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Lussurioso ripensamento

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In questo preciso lasso di tempo sto sperimentando una giornata assai impegnativa, laboriosa e perfino tanto corroborante e rinvigorente dal punto di vista personale, sono indaffaratissima e finanche irrequieta e molto suscettibile, in quanto sono appena ritornata di corsa dal centro commerciale poco distante dalla mia abitazione in collina e sono soltanto all’inizio. Sono al presente affaticata e ampiamente sudaticcia, anche se a dire il vero, un lieto quanto adorabile e delizioso pensiero si riflette nella mia mente, rincuorandomi e rinfrancandomi l’animo per l’evento appena vissuto. Adiacente al parcheggio del centro commerciale c’è infatti un piccolo chiosco con annessa un’edicola, dove un amabile e piacente giovanotto mi squadrava interessato le chiappe, nel tempo in cui collocavo china la spesa all’interno del bagagliaio della mia autovettura. Io l’ho notato in seguito dallo specchietto esterno della mia automobile e gli ho di riflesso gentilmente sorriso. Subito dopo ho spontaneamente aggiustato la gonna opportunamente rivolta verso di lui da dietro, tastandomi per bene i glutei, come per voler sottolineare – vedi che graziosa mercanzia ti sto a scrocco disinteressatamente offrendo? Appena mi sono voltata, l’accalorato e insperato galvanizzato manigoldo individuo, era là che mi squadrava impettito e tronfio come un grullo. 

 

Arrivo sennonché a casa, in ogni caso attualmente mi sento sfibrata e la sfiancante calura s’avverte di netto, introduco frattanto le chiavi nella serratura, colloco la borsa della spesa sopra una mensola dell’andito. Là dentro. Invero, la temperatura dell’abitazione è fresca e gradevole, giacché essendo a ridosso del giardino con l’ombra degli alberi che ci sono davanti, gli stessi con la loro frescura fungono da climatizzatore naturale. Al presente capto questa ventata incoraggiante e rasserenante del profumo della mia abitazione che m’invoglia a stare a piedi nudi. Da quello che noto la segreteria telefonica non lampeggia, nessun messaggio né chiamata ricevuta, mentre accosto le chiavi sulla lastra di vetro del minuscolo tavolino accanto alla lampada. Mi dirigo in direzione della sala, intanto che osservo l’alto e maestoso salice piangente che ondeggia e poco più avanti il grande albero di tiglio. Dopo m’accomodo sulla seggiola a dondolo che tanto adoro. Attualmente sono accomodata là di sopra e rimugino, mi squadro attorno, la stanza è in perfetta e gradevole penombra. L’ottimale frescura che s’avverte è un’autentica meraviglia, la muscolatura frattanto si rilassa, io mi curvo per sganciare le fibbie dei miei prediletti sandali, in verità piuttosto improbabili e per lo più torreggianti per essere adatti nel compiere acquisti presso il centro commerciale, anche se devo però ammettere e in ultimo sostenere che m’aggrada molto avvertire l’ondeggiare dei fianchi imposti dal portamento rapido e sollecitato, per mezzo di quell’anomala e irregolare andatura. Gradisco a ogni buon conto nel vedermi fluttuare il didietro in maniera accentuata, tenuto conto che questo lascivo atto io lo compio in modo ricercato e voluto, per attrarre e per richiamare in definitiva in maniera concreta le occhiate, in special modo dei maschi mentre m’osservano incuriositi, sorprendendoli in ultimo nel sorridere e che magari commentano. Mi rendo conto che ho le basse estremità stanche, me le massaggio, sono ancora incurvata mentre la mano comincia ad avviluppare la caviglia. La cute recepisce accettando un lieve sussulto, si rattrappisce leggermente, io pero proseguo, intanto m’accorgo che il mio tatto è bizzarro, insolito, come se mi stesse palpando un estraneo. 

 

Rammento ancora oggi, che da fanciulla mi tastavo sovente in maniera circospetta ma viziosa, perché senz’ispezionarmi per bene sollevavo la gonnella sapientemente impunturata, approdando in conclusione al cotone chiaro delle mie mutandine puerili e innocenti. Là di sotto, in prossimità di quell’ardente brulichio nascosto, e sotto quella foltissima lanugine nera di peli ammassati, che identificavo smascherando gradualmente la femmina matura che stava bisbigliandomi accortamente alle orecchie e al corpo i segreti indecenti e triviali della vita. Là in quella circostanza, infatti, captavo in modo netto un guizzare sovrastante, un vibrare incombente, peraltro non rinviabile al di sotto di quel tessuto chiaro. Eppure, a dire il vero, non mi spingevo più in là, perché avevo la cognizione d’essere come sulla soglia d’una grandezza incognita e inviolata, motivo per questo che non la oltrepassavo. Restavo guardinga e altrettanto vigile in ascolto, mentre udivo chiaramente le pulsazioni del mio cuore che aumentavano, e quell’inedita e originale rapidità mi derubava il respiro, sennonché abbandonavo la mia minuscola manina là, fintanto che mi facevo sistematicamente beccare dagli adulti e regolarmente venivo richiamata, rinfacciata e talvolta penalizzata e persino castigata. 

 

Potevo magnificamente rifarmi però solamente indisturbata e senza problemi durante la notte, nel mio giaciglio preferito, totalmente nell’ambiguità del buio, sì, perché in quel frangente tutto mio eseguivo il rito attuandolo e onorandolo al meglio. In quella circostanza la mano si spingeva più avanti, intrufolandosi affilata, fine e persino apprensiva e titubante sotto lo snodato elastico, mentre sopraggiungeva alla cute pallida e morbida, all’apparato genitale ancora sigillato come una piaga rinsecchita. In quel frangente le mie dita accertavano accorte, saggiavano astute, esploravano scaltre e vagliavano sagge, intanto che coglievo un manifesto, inedito e indiscusso piacere, captavo distintamente la spaccatura che si bagnava e mi pareva un portento sacrilego e scellerato, mentre cercavo di contenermi per non far udire i gemiti che emettevo con la bocca. 

 

Consideravo e macchinavo canzonando alla risposta di come farebbero le lumache quando vengono sfiorate. Io le osservavo incedere lentamente con le antenne rivolte all’insù in cerca di richiami e d’indizi. In quell’occasione palpavo premendo a stento quelle piccole minuscole antenne ritraendosi sennonché impaurite, perché s’incurvavano all’istante scomparendo nel guscio. Tutto questo succedeva similmente alla mia pelosissima nera fica finora illibata, incontaminata e per di più inviolata. Io approdavo spingendo quel bottoncino sulla punta, lo avviluppavo delicatamente con un dito, eppure coglievo una netta sensazione di capogiro irradiarsi, che brandiva pure il mio cuore, le palpitazioni aumentavano, in quanto provavo frammenti e inedite rappresentazioni squarciate nella mia testa, la respirazione diventava incerta, l’apprensione e lo sbigottimento di venire individuata m’accompagnava in modo continuo, e tutto questo m’accalorava istigandomi maggiormente, dal momento che mi collocavo a pancia in giù e pigiavo quella mano autoritaria e incontenibile sopra quella fessura. 

 

Quella mano seguitava a dissacrare, a infrangere, a denudare e ad afferrare, le figurazioni s’ampliavano incollate una accanto all’altra, scorrevano molteplici, erano riconoscibili, io avevo la bocca aperta sul guanciale, intanto che alitavo per ripigliare aria, costantemente più spedita. La mano non la sentivo mia, avvertivo vari sobbalzi sulla cute, dopo mi preparavo facendomi trasportare altrove da quel possente e aitante afflusso improvviso, direi dispotico e sopraffattore, fermamente inarrestabile e travolgente che ti smembra le viscere, facendoti verosimilmente sragionare. 

 

Al momento, la mia mano adesso emancipata accarezza in maniera flemmatica le unghie laccate dallo smalto, risalendo adagio tra le cosce. Accosto pure l’altra, dopo trascino la gonna stretta, dondolo da una parte all’altra facendola confluire a metà della coscia. In seguito sbottono la mia blusa, le mie tette sono là di fuori, al momento hanno le punte irrigidite tra il tessuto e il nonnulla. Ravviso la linea trasparente fra la tintarella e la cute custodita e riparata dal sole, sicché la lambisco per bene. Le tette sono voluminose, la corona del capezzolo si riduce dapprincipio, giacché diventa ombrosa e sgraziata. Architetto ed escogito nel mentre d’adocchiarmi dall’esterno, da lontano, simulando di sembrare un maschio che penetra fortuitamente dentro quella camera nella semioscurità, mentre io sono là accomodata, a piedi nudi, con la sottana pieghettata sulle cosce, con la blusa sbottonata e con le tette che si sollevano ritmate dalla respirazione ansimante. 

 

Mi rendo concretamente conto che la mia mano si sovrappone sulla coscia, m’accorgo che è veramente bollente. Là di sotto indosso gli slip scuri attillati e lucenti, li capto invero assai umidi soltanto ponderando il tutto. Faccio inerpicare le dita ancora un poco, in quanto è come se avessi timore d’un sorvegliante posizionato tra la coscia e la fica, mi sento realmente stupefatta e sorpresa per così tanto ardimento dimostrato e per la notevole eccitazione. Tuttavia “il mio individuale lui apparente e fiabesco” mi suggerisce placidamente di proseguire, di spingermi flemmaticamente più avanti. Mi esamina, mi squadra e mi soppesa, io attenuo l’occhiata e approdo tra le cosce, quella superficie soffice che accalappia conquistando chicchessia ci giunga. E’ nei paraggi della mia fica, ne avverte i tremolii, assieme al accaloramento impregnato che ne scaturisce. Io accosto la mia faccia sulla spalla, ho mutato la mia odorosa fragranza in un baleno, perché mi rammenta quello tipico delle scuderie, dove i miei raggianti e adorati nonni paterni mi conducevano da fanciulla, per assistere in attesa della monta dei cavalli, che fremevano spazientiti in attesa dell’opera. Tutto ciò, al presente, mi ricorda in modo inequivocabile un effluvio caratteristico e in special modo incancellabile, eloquente, chiaro e naturale dell’eccitazione. 

 

Ora sto spostando la fettuccia delle mutandine, peraltro divenute inservibili, per il fatto che sono infradiciate e naturalmente infagottate attorcigliate dalla corpo della fica già spalancata. Prolungano ed espongono, riscontrano, sbigottiscono, e nondimeno compiacciono. La mia mano accede in maniera vigorosa, oserei dire drastica e manesca nella carne, le mie dita arrivano oramai dove hanno cognizione. Effettivamente individuo il luogo fedele e preciso della mia conformazione che cola a picco per attraccare là in quel posto localizzato con le mie dita che palpano quello spigolo molle e intriso, la mano pigia sul clitoride, un bottoncino rubicondo e polposo, che emerge risaltando senza riserbo dalla fica spalancata. Successivamente mi palpo le tette, perché ubbidisco adempiendo ad equilibri introversi, stuzzico la punta, afferro un capezzolo provocandomi un lieve pizzicore. La muscolatura tesa al momento reagisce bene, le estremità dei piedi sono in visibile trazione, frattanto m’ispeziono nella semioscurità della camera. 

 

M’accorgo in maniera distinta che respiro più velocemente, sicché sbarro gli occhi reclinando di dietro la mia testa. Nella mia testa ripercorro frammenti che pacatamente s’alternano intervallandosi uno appresso al l’altro. Lui è all’interno della vettura che mi palesa d’innalzarmi la gonna e di sfilarmi gli slip, sicché le agguanta e se le accosta alla faccia annusandone appieno il loro totale e intriso effluvio. Io mi stropiccio contro di lui dritta in piedi, gli brandisco la mano e la ripongo sotto la gonna posizionandola accortamente dove non indosso niente. Lui frattanto si è accomodato, in quel mentre io mi dispongo cavalcioni, giacché in maniera incontenibile e dai tratti da bimba infantile gli sbottono i calzoni e m’introduco il suo cazzo marmoreo dentro di me. Adesso sono io che detto la cadenza, lui mi segue, io con le cosce allargate in piedi e lui sotto di me, che agevolmente esegue e ottempera al meglio. Gl’ingiungo decretando di leccarmi per bene la fica in ogni parte, adesso siamo distesi sul giaciglio e avviticchiati più che mai, io insisto, lui non resiste più, sta per sborrare, lo avverto, la sua voce diventa più arrochita, il respiro convulso, nel tempo in cui penso questo, lui mi cosparge rapidamente di sperma imbrattandomi le tette e la pancia. 

 

Quei vagheggi concepiti con la fantasia si rincorrono, incalzano frementi, la mia mano cerca d’acciuffarne bloccandone una, d’introdursi all’interno di quella lasciva e viziosa scena e di farla perdurare più a lungo possibile, io cerco di riproporlo e di replicarlo. In quella maniera ne antepongo una, la blocco per l’improbabile porzione che mi sfrangia davanti, la mia fica adesso è un completo lago, lui sogghigna nella parte non illuminata, effettivamente non sono io che dirigo la mia mano, io mi trovo dalla parte opposta, sono sul talamo fra le sue grinfie, annaffiata e intrisa da lui che mi lambisce a rilento.

 

Per un breve istante ogni cosa s’interrompe, tutto si tronca, così come avviene prima d’un tuono, capto distintamente che arriva, poiché non lo vedo, ma lo avverto nitidamente, indolente, sfumata, ma senza dubbio esplodente e detonante. 

 

Dischiudo gli occhi e rinvengo tuttora la mia mano tra le cosce. Allontano le dita e ironizzo confortata verso me stessa. Lui si è dileguato, adesso devo affrettarmi, perché altrimenti i gelati miei preferiti che ho acquistato al centro commerciale vanno riposti alla svelta congelatore, in caso contrario si sciolgono. 

 

{Idraulico anno 1999} 

 

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