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Ricordi di una madre – Parte II

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Scendo le scalette del treno che danno sulla banchina. Mi guardo intorno e in lontananza vedo il viso di mio padre. È venuto lui a prendermi. Lo trovo quasi buffo visti i pensieri poco lusinghieri che gli avevo prestato in precedenza sul treno. Nonostante ciò sono felice di rivederlo. Sono ormai mesi che non torno a casa. Non che mi sia pesato anzi, ma nonostante ciò è sempre il mio vecchio.

Gli vado incontro e sorridenti ci abbracciamo. Carichiamo al volo le mie cose in macchina e ci dirigiamo verso casa. Mio padre non è mai stato un gran chiacchierone e il viaggio in macchina, seppur breve lo ha confermato. Quasi totale silenzio a parte le normali domande di routine: come va, come stai, come è andato il viaggio… Insomma, il solito papà. Arrivati a casa, appena apro la porta, il profumo dei manicaretti di mia madre invade le mie narici, abituate ormai agli odori dei classici pasti da studente fuorisede, il più delle volte quasi insapori. Arrivo in cucina, mamma sembra non essersi accorta della mia presenza, del mio ritorno. Troppo indaffarata a preparare. Le arrivo dietro e la abbraccio mettendo le mie mani sulla sua pancia. Ha un sussulto, non se lo aspettava.

          Ciao mamma! – dico sinceramente contento di rivederla

          Tesoro! Mi hai spaventato! – e dicendo ciò mi stampa un bacio con schiocco sulla guancia. – Come stai, fatti vedere…. – si stacca dall’abbraccio e mi scruta, sicuramente si vuole assicurare che mangio, che mi tengo bene.

          Sto bene mamma, tu piuttosto, come stai?

          Bene tesoro, faccio la solita vita, come quando sei partito, non è cambiato assolutamente nulla.

Non so se volesse fare qualche tipo di allusione alla monotona vita a cui la costringe mio padre, meglio non pensarci troppo.

          Scommetto che sei affamato, dai lavati le mani che mangiamo subito

          Certo mamma, il profumo che si sente mi ha fatto venire un appetito che neanche immagini.

Durante il pranzo mamma mi sembra contenta. Sicuramente per il mio ritorno, d’altronde quando sono partito per l’università per lei è stata dura. Due giorni di pianto poverina. Posso immaginare che avere un figlio lontano, soprattutto dopo diciotto anni che è cresciuto vicino a te, possa essere difficile da gestire. Chiacchieriamo amabilmente e dopo pranzo, complice la stanchezza del viaggio e l’essermi svegliato praticamente all’alba, annuncio la volontà di riposare un po’.

          Vado in camera mia a riposare mamma, sono esausto

          Certo tesoro vai pure, immagino tu sia a pezzi

          Un po’ a dire il vero

Mi fa una carezza sulla testa, come se fossi ancora un ragazzino.

          Ma certo, vai pure…e…grazie di essere tornato per farmi compagnia al centro benessere. So che non è il massimo per un ragazzo abituato alle ragazzine.

          Mamma che dici…a me fa piacere lo sai – dico senza neanche preoccuparmi di pensare se mentire o meno.

          Va bene va bene…vai a riposare che dopo dobbiamo preparare i bagagli. È solo un weekend ma qualcosa dobbiamo pur portare – e sbrigativa mi liquida.

 Non so se perché non voleva sentirsi dire certe cose, perché magari pensava che fossero tutte frasi di circostanza per non offenderla. Poco male, ora ho solo voglia di stendermi sul letto e collassare. Entro in camera e mi accorgo che tutto è come l’avevo lasciato prima di ritornare dall’ultima sessione. Mamma si limita a tenerla pulita, ma lascia tutto al suo posto. Accantono il piccolo trolley vicino la porta e, una volta chiusa, svacco sul letto a peso morto. – Cazzo dopo devo fare la valigia con mamma…. – penso guardando il soffitto. Odio fare i bagagli, pensare a tutte le cose che secondo mia madre possono servire, di cui la metà sono praticamente inutili. Ma meglio portarle dice lei. Se ti servono ce le hai. Però chissà come mai alla fine le valigie non si riescono mai a chiudere. Anche se ammetto che una volta la cosa non mi è dispiaciuta poi tanto. E ammetto che il solo pensiero mi causa turbamento.

Non ricordo quanti anni fa, forse è stata la nostra ultima vacanza di famiglia. Non ricordo neanche dove dovevamo andare. Ricordo solo che la mattina della partenza mamma era in fibrillazione. Era sempre così quando dovevamo partire. Contenta ma troppo ansiosa. Tutto ciò non le permetteva di essere pronta per l’orario di partenza che papà, ogni qualvolta si andava da qualche parte, imponeva. E quella volta non era stata diversa. Papà era pronto alcuni bagagli già vicino la porta, io e mio fratello anche. Mamma stava ancora finendo di preparare i bagagli con tutte le cose che lei riteneva utili. All’ennesimo richiamo di papà che la pregava di sbrigarsi, spazientita lei, dalla stanza da letto, gli gridò di iniziare a preparare la macchina visto che loro erano pronti, lei doveva ancora finire. Papà sbuffò sonoramente e con mio fratello presero le valigie da caricare in auto in attesa di quelle di mamma. Mentre prendevo anche io la via della macchina, papà mi bloccò sulla porta:

          Dai una mano a tua madre per favore, sennò facciamo notte qui.

Rimasi per un attimo fermo lì mentre vedevo loro due scendere le scale per i parcheggi. Che palle, mi aveva fregato. Chiusi la porta e mi recai nella loro stanza da letto. Rimasi con la bocca impastata quando cercai di dire a mia mamma che le davo una mano. La frase si mozzò a metà:

          Mamma dai fatti dare una…. – volevo dire mano, ma non ci riuscii.

Mia madre era davanti al letto con solo le mutande addosso. Per il resto era totalmente nuda. La guardai dal basso verso l’alto mentre goffamente cercava di chiudere la valigia. Le gambe un po’ grandi, le mutande bianche a ricoprire il suo opulento culo, la pancia un po’ pronunciata e all’apparenza morbida, le mammelle enormi che in quel momento erano schiacciate sul borsone nel disperato tentativo di chiuderlo, gli occhiali rotondi che adornavano il suo viso leggermente sudato. Era totalmente assorta nella sua missione che senza neanche guardarmi mi chiamò a sé:

          Vieni qui, cerca di tenere i lembi della cerniera vicino così vedo se riesco a tirare la zip per chiuderla.

Mi avvicino senza parlare, neanche stavo più pensando. Lei si solleva, prendo i lembi e li avvicino facendo forza in maniera non indifferente. Ma quanta roba c’era? Mentre me lo chiedevo in testa, lei torna convinta alla carica con la zip. Nel farlo riassume la posizione precedente, e le tettone finiscono direttamente sul dorso delle mie mani. Lei sembra non badare a questa cosa. Io invece sudavo. Sudavo perché erano le prime tette che toccavo nella mia vita, e perché erano quelle di mia madre. Erano morbide, grandi, soffici, e calde. Dio se erano calde. Riuscivo a sentire il loro profumo. Non so dire perché ma sembravano avere un profumo tutto loro. Si agitava mia madre, cercando di tirare la zip e chiudere finalmente il borsone. E più si agitava più quelle tette si muovevano sulle mie mani. Fino a quando un capezzolo si insinuò tra due delle mie nocche. Cazzo quanto era grande e duro. Sentivo sulla pelle tutte le sue striature, era turgido.

          Perché non si chiude, maledizione – diceva tirando a più non posso. – Cerca di stringere di più tesoro.

Si sforzò ancora di più e nel farlo si abbassò schiacciando ulteriormente le mammellone sulle mia mani. Ormai io ero duro da far paura, speravo con tutto il mio cuore che non se ne accorgesse, non avrei saputo come rispondere. La zip iniziava a muoversi mentre gli enormi seni di mia madre si strusciavano a destra e sinistra sulle mie mani. Con un ultimo colpo di reni, tirò più forte che potava la zip e finalmente si chiuse. Si alzò, mi guardò.

          Ce l’abbiamo fatta! Mamma mia che fatica.

Era rossa in volto, sudata, affannata. I capelli spettinati. Raramente avevo visto mia madre in questa condizione.

          Vado un attimo al bagno a lavarmi e vestirmi e poi puoi usarlo tu. Così dopo scendiamo da tuo padre che starà sbraitando come al suo solito.

Mi passò di lato e si chiuse in bagno per finirsi di preparare. Ripensavo alle sue parole. Che si sia accorta della mia erezione?

          Ho finito puoi andare tesoro.

Senza neanche guardarla entrai in bagno e mi abbassai al volo pantaloncini e slip. Avevo la cappella viola per quanto era duro, ed era tutta bagnata. Mi bastarono due colpi. Non so quanti fiotti sparai. Probabilmente fu la sborrata più forte di tutta la mia vita. Le gambe non mi reggevano.

          Tesoro hai fatto? Dai che dobbiamo scendere!

Mi pulii alla bella e meglio, mi rialzai tutto al volo ed uscii dal bagno.

          Oh bravo, fatto tutto? – mi chiese sorridendomi.

          Ehm…sì…sì mamma, fatto tutto. – risposi dubbioso.

          Bene, dai scendiamo che si parte!

Mentre ripenso a questo episodio mi accorgo di avere una poderosa erezione. Guardo l’orologio, quasi le 18:00. Non ho tempo per segarmi. Qualcuno bussa alla porta.

          Avanti.

          Ciao tesoro, sei sveglio? – era mia madre, sicuramente voleva sapere se potevamo preparare i bagagli.

          Sì mamma, ci sono, mi alzo subito.

          Tranquillo tesoro, sistemati e ti aspetto in camera per le valigie. – detto questo esce chiudendo la porta.

Anche questa volta non posso non pensare alle sue parole. Che si sia accorta della mia erezione? E ti aspetto in camera per le valigie può essere un’allusione a qualcosa? Mentre mi faccio queste domande guardo la mia erezione, indeciso.

Per commenti e suggerimenti: scrittoreinprova@yahoo.com

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