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Tartassante sfumatura

Oggigiorno rammento ancora con metodico raziocinio, quand’ero soltanto un’inesperta e sprovveduta acerba signorina poco più che ventiduenne, che la tremarella, il panico e l’angoscia esistenziale del decesso mi gettava irrimediabilmente nel più completo tormento e nella più profonda afflizione, mentre io di buon grado, per tentare di sottrarmi a essa, mi precipitavo lestamente all’interno di quella casa di tolleranza rifugiandomi là, perché all’epoca si chiamava in quel modo, invocando e facendo in ultimo appello ai benevoli spiriti celesti, tentando in tale maniera di farmi spalleggiare dai messaggeri divini, che ammodo e saggiamente mi rincuorassero. Oggi ho fortunatamente e intelligentemente rimosso quell’angosciante e addolorante ricordo, scacciandolo dalla mia mente con frequenti trattamenti, presso conoscitori ed esperti intenditori della materia. La mia personale esperienza, oggigiorno è spettata a una mia affezionata confidente, la quale si sta sobbarcando questi incresciosi e sgradevoli tormenti che l’assillano di frequente. 

Ricordo ancora, infatti, un pomeriggio allorquando avvertii un corteo mortuario che avanzava, rievoco anche adesso che la mia prediletta amica Sonia era affaccendata nel fumarsi gustosamente una grossa canna nel salotto, poco dopo sollevò lo sguardo al di là del parapetto del grande ballatoio del secondo piano della nostra abitazione, inevitabilmente stupita per l’estrosità di squadrare un corteo funerario che avanzava, in quanto non le era mai successo prima d’allora d’osservarne uno così da vicino. Io, per la circostanza, su esplicito avviso da parte di mia madre, dovevo tenere in ordine e con precisione l’alloggio e in special modo il terrazzo, cercando di riordinarlo sistemandolo infine al meglio per non urtare i vicini, dopo i nostri stravizi prima che i miei genitori rincasassero dalle vacanze, altrimenti me ne avrebbero cantate quattro, tallonate da enormi ramanzine, da snervanti prediche e da logoranti lavate di capo, in particolare modo da parte di mia madre. 

Nella maggior parte dei casi i barrocci mortuari che Sonia aveva intravisto erano quieti, solamente scortati da semplici processioni e non da sconclusionate e disorganiche musiche. La ricercata applicazione che aveva morbosamente riservato a quell’immancabile quanto ricorrente canna, le aveva neutralizzato l’intelletto, perché lei mi riferiva che vedeva scaturire dal tramezzo della parete della camera confinante un inedito luminoso scintillio. Lasciò infatti, che la tenda che aveva tenuto scostata per guardare all’esterno, ricadesse al suo posto e passò nell’altra camera. Qui quello sfavillare divenne più forte, perché la parte di muro da essa interessata sembrava essersi assottigliata, fino a divenire una leggera trama di tessuto. Leggermente impicciata e insicura al pensiero, che quella potesse essere un delirio dovuto al continuo e smodato stravizio di fumo e di sostanze allucinogene, Sonia distese le dita in direzione del tramezzo del muro mettendole in tensione e nel contempo domandando: 

“Dimmi una cosa? Ascoltami, sei per caso uno spettro gentile e disponibile?”. 

“Ti dirò che ci sei andata vicino, sono un portaordini, un inviato del giardino delle delizie, di quell’empireo che vai cercando”. 

“Sì, d’accordo, va bene, però non è ancora sopraggiunto il mio momento” – disapprovando e rigettando quel concetto, replicando in modo attonito e ammirato dall’indizio di avere dinanzi quella creatura celeste. 

“Devo inoltre enunciarti che la tua dipartita è stata già stabilità, per il momento però la tua assegnazione definitiva non è stata deliberata, non si sa nulla” – replicò armoniosamente quell’entità rilucente, terminando di riferirle quell’inusuale nozione. 

Subito dopo apparve, in quanto possedeva invero delle fattezze di distinta e di signorile avvenenza, aveva uno sguardo talmente cristallino e sgombro, giacché si poteva intravedere un fiabesco paesaggio. La capigliatura e l’epidermide racchiudevano tutte le gradazioni della volta celeste, sia la luccicante luminosità del sole quanto quell’artica, inerte e glaciale tonalità della luna. L’entità era tutta ammantata in modo indescrivibile, giacché riversava spargendo un’innovativa calura nella sala, ciò nonostante non era un pelame né un abito, finché visibilmente intrigata e impaziente lei non gli divulgò: 

“Quello che vorrei chiederti m’incuriosisce molto, è da tanto tempo che me lo chiedo. Sei un uomo o una donna?”.

“La questione quassù è ininfluente, non ha nessun tipo di valore né di rilievo. Quassù nel trono del firmamento, la dote e l’abilità di natura genitale non sussiste, non regge”. 

Che noia, che uggia e che scocciatura, considerò speculando seccata nel mentre Sonia, immaginandosi di ficcarsi in uno sgradevole e mesto luogo, a tal punto così barboso e prolisso. 

“Ascolta, io mi trovo qui perché sono arrivato per farti strada, per spianarti il cammino” – enfatizzò la creatura celeste, declamando e dissimulando di non aver potuto decifrare i suoi indecorosi e villani concetti. 

“In che luogo? Quaggiù ho parecchie opere da svolgere gentile e sovrano annunciatore, la mia esistenza è soltanto al debutto. Puoi svelarmi un fatto? A chi appartengono gli estremi onori là di fuori?”. 

“Forse supponi il grande calesse con il quale sono sbarcato dall’empireo. E’ quello che realmente pensi?”. 

“Con tutta franchezza credo d’aver udito piuttosto bene poc’anzi un’andatura ritmata, come quella caratteristica dei preparativi per celebrare un’onoranza funebre”. 

“Ti correggo mia beneamata, non si trattava di esequie, bensì era solamente la nobile e celestiale musica prodotta dall’intelligenza celeste, perché ci traghetterà in direzione del principato dei cieli. Naturalmente se sarai degna e rispettabile”. 

“Io ho però fermamente espresso e in ogni caso ribadito, che non ambisco né desidero crepare passando a miglior vita”. 

“Ti rammento che se porgi la tua esistenza al sovrano del firmamento la salvaguarderai, altrimenti con la devozione ossessiva per la carnalità in tal caso la sciuperai”. 

“Devo riferirti che, mio malgrado, non ho avuto finora l’opportunità d’unirmi in matrimonio né ho ottenuto dal cielo la benedizione né la fortuna d’avere dei pargoli” – intanto che la spossata e logorata agonizzante femmina, si lagnava recriminando per l’eccessiva quantità esorbitante di fumo e di cocaina assunta in corpo, mentre la creatura celeste si sbottonava aprendosi e confidandosi in un ottimismo che stimolava altre parti di lei nello struggersi, cercando di trovare pace. 

“Ti comunico e ti trasmetto altresì, che l’avere difeso e serbato il candore e persino l’intima innocuità, ti aumenta notevolmente l’amabilità e ti eleva molto il decoro, in sostegno dell’innalzamento della tua istintiva vitalità e della tua naturale dedizione”. 

“Sì, d’accordo, mio magnanimo e premuroso messaggero divino. Io non ho però dichiarato né espresso d’essere candida e incolpevole”. 

“Allora manifestati e riconoscilo adesso, perché anche se hai compiuto una scorrettezza, quest’atteggiamento non t’ostacolerà di certo nel ricevere la gaiezza, il brio e il colmo della gioia. Il ravvedimento e la penitenza sono per di più apprezzati, ben stimati e benvenuti”. 

L’intelligenza celeste l’animò interamente sostenendola e rincuorandola, con un richiamo compassionevole e indulgente e finanche radicato, molto intenso nel suo insieme. La disonesta e sleale trasgreditrice, sfruttò quel momento di comprensione e di pazienza della creatura celeste per agguantargli la mano, diffondendogli e recapitandogli in ultimo i suoi intrinsechi e inerenti turbamenti, al presente divenuti lontani e totalmente disgiunti dalla riflessione del concetto del trapasso, peraltro annunciato, sofferto e sopportato in precedenza. Il messaggero divino si rese conto d’essere meno impalpabile e meno indefinito, in quanto la sua mole si sovraccaricava durante gl’incontri con gli esseri umani rivelandosi al meglio. Aveva inoltre la cognizione, che assecondare e concedere eccessivamente un giudizio sull’entusiasmo e sul fervore riguardante la carne del corpo, avrebbe potuto esporlo danneggiandolo in conclusione agli atteggiamenti, ai giudizi e infine ai gusti della volta celeste. Ciò nonostante, a dire il vero, astenersi e in ultimo declinare l’appoggio e il conforto d’una vita in supplizio che s’appronta alla transizione, perché sarebbe in definitiva stato anch’esso un autentico e lampante peccato, un netto e palese sacrilegio. 

“Coraggio, non crucciarti né affliggerti più di tanto, dai che non è una sciagura, mia amabile e tenera confidente. Di certo, otterrai l’immortalità e la grandezza, per esserti in conclusione invaghita dell’altissima squisitezza del supremo”. 

L’angelo tentò di sganciarsi dalla stretta di lei, da quel contatto che gli premeva contro. Le sue mani gli scendevano sul groppone quasi per constatare saggiando la sua tangibile realtà, che quella creatura fosse talmente concreta e spettacolare là di fronte a lei. Lo spirito celeste confuse quegli accarezzamenti animosi e insolenti per occorrenza di consolazione e declinò di sganciarsi dall’aggrovigliamento delle sue braccia. Lui le sorrise squadrandola per bene, avrebbe dovuto rendersi conto che la sua cute stava gradualmente dissipando le venature degli asteroidi, per macchiarsi maggiormente d’un antropico colorito, principalmente nella superficie delle gote, perché fu Sonia che per prima si staccò, attendendo che la sua corporatura riapparisse per un istante in maniera paradisiaca. 

“Senti un po’, tu sei davvero convinta e persuasa, che queste condotte incuriosiscano e commuovano l’altissima e ultraterrena bellezza?” – gli domandò con una falsificata costernazione. 

La creatura celeste al presente osservava, scrutava le ammalianti e le illudenti bellezze che si paravano là avanti, repentinamente mostrati dalla corrotta e viziosa femmina: 

“Forse ti deluderò Sonia, però da parte mia è un no, perché manifestazioni e atteggiamenti talmente abietti e ignobili di questa bellezza, sono solamente ammirate nel precario e gradite soltanto nel mondo temporaneo. Presso di noi, là in alto, è invece fondamentale e occorrente ben di più, per essere voluti e ambiti” – riferì l’angelo immediatamente, nell’impegno di conservarsi leale, giusto, retto e determinato. 

“Mi scusi rispettoso e zelante messaggero, perché in quel caso non mi elargisci un’altra possibilità sulla terra? In questo modo, invero, che l’attaccamento e la passione terrena possa beneficiare della rivelazione per quanto volgare e triviale, della mia innata attrattiva?”. 

“Sonia, tu vorresti farmi supporre e reputare, che giammai un uomo ha sfiorato quello che mi stai esibendo e spiattellando senza costumatezza, decenza né riguardo davanti a me? Ti accontenterai dell’appagamento che hai posseduto, giacché dovrai dolerti e ravvederti all’istante, se vorrai salire al di là del cielo”. 

“Contaci mio benevolo messaggero di luce, prendilo in considerazione, te lo assicuro e te lo prometto che nessuno lo ha mai palpeggiato. Neppure uno è mai ancora entrato, perché non voglio scomparire né schiattare senza averci provato”. 

Il messaggero divino si ricoprì il viso con una mano, a questo punto diventata esorbitante di sembianze antropiche e mascoline, per non ancorare lo sguardo su quella licenziosa, immorale e peccaminosa osservazione. 

“Tutto ciò che vedi è candido e illibato mio premuroso annunciatore, analizzalo anche tu se non sei convinto della mia autenticità e della mia indiscussa integrità, in tal modo non perirò senza averne gioito e beneficiato una volta se non altro”. 

“Io sono giunto qua da te in funzione di custode e di liberatore, non ti disonorerò, perché non sono un defloratore”. 

In realtà era smodatamente tardi, perché se ne accorse in modo tangibile, quando tentò di cambiare aspetto in limpido principio immateriale, cercando di dissolversi così com’era arrivato. In verità, si era lasciato mollemente affascinare dalla forestiera percezione dell’eccitamento, perché pure fra le sue cosce ora soggiornava un avanzo di carne solidificata e biasimevole. Tenuto conto che a quel punto aveva perso l’opportunità d’esser perpetuo, per aver squadrato con i sacrosanti e venerandi occhi della creatura celeste quel turbamento, ribadì verso se stesso che poco tempo gli avanzava, che la cosa migliore al presente era associarsi e partecipare. In realtà non gli rimaneva altro che accostare le labbra a quelle tette, ciucciarne interamente il pervertimento che ne prorompeva e approssimarsi accanto a lei sul tavolato della stanza: 

“Aspetta, qua meglio di no” – enunciò lestamente Sonia, rinviando l’incontinente ambientazione. 

In un baleno si trasferirono distendendosi sul grande arazzo piazzato nella sala, nei pressi d’un focolare. Là di fuori nevicava, il fischio del vento e la forza della tormenta, uniti al crescendo del furore erotico evocarono all’angelo l’insopprimibile e impietosa furia ultraterrena. A questo punto lui aveva arretrato capitolando alla fragranza di quella donna, i più animaleschi e impulsivi ideatori degl’istinti e delle inclinazioni sessuali. Introdusse sennonché la lingua in quegli avvallamenti oscuri della fica, in seguito in quell’accogliente e felpato dell’ano. L’ammaliatrice e la lusingatrice dello sventurato angelo, frattanto si irrorava riccamente contorcendosi, scortando con le proprie dita il tocco soave della lingua soprannaturale che perlustrava l’accesso del suo didietro. Consumarono la notte intera nel manipolarsi, esplorandosi con la gratificazione di corrisposti orgasmi. Novella sperimentazione per lui, chimeriche e favolose duplicazioni per lei, d’ogni forma di sollecitazione delle proprie libidinose superficie erogene, fin quando verso il chiarore del mattino le riuscì di lasciarsi sbattere e allargare le pareti del retto, che ormai le davano più soddisfazione e appagamento di quelle della fica. Globalmente le era sembrato inesauribilmente incantevole e naturale, questo è a conti fatti amare ed essere riamati. Respingere ed estromettere la visione della morte, con l’inusuale appoggio e l’originale ausilio della creatura celeste chiamato amore. Sonia si sbalordì al mattino successivo, allorquando svegliandosi avvertì uno smisurato calore nel circondarla pur in assenza del focolare acceso. 

“Sai che cosa? Ti confesso che ieri sera mi pareva che nevicasse” – manifestò Sonia alla creatura celeste. 

Sonia sussultò bruscamente appena incrociò il suo sguardo, in verità due globi di luce penetrante la esaminavano, mentre la tonalità della sua capigliatura era deviata verso una sconvolgente gradazione: 

“Sgualdrina di primo livello che non sei altra, qua nell’oltretomba la neve non c’è, hai capito?”. 

“In conclusione sono trapassata? Ci sono finalmente riuscita? E’ questo che vuoi dirmi?”. 

“Non c’è dubbio, hai detto bene. Che cosa ti aspettavi? Di poter elegantemente modificare i propositi della sorte con una semplice e principesca inculata? Come personale ricompensa hai fatto perire perfino me. Al momento, ti rammento per dovizia, che ci troviamo nel cerchio degli sregolati, nel recinto dei viziosi sfrenati. Tu sei una corrotta, depravata e impudica, sbaragliata dalla raffica della passione per l’immortalità, mentre io rimango uno storpiato spiritello marchiato d’altra parte dalla collera dei cieli, perché non apprenderò né avvertirò più l’attaccamento dell’Altissimo”. 

“D’accordo, adesso non originarne però una catastrofe. In fondo, adesso hai tutto il tempo infinito per essere benevolmente desiderato e affettuosamente adorato, dalle mie mondane e soprannaturali piacevolezze, ovviamente” – si dileggiò schernendolo animosamente e furbamente, rammentandogli le sue espressioni della notte precedente. 

La sveglia sul comodino bruscamente la destò con il suo effetto acustico accanito, sconquassandole e rovinandole quella meravigliosa e strabiliante lussuriosa visione appena vissuta, scuotendola e rammentandole che doveva iniziare un’altra faticosa ed estenuante giornata. Forse Sonia voleva portare l’attenzione verso gli aspetti spirituali dell’essere, legandosi in ultimo a un bisogno di sicurezza e di verità. 

L’apparizione della creatura celeste nel sogno può essere addirittura l’elemento centrale d’un grande desiderio e segnalare, con la sua presenza, il passaggio a una nuova fase di vita, la necessità d’un radicale cambiamento interiore, una nuova consapevolezza. Può altresì indicare sia il bisogno di soprannaturalità, di religiosità, quanto la necessità di trovare un senso “superiore”, insomma un timoniere, una guida e una direzione nella propria vita. 

Sonia, in realtà, aveva la necessità d’avere pace, di ritrovare la serenità, di riavere la protezione che le era mancata, di scoprire la guida, d’ottenere dei consigli, di procurarsi delle consolazioni e di recuperare la speranza per essere aiutata. 

{Idraulico anno 1999} 

 

 

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