;

Non attendevi altro

5 0

La porta è solamente accostata, manifestamente e leggermente socchiusa, io ho un palpito e un brivido che mi sconquassa al pensiero del rischio che ho corso, se qualche mal intenzionato m’avesse silenziosamente preceduto magari anticipandomi. Quest’evidente avventatezza e quest’innata irriflessione, fanno parte indubbiamente del tuo individuale e innato carattere, a ben vedere però non è mancanza di serietà né di faciloneria, ma è esclusivamente una fredda e similmente lineare avveduta determinazione, se anteponi e subito dopo stabilisci d’azzardare e d’avventurarti, perché lo fai innegabilmente fino in fondo. Io m’illudo e m’abbaglio di proporti intimazioni, ordini o imposizioni, ciò nondimeno sei sempre tu a decidere e in ultimo a stabilire l’intensità, la profondità e l’impeto dell’ubbidienza.

Io resto fermo per lunghi istanti davanti alla porta socchiusa, assaporando e avendo l’incertezza e pure il reale tentennamento di quello che succederà, poi l’apro francamente eccitato e invogliato, tu sei lì in piedi, visibilmente oppressa e chiaramente limitata, tra l’esiguo spazio fra il lavandino e il water, con un accenno di sorriso affascinato e intrigato sulle labbra.

Non c’è traccia di pudore né residuo di vergogna alcuna né segno di pentimento nel tuo sguardo, perché hai quest’attitudine e questa congenita capacità d’isolarti dal luogo o forse è proprio l’ambiente triste a rimpinzare la tua smania per ora statica, ma da tempo sfarzosamente contratta e chiassosamente spasmodica, intimamente in quello sguardo ammaliatore e irresistibile che possiedi. Io giro frattanto il catenaccio sulla scritta “OCCUPATO” e mi viene in mente l’indicazione che fai apparire sulla finestrella della chat nell’angolo in basso a destra dello schermo del PC, chiarissimo e per me lampante invito quando sei in linea, dove lussuriosamente e in modo libertino m’annunci gaudente la tua presenza:

“La tenera farfallina attualmente è occupata, potrebbe non rispondere” – con quella scritta godereccia e colorata che lampeggia, facendomi costantemente vaneggiare e folleggiare oltremisura, quando leggevo quel messaggio seduto di fronte al computer dentro le mura della mia abitazione.

In effetti, a ben vedere è una veritiera premessa, una schietta e lungimirante introduzione, in quanto il tuo è un accurato e puntuale legame, direi un sagace impegno delle tue mirabolanti, intrinseche, lascive, costanti e lasciamelo dire, di depravate e dissolute intenzioni. Se ti trovi in questo luogo, interpreti, esprimi e diffondi animosamente senza dubbio che ti proponi, che ti concedi fervidamente in modo categorico, ma in special modo che vuoi essere invasa, che vuoi essere entusiasticamente conquistata e vivamente espugnata con qualsiasi espediente e con qualunque stratagemma. Non ci scambiamo una parola, non un cenno di saluto, ci fissiamo, ci tratteniamo, ci studiamo, come due pugili si sondano scandagliandosi poco prima dell’incontro. Tu appoggi le spalle e la nuca alla parete dietro di te e alleggerisci impercettibilmente il mento, per dare inizio alle belle quanto armoniche, conflittuali e proporzionate ostilità.

Tu vuoi essere domata e incanalata, ammansita e padroneggiata, ma è come se m’avvertissi informandomi che questo che compio non basta, che io imponga in modo tangibile, netta e chiara la mia forza, perché per abituarti devo usare i gesti adeguati assieme ai riti appropriati e consoni. Il gioco, la presente partita, è attualmente nelle tue mani, io allungo una mano e inizio a sbottonarti la camicia, che accentua la tua femminilità felina, gli ultimi due bottoni li lascio allacciati.

Tu hai gli occhi inchiodati ai miei, perché so che stai esaminando e osservando scrupolosamente le mie individuali azioni. Al momento non subisci né disapprovi né promuovi nulla, perché io non ho intenzione d’essere bocciato, afferro sennonché i lembi della camicia, li scosto facendoli scorrere sulle spalle, li abbasso fino alla piega del gomito, poi sfilo in parte le maniche, ti faccio voltare, unisco i tuoi gomiti alla schiena e li lego stretti con le maniche.

Ti giro di nuovo, giacché adoro lo sguardo audace e fiero di chi accetta approvando con orgoglio la propria sottomissione, con un gesto sincrono delle mani sguscio i seni dalle coppe, guardo il tuo petto indifeso, molto più interessante così pur non togliendoti il reggiseno. La tua maschera di silenzio s’incrina in un breve sospiro, efficace premio e incisiva ricompensa alle mie mosse, tu hai i capezzoli tesi che io rendo più gonfi stropicciandoli tra le dita. Per quello che ho in mente devono essere certamente duri e svettanti, dal momento che nemmeno se avessimo concordato in precedenza le nostre azioni, saremmo riusciti ad essere così in accordo e talmente lineari.

Basta sennonché un’occhiata più intensa o il lento movimento d’un polpastrello, per esprimere la grande partecipazione, per simboleggiare la totale complicità e la completa adesione, di quello che stiamo mettendo in atto e facendo insieme. Subito dopo ti sfugge un effimero e succinto lamento, quel bel mento si solleva, annunciando e manifestando l’amor proprio, evidenziando e segnalando la fierezza e il valore d’essere in tal modo approvata, guardata e valutata come sto facendo io.

Adesso ti guardo mentre, ti specchi notoriamente nella mia espressione, sei manifestamente denudata, legata e torturata dai tuoi stessi gioielli, in quanto sai d’apparire impudica, oscena e scostumata. La rudezza, l’indecenza, l’oscenità e la trivialità si diffondono spandendosi nei nostri volti, per il semplice fatto che il tutto tradisce svelando la voglia, assieme all’appetito d’accelerare i gesti.

Il tuo silenzio mi richiama e mi polarizza, m’attira come una calamita, io ti frugo sotto la gonna, scosto il bordo degli slip, ti penetro con due dita in maniera famelica, sei realmente come speravo, bagnata, liscia e morbida, perché non aspettavi altro che quest’impudica solennità e quest’incontinente severità delle mie dita. Mentre mi scosto, appoggiandomi alla porta per guardarti, vedo che i tuoi occhi fissano con voracità inchiodandosi sulla patta che pulsa, io abbasso la cerniera e ti mostro il cazzo, tu di riflesso pieghi una gamba e la sollevi, appoggiando un piede sulla tazza del bagno. La gonna ti copre, ma è come se vedessi la tua fica splendere e aprirsi, io m’avvicino, t’alzo la gonna e nell’istante in cui sto per introdurtelo, tu mi dici le uniche parole della giornata:

“Sì, così, muoio dalla voglia, non resisto più, infilamelo”.

Gradualmente su quel famelico e cupido criterio, a poco a poco, su quel bramoso e ingordo ordine, si riattiva il vero e genuino rapporto di forze, poiché udiamo le nostre grida, per il fatto che apprendiamo e assimiliamo gli affanni, nondimeno afferriamo e cogliamo svisceratamente i lussuriosi e i viziosi gemiti, che il frastuono del treno avanzando rende muti.

{Idraulico anno 1999} 

Lascia un commento

I racconti erotici di Milù DEVI ESSERE MAGGIORENNE PER POTER ACCEDERE A QUESTO SITO.