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Io scrivo le argomentazioni e le conclusioni della vita da sola, senza considerare né valutare che cosa ne concepiscano interpretandone né immaginandone gli estranei, che della mia vita ne hanno composto costituendone il ritaglio. Sono una pestifera e tremenda accaparratrice, ingenerosa e ingrata, perché voglio tutto per me, sia l’amore sia il dolore sia il rammarico. Io non classifico né discrimino né scelgo fra l’uno e l’altro, visto che nel groviglio dei miei nervi s’infilano entrambi come serpi attorcigliandosi e confondendosi come delle spire malvagie, dato che mi sfruttano, mi spremono e mi fanno gesticolare in modo indemoniato.

Anche oggi ho il mio usuale incarico di vita da compiere e alla fine da ultimare, ma con te però, perché io metto alla prova e sperimento in ultimo bizzarre, focose e incredibili sensazioni. Attualmente gira il tuo pensiero, considerato che s’arrovella di netto nel mio intelletto, frullano le tue parole dentro di me, nel mio cervello s’animano ravvivandosi indomabili e nel mio cuore s’incidono svettando taglienti. Io non ti chiedo dove sei, adesso lo so, perché sei tornato imperioso e prepotente fra le mie gambe, dentro i miei occhi e sulla mia pelle. La mia mente però no, quella non l’hai mai abbandonata né ignorata, perché il sale di quelle lacrime ha solcato il mio viso, in quanto io t’ho cercato troppo e ho pianto tanto. Ripensarti era come recarsi al cimitero, dal momento che vedevo la tua migliore fotografia piantonata in un portaritratti argentato e intorno gli atteggiamenti d’una natura multicolore, io là che pregavo e invocavo un ritorno che credevo impossibile, eppure soltanto i morti non riappaiono.

La morte &egrave il zittirsi in eterno, l’assenza forzata, il congedo perenne. Morire &egrave spegnersi, troncare il respiro, tagliare le relazioni, smorzare la presenza, ma tu non sei mai morto. Io ti ho tenuto però in vita dentro di me con l’amore che soltanto il grembo d’una donna sa alimentare, coltivare e in conclusione adeguatamente mantenere. La fertilità della mia memoria ha dissetato il rimpianto di te, mentre le mie mani modellavano e le mie gambe avanzavano unicamente per te in attesa della tua ricomparsa in vita. A dire il vero non sono felice neanche adesso dopo la tua resurrezione, poiché sono lo sfizio imprudente e sconsiderato, la bestia infuriata e mai appagata, per questo motivo io scivolo come una lucertola in quell’angolo di sole che al mio arrivo si oscura, sempre.

La tua anima &egrave un’inutilità rattristata e contagiosa, il tuo odore scostante e selvatico &egrave fastidioso sul mio corpo, allora strofino la pelle per separarmi da questa nuova seccatura sotto lo scroscio bollente e sordo dell’acqua. Gratto con le unghie e una spugna grezza l’amaro pungente del sesso, del tuo sesso, poi svuoto quelle bottiglie di bagnoschiuma dai mille aromi, però &egrave tutto come prima: il telefono che reclama vibrante i tuoi desideri, il mio corpo stanco d’esaudirli, il mio cuore illuso che io esisto ancora per te, tenuto conto che tutte queste sono solamente delle inezie e delle scemenze che ti sei creato e inventato tu insieme alla mia beneamata analista.

‘E’ esultante e festoso, giacché ha potuto disporre dell’attestazione e della testimonianza che lei &egrave al momento viva nei suoi pensieri’ – aveva placidamente esordito distendendosi sopra quella poltrona.

Sì, infatti, accomodato precisamente sopra quella poltrona come tutti quegli stupidi che come me prima riempiono e successivamente svuotano il portafoglio di centoni di euro, per farsi prescrivere la ricetta della felicità. Ci divide una scrivania, in questa villa fredda e gigante a picco su quel lago grigio e stagnante, io acquisto la ricetta della letizia e della spensieratezza in un contorno passivo e spento, che risuona peraltro di forza con tutte quelle molteplicità insoddisfatte e malcontente del mio spirito interiore. Al momento ci separa una scrivania, ebbene sì, un limite labile della mobilia, che marca distintamente contornandone il confine del potere. Lei ha i sacri unguenti attaccati alle pareti per vendere pillole di buon umore, dopo aver fatto rigettare i confini d’un passato all’improvviso avvilente, penoso e svalutante, con le gabbie dell’animo che incatenano ogni buona volontà di vivere e non soltanto di sopravvivere.

‘Sono fortunata e privilegiata’ – mi ribadisco io, nel momento in cui mi dirigo in direzione della macchina con le zeppe che affondano nel parco sorvegliato da Biancaneve con i sette nani. Sono allegra mi riaffermo in maniera inedita e alquanto persuasa, in quanto me l’ha riferito placidamente quell’analista. Per quale motivo ti sei ripresentata? Per quale ragione non sono soddisfatta? Perché l’allegria, la felicità e la serenità non s’acquistano, in ultimo non sono nemmeno in commercio? Non ti pare? Questa richiesta batterebbe e oltrepasserebbe l’offerta, poiché non esistono sorgenti sconfinate di beatitudine, perché tu sei riapparso nella mia vita non per amore, dato che tu l’amore non sai neppure che cosa sia.

Tu mi rivuoi caldamente fra i tuoi riconoscimenti, festosamente tra i tuoi trofei, vivamente in linea generale, quale altro raggiungimento d’altronde per raggiungere quel tuo proposito con un numero di telefono e una vagina accanto. Tu ritorni da me, perché sai che io t’arrotolerei nel risucchio della tenerezza, che saresti accettato e accolto senza nessuna rivendicazione né pretesa di raffronto, per il fatto che sei da solo pure tu, addolorato, non corrisposto e sconfortato di non essere positivo. Io rientro a casa dopo avventure incompiute, fra le penombre obbligate e i ricordi agitati d’una vita incolore e insapore, ciononostante sorrido della mia finta e imposta felicità, della maestria sensata e inesplorata, della mia perenne contesa con la tua distanza.

Un rigagnolo d’acqua si snoda frattanto al di sotto della porta del bagno sfociando dal piatto della doccia peraltro siliconato male, mentre raggiungo la fonte, la prima pozzanghera &egrave evaporata lasciando sulla ceramica incrostazioni ostinate che fatico a eliminare. Allora sfrego isterica sulle tracce di te, però non scompaiono, giacché sei diventato indelebile persino da un pavimento. Finisco in camera da letto, la camera nuziale disarmante di un nuovo capitolo, perché &egrave un libro questa mia vita con te dove tutto accade snodandosi all’incontrario. La conclusione &egrave già pronta, prima ancora che l’inchiostro abbia riempito d’oscenità la prima pagina. Dopo spalanco la finestra, perché l’asprezza del piacere ultimo non soffochi l’ossigeno che ancora mi &egrave concesso. E’ un odore questo che nasce dal miscuglio incessante e ingiustificato del profumo con il tanfo, &egrave il segno memore che s’annida sotto le unghie e in ogni piega del corpo, all’interno d’ogni cavità, perché non si estirpa con l’acqua né con il sapone, in quanto rimane saldamente attaccato. E’ la reale testimonianza del peccare, soddisfatto ma inadeguato al mondo pubblico, coprente, geloso e impaurito, perché quella &egrave la clandestinità genuina del godere.

Io in quell’istante sollevo il lenzuolo, la macchia dei nostri fluidi macchia i tessuti, dopo passo una mano sopra la risultante delle nostre finali fatiche e la respiro. Insieme abbiamo la fragranza di buono e di selvaggio, allora avvolgo le lenzuola del nostro incontro, le infilo in lavatrice e giro la manopola posizionandola sui novanta gradi. Che si rovinino, che si rompano, che si strappino questi stracci e che muoiano in pezzetti come il mio cuore. Non sono felice, no, perché non ti possiedo neanche dopo averti riavuto. Come pretendere poi di dominare un’anima se non si &egrave padroni neppure del corpo?

Io mi maltratto, mi tormento d’interrogativi e di richieste, capto, mi scopro e riscontro d’essere incapace e maldestra d’esultare del delirio amoroso in cui ci siamo reciprocamente trascinati. Attualmente sono afflitta e amareggiata da una ricerca dolorosa e tormentosa della felicità, che mi porterà all’insoddisfazione continua, al disappunto e al malcontento che intrattenibile avanza. Non lo so neppure io che cosa sia giustappunto e per bene la felicità e il tripudio.

Nella tasca possiedo una ricetta alterata, distorta e imbrogliona, ne ho sulla pelle un’incandescente e scottante collocazione, intanto che l’acqua e il sapone del lavaggio provano tentando di cancellare e d’azzerare in modo definitivo i nostri liquidi, però mai l’esultante né la felice riunione.

{Idraulico anno 1999}

Autore Pubblicato il: 3 Giugno 2017Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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