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L’amore è solo un grido nel buio

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Sono una donna di trentasette anni, mi chiamo Nicoletta. L’intestazione della mia storia, dal titolo del racconto potrebbe sembrare limitativa, direi parziale e condizionante, tuttavia mi espongo qua attraverso questa testimonianza, delineando per inciso il mio individuale resoconto, per descrivere la mia cronaca, o meglio la condizione incerta, inibente e ostacolante della mia vita. Come menzionavo poc’anzi, sono una donna di trentasette anni e ho la netta e piena impronta d’essere arrivata alla stazione terminale della vita, non per malattia né per infermità gravi beninteso. Lo so, forse farà presumibilmente ridere, senz’altro discutere, indubbiamente eccepire e finanche obiettare detto così, perché sono piuttosto giovane, direi non stagionata. Fino a qualche mese fa avrei detto che soffrivo d’abbattimento, di prostrazione, di depressione, ma al presente, non so più se questa sia la conclusione né la spiegazione corretta da sottolineare e da evidenziare.

Sono laureata, ho un impiego stabile in un ambito in cui il lavoro è serenamente assicurato, ma in modo inesplicabile lo detesto. Disapprovo e ho il pieno astio per il lavoro a tempo pieno, ho il livore per la mia mansione in sé, mi crea inquietudine e affanno ogni mattina quando ci devo andare, non lasciandomi ampiezza e margine per null’altro: mi sposto al lavoro, rientro, assumo cibo e poltrisco, mentre il fine settimana cerco senza profitto di dormire. Fuori misura dire e sostenere, cambia il tuo lavoro allora, potrebbe ribattere qualcuno. Io non so che cos’altro fare, non ho più idee su di me né fedi né dottrine, sulla mia esistenza né su che cosa m’attirerebbe fare, sono sempre stata poco ingegnosa e operosa, poco incline ai rapidi mutamenti, alle precipitose e repentine variazioni, perché per mia indole un poco mi spaventano, d’altra parte non so da dove cominciare.

Attualmente vivo con la mia famiglia, tuttavia non è mai stata per me un attento né un valido sostegno, un giovevole e premuroso supporto, come non lo è al momento, loro non sanno come sto e come soffro, o meglio lo ignorano del tutto, lo sottovalutano misconoscendo e tralasciando i miei patimenti interiori. A mia madre tempo fa riferii di soffrire di depressione e il risultato è stato quello di non ricevere né ottenere conforto né soccorso alcuno, facendo genuinamente finta che io non avessi mai manifestato niente. In aggiunta a ciò con i miei fratelli non parlo.

Fin da quand’ero un’acerba e puerile fanciulla, ho sempre avuto una carente e stentata predisposizione ai rapporti sociali. Non mi piacevano gli atti, le situazioni e le cose che incantavano tutti, in quanto ho sovente privilegiato starmene pacificamente per conto mio. Il problema era che i miei interessi e i miei svaghi, raramente coincidevano combaciando con quelli altrui. Ci sono delle persone a cui ero simpatica, che sporadicamente incontro e che taluni sono soddisfatti nel vedermi, ma la cosa non va al di là di questo, perché nessuno si schiera né fa amicizia con me. In un periodo peraltro scuro, eccezionalmente tribolato dal malessere e dalla demoralizzazione, ne confabulai con delle persone che avevo accanto in quel lasso di tempo, informando e ribadendo che avevo bisogno d’un robusto appoggio e che la vicinanza d’un amico m’avrebbe certamente facilitato nel compito alleggerendo in tale maniera il mio disagio. Non è servito a nulla. Io non biasimo nessuno, dato che nessuna persona esiste per stare ai comodi degli altri, ma ho naturalmente smesso di provarci. Al lavoro non ho mai più fatto amicizia con nessuno, perché la faccenda non andava mai oltre a un caffè alle macchinette.

In tutto questo lasso di tempo, da oltre trent’anni lo dico con sincerità, non ho mai avuto un ragazzo, nemmeno un appuntamento. E’ capitato che mi piacesse sì qualcuno, ma la questione è sempre morta così finendo con un ineluttabile e fatale nulla di fatto. Non so che sensazione sia, avverto che è un’azione e una meraviglia che mi manca, è semplicemente una cosa che non c’è mai stata, che non conosco, e che ho ben presto archiviato. Al presente mi sento sola, ma pensandoci bene, non so per quale combriccola e amicizia bramerei. Più volte la mia collega d’ufficio, mi ribadisce che di certo troverò qualcuno, ciò nonostante io la trovo un’espressione insulsa e poco intelligente, mentre mi domando: se in tutto questo tempo non è mai capitato, non vedo come potrebbe succedere adesso. Presagisco e sospetto di non aver mai felicemente vissuto, poiché avverto che nella vita ci sono delle azioni irrecuperabili e delle questioni intime inguaribili, che io non potrò mai più compiere, adesso che lavoro. Gl’interessi e i piaceri che avevo, l’andare in montagna, leggere, visitare un museo, andare a teatro o a una mostra stanno scemando, si stanno affievolendo innanzitutto per via del lavoro che mi prende tutto il tempo. Non potrà di certo andare meglio in futuro, perché non è che andando avanti si lavora meno, quindi affermerei e preciserei che la mia vita andrà avanti così per sempre.

Frattanto mi rivolgo a un’analista del settore da due anni, la psicopatologa mi ripete tante cose, ma non so che cosa trarne di concreto. Il comunicato di basamento pare sempre che ci si debba accontentare, se non hai tempo di fare qualcosa che ti piace non importa, troverai qualcos’altro, qualcun’altro e via discorrendo mi ribadisce lei. Pensandoci e riflettendoci su, trovo che il suo sia un comunicato immeritato, un messaggio ingiusto, un bollettino iniquo e una relazione disonesta, ma la colpa non è della mia analista né di nessun altro, è proprio la vita che trovo che sia arbitraria, illecita, ingiusta e scorretta. Io mi ritengo una donna ammodo, dotta, educata, erudita e onesta, ma ormai so bene che queste doti sono più volte degl’intralci, dei veri intoppi, che non m’hanno mai agevolato né favorito. Non ha molto senso vivere, se il campare simboleggia affannarsi e brancolare per lavorare, per stancarsi e basta, mi sento avvilita, prostrata, svigorita e arginata.

Dopo in un momento inatteso e insperato, pensando d’aver toccato irreparabilmente il fondo, ecco che ho conosciuto lui. Una sera appena uscita dal lavoro mi trovavo in una tabaccheria in fila che aspettavo il mio turno per essere servita. Dovevo acquistare l’abbonamento mensile per l’autobus e quando giunse il momento di pagare, mi resi subito sfortunatamente conto che avevo dimenticato il portafoglio con tutti i documenti e gli effetti personali dentro la borsa poggiata sulla poltrona del mio ufficio. Troppo tardi per tornare indietro, in aggiunta a ciò pioveva pure forte, sennonché frugai dentro le tasche del soprabito per racimolare qualche moneta, ma non trovai niente. Là attorno a me, c’erano diverse persone, però nessuno s’interessava né si crucciava preoccupandosi della mia incresciosa situazione, offrendosi o mettendosi a disposizione per aiutarmi o per soccorrermi, tranne che lui, un ragazzo dalla carnagione olivastra con degli occhi scuri e magnetici che t’ammaliavano appena li fissavi. Il ragazzo in questione di nome Serafino, senza conoscermi, uscì dalla fila senza tentennare né temporeggiare ulteriormente, offrendosi in ultimo di pagarmi l’abbonamento della corriera, intanto che l’incaricata della rivendita ci guardava in modo livido, tracotante e sostenuto, corrosa dall’invidia, peraltro attonita, stralunata e stupefatta da tanto insolito altruismo che forse là dentro non si era mai visto, per me però ritenuto per l’occasione benedetto e divino.

In seguito uscimmo insieme, io lo ringraziai tantissimo per quell’insperato aiuto accompagnandomi nel mentre alla fermata degli autobus con la sua autovettura, perché là di fuori pioveva con intensità, promettendogli che ci saremmo certamente rivisti e frequentati, perché il volevo sdebitarmi e contraccambiare con diligenza e cura per l’assistenza e per l’appoggio ricevuto. Quel ragazzo in verità mi piaceva, aveva insperatamente fatto breccia nel mio essere, aveva deliziosamente lacerato il mio cuore, sembrava che ci conoscessimo da tantissimo tempo, due metà divise che vagano, due anime in viaggio che si radunano ricomponendosi, due esseri che peregrinano. Il fato, sennonché, in maniera esimia e sublime, aveva fatto in maniera impeccabile ed egregia la sua parte, stupendomi la psiche e sconquassandomi le viscere. Ero rinata, mi sentivo energica, dinamica e radiosa, non avevo più bisogno dell’analista, ero rifiorita, mi sentivo nata un’altra volta, ero un’altra donna, così è stato.

Al presente sono distesa sopra quel grande giaciglio, intorno a me tutto è velato e indistinto, sono interamente svestita, probabilmente dovrei impensierirmi per questa bizzarra condizione, tuttavia mi sento protetta, spalleggiata e serena come se fossi a casa mia, però stasera sono da Serafino. Lui s’accosta a me, pure lui è spoglio. Appena mi vede, il suo cazzo comincia a svegliarsi, innalzandosi gradualmente in tutta la sua estensione fra le mie gambe. Serafino si distende accanto a me e inizia a giocherellare con la mia pelosissima e nerissima fica, che lo fa uscire di senno. Io l’ho lasciata spessa e villosa volutamente perché lui l’adora così, perché quella grande e larga striscia di pelo lo fa sragionare, per capirci è simile a quella del ritratto “L’origine del mondo” di Gustave Courbet. Così sono io adesso, con la fica in primo piano lascivamente adagiata su letto. Al presente io gli tocco il cazzo, gli massaggio i testicoli, gli sollevo il prepuzio e me l’infilo in bocca, dopo Serafino m’allarga le gambe, io gli offro la mia grotta e lui comincia a ispezionare libidinosamente quella pelosissima boscaglia, dove troverà la mia deliziosa e odorosa fenditura tutta da gustarsi. Serafino inizia a leccarmi con abilità e competenza la fica, la sua lingua s’introduce famelica rintracciando il clitoride e spassandosela, perché bastano poche movenze ben assestate della sua lingua che vengo, urlando il mio istintivo e bramoso piacere.

Nicoletta mi fa farneticare, le sue labbra madide defluiscono sul mio cazzo mentre la sua lingua si sposta turbinosa in cerchio al mio glande. Sto per sborrare, però Nicoletta rallenta e mi fissa, si blocca sollevando la testa e strepitando nuovamente il suo smisurato e chiassoso incantesimo di donna, perché è venuta un’altra volta. Io invece resto là, fermo, a breve distanza dall’apice finale, interrotto di proposito. Nicoletta si solleva, io bramerei fermarla e ghermirla, ma non sono capace di mettermi in azione, appare tutto talmente tangibile e al tempo stesso tanto eccentrico. Adesso Nicoletta s’adagia fra le mie cosce, mi tocca il cazzo e agguantandoselo tra le mani se lo sistema nell’infossatura delle sue tette, iniziando ad agitarlo senza fretta sovrapponendo le sue mani al di fuori. Io sto vaneggiando, perché un’euforia immensa si diffonde salendo dall’inguine, un benessere smisurato mi permea le membra, intanto che Nicoletta incrementa lievemente la cadenza. In pochi istanti, infervorato e sobillato come sono le sborro abbondantemente in viso, però una parte del liquido seminale annaffia le sue tette. Nicoletta lieta e allegra s’alza in ginocchio di fronte a me e con le mani acciuffa un poco del mio sperma e lo assaggia.

In seguito ci riposiamo e iniziamo a discorrere, dopo un quarto d’ora mi dirigo verso la finestra dell’altra stanza per prendere da bere e per osservare il panorama dal quinto piano, mi giro e mi rendo conto che lei frigna. Torno indietro e la osservo, mentre sprofondata sul letto con le cosce spalancate si manipola la fica, si sta facendo un delizioso, appagante e lussurioso ditalino. Da tempo, invero, non ricordavo una donna manipolarsi focosamente e istintivamente di fronte ai miei occhi, Nicoletta è davvero favolosa. Alla vista di quell’eccezionale, fervido e impulsivo spettacolo, il mio cazzo ripristina la posizione eretta, Nicoletta si solleva facendosi sennonché penetrare nella postura della smorzacandela, cominciando a dettare progressivamente l’andatura.

Io la sostengo per le chiappe e per i fianchi accompagnandola nel movimento, giacché Nicoletta mi volta la schiena all’indietro, mantenendosi con le braccia appoggiate al mio torace. Nel mentre che scopiamo io le accarezzo le tette, lei si scatena ulteriormente accelerando il ritmo. Siamo quasi al culmine, lo sento, Nicoletta s’accorge che sto per sborrare, allora contrae la fica per amplificare il mio piacere, io rallento un poco il ritmo e attendo. Lei capisce e s’adegua, il mio cazzo è conficcato tutto nella fica fino alla base, lei se ne accorge, mi desidera, lo percepisco dalla sua intemperante foga, perché in brevi secondi perveniamo insieme all’orgasmo ansimando e strepitando la nostra energia, sembra che là ci siano i fuochi d’artificio, tutto scoppia, ogni cosa sfavilla, primeggia e si propaga, rimaniamo lì allacciati, poi c’è il silenzio e il buio.

Gradualmente si fa giorno, i raggi del mattino si diffondono incuneandosi tra le fessure della persiana d’alluminio, io sono coricato sul letto, pure Nicoletta è appagata essendo distesa a pancia in giù. Esamino il suo bel fondoschiena e i lineamenti delicati del suo corpo, rimugino dentro me stesso quanto sia fortunato, dal momento che ho conosciuto quest’amabile e stupenda femmina. Dopo la desto con un bacio e l’abbraccio forte. T’adoro Nicoletta le rimarco io, di rimando lei mi ribatte: Serafino, tu sei il mio tutto.

L’amore vince su tutto, l’essenziale è invisibile agli occhi, perché nulla è sacrificato né sprecato fatto con amore. E’ incredibile come un mondo pieno di persone ti può sembrare deserto e spopolato, se una sola ti manca. Non capisco, sono circondata da persone, eppure mi sento da sola, non vedo nessuno, vedo unicamente un’ombra che è la tua, mi vieni incontro, ti guardo e mi si popola il cuore.

Tu sei una persona di quelle che s’incontrano quando la vita decide di farti un regalo. Dietro a ogni nuvola c’è un raggio di sole. Quello sei tu, ti amo da sempre Serafino. Non è il tuo viso che colpisce, ma le tue gradevoli, genuine e naturali espressioni, non è il tuo corpo che mi piace, ma il modo in cui lo stesso si muove. Apertamente dirò e sosterrò, che spesso non è l’aspetto fisico che m’attrae, ma sono i tuoi deliziosi e adorabili modi di fare di te.

Io ti ho amato ancora prima di conoscerti Serafino, mi sacrificherò per te, piangerò e gioirò con te. Io sarò il tuo più grande amore, forse commetterò pure degli errori, spesso mi ferirai, ma nonostante tutto t’amerò più della mia vita.

C’è solo una donna capace di fare tutto questo, sono io, la tua adorata Nicoletta. Tu sei superlativamente tutto quell’amore che nell’insieme avrei voluto accogliere e incassare da sempre, spero soltanto che tu stia con me e ininterrottamente nel mio cuore.

[Idraulico anno 1999} 

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