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La Caduta, atto undicesimo. Di Nimandeo Feral e Serena Prima

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L’esodo delle forze di Serena Prima non fu né spensierato né piacevole, e coloro che vi parteciparono poterono invero spesso dirsi fortunati ad avere un generale capace come lei. In primis, dovettero evitare la sorveglianza nemica. Per farlo, Serena incaricò poche unità scelte di sabotare o distrarre le forze nemiche a terra. I seguaci di Amsio Calus non si aspettarono sifatto tradimento e reagirono tardivamente. In poco tempo, le unità scelte di Serena disabilitarono diversi Auspex Sensorium e numerose Balistaee installate lungo rotte strategiche per prevenire bombardamenti.
La giovane comandante aveva ben messo in chiaro che i partecipanti a tale attacco non avrebbero avuto la garanzia di poter essere recuperati e ognuno dei volontari aveva accettato il rischio. A dispetto delle perdite, i cento eroi scelti riuscirono nell’impresa. Alcuni furono recuperati, ma molti altri finirono nelle mani dei loro nemici. E patirono una morte orribile secondo la legge di Roma.

Serena Prima, a bordo dei mezzi aerei gremiti di truppe, ponderava la situazione. Era evidente che non era rimasta incinta di Proximo Lario. Un peccato, invero. La Stirpe aveva perso un’occasione.
Ma ce ne sarebbero state altre, ne era certa. Intanto doveva concentrarsi sulle priorità: portare i suoi uomini fuori dall’Impero di Calus.
Solo così lei e i suoi sarebbero potuti sopravvivere e poi tornare, a rivendicare ciò che era loro.
Le Isole Britanniche concessero loro asilo, ma non di restare. D’altronde quelle terre stavano divenendo barbare e selvagge, corrompendo gli usi di Roma e i costumi tradizionali e Serena prima non volle attardarvisi. Lei e le sue forze ripartirono e, fatto rifornimento, lasciarono a Cuthbert Caio Maximo notevoli ricchezze in pagamento per l’asilo ricevuto.
Sorvolarono le terre barbariche del nord, il Norrenlandt come veniva chiamato dai suoi abitanti. Persero uno dei mezzi, abbattuto dal fuoco da terra e furono costretti ad abbandonare i superstiti al loro fato tra quelle terre orribili e selvagge. Ne persero un secondo per un guasto tecnico che lo vide precipitare sui monti nordici. Non poterono fermarsi per nessuno.
Serena stessa si mostrò turbata da tale decisione.
A dispetto di ciò che molti pensavano, ella teneva molto ai suoi uomini.

Fu dopo due giorni di disperata traversata aerea che le forze superstiti di Serena Prima giunsero in vista delle Insulae Cilicee. Rapidamente, la giovane contattò tramite i Vox di bordo le forze di Nimandeo Feral.
-Serena Prima e le sue forze salutano Nimandeo Feral. Richiediamo asilo.-, disse.
-Ave Serena Prima. Io sono Maltus Vann, primo Comes dell’Imperator Feral. Ti rendo omaggio. La tua reputazione ti precede e possa Calus sprofondare nell’ira impotente per averti voluto allontanare da sé. A nome di Nimandeo, ti do il benvenuto.-, a seguito di tal risposta, sulle console di comando del mezzo lampeggiarono messaggi. Coordinate.
-Ci sta indicando la zona dove atterrare.-, dedusse il pilota. Serena annuì. -Procedi.-, ordinò.
Procedettero all’atterraggio, posandosi su uno spiazzo.
Di ben cinque mezzi ne restavano tre. Le provviste di bordo scarseggiavano. Le munizioni erano poche e il clima caldo delle Isole Cilicee fiaccava i nuovi arrivati. Sbarcarono dai mezzi trovandosi circondati da armati. Tra essi vi erano auxiliarii barbari armati di fucili a munizioni solide, viragee con archi lunghi quasi quanto loro e frecce dalle larghe punte e cavalieri con lance dalle punte esplosive vestiti di pelli e cotte di maglia, oltre alla più gradita vista dei legionari di Feral, adornati di rosso e amaranto. La brezza non rinfrescava i corpi dei nuovi arrivati, e la sfiducia era palese.
-È questo il modo in cui accogliete chi viene in pace?-, chiese Serena Prima.
-La pace é la benvenuta. Ma di questi tempi, il tradimento pare essere di moda. Perdona la scortesia, nobile condottiera.-, disse una voce maschile. Serena volse il capo.
Nimandeo Feral, scortato da un quartetto di amazzoni in vesti tipiche del Kelreas, procedeva verso di loro. La giovane lo guardò. Capelli scuri, torso nudo, mantello allacciato sotto il mento, rosso come il sangue versato, il viso tinto da tracce di nero, pitture di guerra rituali. I calzoni dell’uomo (Calzoni!) parevano parodistici e i suoi calzari erano di fattura decisamente straniera.
Persino la sua lama non aveva più nulla di romano: era un coltello con un anello al termine dell’impugnatura. Era semplicemente alieno, barbaro. Come tutto il resto di quell’uomo e probabilmente del suo regno. Serena improvvisamente si chiese se veramente questo era ciò che voleva fare, mettersi al servizio di un Imperator che non pareva neanche più Romaneo. La Stirpe l’avrebbe sconsigliato, ma la Stirpe d’altronde non era lì.
Serena Prima aveva la sicurezza che Nimandeo non l’avrebbe uccisa o incarcerata sul posto, cosa che non poteva dire né di Aristarda Nera, né di Amsio Calus. E di fatto, gli altri piccoli pretendenti erano disinteressati al Trono, o troppo deboli per poter costituire una scelta. Se voleva mantenere un ruolo di primo piano nella situazione attuale, doveva forzatamente allearsi con Feral.
-Chiedo di poterti parlare, Nimandeo Feral. Vi é molto da dire e tu sai che il tradimento non rientra nella mia pratica di vita.-, disse Serena.
-E sia. Parleremo. Ma prima ordina ai tuoi uomini di deporre le armi, e di lasciarsi condurre verso una sistemazione temporanea.-, ordinò Nimandeo. Quest’ordine suscitò un’ondata di malcontento.
-Cedere le armi? E perché? Non siamo forse alleati?!-, esclamò una Viragea.
-Come sappiamo che non volete solo scannarci come animali?-, domandò qualcuno.
-È questo il modo in cui trattate degli alleati?-, chiese un uomo, indignato.
-Molti dei nostri han dato la vita per queste insegne!-, esclamò un Vexillifero, con rabbia.
-Io dico che morirò prima di cedere le armi di mio padre!-, ringhiò un legionario.
Gli uomini di Serena rumoreggiavano, decisi a non lasciarsi disarmare e circondati da quelli che sempre più parevano loro come nemici.
Gli animi si scaldavano. Armi venivano puntate, lame snudate minacce e insulti volavano.
-FERMI!-, ordinò Serena, -Deponete le armi! SUBITO!-. Si fece silenzio, la scena si congelò.
-Legionari! Avete la mia parola d’onore che non vi verrà fatto alcun male. Potrete tenere con voi le armi, ma prive di munizioni e le vostre insegne non saranno toccate.-, promise Nimandeo.
Improvvisamente fu silenzio. Poi, lentamente, un legionario tolse la cella di rifrazione alla propria arma. Un secondo fece lo stesso, poi un altro. Le Viragee misero le frecce a terra.
Lentamente, le forze di Serena Prima obbedirono.
-Nefrem.-, chiamò Nimandeo. Un uomo dal viso rubicondo ma dai tratti decisamente stranieri avanzò, avvolto da vesti da comandante.
-Fai scortare i seguaci di Serena verso Aulica Denorea, falli ospitare presso la popolazione. Ordina che siano curati e nutriti. E che nessuno osi torcere loro un capello a meno che non se lo meritino.-, ordinò l’Imperator. L’altro annuì, diramando ordini.
-Serena Prima, sei pregata di seguirmi.-, disse Feral. La giovane annuì seguendolo.

-I tuoi uomini sono molto diffidenti, Serena.-, disse Nimandeo. Squadrò la giovane. Era bella.
Ma la sua fama parlava per lei: fiera, indomita e per nulla avvezza a essere dominata.
Erano all’interno del palazzo del Praetor della vicina città di Raurica Bariorum. Il palazzo era costruito in muratura, ma arieggiato e molto decorato, sfarzoso. La stanza in cui erano mostrava arazzi appesi alle pareti, panoplie da guerra appartenute a capi e condottieri e busti di grandi uomini del passato, con diciture in lingue straniere che neppure Feral conosceva abbastanza da saper tradurre con sicurezza.
-La loro diffidenza é comprensibile. Tu e i tuoi sembrate barbari.-, disse lei. Nimandeo sorrise, indulgendo nella contemplazione mentre un servo portava della bevanda d’orzo fermantato.
Serena annusò il contenuto del boccale e non riuscì a trattenersi da una smorfia. Nimandeo non smise di sorridere, prendendo il boccale e bevendo una lunga sorsata.
-Tra i popoli selvaggi vi sono usi affascinanti. Tipo questa bevanda. La chiamano Birra. Sostituisce agevolmente un pasto. Di fatto é ideale consumarla fredda e con questo tempo anche più che indicato, direi.-, spiegò. Serena guardò la bevanda, non senza tentennamenti.
-È strana. Atipica. Non é… Non profuma.-, disse.
-Ha un sapore più forte e robusto del vino cui sei abituata. Ti prego, bevi.-, la esortò lui.
Serena prese il boccale e bevve. Tossì. Le andò di traverso. Ma riuscì a riprendersi.
-È amarissima…-, sussurrò appena ebbe modo, -Ed é… forte.-.
-Sì. Io personalmente la trovo più indicata del vino di Roma.-, ammise Nimandeo. La giovane era così impacciata… Fuori dalle usanze di Licanes pareva persa e a disagio. Normale. Lo era stato anche lui. Prima di accettare le usanze barbare, trovandone alcune veramente affascinanti.
-Dunque… accetti la mia offerta di alleanza?-, chiese Serena, -Sai bene che le mie vittorie sono molteplici. Stupidamente Aristarda ha rifiutato il mio aiuto e Calus ha ritenuto di potermi liquidare. Tu hai davanti a te qualcuno che può mettere l’Impero ai tuoi piedi.-.
-Serena… Ritengo tu sia molto ben informata. Dimmi, cosa ti fa credere che io voglia l’Impero?-.
La domanda di Nimandeo spiazzò la giovane al punto tale che ella non ebbe modo di nascondere il proprio stupore. Ci mise qualche istante a formulare una risposta.
-Tu… io so che tu ti sei fatto eleggere Imperator dalle tue forze. So che il Kelreas ha appoggiato la tua sovranità. So che i popoli barbari ti hanno seguito… Perché non dovresti?-, chiese.
-Perché Roma non ha più nulla per me.-, disse Nimandeo, -L’idea di conquistare e unire era stupida sin da principio. Licanes é caduta per la stessa ragione e ora ripetiamo la lezione per non averla voluta apprendere quando ancora potevamo.-. Prese un sorso di birra.
-Ma é assurdo… Insomma, Roma domina un Impero!-, esclamò Serena.
-No. Roma dominava un Impero. Ma ora la guerra civile ha reso ben chiara la fragilità del nostro dominio. I suoi territori sono sparsi e distanti. Privi di vincoli, i suoi generali si ribellano. Anche tu vedi questo, Serena Prima. In effetti, se tu fossi stata leale a Roma avresti accettato la tua sorte, no?-, chiese Nimandeo.

Serena strinse i denti. Non stava andando bene.
-No. Calus ha sbagliato a vedermi come un ostacolo da rimuovere e pagherà il prezzo della sua stoltezza. Ma tu, Nimandeo, puoi salvare l’Impero da sé stesso. Se pensi che le tradizioni di Licanes non valgano più, allora ti prego di prendere su di te il manto di salvatore che il Cielo ha voluto avvolgerti attorno e accettarne la responsabilità. Io sono convinta che, per decreto degli Dei, tu sia destinato a divenire il salvatore dell’Impero.-, disse.
Passò un istante e un secondo e poi, improvvisamente, Nimandeo rise.
La sua risata pareva sincera, un riso fragoroso e prorompente, una vera esplosione di divertimento sicnero e genuino. Serena Prima non capiva, non riusciva a capire.
-Non ci arrivi proprio, vero Serena? A dispetto di tutte le tue qualità pare che tu non riesca ad accettare la verità.-, disse Nimandeo quando finalmente poté parlare. Si fece serio.
-Mandato del Cielo. Tre parole con cui nella nostra storia abbiamo veicolato grandi cambiamenti, rivoluzioni, assassinii e grandi imprese. Pura retorica. Vuota e immonda come un cane sventrato e lasciato a marcire al sole! La vita é breve per sprecarla adempiendo a missioni oscure e fatidiche, inesistenti se non nelle teste degli illusi. Gli dei, o nobile condottiera, non si curano invero degli uomini. E gli uomini mai dovrebbero pensare di agire col benestare degli dei.-, rispose Nimandeo.
-Allora perché hai fatto ciò che hai fatto?-, chiese Serena. Ancora non riusciva a capire.
-Per esser libero. Roma non l’avrebbe permesso. Non si confà ai figli di Roma d’abbandonar la propria madre, ergo dovetti spezzare i legami. Ciò che vedi, i barbari nel mio esercito e le cose che faccio e che indosso non sono orpelli. È la verità. Io volevo proprio solo questo. Essere libero.-, rispose Nimandeo senza perdere quella serenità.
-Libero? Lo sei davvero? Sei schiavo della tua stessa libertà.-, disse Serena. Sorrise notando il cipiglio di Feral divenire interrogativo.
-La tua libertà é dovuta solo e unicamente al disinteresse di Roma, ma se un nuovo Imperator dovesse sorgere, pensi forse che ti lascerà vivere? Io non lo credo. E so che hai anche attaccato spesso punti tenuti da altri generali. Tu sei già in guerra con Roma, che tu lo voglia o meno.-, spiegò la giovane. Nimandeo la guardò, improvvisamente pensoso.
-Affascinante, Serena. Hai ragione. Purtroppo per obblighi e per provare il diritto al comando, ho dovuto attaccare forze che un tempo mi furono alleate. Ora, ciò che é fatto non può esser disfatto, ergo é inevitabile che la risposta di Roma giunga sotto forma di un nuovo attacco.-, si alzò, dirigendosi verso una balconata, -Vieni.-, disse.
Serena lo seguì, circospetta ma curiosa. Si trovò a guardare l’isola. Città sorgevano, separate da boschi e montagne. Era, suo malgrado, bella, sebbene fossero insediamenti caotici, privi della tecnologia di Roma o dell’ordine tipico delle civitas romane.
-È stupenda, nevvero?-, chiese Nimandeo. Serena annuì.
-Queste città non le ho conquistate, non fu necessario. Accolsero il mio dominio e capii, una volta giuntovi, che non era necessario civilizzarle. De facto, facendolo le avrei rovinate.-, disse Nimandeo, -Vedi, la gente non era forse longeva come noialtri, o “civile” ma erano persone d’onore, e come tutti noi, cercavano di tirare avanti. Ti pare un crimine tanto orribile, voler vivere liberi, Serena?-, chiese. La giovane non seppe rispondere. Voltò le spalle alla città. Aveva caldo. Le vesti che portava erano adatte al clima della Ferencia e delle Insulae Britaniche, non al caldo di quella terra così diversa…
-Vedi, c’erano predoni e nemici anche qui, ma io e le mie forze sapemmo come sistemare il problema. Spesso e volentieri i predoni erano solo dei poveracci il cui raccolto era andato male, o che non avevano cibo a sufficienza. Ma le loro armi, quelle erano affascinanti e non solo… Il loro cibo é peculiare. Mangiano carne, qualcosa che io non riesco ancora a capire, ma cucinano tutto in grosse pentole rotonde chiamate Wok. È da non credere quanto siano versatili…-, Nimandeo sorrise nuovamente, felice come un bambino. Serena sospirò.
-Di nuovo ti chiedo, Nimandeo, pensi forse che Roma dimenticherà il tuo tradire?-, chiese.
-No. Ma per ora sia Calus che Aristarda hanno altro a cui pensare. E ora…-, Nimandeo batté le mani due volte. Un’ancella dal taglio degli occhi a mandorla, capelli corvini avvolti in una treccia, avvolta in vesti colorate ma non eccessivamente aderenti si presentò davanti a loro, inchinandosi brevemente.
-Sheria ti procurerà degli abiti consoni al clima. E un bagno, ovviamente.-, disse.
-Ma… i miei uomini…-, iniziò Serena.
-Loro saranno acquartierati. Non ho motivo di inimicarmi i tuoi valorosi soldati.-, disse, -Soggiornerai questa notte come ospite. E se vorrai, potrai partire o restare, con o senza i tuoi uomini.-. Serena si soffermò a chiedersi a che gioco Nimandeo stesse giocando.
-Quanta generosità…-, osservò con un sorriso. L’uomo non sorrise di rimando.
-Non sto cercando di ingannarti. Se vuoi andartene sei più che libera di farlo. Ma personalmente, preferirei lo facessi domani, e così anche i tuoi uomini credo.-, disse.
-Comprendo. Immagino non vi sia nulla che possa farti rivedere la tua posizione, vero?-, chiese.
-Temo di no.-, disse Nimandeo. Serena annuì, dentro di sé ben conscia che quello era un vero stallo. Uno smacco bello e buono e un problema non da poco. Doveva riuscire a convincerlo a riprendere le ostilità contro Roma.

La giovane dagli occhi a mandorla l’aveva condotta sino a una stanza con una vasca. Serena aveva iniziato a spogliarsi, ma, con gesti gentili che non necessitavano di parole, l’altra l’aveva convinta a lasciarla fare. L’aveva spogliata con una delicatezza priva di qualunque sgradevolezza. Piano, come un’amante riverente, quasi con timidezza, sino a lasciarla nuda. Serena doveva ammettere che non si aspettava una simile leggiadria. E non era imbarazzata: si era denudata davanti a molti e il pudore era uno scudo occasionale, ma sapeva bene che la nudità poteva essere anche un’arma.
Sicuramente, nello specifico era la dimostrazione che non era armata.
Sheria accarezzò appena il suo tatuaggio, sul petto. Lo fece di proposito, curiosa. Serena rimase bloccata, improvvisamente turbata da quel contatto. Non che non le fosse piaciuto, ma le ricordò qualcosa. Il suo compito, la Stirpe. il suo ruolo, scolpito sulla carne prima ancora che nella mente.
L’ancella le indicò la vasca. Lei annuì. Ci entrò, distendendovisi. Era colma di acqua calda e profumata. Le parve di vedere qualcosa gallggiare. Erbe? O altro? Chiuse appena gli occhi.
Non riuscì a reprimere un sospiro di goduria: quanto era che non si concedeva un simile lusso?
Sentì le mani della giovane sulle spalle. Per uno stupido istante temette un’attacco, e s’irrigidì. L’altra strinse le spalle con le mani, con fermezza ma senza l’intento di ferirla.
Serena ci mise qualche istante a capire: era un massaggio. Si lasciò fare, cercando di rilassarsi.
Il massaggio continuò lungo le spalle. La giovane usava ambo le mani e, complice l’acqua calda e l’abilità di Sheria, Serena sentì la tensione allentare la presa. Gli occhi le si chiusero ancora.
Lentamente, la ragazza percepì un rilassamento sempre maggiore, si sentiva vezzeggiata, come se fosse stata fatta di argilla modellata sapientemente dalle mani di Sheria.
L’ancella aveva abbandonato le spalle, ora dedicandosi al collo con perizia. Dopodiché prese una spugna. Serena fece per obiettare. Non si era mai fatta lavare da altri, ritenendolo un privilegio da indolenti e pigri. La giovane non volle sentire ragioni e prese a strofinarla.
L’abilita di Sheria era notevole. Serena non poté impedirsi di chiedersi quanto tempo avesse passato a elargire servigi simili. La giovane le lavò piano la schiena, per poi concentrarsi sui fianchi e sui seni. Pur non avendo in apparenza alcun intento al di fuori di quel servizio, Sheria stava suscitando in Serena dei sentimenti tutt’altro che timidi. La giovane sentiva il languore del desiderio pervaderla piano, sfiorarla e ritrarsi al ritmo delle mani dell’ancella.
“Dei… lo fa apposta? O sono io…”, si domandò Serena. Si accorse d’un tratto che la sua mano era scivolata sino al pube. Si sentì arrossire, ma la giovane restava ferma, in attesa.
Apparentemente ignara dell’evidenza. Le sorrise.
-Grazie.-, disse. Non sapeva se la giovane parlasse la sua lingua. In ogni caso, annuì.
La fece alzare, asciugandola vigorosamente, finanche nei punti più privati. D’un tratto, il telo dell’asciugamano le sfuggì dalla mano. Per un brevissimo istante, un dito di Sheria fu a contatto con la tenera carne dell’interno coscia di Serena.
Fu solo un’istante, ma alla giovane quel contatto parve fuoco puro, scatenante una brama sopita ma mai sazia. Sorrise. L’altra rimase ferma e, di scatto, ritrasse la mano, riprendendo ad asciugarla. Discreta o imbarazzata? Serena non se lo chiedeva. Si domandò però se le donne presso quei popoli fossero come quelle dei Licanei, o più simili alle amazzoni del Kelreas…
Le mise addosso una veste. Una tessuto leggero, da indossarsi con nulla sotto. Da selvaggi, appunto. Però era fresco. Serena annuì. Sheria uscì e le fece cenno di seguirla.

Nimandeo Feral la aspettava in una sala imbandita. C’era di tutto. Carne, pesci che lei mai aveva visto, ortaggi e, per la sua felicità, vino.
Serena sorrise. Sheria fece un inchino e fu congedata.
-Deduco che il bagno sia stato piacevole.-, disse Nimandeo. Serena si chiese se si vedeva tanto quanto temeva. Quanto poteva dedurre quell’uomo di ciò che provava?
-Io… Sì. L’ospitalità é stata eccezionale.-, confermò lei.
-Ne sono lieto! Sheria é eccezionale nel mettere a proprio agio gli ospiti, sia maschi che femmine.-, disse lui. Serena si domandò fugacemente quanto lui fosse stato messo a suo agio da quella giovane. Forse troppo. Forse era stato proprio quello a farlo diventare così.
-Vedi, quando venni qui mi aspettavo terre selvagge, popoli da sottomettere, nemici. Ero infervorato dall’amor patrio. Dal desiderio di portare le nostre insegne lontano, come un novello Janus.-, disse Nimandeo, -Ma poi, capii. Questi popoli barbari sono diversi da noi, ma a loro modo anch’essi onorevoli e retti. E i loro usi possono sembrarci inferiori ma in realtà sono solo molto diversi. Il bagno che hai appena fatto é qualcosa che in Roma non ti sarebbe dato. Nessun Romaneo aggiunge spezie e sali al proprio bagno. Qui invece é costumanza. I barbari sono tali perché non parlano la nostra lingua, ma tant’é. Per loro quelli strani siamo noi. Ed é curioso come, se i nostri compatrioti capissero, potrebbero assaporare delizie indescrivibili.-.
-Anche il loro cibo é peculiare. Il pesce lo mangiano crudo, o appena scottato. E poi c’é la carne e il resto…-, Nimandeo addentò un cosciotto di un qualche animale. Serena, titubante, prese una cucchiaiata di quello che pareva essere un cereale bruno. Portò il tutto alla bocca, ricavandone un sapore speziato e la sensazione dei cereali che si spezzavano sotto i denti.
-Loro non usano posate ma ho ritenuto che avresti potuto apprezzarle.-, chiarì Feral.
-Grazie.-, disse lei, -Ma dimmi… Non vi é proprio nulla che io possa fare per convincerti a schierarti contro Roma?-, chiese. Nimandeo sorrise, scuotendo il capo.
Serena sospirò. Era così? Aveva fatto tutta quella strada per nulla? O forse…
L’idea le balzò in testa. Sacrificare la purezza della Stirpe per la riuscita del piano?
Guardò l’uomo che aveva davanti. Era tutto meno che brutto. Il prototipo del maschio che ogni donna avrebbe voluto poter dire suo amante. Eppure non era uno della Stirpe.
Poteva davvero farlo, oppure c’era un’altra via?

Nimandeo sospirò. Serena era bella, peccato si fosse invaghita della sua crociata contro Roma.
O meglio, contro Amsio Calus. Il nuovo Imperator ancora non aveva risposto alle sue lettere.
Feral pensò che l’avrebbe fatto. Prima o poi avrebbe dovuto.
E fu lì che accadde. L’attacco arrivò dalla finestra. Una fune. Per un istante si poté pensare a un miraggio. Altri l’avrebbero fatto. Ma non lui. Nimandeo si gettò su Serena trascinandola a terra.
La giovane imprecò, mentre il fin troppo famigliare suono del fuoco automatico di un’arma palesemente non appartenente ai Licanei falciava il silenzio. Un servitore che portava delle vivande fu falciato dalla raffica. Nimandeo non esitò. Vide l’assassino. Sguainò il pugnale, girando la presa. L’assassino, avvolto in vesti color nerofumo lo vide. Alzò l’arma mentre Nimandeo gli arrivava addosso. Fu allora che Serena agì. Qualcosa entrò nel campo visivo dell’uomo. Un boccale. Centrò la mano dell’assassino, spostando la mia. La raffica successiva colpì la parete e un arazzo, ma non Nimandeo Feral, che gli arrivò addosso. Colpì allo stomaco, senza preoccuparsi della possibile reazione. Con la mano libera afferrò l’arma dello sconosciuto. L’uomo tentò di fermarlo ma riuscì solo a rallentare l’affondo, poi la lama lo trapssò. Strappando l’arma dalla mano dell’avversario, la gettò lontano, piazzandogli il pugnale alla gola.
-Chi ti manda? Aristarda? Calus?-, chiese. L’altro sorrise sotto il tessuto che gli copriva il viso.
-Calus manda i suoi saluti.-, disse.
-E io gli risponderò.-, disse Nimandeo. Piantò il pugnale nel petto dell’uomo, sfilandolo dopo esseri accertato che fosse morto. Serena Prima, in piedi e incolume salvo per i vestiti sporchi di cibo pareva altrettanto sorpresa. Le guardie di Nimandeo fecero irruzione un istante dopo.
-Mio signore…-, sussurrò una delle Amazzoni.
-Va tutto bene, Lytha. Calus ha voluto mandarmi un messaggio. Penso sia ora che riceva risposta.-.
La voce di Nimandeo Feral era pacata, ma non leggera. Greve. Cantava di dolori ancora a venire.
-Avvisa le truppe. Fai preparare le legioni. Insegnerò personalmente ad Amsio Calus che la mia benevolenza ha un limite.-, disse.
-Mio signore… é sicuro?-, chiese l’amazzone.
-Sì. La pace é un dono, ma non é da darsi per scontata. È da mantenere, talvolta con la guerra.-, disse Nimandeo. Serena Prima non disse una parola.
Finalmente, quando le guardie se ne furono andate, Nimandeo la guardò.
-Mi duole tu abbia assistito a questo. Calus ha fatto la sua scelta. La mia risposta é questa: avrai il mio supporto.-, disse.
-Io… ringrazio, ma quel pugnale…-, iniziò Serena. Lui sorrise.
-Già. Un’altra arma dei barbari. Molto più efficace delle nostre, a corta distanza. E grazie per avermi salvato la vita.-, disse. Lei sorrise. Era bellissima. Quasi un’apparizione. Il desiderio era lì, a un passo. Si domandò se lo stesse sentendo solo lui.
-È un piacere, Nimandeo.-, disse. Nessun titolo. Non ne servivano.

Il giorno seguente, Serena Prima annunciò alle sue forze la sua decisione di supportare l’offensiva di Nimandeo Feral e riprendere così l’Impero da tempo perso. L’offensiva partì il giorno seguente e travolse le forze lealiste sulle isole vicine.

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