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Nel varcare quel portone Chiara si chiede se abbia senso quel pomeriggio vederlo.
Oggi è arrabbiata, delusa e triste; al limite della sopportazione in quel contesto lavorativo fatto di colleghi idioti e pusillanimi, incapaci di metterla nella condizione di far funzionare come vorrebbe il reparto che dirige.
Quand’è così il nervoso la divora e come un maremoto la sua mente travolge tutto e tutti, mettendo in discussione in toto la sua vita: dall’amabile certezza, alla più salda delle convinzioni per il futuro.
Percorre quel corridoio come stesse guadando un fiume in piena, incerta nell’incedere, chiedendosi il senso di continuare quella relazione clandestina, fatta di sesso duro ed istanti di immensa dolcezza, di parole non dette e sentimenti repressi.
Oggi è turbata da tutto e lui non l’aiuta di certo, enigmatico e cerebrale fino al midollo non riesce a cucirgli addosso il ruolo con il quale dovrebbe inserirlo nella propria esistenza.
Possibile Chiara tu non riesca a trovar la passione vera che da amante di quell’uomo così lontano e sfuggente, in quei rari momenti sfrenati e impuri?
Necessita di quel rapporto come l’aria che respira, non riesce più a farne a meno ma al contempo ne è turbata: teme che quel calore che li unisce possa appassire di fronte alle rispettive difficoltà quotidiane, all’incedere placido del mondo che li divide.
Con questo stato d’animo oggi lei si è messa in marcia subito dopo la fine del turno, senza neanche mangiare, guidando per quasi un’ora per raggiungerlo in quell’auditorium abbandonato di quel piccolo paesino di provincia.
Giunta alla fine del corridoio trova la porta della grande sala convegni chiusa; adagiato per terra un pacco.
Quando lo apre vi trova riposto ben piegato un tailleur nero con calze e giarrettiere abbinate, null’altro.
Chiara sorride e per la prima volta da che si conoscono pensa sia una cosa sexy ma scontata.
Indossa quel vestiario senza troppa attenzione, decidendo comunque di godersi uno dei loro amplessi animaleschi e bruti.
Pronta e in ghingheri come una scolaretta accede alla sala, trovandola buia se non nel percorso che la porta al suo uomo, seduto con fare compiaciuto e beffardo dietro una vecchia scrivania in legno scura.
Ancora sorride quando camminando verso di lui volta il capo a sinistra, mettendo a fuoco centinaia di punti che la fissano in silenzio.
Lei non può vederli ma sa che loro tutti la fissano, ne distingue le sagome, crede di vederne i volti, sa che loro possono vederla ma non il contrario in quella situazione di chiaro-scuro spettrale.
Si blocca in prossimità della scrivania e lui si alza.
Una sensazione di ansia, sgomento e panico la pervade: come ha potuto mettere in scena un simile atto? Dov’è finito quell’estremo rispetto che ha sempre dimostrato da che il loro gioco è iniziato?
Questa volta è troppo e ritenendo la situazione a dir poco umiliante ed oltraggiosa istintivamente Chiara si volta, stringendo come per proteggersi da tutti quella giacca troppo generosa per la situazione.
Impaurita e furibonda fa per andarsene quando la sua voce la ferma.
Se esci da qui non mi avrai mai più, le dice il suo padrone.
Lui la guarda voltarsi e sa di doverla affrontare: specchiandosi su quei tanto amati smeraldi sa di non poter arretrare.
Lei, pronta ad azzannarlo, si rigira stupita e offesa.
Un senso di terrore la pervade all’istante: non lo ha mai visto così solido e ritto, il suo sguardo è di lava, i lineamenti sono ferro e acciaio, il naso immobile in un profondo respiro gli donano una connotazione diabolica e scultorea.
Inspiegabilmente Chiara sente un calore invaderla, la visione animalesca e forte che ha di fronte invece di farla arretrare l’attira, quel pubblico nascosto diventa sguardo che lusinga, come sempre con lui accade la sua anima esonda oltre i blocchi del suo cervello.
Se è questo che vuole ha deciso di viverlo, di consegnarsi come sua schiava, valutando poi le conseguenze di quell’insano gesto.
Devo punirti.
Le sue parole quando capisce di averla in pugno.
Come un automa lei si avvicina a lui e lo bacia, per la prima volta senza che sia lui a fare il primo gesto.
Lui ricambia poi si stacca, è fuoco puro quando la fa abbassare poggiandola di pancia sul tavolo della scrivania.
Lei si lascia posizionare rassegnata e affranta, inconsapevole di come quell’assurda situazione riesca ad eccitarla, aprendo come un rubinetto il suo distillato di piacere.
Lui passa davanti a lei e le applica due polsiere, passa poi dietro e abbassandosi le mette due cavigliere.
Si allontana un breve istante e quando riemerge dal buio, nel vedergli in mano ganci e catene, lei si lascia andare in un sospiro di puro desiderio, incurante ormai di quel pubblico tanto folto e silente.
Nell’agganciare a due a due mani con piedi lei si incendia, incaprettata in quella posizione oscena al cospetto di tutti il suo sesso diventa oceano, il suo ano si rilassa placido, i suoi seni si fanno duri e forti.
Lui le passa davanti e lentamente sbottona la patta, mostrando un’erezione mostruosamente dura che subito le dà modo di saggiare.
Lei lo accoglie con difficoltà e piacere, una scarica elettrica la trapassa quando sente la sua mano spingerle la nuca ed il grosso glande farsi strada in gola, rischiando di soffocarla ma al contempo eccitandola terribilmente.
Sente il gusto del suo sesso, gli odori del suo uomo, ed impazzisce in quella fellatio forzata e bruta, portandola inconsciamente a sfregare il sesso su quella cattedra così scomoda e vecchia.
Quando sente il momento giunto lui si stacca e le passa dietro, aprendole con un gesto deciso e inaspettato la giacca del tailleur, che con una mano spinge da sotto arrotolandoglielo fino alla testa.
Le prende allora la nuca con una mano e le appoggia il mento sulla spina dorsale appena sotto il collo, iniziando a scendere verso il basso percorrendo ad una ad una le sue vertebre, separandole al passaggio con baci languidi e piccoli morsi.
Lei non è più in questo mondo quando lui raggiunge il coccige e con la mano libera le abbassa la gonna ai piedi, quasi strappandogliela e provocandole un leggero dolore nel far saltare i bottoni.
Ne segue un amato assaggio della sua rosa, prima di essere posseduta in quel modo virile che entrambi tanto amano: con una mano sulla nuca, due dita a violarla dietro ed il nodoso sesso che la penetra agevolmente, lei trova un’ulteriore estasi nel sentire quel blocco che la lega in maniera innaturale alla scrivania.
La giacca arrotolata in su la testa le dà la sensazione di un grosso bendaggio e i capezzoli turgidi si strusciano su quel vecchio piano di legno provocandole la dolorosa speranza possa non finire mai.
Vengono così, all’unisono come per loro è normale fare, lei urlando e lui in silenzio, ebbri di gioiosa lussuria in quella stanza silenziosa e buia, alla mercé di una platea che li guarda senza parlare.
Sta ancora gemendo quando lui esce.
Lui la bacia con passione mentre la slega.
Lei ricambia, sebbene inizi a realizzare.
Lui prende l’uscita mentre lei si riveste, sentendosi umiliata e sporca.
Lei si raggomitola seduta sul bordo della scrivania, quando lui accende la luce.
Lei rimane esterrefatta nel vederli: centinaia di grandi e piccoli orologi che la scrutano in modo indifferente e freddo; le lancette tutte ferme alla medesima ora segnano le 9.43.
A terra un biglietto a spiegarle tutto.
È l’ora in cui per la prima volta lei gli ha scritto, quel mattino di un fine agosto così vicino e ormai lontano.
È l’ora in cui tutto si è fermato.
Una goccia del suo uomo le cola dal sesso, sfiorando un fiore di pesco reciso che lui ha scelto fra mille per lei.

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Autore Pubblicato il: 17 Giugno 2022Categorie: Racconti di Dominazione, Racconti Erotici, Sensazioni0 Commenti

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