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Sonia e Lily – 04 – In quarantena

E l’epidemia arrivò anche da noi. Inizialmente fu sottovalutata o, più probabilmente, le persone credevano che il virus non le avrebbe mai raggiunte, ma quando ci fu l’impennata di contagi e di morti l’unica soluzione fu la quarantena. 

Ora che il virus era diventato un’emergenza nazionale, il governo stabilì delle regole per evitare gli assembramenti di persone e limitare il più possibile i contatti interpersonali. I primi esercizi a chiudere furono i locali come ristoranti, pub e simili, ed a seguire, molte aziende, tra cui quella in cui lavoravo, imposero ai propri lavoratori lo smart working; così io e Sonia finimmo a lavorare ognuno a casa propria e con tutte le restrizioni in atto perdemmo così ogni occasione per frequentarci.

La città, in generale, era diventata quasi fantasma, con pochissime persone che si aggiravano in strada rigorosamente munite di mascherina. 

Sia io che Sonia cominciavano a risentire di questo periodo forzato in cui non soltanto l’unico modo di vederci era attraverso lo smartphone o il pc, ma eravamo di fatto confinati in casa praticamente per tutta la giornata. 

La situazione cambiò, seppur in parte, qualche giorno dopo, quando una mattina sul presto bussarono alla porta; mi domandai chi potesse essere a quell’ora e rimasi sorpreso quando guardai dallo spioncino. Aprii la porta e due occhi brillanti e conosciuti mi fecero capolino da un viso in gran parte coperto dalla mascherina. Anche se aveva le labbra nascoste, il sorriso era più che evidente e non poteva essere altrimenti; Sonia aveva il dono che quando sorrideva le si illuminava tutto il volto e questa era una delle cose di lei che mi avevano incantato.

“Che… che ci fai qui?” le chiesi stupito mentre la facevo accomodare in casa.

“Non sei contento di vedermi?” mi rispose trascinandosi dietro una voluminosa valigia.

“Si si, sono molto contento, ma … ma se ti avessero fermata?” 

“Io sto andando a lavorare” mi disse con un sorriso furbo mentre mi mostrava uno dei moduli che il governo aveva messo a disposizione. 

La guardai spiazzato, non capendo fino in fondo cosa intendesse.

“Sai, ieri stavo pensando”, aggiunse, “che è vero che non possiamo andare in ufficio, ma forse possiamo comunque lavorare insieme”

Feci due più due, le sue parole e la valigia alle sue spalle erano più che esplicative. In effetti era vestita come se dovesse andare in ufficio, con un abito grigio chiaro che si intravedeva sotto al cappotto nero e che le fasciava il corpo fino a metà coscia; vi aveva abbinato delle autoreggenti color fumo con un motivo floreale che percorreva tutta la gamba e delle scarpe grigie con un tacco a spillo vertiginoso. Si tolse la mascherina, rivelando il make up e la cura della persona che continuava ad avere anche in questa situazione di emergenza, poi mi abbracciò e mi stampò un profondo bacio sulle labbra.

“E per quanto tempo pensavi di lavorare in questo nuovo “ufficio”? le chiesi mimando con le mani il gesto delle virgolette.

“Ma sai, pensavo che potremmo fare una prova per questa settimana e vedere come va…”, mi rispose puntando i suoi occhi dritti nei miei.

Entrambi sapevamo che avevo accettato fin da subito, ma mi piaceva fare un po’ di scena e non dargliela subito vinta.

“Ok,” le dissi infine, “ho appena finito di fare colazione e tra un po’ mi collego ed inizio a lavorare…”

“Ma non mi dire che hai intenzione di lavorare così!” mi riprese squadrandomi da capo a piedi.

In effetti al momento indossavo una tuta ed in quei giorni di isolamento forzato avevo privilegiato la comodità rispetto al resto, perdendo contatto con quella che era stata la mia routine lavorativa prima dell’epidemia. 

“Ma si, tanto chi mi vede? E’ il bello di lavorare da remoto!” le dissi allargando le braccia.

“IO ti vedo!”, mi rispose sottolineando l’io, “Quindi direi che è l’ora di vestirsi in maniera più consona per un ufficio…”

“Ma dai, non ti sembra di esagerare?” 

“No, anzi ne potresti approfittare per indossare qualcosa di più sexy Lily…”

Mi era già capitato di fantasticare sull’andare in ufficio in abiti femminili, trovavo molto intrigante l’abbigliamento che di solito nei film viene associato alle “donne in carriera”. L’idea di poter lavorare come Lily mi stuzzicava non poco; oltre al fascino puramente erotico che quella situazione esercitava su di me, il poter indossare quei vestiti durante il lavoro trasferiva in qualche modo il crossdressing nella mia vita quotidiana e conferiva al tutto un aspetto di “normalità”, una delle cose a cui in fondo anelavo.

Dal mio sguardo Sonia capì cosa stavo pensando e mi sorrise pronta a mettersi all’opera. 

“Ricorda soltanto di non attivare la webcam durante i meeting…”

Mentre lei portava la valigia in camera da letto, io organizzai le postazioni al tavolo del salone, in modo che potessimo lavorare l’uno di fronte all’altra ed avere i nostri spazi. Poi corsi subito in bagno a radermi, prima di ripresentarmi da Sonia.

“Hai ancora quei vestiti addosso?” mi disse quando mi vide.

Mi spogliai rapidamente e mi sedetti accanto a lei pronto per cominciare.

“L’ultima volta te lo avevo promesso, oggi sceglierai tu lo smalto…”

Recuperò dalla valigia alcune boccette e le dispose sul letto in modo che potessi scegliere.

“Non ne ho portati molti perché l’idea di lavorare qui mi è venuta in mente ieri sera e così ne ho preso giusto qualcuno che pensavo ti potesse stare bene”.

Ora che li avevo lì davanti a me, avrei voluto provarli tutti e mi era difficile sceglierne soltanto uno. Provai ad immaginare il look che avrei assunto in un ipotetico lavoro in ufficio; in realtà non avevo mai desiderato mostrarmi in pubblico in abiti femminili, ma l’idea di portare Lily nella vita di tutti i giorni mi risultava affascinante ed intrigante. Alla fine indicai una boccetta con un rosa delicato, anche se fui molto tentato di scegliere un giallo o un azzurro molto più estrosi. Sonia mi dipinse le unghie della mani e dei piedi con la solita cura; mentre aspettavo che lo smalto si asciugasse, osservavo la mia partner riporre sul letto tutto quello che aveva preparato per me, ansioso di poter passare ai vestiti.

Mi fece indossare un paio di mutandine di pizzo lilla con un reggiseno coordinato; mi diede un pizzicotto sul culo e poi mi aiutò con un paio di collant color carne sottilissimi, che aderivano quasi come una seconda pelle sulle mie gambe. 

Avrei passato tutto il giorno soltanto con quei pochi indumenti addosso, ma vinse la voglia di entrambi di vedermi anche con il resto addosso. Per il mio look da ufficio Sonia aveva scelto una gonna nera che si fermava di poco sopra al ginocchio ed una camicetta bianca, che fortunatamente riuscimmo ad abbottonare; completammo il tutto con un paio di scarpe di vernice nera con un tacco non molto alto e la parrucca rossa con i capelli lunghi ed ondulati che avevo indossato anche la volta precedente. Ad ogni passo Luca lasciava sempre più il posto a Lily e mi sorprendevo ogni volta nel vedere come cambiasse la mia figura. 

“Passiamo al trucco”, mi disse dopo avermi fatto un giro attorno per controllare che fosse tutto come voleva. “Visto che hai scelto questo colore per le unghie direi di usare un rosa anche per le labbra”

Sonia usò le mani per applicare il rossetto, sfiorandomi ripetutamente le labbra, e con questo gesto così semplice mi trasmise una sensazione di grande intimità. Poi si dedicò agli occhi, sfumando l’ombretto celeste con le mani al posto del pennello, ed usò il mascara per dare più risalto alle ciglia; infine applicò il fondotinta un po’ su tutto il viso per completare la sua opera. 

“Ora sei pronta per il tuo primo giorno di lavoro Lily…”

Mi osservai allo specchio, ancora una volta la trasformazione era stata radicale. Anche se sapevo che oltre Sonia non mi avrebbe visto nessuno, mi fece uno strano effetto vedermi in quel nuovo look: provai un misto di euforia ed imbarazzo, come se stessi davvero andando in ufficio. 

Dopo aver guardato ogni dettaglio della figura riflessa allo specchio, mi diressi verso le postazioni che avevo preparato per il lavoro, ma fui subito fermato da Sonia che mi trattenne per un polso.

“Lo sai che adoro questo culo! Voglio vederti sculettare porcellina…” mi disse mentre con una mano strizzava l’oggetto del suo desiderio.

Mi girai e non appena fui libero iniziai a camminare lentamente e a sculettare verso la mia postazione, nascondendole il sorriso che avevo sul volto; la passione che mi esternava ed il sentirmi desiderato da lei anche quando ero Lily mi rendevano felice ed allo stesso tempo mi eccitavano da morire.

Arrivai sculettando alla mia postazione, la camminata sui tacchi diventava sempre più fluida ed anche io cominciai a sentirmi man mano più sicuro. Mi sedetti, pronto per cominciare a lavorare, quando notai lo sguardo sconsolato della mia partner.

“Siediti per bene!” mi riprese.

Non capì subito cosa intendesse, ma Sonia, che era in piedi accanto a me, mi indicò le gambe.

“Una brava signorina non si siede con le gambe aperte”, aggiunse per rafforzare il suo gesto.

Strinsi le gambe e mi dedicai ai compiti che avevo per quella giornata; con il trascorrere del tempo iniziai a sentirmi sempre più a mio agio in quegli abiti e quasi dimenticai che ciò che indossavo non erano i miei soliti indumenti ma quelli di Lily. 

Verso metà mattinata ebbi un meeting online con il mio superiore ed altri colleghi per il lancio di una nuova iniziativa di marketing; mi assicurai che la webcam fosse spenta, mi infilai le cuffie e risposi alla chiamata. 

Mentre ascoltavo il mio capo illustrarci una presentazione, buttavo di tanto in tanto l’occhio verso Sonia, che ricambiava i miei sguardi con l’aria furbetta di chi sta escogitando qualcosa. Improvvisamente sentii il suo piede farsi strada sotto la gonna e massaggiarmi delicatamente il cazzo; dopo pochi istanti anche l’altro piede raggiunse il primo, dando vita così ad un gioco di sfioramenti che in pochi minuti le fece conquistare il mio scettro di carne che ora, turgido, lottava per emergere dalle mutandine che lo tenevano rinchiuso. Persi la cognizione della durata della riunione, che sotto quella piacevole tortura mi sembrava interminabile, mentre la mia eccitazione valicava ormai le mutandine per bagnare anche i collant. 

Ero combattuto tra il fermarla ed il concedermi completamente a lei, lasciandole fare ciò che più desiderava, quando il mio capo mi fece una domanda.

“Scusami Lucio, puoi ripetere la domanda?” dovetti infine chiedere al mio capo dopo qualche secondo di troppo di silenzio imbarazzato.

Il mio capo fu costretto a ripetermi la domanda ed io riuscì con molto sforzo a dargli una risposta, cercando di mantenere l’attenzione mentre i piedi di Sonia continuavano imperterriti a giocare con il mio bastone di carne. La mia partner intanto se la rideva di gusto, mentre io facevo fatica a rimanere fermo sulla sedia ed a seguire il discorso. Non appena terminò il meeting, però, lei ritrasse istantaneamente i piedi, lasciandomi totalmente spiazzato.

“Perchè ti sei fermata?” le chiesi desideroso, visto che la riunione era finita e potevo godere liberamente delle sue attenzioni.

“Beh hai finito la riunione, no?”

“Molto divertente…” le risposi un po’ deluso.

Aspettai che anche lei fosse coinvolta in un meeting per prendermi la mia rivincita; scivolai sotto al tavolo e mi insinuai tra le sue gambe. Sonia provò a fare una piccola resistenza, più per fare scena che per altro, e poi mi lasciò libero accesso, aprendo le gambe di quel tanto che bastava per farmi arrivare a contatto con la sua porta del piacere. Le tirai via le mutandine ed iniziai a baciarle la zona dell’inguine; lentamente mi spostai poi sulla fica, baciandola in ogni punto fino ad arrivare alle grandi labbra. Ero animato dal desiderio di averla e dalla voglia di fargliela pagare, dopo la tortura di qualche minuto prima. Succhiai le grandi labbra e gliele mordicchiai, poi mi dedicai alla clitoride che picchiettai con con movimenti della lingua sempre più rapidi e decisi. Evidentemente doveva aver staccato il microfono perchè si agitava e gemeva rumorosamente ad ogni mio colpo, così continuai imperterrito nella mia opera sperando che arrivasse il suo turno di parlare. Purtroppo questo arrivò soltanto quando fu il momento di salutare ed al suo “Ciao” sollevai la faccia dal suo sesso fradicio di umori, uscì da sotto al tavolo con le mutandine in bocca e gliele lasciai sul tavolo prima di ritornare al mio posto come se niente fosse.

Avevo colpito nel segno, lei mi rivolse uno sguardo di sfida e sparì all’interno della casa senza proferire parola. Non dovetti aspettare molto per scoprire cosa stava architettando: dopo pochi minuti tornò indossando soltanto una mia camicia bianca ed una cravatta porpora a tinta unita, le autoreggenti color fumo ed i vertiginosi tacchi a spillo. Stringeva fiera l’asta dello strap on che si ergeva dritta dalla sua fica.

“Visto che ti piace stare accucciata” mi disse, “perchè non ti metti in ginocchio sul pavimento?”

Lasciai perdere la relazione che stavo leggendo per esaudire la sua richiesta; si fermò davanti a me con lo strap on a pochi centimetri dalla mia faccia.

“Voglio che lo baci”, mi ordinò.

Spostai lo strap on quel tanto che bastava per potermi avvicinare alle sue grandi labbra e baciarle; sembrava che la mia tacita controproposta incontrasse il suo gradimento, ma mi lasciò continuare per poco prima di fermarmi.

“Ho detto che voglio che lo baci” mi disse con un tono che non ammetteva repliche, mentre sbatteva l’asta dello strap on sul mio viso.

“Se non lo fai non dedicherò le mie attenzioni al tuo culetto e credo che sappiamo entrambe quanto ti piaccia essere la mia porcellina”, aggiunse rincarando la dose.

Ero molto titubante ma alla fine dischiusi le labbra quel tanto che bastava e diedi un bacio sulla punta dello strap on; con una mano dietro la testa Sonia mi tenne fermo ed iniziò a spingere lentamente con il bacino fino a quando una parte dell’asta non fu dentro la mia bocca. Restai fermo, in segno di sottomissione, e lei tirò di poco indietro il bacino per poi spingere nuovamente parte dell’asta nella mia bocca. Ero sua e lei lo sapeva, così alzai gli occhi per guardarla mentre lei si prendeva con decisione la mia bocca. La vidi godere, un piacere fisico dato dall’attrezzo misto a quello mentale per la sua vittoria e la mia sottomissione. 

“Brava Lily, così ti voglio…” la sua soddisfazione era evidente.

Estrasse lo strap on dalla mia bocca e con un tocco della mano sotto il mento mi invitò ad alzarmi. 

Con un gesto deciso buttò a terra tutto quello che c’era sul tavolo, ad esclusione dei pc, e mi spinse all’indietro fino a farmi stendere sul tavolo. Mi baciò con passione, le nostre lingue danzavano e si attorcigliavano come due amanti impegnati in un tango argentino; scese lentamente con i baci, passando prima al collo e poi fermandosi soltanto per sbottonarmi la camicetta prima di proseguire sul torace. Mi sbottonò la gonna e la gettò sul pavimento, e lo stesso percorso fecero nell’ordine le scarpe, i collant e le mutandine, liberando finalmente il mio cazzo che svettava turgido e bagnato in attesa di attenzioni. 

Sonia lo afferrò con decisione e gli diede una lunga leccata, partendo dalle palle fino ad arrivare alla punta, prima di rivolgere le sue attenzioni al mio buchetto. Iniziò a leccarlo all’esterno, disegnando dei cerchi con la lingua, che si restringevano sempre più fino ad arrivare all’ano; sentivo la sua lingua frugare avida all’interno del buchetto per preparare il campo a quello che sarebbe venuto dopo. Alzai le gambe in aria, mantenendole con le mani, per offrirmi ancora di più a lei. Sonia si staccò da me e tornò dopo poco con un tubetto di gel lubrificante; ne cosparse un bel po’ su due dita prima di spargerlo sul mio ano.

Un brivido mi percorse al freddo contatto con il gel. 

Sonia inserì subito due dita ed iniziò a penetrarmi, la sentivo muoversi dentro di me ed aumentare lentamente il ritmo.

“Ti piace porcellina?” mi disse 

“Quando cominci a fare sul serio?” le risposi alzando la testa e passandomi la lingua sulle labbra mentre la guardavo con gli occhi lucidi di desiderio.

“Sei proprio una troietta!” mi disse estraendo le dita

Mi penetrò con un colpo secco, infilando tutto l’asta fino a che il suo basso ventre non sbattè rumorosamente contro le mie terga. 

“Si, Sonia…” le dissi appoggiando la testa sul tavolo e tirando ancora più indietro le gambe mentre il mio cazzo si ergeva tra noi come un turgido baluardo bagnato di passione.

Lei tirò fuori lo strap on per infilarlo di nuovo tutto dentro, quindi continuò a penetrarmi con passione, con colpi sempre più decisi.

Il rumore dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro accompagnava le mie urla di piacere, i colpi erano scanditi dai suoi mugolii di godimento. Lasciai la presa sulle gambe per cercare di tenermi al tavolo mentre lei aumentava sempre di più la velocità.

“Scopami scopami!” le gridai mentre le mie gambe ondeggiavano sul tavolo al ritmo dei suoi affondi.

All’improvviso mi afferrò il cazzo e bastarono pochi colpi per farmi arrivare all’orgasmo; venni mentre lei continuava a scoparmi e più mi dimenavo più il cazzo spargeva il frutto copioso dell’amplesso su tutto il mio corpo.

Sonia si placò soltanto quando vide il mio cazzo ricadere mollemente sulla pancia; con un dito raccolse un po’ di sperma che mi era arrivato sulla guancia e senza estrarre lo strap on dal mio culo me lo porto alla bocca.

“Voglio che lo succhi…” mi ordinò

Stordito dall’intensità dell’amplesso stavolta non opposi resistenza ed aprì la bocca per accogliere il dito; le presi  la mano e continuai a succhiarle il dito fino a quando non fu soddisfatta di me e lo estrasse trionfante dalla mia bocca.

Mi distesi sul tavolo, tra i nostri notebook, per riprendermi ma fui richiamato subito dalla mia partner.

“Cosa credi di fare?” 

La guardai spaesato per un attimo.

“Non abbiamo ancora finito! In piedi troietta!” mi ordinò con fare autoritario.

Mi alzai lentamente, ancora scosso dall’orgasmo appena raggiunto. Sonia mi prese per i fianchi e mi girò di spalle, quindi con una spinta decisa della mano sulla schiena mi fece piegare fino a quando non arrivai a toccare con la guancia la superficie del tavolo. 

Sentivo la punta del fallo insistere di nuovo sul buchetto, mentre la pressione sulla schiena non accennava a diminuire.

“E così ti piace farti scopare…” mi disse mentre sentivo lo strap on premere sempre di più.

In risposta al mio silenzio lei tolse la mano per afferrarmi per una spalla e costringermi ad inarcare la schiena.

“Voglio sentirtelo dire…” 

Mi ostinai a non risponderle, mi piaceva opporle resistenza anche se alla fine sapevamo entrambi che mi sarei arreso ed avrebbe vinto lei. Improvvisamente infilò tutto lo strap on in un colpo solo, mozzandomi per un attimo il respiro. Iniziò a scoparmi lentamente, con affondi molto potenti e senza mai mollare la presa. 

Ad ogni colpo il tavolo vibrava, seguendo i nostri movimenti mentre io provavo a tenermi con entrambe la mani. 

“Si…” le risposi quasi con un sussurro.

“Non ti ho sentita…”, e via un colpo ancora più potente e poi un altro ancora, sempre più ravvicinati.

“Si si mi piace quando mi scopi…” le dissi alzando la voce.

“Brava la mia troietta!”

Continuò a scoparmi sempre più velocemente, battendo il ritmo della cavalcata con sonori schiaffoni sul mio culo, mentre con l’altra mano mi costringeva a tenere la schiena inarcata. Sonia urlava, ebbra del senso di dominazione e del piacere fisico dato dallo strap on, mentre io sperimentavo nuove sensazioni: stavo godendo soltanto della penetrazione, con ondate di piacere che arrivavano dritte al cervello, lasciandomi inebetito, mentre il mio cazzo nonostante non avesse raggiunto l’erezione era bagnato come non mai. 

Completamente in sua balia cominciai ad urlare insieme a lei. 

“Oddio che culo, oddio che culo!” mi gridò lasciando la presa sulla spalla per afferrarmi fianchi con entrambe le mani.

Il suo orgasmo fu preannunciato da una serie di colpi molto decisi, mentre le sue unghie mi affondavano nei fianchi, lasciandomi il segno. Un urlo accompagnò gli ultimi suoi colpi prima che ci accasciassimo l’una sulla schiena dell’altro. 

Sonia si alzò e tirò fuori lo strap on lasciando un po’ di riposo al mio buchetto messo a dura prova dalla cavalcata.

Sentì la sua mano accarezzarmi teneramente la schiena.

“Ti amo Lily”, mi sussurrò all’orecchio.

“Ti amo anche io Sonia…”. 

“Anche se credo che tu sia più innamorata del mio culo” aggiunsi per sdrammatizzare.

Le nostre risate riempirono la stanza, per qualche ora avevamo dimenticato la quarantena  e l’epidemia che ci affliggeva.

“Mi sa che dobbiamo riprendere a lavorare”, mi disse indicando il tavolo con lo sguardo.

Le nostre cose giacevano ancora sul pavimento, a testimonianza della passione che fino a poco prima ci aveva travolto.

“Penso che sarà una settimana molto lunga ed interessante…” concluse mentre si dirigeva verso il bagno.

Mi accasciai sul tavolo per riprendere fiato da quella cavalcata furibonda, ripensando a ciò che era avvenuto in quella mattinata così strana. Non sapevamo ancora cosa ci avrebbe riservato il futuro, ma da quella mattina ci faceva un po’ meno paura.

2 commenti

  1. Stare sedute, nel tempo libero, davanti al computer en-femme è una delle sensazioni più belle che si possano provare. Certo quante volte ho desiderato di poter lavorare anche così, ma ahimè non faccio nemmeno un lavoro d’ufficio, quindi praticamente impossibile realizzarlo. La storia è coinvolgente così come la complicità tra i due protagonisti e … questo nella realtà si può veramente avverare, anzi, lo confermo si avvera realmente.

  2. Poter essere en femme durante la vita di tutti i giorni secondo me trasmette un senso di “normalità”. Da questo punto di vista la quarantena e più in generale lo smart working hanno dato una bella mano.

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