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Taciuta libidine

Non riesco a scordarmelo, è un chiodo fisso, perché ce l’ho ben impresso e stampato nella mente allorquando la prima occasione che t’adocchiai, per il fatto che eri accomodata a ridosso dello scrittoio, dal momento che m’impressionasti positivamente per il tuo temperamento ed altresì efficacemente per la tua competenza e sicurezza, con la quale rispondevi al telefono e per come conversavi con gli acquirenti, facendoli attendere ammodo e cortesemente nella sala d’aspetto. Io, in quella circostanza, m’addentrai per depositare un involucro indilazionabile, tu mi siglasti normalmente la quietanza, subito dopo varcai la soglia con il pensiero della tua figura fermamente impresso nell’intelletto, che mi possedette segnandomi vivamente la mente per tutto il resto della giornata. 

Io, invero, da quel preciso favoloso istante, ogni qualvolta che sfogliavo quel recapito su d’un ordine me lo memorizzavo accuratamente e compivo di tutto per accaparrarmelo, perché in quella modalità intraprendemmo nel trovarci più volte, applicandoci e interessandoci, sicché gradualmente la nostra amicizia diventò un profondo e sentito affiatamento. Appena giungevo là in quel reparto, rammento che ti consegnavo la colazione e in tal modo conversavamo, in seguito iniziai a soffermarmi lì addirittura quando non dovevo completare rimesse, ma unicamente per salutarti. 

In un piovoso e ventoso pomeriggio di fine ottobre mi telefonasti, sollecitandomi di passare presso il tuo compartimento, per il fatto che dovevi informarmi di qualcosa di rilevante. Io irruppi là, e nella sala d’aspetto tu iniziasti a discorrere confabulandomi d’una fantasia, che da qualche tempo dimorava tenacemente nei tuoi reconditi rimpianti sessuali, sgangherandoti e sconvolgendoti le membra. Io t’ascoltavo con interesse, attentamente con eccitazione, diligentemente con fermento, a tal punto che appena tu me la rivelasti, quasi sussultai sulla poltroncina per quello che ascoltai. 

In definitiva, tu ambivi di scopare calorosamente e sentitamente assieme a due maschi, uno dei quali era il tuo consorte, peraltro finora all’oscuro di questa tua dissoluta, viziosa e abilmente celata cupidigia, anche se tu avevi tentato senza profitto di coinvolgerlo, intanto che ti concedevi a lui trastullandoti in modo smanioso e libertino, con il tuo personale e stuzzicante massaggiatore elettrico colorato che custodivi puntigliosamente nel comodino, senza però ottenere né riscuotere una distinta né degna e adeguata attenzione. 

Tu non avevi a tutt’oggi stabilito né definito con chi espletare quel degenerato e vizioso atto, eppure fremevi, eri sulle spine e scalpitavi, perché aspiravi in cuor tuo che fosse lui stesso a dover optare per te, nel decretare con quale maschio spartire la sua licenziosa e peccaminosa consorte, la sua ingorda e infoiata femmina. In realtà, il pensiero che una donna come te, affascinante, lusinghiera, rapente e peraltro adescatrice, con quegli occhi blu e profondi come l’oceano che ti sondano e che t’inebriano, i seni compatti e una sagoma che evidenzia dei glutei fantastici, stesse cercando un maschio per godere insieme a lui e al suo consorte, mi faceva fremere e ribollire come non mai, io ero incapace di parlare, intravedevo unicamente una stanza da letto rischiarata scarsamente da una lampada ad angolo e la tua figura ammantata solamente con le calze, intanto che t’introducevi il tuo massaggiatore elettrico preferito in quella grotta desiderosa, vogliosa e fradicia di fluidi: sapessi, come avrei auspicato di degustare quella sostanza, di nutrirmi ingordamente di quella deliziosa e intima succosa essenza. 

La tua mano mi stava dimenando, mi spronava con vigore, io mi risvegliai da quell’abbaglio, da quel delizioso delirio erotico e t’adocchiai, sollecitandoti che cosa avessi realmente avuto intenzione di fare. Tu non dicevi nulla, ma osservavi nel mentre, la tangibile ed eloquente eccitazione che avevi cagionato dentro i miei pantaloni, sicché m’osservasti furbamente, perché marpiona e lungimirante qual eri, perché individuando e additando il mio inturgidimento dichiarasti: 

“A quanto pare il soldatino si è svegliato, molto bene. Di certo sono io la gradita e felice conseguenza. Probabile che la mia presenza lo punzecchi a dovere, non trovi?”. 

In quella circostanza rimasi leggermente incagliato e turbato per la tua affermazione, annuii per quella testimonianza, a quel punto erano le sette di sera, tu stavi per rincasare, perciò ti prospettai benevolmente di darti uno strappo accompagnandoti con l’autovettura verso casa. Il tuo tragitto, come via di comunicazione si estendeva per la mia strada, così brandendo la necessaria temerarietà, sopraggiunti nei pressi della mia dimora, ti domandai se fossi stata disposta a salire nel mio alloggio per degustare una bevanda in mia compagnia; dopo qualche istante di mutismo, nel quale speculai che forse ero stato troppo ardito e sfrontato, tu mi ribadisti di sì, parcheggiai l’autovettura e salimmo di sopra da me. Quantunque io soggiornassi da solo, aspiravo d’essere più preciso e diligente possibile, perché per mia indole non gradivo abitare nella disorganizzazione e nello scompiglio, di quest’aspetto ti rendesti conto anche tu, allorquando varcasti l’uscio della mia dimora, notasti che ogni cosa era al proprio posto. Distribuii in seguito il cibo ai miei adorati pesci nell’acquario collocato lungo l’ingresso, dopo ti feci accomodare in soggiorno, giacché era un ambiente accogliente, malgrado ciò sobrio e stringato, l’arredamento era infatti limitato, ma di buona qualità, in seguito predisposi l’occorrente e ti preparai un saporito infuso annunciandoti nel mentre: 

“Sono realmente sorpreso, molto sbigottito, devo francamente riferirti che mi hai stuzzicato appieno con quella tua inattesa fantasia” – ti rivelai, eludendo di proposito il tuo astuto e giudizioso sguardo. 

“Senti, supponevi che avessi a che fare con una monaca rinchiusa in un’abbazia” – rispondesti tu in maniera avveduta, maliziosa e sagace, seguitando a punzecchiarmi. 

“Per niente, ciò nonostante, per quale ragione aprirsi e in ultimo spifferarla testualmente a me? In fin dei conti non ci frequentiamo da molto tempo” – l’interpellai io, in modo impiccione, indiscreto e per l’occasione linguacciuto. 

“Questo è il punto cardine, il principio fermo, il perno esclusivo della questione. Tu non hai nozioni né informazioni del mio consorte, perciò è improbabile e illogico che tu mi tradisca o che mi raggiri. Ti dirò, che se avessi bofonchiato dell’argomento con qualche conoscente, il tutto sarebbe stato incauto, sconsiderato e irresponsabile” – borbottasti sorbendo con bontà l’infuso bollente. 

“Io ipotizzo, che attualmente mi trovo incastrato nell’intimo della tua esistenza, sono impelagato e invischiato nei tuoi inaccessibili e licenziosi desideri” – mi sbilanciai apertamente io, dichiarandole quell’impudico e libidinoso concetto. 

“Indubbiamente, è così. Sì, al presente tu padroneggi questa mia celata e lussuriosa smania, perché averla in comune con te m’aiuterà di certo a realizzarla nel migliore dei modi” – sostenesti tu drizzandoti dalla sedia. 

“Beh, vedi, io non afferro né concepisco come potrei spalleggiarti, come potrei aiutarti o ingegnarmi?” – reclamai io alquanto disorientato, incuriosito e al tempo stesso affascinato. 

“Ascolta, questo è il mio intento. Potrei far credere al mio consorte che tu mi lusinghi durevolmente, che mi fai costantemente il filo, che brameresti scoparmi, come reazione naturale lui s’infurierebbe, ma nel contempo s’ecciterebbe aizzandosi oltremodo, potrebbe sollecitarmi di te, del tuo aspetto, del tuo impiego, della vita che conduci. Gli confiderei sbottonandomi e sfogandomi ogni bene di te. Io potrei fare in modo di farmi vedere con te, affinare e plasmare in lui la percezione che io stia al gioco. Dopo s’interruppe burberamente sospendendo il dialogo. 

“Sì, ho capito, però manca la parte finale. Che cosa intendi di preciso? Che cosa esigi?” – pretesi e sostenni io, tentando di farle ripigliare la conversazione interrotta. 

“In quel caso lui potrebbe sceglierti, per il fatto che attualmente io t’ho già valutato e infine selezionato” – malignasti tu furbamente, nel tempo in cui t’abbassavi i blue-jeans, esibendomi le tue cosce con le calze, le medesime che avevo supposto e calcolato mettessi. 

Io la pilotai nella mia camera da letto, là c’era la luce fioca, mi denudai rapidamente, mentre lei si coricò sul talamo, interamente svestita, io inabissai le mie labbra nelle sue, la bramavo tantissimo, avvertivo le nostre lingue che come staffili s’avvolgevano, le mani insolite che rasentavano i nostri profili, perché annegai con la mia nella sua fica zeppa d’odorosi ed eccitanti fluidi. Io la desideravo all’inverosimile, perché volevo captarne volutamente il sapore, in tal modo digradai tra le cosce e iniziai a leccarle ghiottamente la fica come non accadeva da tempo, con l’organo del gusto strofinavo quella conchiglia dilatata ed eccitata, sentivo crescere fra le mie labbra il clitoride, resistente e irrigidito per la circostanza come un piccolo pene. Glielo succhiai e la udii lagnarsi per il piacere che provava, dopo penetrai con la punta in quella fessura umettata e appiccicosa. Percepivo distintamente la sua individuale sapidità zuccherosa con un’inedita gustosità basica, direi neutra, da là mi trasferii velocemente sullo sfintere, ormai terso e gradevole, lubrificandolo del tutto. 

Nel frattempo lei era sdrucciolata su d’un fianco e aveva iniziato a succhiarmi il cazzo, Nicoletta procedeva con un movimento preciso, rasentava l’involto del mio cazzo per tutta la sua lunghezza e arrivata fino alla punta del glande lo ingoiava interamente con ghiottoneria, roteando con la lingua in un vortice forsennato, fintanto che stringeva lo scroto. Captai il cazzo introdursi nella suo focoso nascondiglio, adagio ma in profondità, mentre con il pollice sfregavo il suo clitoride rigonfio, Nicoletta si toccava le tette comprimendosi i capezzoli formosi e spostando i fianchi in senso rotatorio, godendosi il movimento del mio cazzo all’interno di se, osservavo lo sbatacchiare dei miei testicoli addosso al suo didietro levigato eppure sodo, dopo con una movenza solerte uscii dalla sua fica per addentrarmi nel suo formoso didietro, scivolando nelle sue viscere senza problemi, mentre lei incurvava la posa per favorirmi, porgendomi al meglio la regione lombare per assaporare meglio il cazzo, che la stava deliziosamente e libidinosamente martirizzando. 

Dopo diversi minuti in quella postura, cambiai nuovamente fenditura, introducendole il cazzo nella pelosissima e nerissima fica. Io resistevo, eppure poco prima di cedere estrassi il cazzo dalla fica, mi girai sovrapponendomi con cautela sopra il suo addome, iniziando a spargerle la mia densa sborrata, intanto che distinguevo i miei eccezionali getti di seme bianco posarsi dappertutto sopra di lei. Strepitavo indecentemente e lussuriosamente il mio nerboruto orgasmo, sul corpo di quella favolosa femmina. I primi fiotti l’inzaccherarono riversandosi in parte sulla sua pelosissima e nerissima fica, mentre i restanti spruzzi s’adagiarono imbellettandola sulla pancia e sulle tette, intanto che lei emetteva espressioni di stupefazione e d’entusiasmo, esprimendomi e descrivendomi sensazioni di meraviglia, tra un fiotto e l’altro. 

Nelle giornate successive ponderai su quell’accaduto vagliando parecchio su quanto fosse capitato, Nicoletta non m’interpellò ancora e pertanto apparivano non esistere più conferimenti né ordini da consegnare per il suo reparto, io avrei preferito telefonarle, ma non conoscevo quale opinione né quale risultato ne sarebbe scaturito instaurando suddetta decisione, sicché aspettai speranzoso. Una settimana più tardi, nella tarda serata, scovai un pacco davanti la porta del suo reparto; senz’eccezione fu lei a spalancare l’uscio, ci canzonammo bonariamente a vicenda e constatai che il suo scaltro stratagemma non era del tutto svanito. Poco dopo lei mi siglò la quietanza pregandomi d’attenderla nella sala d’aspetto. Nicoletta rientrò dopo un quarto d’ora, pareva visibilmente infervorata per qualcosa, dopo qualche istante io assimilai tutto al volo. 

Il suo consorte era decollato per la volta di Bari assentandosi per tre giorni, proprio in quella serata sarebbe rientrato, in quanto lei aveva avuto tutto il tempo e il gradito proponimento, di confezionargli un’opportuna quanto propizia improvvisata. Nicoletta, in breve, mi delucidò illustrandomi per sommi capi che nei giorni precedenti, dopo il nostro ritrovo, lui aveva incessantemente seguitato a discorrere di me, del mio filo insistente e spietato, dell’esaltazione che avvertiva nel presentirsi così desiderata, così il suo consorte leggermente contrariato e tediato, ma nel contempo ampiamente attratto e intrigato, le aveva reclamato se avesse gradito scopare con me. Fu in quel momento che Nicoletta le confidò svelandogli che lo avrebbe compiuto soltanto – invero dissimulando – se lui avesse assistito, il suo consorte ben presto ironizzò stimolato dalla congettura, tuttavia non ribatté. 

Questa dissoluta e viziosa vicenda, peraltro ben architettata e libidinosamente impacchettata, raffigurava Nicoletta nell’insieme ritraendola adesso come una femmina tutelata, e che quella sua intima segretezza, in effetti trasparisse come un netto e distinto benestare, un innegabile beneplacito lasciapassare per me. Lei, brillante, intuitiva e sagace femmina qual era, aveva orchestrato quel progetto tenendo conto e coordinando al meglio, che io dovevo abilmente nascondermi dentro casa, mentre loro iniziavano a scopare, dopo sarei dovuto sbucare fulmineamente fuori dal mio ripostiglio e mischiarmi a loro due, ponderatamente convinta, che il suo consorte si sarebbe lasciato trascinare dalla smania evitando di replicare e di ribellarsi. 

Io in quel frangente mi sentivo ingabbiato, così come si sentirebbe un autentico tagliaborse asserragliato dentro un recinto, tuttavia allorquando li vidi addentrarsi nella camera, mentre iniziavano a denudarsi, repentinamente il mio cazzo inizio a spingere, io lo estrassi dalla costrizione dei pantaloni e cominciai a manipolarmelo. 

Il segno lampante d’intesa della mano di Nicoletta era inconfondibile ed esplicito, lei mi stava esortando d’unirmi a loro due. Obliquamente, fra le spaccature del guardaroba io la guardai e sbucando con il cazzo già duro tra le mani mi feci avanti, il suo consorte in quell’attimo comprese ogni cosa, soltanto quando vide la sua sposa iniziare a succhiarmi per bene il cazzo, abbozzando e delineando un riluttante riflesso, perché sollevando la faccia dalle cosce di Nicoletta lui esclamò: 

“Hai fatto ed escogitato di tutto, hai creato il tuo capriccio, hai realizzato alla fine la tua stravagante e lasciva passione. Mi felicito con te, hai centrato l’obiettivo, ci sei riuscita, hai compiuto quello che desideravi” – ricominciando nel lambire la pelosissima e nerissima fica della sua traviata e viziosa consorte. 

La reminiscenza di ciò che avvenne in seguito è alquanto imprecisa e nebulosa, per il fatto che io tracannai parecchio cognac, ciò nonostante, rammento precisamente la duplice e saturante penetrazione che subì Nicoletta frignando e gemendo più che mai, durante il tempo in cui i suoi strilli d’euforia e d’esuberanza si levavano mirabili e sublimi in quella camera, perché con il fiato sbriciolato da quella smisurata eccitazione provata, un triplice e sonoro orgasmo sommerse in ultimo i nostri corpi sconquassandoli radicalmente. 

{Idraulico anno 1999}  

 

 

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