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Ed io venni davanti a te, che, distesa
sul divano tra morbidi cuscini, oziavi;
a piedi scalzi intrepida avanzai, anzi,
spogliata d’ogni veste, nuda t’apparvi;

accosciata, ai tuoi piedi mi sedetti,
dal basso verso l’alto alto ti osservavo.
Eri bella con le labbra dipinte,
nel tuo caschetto nero,eri bella nel tuo

celato seno dalla fasciante striscia
a balconcino che reggeva, moderato,
il petto, che pur florido pareva, tant’era
stretto. Ammirando la tua linea perfetta

che sulla morbida pelle del sofà giaceva,
con le dita scesi sul bianco pancino vellutato
che degradava languido verso lo scollo a V
del tanga di pizzo da cui s’intravedeva,

fra ramati ricami di foglie e fiori
neri, il turgido disegno del frutto tuo
maturo. Commozione e delizia mi rapì all’istante
al dono di quel magnifico concerto di natura.

Lentamente, per non infrangere l’aura
di magia che circondava quanto mi si offriva,
scostai l’elastico dal bordo e intrepido
innanzi balzò, l’ardito tuo stupendo attrezzo.

Con le dita tremanti carezzai il capino, lo tenni
fra delicate mani, trepido, palpitante uccellino
caduto dal nido. Ma subito turgido si fece il bimbo
ed arrossì, tanto che, per conforto, le labbra accostai

al suo corpo carnoso. E lo baciai; sì, bacia
quel grosso uccello di rapina che in un attimo
lasciò le sue spoglie bambine per farsi rapace.
Stupita, di meraviglia piena, abbagliata da quel

magnifico volatile di terra, rapita dal fiero aspetto,
a lui mi abbandonai. Lesto tra le labbra lui scivolò;
al caldo fra lingua e glottide pronto si mosse,
mentre duro si fece il celere andare, puntando

in su e giù, vellicando il canale d’ingresso
(a mio e a suo piacere). Più si moveva e più
io ne godevo, finché una smania divenne il suo
e il mio possesso. Entrambi volevamo nell’altro

scomparire, annullarci così nelle reciproca voglia
di raggiungere il nirvana dei sensi, ma qualcosa
diceva: “Attendi…!”. E così sfornasti il tuo dolce
fagotto ben dorato e gonfio, ma non ancora cotto.

Il goloso cannolo, ardente divenne nella mia mano
e, come il “Maestro” guidò l’attento “Allievo”
agli inferi, prima, e poi, per gradi, alla Vetta
Estrema che l’anima diletta, così con lui feci io.

E presolo per mano lo condussi per tortuose vie
che l’affanno gli davano e infami propositi creavano.
Ed io lo assecondava, mostrandogli, però, il sentiero
arduo e giusto che non finiva mai e ansia gli dava.

Al bordo del precipizio lo portai, innestando la marcia
che il motore spingeva; lui andava, con pena e con fatica
(la mia era eguale), ogni ostacolo affrontava anche se,
forzata la porta stretta che a stento si dischiuse, piena

la sua forza provai; violenza percepii nella sua voglia.
Lasciai che ansimasse stremato nello spanato, cieco cunicolo,
al piacere votato; ogni remora, ormai, divelta d’ogni lato,
riprese il fiato prima che l’opera al termine fosse girata.

Sapeva bene la meta prefissata e, spedito, il cammino iniziato
sicuro percorreva. Il moto continuo, alterno si fece e così
bene prese l’andazzo che lo sentii arrancare, come se d’improvviso
avesse deciso di fermare la corsa, al centro del bersaglio giunto.

Ammettere non potevo che mi facesse simile affronto! Mi ribellai
e tosto, sfilato il ferro dalla guaina, decisi di prenderlo di petto.
Così, distolto dal suo scopo, all’aria giunto, soffiai con quanta
forza avevo nei polmoni per spegnere dell’incendio quella vampa.

Si contorse la disorientata biscia, ma presto grata mi baciò
la coscia col viscido secreto, prodromico segno del contenuto
occluso nelle volute oscure della fonte scrotale. Gioia immensa
le prese, alla dolce compagna, quando s’accorse d’essere sfuggita

alla debacle finale e con maggiore lena s’attizzò il fervore,
tanto che d’improvviso il mio dardo si ritrovò nel segno
che le si apriva fra le morbide chiappe. Frenetica si mosse
e mi sconvolse il sangue, alle tempie batteva, mentre la bestia

rotto ogni indugio, infuriato correva a perdifiato. Ed io,
sbalzata, le cosce stringevo per tenere a freno la cavalcatura
che, invece, ancor più stimolata dalla carne che preme
e sfrigola sul rene come idrovora dal midollo succhiava

tutto quel che poteva. Resistere volevo, ma, affranta,
su lei crollai e il seme, dal rigurgito violento, in uno
due, tre, quattro, cinque, sei, sette fiotti densi si disperse.
Stretta ai capezzoli del suo seno, stetti, arcuando il capo

all’indietro, gli occhi serrati nello sforzo immane di donare
tutta me stessa in quell’amplesso. E, perduta nel nulla, io venni!

Autore Pubblicato il: 23 Ottobre 2021Categorie: Poesia Erotica, Racconti Erotici, Racconti Gay1 Commento

Commenti per questo racconto

  1. Acchiappasogni 28 Ottobre 2021 at 18:24

    A mio parere oggi è una scelta coraggiosa quella di usare la quartina e la metrica in una poesia, soprattutto in una poesia erotica. Il rischio di apparire forzati, troppo artefatti o addirittura ridicoli è sempre dietro l’angolo. Io non lo saprei fare. Quindi pollice in su!
    Mi sono sentito trasportare dritto nel girone dei lussuriosi all’inferno e ho capito che si chiava meglio che in paradiso. Ora vado a leggermi tutte le altre poesie che hai scritto.
    Saluti, l’Acchiappasogni.

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