve tempo. Dubitavo che l’avrei rivista.
Rividi Marianne qualche volta. Non affrontammo l’argomento, neanche lontanamente. Ci vedevamo, parlavamo, facevamo sesso e bevevamo qualcosa. Semplice.
Io andavo avanti con la mia vita, lei con la sua.
Qualche settimana dopo, accadde, inspiegabilmente.

Raramente, Marianne mi permetteva di entrare a casa sua. Era rischioso, ma a lei pareva andare bene.
In quel paese ci si conosceva tutti, ma io contavo sulla rarità delle mie visite per passare inavvertito.
Quindi, quel giorno entrai a casa sua e, dopo un bicchiere di vino e qualche chiacchera, presi l’iniziativa.
Baciarla, palpeggiarla attraverso la maglia,scoprire i seni dai capezzoli già eretti, abbassarle pantaloni e mutandine in un solo gesto, tutto ciò non richiese molto tempo. Non ne richiese affatto.
Il triangolo di riccioli neri folti del pube di Marianne era invitante. Passai il dito tra le sue cosce, piano, lentamente. Lei mi tirò fuori il sesso, manipolandolo con un sorriso. Si voltò, piegandosi.
-Dentro…-, sussurrò con voce roca. Le piaceva essere presa a pecora, come una bestia, diceva che poteva sentirlo meglio. Anche a me piaceva. Affondai nella sua intimità già pronta con un movimento fluido.
Prendemmo a muoverci, veloci, poi lenti. Volevo farlo durare. La stanza in cui eravamo non era la camera da letto: non sarebbe stato facile nascondere le prove. Quindi il palcoscenico del nostro tradimento era la sala. Marianne era girata verso una parete, io avevo qualche grado in più verso la porta.
Ed entrambi sentivamo solo silenzio. E gemiti. I miei e i suoi. Impossibile che qualcuno entrasse senza venire notato. Continuavo a entrare e uscire, stringendo le trecce che componevano la capigliatura di Marianne in una morsa. E all’improvviso, la notai. Di sfuggita.
Un ombra, appena un ombra, troppo sottile per essere il marito di Marianne. la vidi attraverso le tendine che facevano da porta alla cucina. Bloccata lì, era lei. Zana.
Sul suo viso faceva capolino un senso di stupore, persino di oltraggio forse, misto a qualcos’altro.
Curiosità? Eccitazione? Mi trovai a domandarmi cos’avrebbe fatto. E cosa fare io stesso.
Avvisare Marianne? Fare un cenno a Zana di andarsene?
E poi? Cos’avrebbe fatto? Quella era la domanda. Intanto mi muovevo piano, roso dal dubbio.
Marianne, beatamente ignara della figlia che spiava, gemeva sussurrando frasi smozzicate.
Io volto con lentezza il viso. La guardo. E lei mi guarda. Fu tutto lì: un istante. Sfilai il sesso dalla vulva di Marianne, come per mostrarglielo, picchiettandolo sulle natiche insolenti della madre.
-Dentro… rimetti dentro…-, mormorò Marianne, irritata da quell’improvvisa pausa.
Gli occhi di Zana erano grandi, incuriositi. Non perdevano un dettaglio.
Improbabile non avessero notato il mio sesso rorido degli umori di sua madre, o l’espressione sul mio viso. Mi aspettavo che urlasse, o che se ne andasse schifata. Invece rimase a osservare mentre affondavo dentro Marianne, accolto dalla stessa vulva che aveva partorito quella giovane intenta a osservarmi.
In un certo senso, era come se a fare sesso in quella sala fossimo in tre.
Marianne venne con un gemito lungo, modulato, e con un’esclamazione in portoghese che suonava universale, in quel momento.
-Continuo?-, chiesi. Gettai un’occhiata timorosa verso Zana. Immobile, ma pronta a scattare via.
-Sì… ti voglio…-, mormorò Marianne. Dio, se solo avesse saputo…
Probabilmente avrebbe urlato, sicuramente sarebbe stata molto, molto meno felice.
Ripresi ad affondare in lei. Zana guardava. Silenziosa e iperscrutabile.
Era una situazione paradossale: temevo che Zana avrebbe potuto fare un passo falso e farsi scoprire e allo stesso tempo volevo evitare che Marianne si voltasse, quindi lottavo al mio meglio per far durare quell’amplesso così proibito, doppiamente eccitato dalla presenza di Zana.
-Hai preso qualche pillola?-, chiese Marianne, stupita dal fatto che durassi tanto.
Non risposi, preferendo aumentare il ritmo. Lei mugolò. Colava miele.
Notai un movimento. Marginale, appena abbozzato. Zana. La giovane nera si era portata una mano tra le cosce, come a volersi toccare. Il suo era un gesto appena abbozzato, inesperto eppure come guidato da un intuitiva conoscenza, scaturita all’improvviso alla luce di ciò che aveva visto.
Un gesto istintivo, suscitato da un desiderio perverso.
La osservai appena. Lei non osò muovere un muscolo, come timorosa del mio giudizio.
Diedi altri tre colpi di reni. Marianne gemette forte, scossa dal secondo orgasmo.
-Non sei ancora venuto…-, sussurrò. -Delusa?-, chiesi io.
-No…-, mormorò lei. Evidentemente era più compiaciuta che delusa.
-Ottimo.-, risposi. Feci per ricominciare.
-Aspetta…-, mormorò Marianne. Si alzò. Merda! Mi volsi fulmineo verso Zana.
Fatica sprecata: non era più là. Andata, come se non ci fosse mai stata.
Ma c’era stata, lo sapevo. L’avevo vista, poco ma sicuro.
Marianne si liberò dei calzoni e delle mutandine avvolti attorno alle caviglie e si sdraiò su di un tavolino.
Offerta. Lasciva. Eppure… Eppure qualcosa non mi tornava. La mia mente non era lì.
L’idea ora era più forte che mai. Irresistibile, anche a dispetto di quella donna che si offriva con tanta impudica lussuria.
-Aspetta.-, disse. Mi alzai i calzoni. Lei mi guardò, male.
-Vado al bagno e torno.-, dissi.
-Ok…-, mormorò lei toccandosi appena con le dita.

Che mi stava prendendo? La parte razionale della mia mente strepitava. La ignorai.
Non era la paura a motivarmi: a farmi agire era la consapevolezza che Zana avesse potuto trovare piacevole ciò che le avevo dato modo di vedere.
Non sapevo con precisione cosa dirle. Non ci stavo neanche pensando.
Non stavo pensando a moltissime cose, forse perché ad avere il comando, per una buona volta non era il pensiero cosciente, bensì l’istinto.
La trovai in corridoio. Mi guardava. La guardai a mia volta. Silenzio. imbarazzo.
Sguardi, ora. Solo sguardi. Nessuna parola. Siamo vicini, vicinissimi. Posso sentire il suo respiro.
E lei può sentire il mio. Mi sfiora il volto, avvicinando il suo. Mi sfiora le labbra con un bacio.
-Non qui. Non oggi.-, dissi spezzando quell’eterno presente. Lei annuì. Consapevole dei rischi.
Frugai nei calzoni. Trovai il portafoglio. Le diedi il biglietto.
Numero di telefono privato e tutto.
-Chiamami.-, sussurrai appena. Lei sorrise. Si protese e mi baciò di nuovo. Inesperta, compensava con l’entusiasmo. La strinsi. Le nostre bocche si unirono e giocarono per un lungo istante, io più sicuro, lei titubante. Non avevo fretta di farle bruciare le tappe.
Sapevo che ci sarebbe stato un dopo. Non c’era bisogno di dire altro.

Nota finale: la seguente è una storia di pura fantasia.

Autore Pubblicato il: 5 Novembre 2022Categorie: Racconti Erotici, Racconti Erotici Etero, Voyeur0 Commenti

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