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La porta a vetri smerigliata dell’ufficio era chiusa, eppure s’intravedeva ugualmente la sagoma d’una persona seduta alla scrivania, impegnata probabilmente nell’esaminare qualche documento sotto il cono della luce di quella lampada da tavolo. Facendo attenzione, in realtà, si poteva udire una specie di bisbiglio, come se chi si trovasse all’interno stesse leggendo qualcosa a fior di labbra. Io bussai e ci fu un attimo di silenzio, poi quella specie di bisbiglio che avevo percepito in precedenza fu sostituito da un fruscio come di vestiti riordinati in tutta fretta, poi una voce femminile m’invitò gentilmente a entrare.

Aprii lentamente la porta, il piccolo ufficio era illuminato solamente da una piccola lampada da scrivania e dal chiarore traballante del monitor d’un PC. La donna che sedeva alla scrivania aveva l’aspetto d’esser un po’ accaldata, come se avesse appena corso, poiché il suo petto si sollevava e s’abbassava con brevi intervalli, i suoi occhi dietro gli occhiali tradivano spifferando uno stato di sottinteso imbarazzo, che in quel momento almeno per i miei occhi non era giustificato.

‘Scusa, non si tratta di nulla d’importante. Se preferisci passerò un altro momento’ – le manifestai io, tentando di dare a mia volta il giudizio e l’impressione d’essere capitato a sproposito.

‘Non importa, figurati. Entra pure, non disturbi per nulla, anzi, stavo giusto leggendo alcune cose graziose che ho trovato su questo sito e pensavo d’inviarti un messaggio di posta elettronica con il collegamento per fartelo conoscere’ – disse lei con un sorriso scaltro e sagace.

Nel frattempo lei mi fece cenno con una mano d’avvicinarmi per vedere il contenuto del monitor. Io notai soltanto in quel momento che il pantalone che indossava aveva la chiusura lampo abbassata solamente in parte, coperta però dal lembo inferiore della camicetta, dal momento che era sbottonata un po’ più di quanto fosse solito attendersi da lei. Non mi ci volle molto, infatti, una volta inquadrato il monitor per capire che cosa stesse leggendo: si trattava d’un sito contenente racconti erotici scritti dai numerosi navigatori, dove anch’io avevo inviato un paio di storie qualche tempo addietro.

‘Vedi, mi disse lei, mia cugina m’ha inviato il collegamento per questo sito. Subito pensavo che si trattasse d’uno dei suoi abituali scherzi, di quell’ordinaria accozzaglia di tette e di sederi, poi mi sono lasciata vincere dalla curiosità e sono andata a vedere. Beh, non sarà certo materiale da premio Nobel per la letteratura, eppure alcuni racconti sono davvero gradevoli e perché no anche aizzanti ed eccitanti’.

I suoi occhi luccicarono nella penombra dell’ufficio, si volse nuovamente verso il PC e ne scelse uno dall’elenco mostrandomelo tra gli oltre duemila racconti contenuti nel sito.

‘Quando tu hai bussato io stavo leggendo questo, vieni a vedere’ – invitandomi a prendere una sedia dalla scrivania di fronte alla sua per farmi accomodare.

‘In ogni caso, da oggi, io sono qui da sola in ufficio per tutta la settimana’ – aggiunse.

In seguito spostandosi un po’ alla sua sinistra girò leggermente il monitor a mio favore, cosiffatto io mi sedetti al suo fianco. Lei non si era ancora accorta d’avere i jeans aperti e il mio sguardo non poté fare a meno d’intrattenersi soffermandosi sul biancore dei suoi slip, poiché l’episodio non le sfuggì.

‘Che cosa stai guardando?’ – chiese lei alquanto incuriosita e leggermente impensierita.

‘Scusa, però non ho potuto fare a meno di notare là di sotto’ – risposi io, lei essendo un po’ in difficoltà abbassò gli occhi e poi li rialzò di scatto come se volesse discolparsi per l’accaduto.

‘Scusa tu, &egrave che io, cio&egrave, mi stavo lasciando coinvolgere troppo’ – borbottò lei confusa e palesemente imbarazzata scuotendo la testa cercando di scagionarsi, poi tirò su rapidamente la chiusura lampo.

‘Non vorrei però che tu pensassi male di me’ – aggiunse oltre a ciò.

‘Nel pensare male talvolta si fa peccato, ma spesso s’indovina’ – sorrisi io, incoraggiandola e rinfrancandola nel frattempo.

‘Va bene, non aggiungere altro. Io ero qui da sola e mi sono abbandonata un po’, poi qualcuno ha bussato alla porta, il resto lo conosci’.

Dunque, la prima impressione non era stata per nulla fraintesa né si era rivelata sbagliata, io avevo inevitabilmente e irreparabilmente interrotto spezzando di proposito il piacere della sua lettura e impedendo non solamente quello, perché al presente il fruscio dei vestiti che avevo udito poc’anzi, trovava una definizione e una sistemazione molto più marcata, precisa e ragionevole dell’accaduto.

‘Mi dispiace, semmai tornerò più tardi’ – le indicai io compiendo l’atto d’alzarmi per uscire.

‘No, ti prego, resta ancora un po’ se ti va. In fin dei conti non hai ancora né visto né letto il racconto che ti esponevo’ – rispose lei, dissuadendomi e trattenendomi per un braccio.

Io mi rimisi a sedere un po’ a disagio, ero lievemente impacciato, perché non avevo mai letto niente del genere alla presenza d’una donna, sennonché dopo qualche secondo di silenzio, mentre cominciavo a interessarmi al racconto captai una mano che m’accarezzava una gamba con un tocco lieve partendo dal ginocchio e risalendo lungo la coscia, lì, in quell’istante rimasi impietrito e sbalordito. Da sempre avevo un debole per lei, però non avevo mai tentato un approccio, al massimo qualche battuta leggera e scherzosa, ma nulla di più. La sua mano incontrò la mia, l’avvolse e con delicatezza portandosela fra le gambe sempre senza dire una parola. Io mi girai verso di lei, la guardai impedito e incapace di parlare: chissà, perché se avessi detto qualcosa di sbagliato, avrei potuto rovinare tutto e forse l’occasione non si sarebbe mai più ripresentata. Sentii attraverso la tela ruvida il calore della sua pelle, indugiai qualche istante cercando d’apprezzare al massimo le sensazioni che derivavano da quell’inatteso contatto, poi slacciai l’unico bottone e feci scivolare giù la chiusura lampo, quindi infilai teneramente la mano fra la tela blu e il bianco cotone degli slip, percependo il rilievo del monte di Venere ricoperto da una foltissima e morbida peluria. La guardai negli occhi, come per avere il consenso e il permesso d’andare avanti.

Lei non disse nulla, fece soltanto un piccolo cenno d’assenso con la testa, io m’avvicinai sfiorandole le labbra con un bacio accennato e la feci alzare in piedi, poi, mani sui fianchi, feci scivolare i jeans aderenti giù fino alle caviglie. In quel momento mi trovavo inginocchiato ai suoi piedi con il volto all’altezza del suo pelosissimo pube, giacché annusai con lussuria, cercando di cogliere tutte le sfumature e le tracce di quel profumo da tanto tempo desiderato. Agganciai l’elastico degli slip con ambedue le mani, lo abbassai scoprendo la nuvola di quel pelo dai riflessi ramati, che tante volte aveva accompagnato e affiancato le mie fantastiche vicissitudini. La feci sedere sulla scrivania, le sfilai adagio le scarpe di tela bianca per prolungare al massimo il piacere di spogliarla, poi le sollevai le gambe sfilando assieme i jeans e gli slip, appresso mi rialzai, le carezzai debolmente le gambe dalle caviglie fino ai fianchi, dove la strinsi mentre la baciavo sul collo. Indugiai ancora con le mani nell’esplorazione di quel corpo a lungo anelato e voluto, palpando attraverso la camicetta di lino il seno piccolo e fiero, così sodo da non aver bisogno di sostegno alcuno, per poi scendere lungo la schiena giù fino al solco che separa le piccole natiche tonde, percorrendone con entrambe le mani tutta la superficie e risalendo infine nuovamente lungo i fianchi fino al seno. Dal collo al lobo dell’orecchio, lungo il contorno del viso, al mento e finalmente alle labbra morbide, passai lievemente la lingua, lasciando una leggera traccia di saliva così come il passaggio d’una lumaca viziosa. Le nostre labbra s’incontrarono, la sua bocca si schiuse e le nostre lingue s’unirono in un bacio intenso e profondo, mentre le mie mani non smettevano mai di esplorare il suo corpo.

Colsi distintamente le sue gambe cingermi alla vita, avvolgendomi in una stretta che la portò a sfregarsi contro il mio corpo, lasciai le sue labbra per baciare l’incavo dei seni, sbottonai la camicetta e gliela sbottonai in toto, baciandole il ventre piatto e leccando e succhiando prima l’uno poi l’altro capezzolo, che svettava peraltro impertinente verso il mio viso. Proseguii la discesa giù fino al triangolo di quel pelo folto e lucido tuffando la punta della lingua, assaporando le gocce di quel fluido salato che colava dal suo fiore dischiuso. Insinuai la punta della lingua in quell’umida fenditura, risalendo fino al centro del piacere, dove mi soffermai a lambirne l’estremità, serrandola a tratti tra le labbra per poi riprendere il movimento della lingua avanti e indietro, come per saggiarne la lunghezza, liberandone con le dita l’apice dalla guaina di pelle, mordicchiandola, picchiettandola e succhiandola con dei leggeri colpi della lingua. Il suo respiro si fece più affannoso, lei m’afferrò la testa fra le mani premendomi il viso ancor più contro di lei, avvertii il suo corpo fremere scosso da brividi segnalatori del punto culminante del piacere, che arrivò liberatoria come una frustata, all’improvviso, accompagnata da una scossa che la percorse dalla testa ai piedi. Io alzai lo sguardo, dal momento che il suo viso sembrava trasfigurato, i suoi tratti come beati da una sensazione da qualche tempo desiderata, troppe volte frustrata e finalmente ottenuta. Lei scivolò giù dalla scrivania e m’aiutò per rialzarmi, mi gettò le braccia al collo e mi baciò a lungo ancora ansimante, mentre i nostri fluidi si mischiarono nell’incontro delle nostre lingue. Dopo, a un tratto, senza mai staccare la sua bocca dalla mia, captai le sue mani adagiarsi lungo i miei fianchi fino alla vita, per poi cercare con decisione e fermezza il mio cazzo.

Le sue mani cercavano di saggiarne la consistenza, misurarne l’estensione, stringendolo attraverso la tela dei pantaloni con delle brevi e delicate strizzate. Appresso si staccò dalle mie labbra indietreggiando, s’inginocchiò e con un gesto risoluto mi slacciò la cintura, sbottonò i jeans e li fece scendere per terra. Il mio stato d’eccitazione era tale, poiché una volta liberato dai boxer il mio pene scattò in avanti come una molla, puntando dritto verso il suo volto, così come fa un ramoscello nelle mani d’un esperto rabdomante, tenuto conto che punta deciso verso la sorgente d’acqua nascosta. Lei mi spinse con tutte e due le mani facendomi sedere sulla sua poltroncina, agguantò il cazzo con delicatezza tra le dita, facendo scorrere la pelle tesa del glande avanti e indietro, poi avvicinò la bocca e iniziò un lungo gioco d’assaggio e d’esplorazione, come d’un frutto del quale non si conosce il sapore, alternando l’uso delle labbra e dei denti. Lei lo impugnò pertanto con maggior decisione alla base, aprì le labbra e le richiuse dolcemente attorno alla sommità rimanendo ferma per un attimo con gli occhi chiusi, come si fa quando si gusta un vino mai assaggiato prima, per assaporarne meglio tutte le sfumature, poi cominciò a scendere con cautela facendolo scomparire dalla mia vista. Anche in questo caso si fermò un momento come per agguantarne il giusto coraggio, quindi iniziò un lento movimento su e giù, accompagnato da ampie escursioni della sua mano, alternato con dei leggeri movimenti della lingua che non tardarono a portarmi al margine della mia capacità di resistenza. Io mi sarei aspettato che interrompesse la sua azione per farmi sborrare diversamente, eppure pur essendosi indubitabilmente accorta dell’imminenza dell’orgasmo non accennò minimamente a staccarsi da me, anzi, trattenne tra le labbra quell’incavo naturale accelerando sennonché il movimento della mano.

Io raggiunsi la vetta del piacere con un’efficacia e un’intensità raramente sperimentata in precedenza. Lasciò che passasse qualche secondo prima di staccarsi da me, come per darmi modo di rifiatare, poi, con un lento movimento fece scorrere l’apice del sesso fuori dalla sua bocca, richiudendo le labbra al termine del suo passaggio, in modo tale da non lasciar fuoriuscire quanto aveva ricevuto in cambio del piacere. Rimase un attimo così come per riflettere, poi socchiuse gli occhi, alzò il viso verso di me e senza nessun’altro indugio deglutì. Io l’aiutai per rialzarsi e la feci sedere su d’una gamba avvolgendola in un tenero abbraccio.

‘Non penserai di cavartela così, vero?’ – mi disse all’orecchio. Io ribattei con un sorriso efficace molto più chiaro ed eloquente delle parole.

Rimanemmo alcuni minuti abbracciati nell’ufficio, immersi nella semioscurità con il rischio che qualcuno entrasse e ci trovasse lì come due ragazzini nei bagni della scuola, incuriositi e alle prese con le prime esperienze. Il contatto col suo corpo caldo e l’odore della sua pelle misto al profumo dai sentori di frutta che portava, ebbero su di me l’effetto d’un potente afrodisiaco, ravvivando e risvegliando prepotentemente il desiderio appena placato. Iniziò a sfiorarmi le labbra con baci leggeri, carezzandomi il viso, per il fatto che le sue dita seguirono leggere la curva del mento, per poi scendere lungo il collo, attraversare il petto, fino a giungere alla destinazione sospirata, senza mai staccare gli occhi dai miei e iniziando un gioco lascivo fatto di contatti dapprincipio appena accennati, alternati a sfioramenti e tocchi lievi, appresso più consistenti, forti e decisi.

Con un rapido movimento si spostò cavalcioni sulle mie gambe, andando a sfiorare quel triangolo color del rame l’oggetto delle sue attenzioni, sempre saldamente nella sua mano, muovendo il bacino avanti e indietro cercando il massimo il contatto. Io le appoggiai le mani sui fianchi e la sollevai leggermente, fino a far coincidere i nostri sessi, successivamente lasciai che fosse lei a condurre il gioco. Lei indugiò un poco come se avesse avuto un ripensamento, poi mi guidò al varco della sua femminilità, unendo così il suo corpo al mio nel più soave e profondo dei sodalizi. Dopo una breve pausa, come per assaporare il senso di quella pienezza, iniziò a compiere con le anche un gesto che ricordava una specie di danza del ventre, inizialmente lento, indi più ritmato, alternando movimenti ampi e profondi ad altri più brevi e più libidinosi. Io assecondavo la sua galoppata tenendole le mani sui fianchi, sui glutei, scendendo lungo il solco che li separava e indugiando con un dito sull’entrata più recondita, tentando talvolta di penetrarvi, ottenendone come risposta una piacevole stretta dei muscoli pelvici. Feci così scivolare una mano sul suo pelosissimo boschetto cercando il bottoncino magico, cominciai a giocarci, inizialmente lievemente poi aumentando la pressione, finché lei cominciò ad ansimare notevolmente, poiché i suoi movimenti si fecero più serrati fino a giungere al culmine del piacere.

Il traguardo raggiunto sembrò non essere sufficiente per placare la sua bramosia e vedendo che le mie potenzialità potevano essere ancora utilizzate, decise di farlo al meglio sfruttandole in tal modo appieno a suo piacimento, cosicché allungò una mano dietro di sé e sfilandosi lentamente cambiò bersaglio, dirigendo il dardo in prossimità dell’entrata posteriore, assestandosi con leggere ondulazioni del bacino per essere certa di non fallire l’obiettivo. Io non saprei dire se si trattasse per lei della prima esperienza di quel tipo, in quella sezione e in ogni caso non fu semplice realizzare quanto desiderava. Vidi, infatti, il suo volto contrarsi in un’espressione mista tra il piacere e la sofferenza mentre iniziava a spingere verso il basso, dato che ci vollero diversi minuti affinché il suo varco permettesse all’intruso d’oltrepassare la soglia. Iniziò a spingere lentamente il bacino verso il basso, invertendo a volte la marcia come per valutarne lo stato dell’opera e concedendosi talora una breve pausa, come per riprendere coraggio, dal momento che il viaggio era soltanto all’inizio. Forse, pensò che senza un gesto più ardito non sarebbe mai riuscita a completare il suo percorso, così a un tratto trattenne un respiro profondo, come per prepararsi a un’apnea in mare aperto, poi, con un movimento repentino mi cinse forte i fianchi e diede una spinta decisa verso il basso, lasciandosi sfuggire un gemito di sofferenza.

In quella precisa circostanza era come essere avvolti da una guaina accogliente e strettissima, serrata ancor più strettamente alla base. Lei rimase ferma come per abituarsi alla nuova sensazione, finché non fu certa di poter continuare senza troppo dolore. Mi mise le mani intorno al collo carezzandomi la nuca e avvicinandosi mi sfiorò le labbra con un bacio, poi iniziò a muoversi lentamente su e giù, mentre il bacio diveniva più appassionato, man mano del dolore lasciava posto al piacere. In realtà, un po’ per il forte desiderio che provavo per lei, un po’ per l’emozione dovuta al rischio d’essere scoperti, la mia resistenza venne ben presto fiaccata. Io cercai inutilmente di frenare i suoi movimenti per rimandare un po’ la conclusione, eppure non vi fu nulla da fare, poiché lei era lanciata a viso aperto alla ricerca del suo e del mio piacere.

L’orgasmo arrivo celermente per entrambi come una sferzata improvvisa, intensissima lasciandoci storditi per qualche minuto. Lei s’accasciò ansimante sul mio petto, io l’avvolsi con un energico abbraccio colmo di gratitudine, mentre la sua rossa capigliatura si riversava sparpagliandosi su di me, dal momento che eravamo sudati come due maratoneti. Restammo lì in silenzio per qualche minuto, perché era talmente forte per entrambi l’incertezza e il reale timore che le parole potessero disgregare dissolvendo l’incantesimo che aveva preso forma e corpo dentro quell’ufficio, fu lei però la prima a parlare.

‘Abbiamo fatto una sciocchezza, però ne &egrave valsa la pena. Dio mio, in effetti &egrave stato veramente grandioso e incantevole. Non avrei mai pensato che tu potessi avere qualche interesse per me’ – replicò lei.

‘E’ stato il più bel regalo che potessi ricevere. Sai, ero entrato per invitarti a bere qualcosa, perché oggi &egrave il mio compleanno’.

{Idraulico anno 1999}

Autore Pubblicato il: 27 Luglio 2016Categorie: Racconti Erotici Etero0 Commenti

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