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Palermo &egrave una città di sole e di mare dagl’innumerevoli attriti e dalle numerose divergenze, contraddittoria con delle molteplici e svariate contrapposizioni di cose, d’entità e di faccende talvolta non scritte né codificate, permeate abilmente nell’aria che si respira ben incastonate nei meandri della vita quotidiana, eppure lampanti, di cautela, di malavita, d’omertà e di reticenza, ma anche d’un insperato fascino e d’un inatteso influsso. Il mio fine settimana in questa città &egrave stato tutto, tranne che di lavoro, poiché Turiddu, (tradotto letteralmente come Salvatore), individuo dalla chioma corvina e con l’epidermide bruna verdognola, con le pupille penetranti di colore verde acqua marina mi conquistò immediatamente seducendomi con un sorriso e con la sua caratteristica e immancabile coppola di velluto nero, accompagnato da tutto quel dono divino e dal fascino istintivo, primordiale e orgoglioso dei siciliani, sì, perché lui m’appellava indulgentemente la sua ‘picciotta’, (letteralmente ragazza che occupa il grado più basso nella gerarchia), anche se io non ero esattamente la sua ‘picciotta’, viceversa la sua mignotta di turno.

In quell’occasione noi due c’incontrammo in un bar del centro appena giunsi in città, io ero accaldata, esausta e stremata con una voglia folle di denudarmi istantaneamente, in quanto io non reggo il caldo di quell’isola, però m’adatto facilmente arrangiandomi quanto basta. Salvatore mi strizzò l’occhio destro e m’offrì educatamente da bere, dato che io ovviamente non rifiutai e lui cominciò a parlarmi di sé, del suo lavoro e della sua famiglia. Io in quella circostanza non mi sbottonai più di tanto, perché non sono abituata a esprimere né a divulgare avvenimenti né questioni di me nei confronti di uno sconosciuto, anche se divertenti e piacevoli come d’altronde d’indole soltanto quelli del sud sanno essere.

Il mio vestito di cotone leggero era sennonché tutto bagnato dal sudore e i miei capelli sciolti erano da lavare, in quanto chiesi al mio accompagnatore di potermi indicare la strada verso l’hotel Ginestra, lui rapidamente s’offrì di condurmi con la sua autovettura, una splendida utilitaria decappottata di colore celeste come il cielo. In auto spostai dalle mie cosce l’abito, scoprii le mie pallide gambe lucide e perfettamente depilate e m’affacciai al finestrino aperto per respirare tutta l’aria della Sicilia in una volta. Lui mi guardò con quegli occhi insinuanti e maliziosi e sorrise, parlammo di tante futilità e quando giungemmo all’hotel gli dissi se volesse salire, lui non se lo fece di certo ripetere. In un attimo eravamo rinchiusi nella mia stanza, io mi spogliai tutta e lui non sembrò stupirsi oltremodo, anzi, poiché in brevissimo tempo eravamo ambedue sotto la doccia. Salvatore era ben piazzato fisicamente, altruista nei movimenti, deciso e fermo nell’affascinare intrigando una donna con tutte le sue doti di dongiovanni.

Io lo sottomisi subito, soggiogando il suo cazzo bello sodo e per di più aromatico, affabilmente ed erudita così come solamente avevo la forza di coordinare conducendo quell’amabile e rispettoso atto, sennonché in ginocchio tra le sue gambe alla maniera d’una devota orazione, giacché posso senz’altro garantire senza dubbio alcuno, per i più circospetti e guardinghi, che quel suo personale ‘cannolo’ di carne fra le gambe era colmo d’energia e di forza, stante che era ripieno di quel suo delizioso succo di mandorle, che mi saziò anzitempo prima che lo potessi totalmente avvertire dentro di me ancora intensamente carico di vigore. Quella doccia durò oltre tre quarti d’ora e quando tutto terminò in un’estasi in cui vidi tutti i colori, le evanescenze e le sfumature dell’isola, poiché Salvatore volle continuare ad amarmi in maniera insaziabile su quel letto fino al completo sfinimento, fino a quando non ressi più.

Da quel giorno e per i due successivi, non siamo usciti dalla stanza e ci siamo cibati e dissetati uno dell’altra e viceversa dei nostri corpi, dei nostri fluidi, delle nostre bocche, della nostra saliva e allorquando dovetti affrontare il viaggio per salpare feci onestamente assai fatica per staccarmi da lui. Io sorreggevo un involucro zeppo di gustosi dolci siciliani regalati da lui, con un sorriso che era un annuncio, un vero messaggio di quelli veramente sensuali e voluttuosi, perché durante il viaggio rievocavo amabilmente i nostri intensi attimi, solamente i nostri, poiché sentivo la sua voce appassionata e coinvolgente che mi salutava rivelandomi:

‘Ciao picciotta bella, torna presto, mi raccomando’.

In conclusione ci sentimmo per altre due settimane telefonicamente, poi tutto terminò nel periodo preciso mentre mi trovavo in una situazione insolita e bizzarra d’abbandono, coinvolta, immischiata e per di più compromessa in uno stato d’animo riservato interiore, che cercavo di estromettere scacciandolo via.

Quel distacco temporaneo mi fece però seriosamente davvero riflettere; oggigiorno, infatti, devo ammettere e sostenere con la certezza e con la piena convinzione, che giammai sarei ritornata né ricomparsa in Sicilia nei prossimi anni per lavoro, bensì mi sarei ripresentata solamente per abbracciare e per rivedere il mio beneamato e diletto Turiddu.

{Idraulico anno 1999}

Autore Pubblicato il: 7 Luglio 2016Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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