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Zelante apprensione

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“Come puoi ben notare mia graziosa adorata io ho già disposto e pattuito tutto, perché tu avrai l’incarico d’affiancare e in ultimo di scortare con il massimo riguardo Viviana dal capolinea e accompagnarla qui, dato che io pazienterò attendendovi per il banchetto” – replicò lui brillantemente e spiritosamente.

 

In quella caliginosa e incerta mattina partii di buon’ora, eppure la mia perenne riflessione era solamente per lei, la tangibile considerazione di come sarebbe stato veramente l’impatto conoscendola per la prima volta, scrutarla e sorvegliarla accuratamente in quell’imminente contatto a questo punto vicino, sì, tenuto conto che noi due c’eravamo scambiate unicamente dei messaggi di posta elettronica e delle foto, sentendoci per di più solamente qualche volta al cellulare. Io giunsi in orario e dopo aver posteggiato l’autovettura analizzai ansiosa e impaziente investigando tra la folla la sua figura per ricercare il suo volto, fu allora che la vidi: era longilinea con la capigliatura nera lunga e mossa, con gli occhi scuri e i lineamenti peculiarmente singolari d’una avvenente e leggiadra femmina del Sud Italia:

 

“Ciao, se la visuale oggi non m’abbindola, dall’aspetto si direbbe che tu sei Martina, è vero?”.

 

“Sì, precisamente, hai indovinato. Sono molto contenta, anzi, più che felice di portare a termine finalmente la tua affabile, agognata e benevola conoscenza” – ripeté lei in maniera festosa e spensierata.

 

In quel medesimo istante lei s’avvicinò inaspettatamente verso di me audacemente in maniera determinata, baciandomi sennonché palesemente sulla bocca di fronte ai presenti, come se nulla fosse senza remore né titubanze alcune. Io ancora lievemente frastornata, inebetita e sgomenta le sistemai di riflesso la valigia nel bagagliaio, infine aprii la portiera facendola educatamente accomodare all’interno dell’autovettura. Durante il tragitto, la mia sbirciata si poggiò sovente in modo famelico, furbastro e pure malandrino sopra le sue gambe, messe peraltro in evidenza da una gonna nera non troppo corta, che per non spiegazzarsi oltremodo lei aveva assennatamente alzato leggermente, mettendo in tal modo in risalto le cosce fasciate dal pizzo delle calze autoreggenti nere. Fu proprio in quel preciso momento che mi vide sbirciargliele, in tal modo senza battere ciglio alcuno lei m’agguantò con dovizia la mano destra e l’appoggiò decisa sul perizoma di pizzo nero, dato che provocò ancor di più in prominenza il gesto alzando ulteriormente la gonna. Io sentivo l’ardore, l’entusiasmo e lo slancio salirmi nettamente in modo impulsivo, manifestamente sconsiderato e spavaldo al cervello, perché io bramavo, anzi, smaniavo e sragionavo all’idea di poter sbaciucchiare in conclusione a mio totale piacimento quell’incantevole, pelosissima e nera fica impregnata delle sue intime secrezioni, imbevuta del suo naturale essere di femmina, mentre lei socchiudeva gli occhi e s’abbandonava arretrando a tal punto spudoratamente sul sedile, tenuto conto che l’itinerario fu davvero breve.

 

“Che spettacolo che siete. Ben arrivate nella mia personale e riservata dimora, mie adorabili, attraenti e uniche figliole” – accennò lui in maniera esultante e festosa accogliendoci, mentre baciava prima una e poi l’altra.

 

Durante l’ora del pasto io non badavo né pensavo ad altro, se non a quello che sarebbe successo in seguito. Io avvertivo fortemente e spiccatamente il desiderio di quella donna diventare più energico e febbrile che mai, giacché pareva come se ambedue stessimo osservando diligentemente e zelantemente un cronometro che scandisce il tempo, giacché consumammo frettolosamente il cibo, come se volessimo a tutti i costi accelerare il momento che sognavamo da qualche tempo rimasto indietro, perciò in un attimo iniziammo a sfregarci simultaneamente intrecciando con opulenza le nostre lingue, nel momento in cui i nostri corpi leggevano rapidamente incontinenti e lussuriosi l’attimo esatto per poter sfogare tutto quel gradimento reciproco per lungo tempo trattenuto e non ancora appieno espresso né manifestato apertamente, però nel bel mezzo della nostra radicale e individuale frenesia dei sensi c’eravamo totalmente dimenticate di lui, visto che a quel punto a seguito della prolungata attesa argutamente e ironicamente esclamò:

 

“Bambine mie adorabili e graziose, vi siete per caso scordate del tutto di me?”.

 

Lui sennonché s’aggregò assieme a noi accompagnandoci e associandosi con un bacio duraturo, mentre io sentivo distintamente le sue dita insinuarsi intrufolandosi raffinatamente tra le mie gambe, alla fine ci ritrovammo con gusto distesi tutti e tre sopra il letto. Noi eravamo in preda a un risucchio, a un vortice d’esaltazione e di trasporto tale, che io sentivo accuratamente e coscienziosamente crescere dentro di me, mentre nella mia mente continuavo a pensare adesso ti voglio mia. In quell’occasione io la spogliai adagio, guardando flemmaticamente il rossore delle sue guance comparire, mentre lei s’abbandonò totalmente al tocco assennato e oculato delle mie mani, nel frattempo sentivo nitidamente lui che frugava limpidamente con precisione la mia fica già colma di fluidi:

 

“Su dai, non resisto più, leccami, perché schiatto dalla voglia” – replicò lei già infervorata e stimolata più che mai non contenendosi più.

 

Quel comando, quella specie d’inattesa, d’incalcolata, di quantificata e di supplichevole direttiva, fu per me invero come una tremenda e vorticosa scossa, che bruscamente e fatalmente t’invadeva in maniera convulsa e irrefrenabile, giacché quell’insperato ordine m’aveva agguantato pienamente il cervello scompigliandomi interamente, e mentre le mie dita s’introducevano delicatamente nella sua pelosissima fica bagnata, la lingua batteva gentilmente sul quel saporito e sugoso clitoride facendolo sussultare:

 

“Martina, quanto sei competente e virtuosa, sì, dai ancora, non fermarti, sei un genuino e un puro portento” – frusciava lei in un gemito piuttosto appassionato e convulso, mentre io sentivo lui che mi stava penetrando agevolmente il didietro.

 

In quel preciso istante la sentii gemere sempre più forte e mentre afferrava le lenzuola urlò interamente strepitando il suo gagliardo e poderoso orgasmo. Successivamente lei si spostò alquanto estenuata e infiacchita squadrando accortamente il mio amico, nell’esatto istante che lui mi fotteva facendomi sennonché traballare a ogni regolare impatto che maestosamente con le sue ritmiche spinte m’imprimeva:

 

“Esulta, rallegrati Martina, ecco, dai così godi, spassatela per bene, prendilo tutto, consolati pure, sì, perché è interamente tuo”.

 

Io coglievo apertamente la sua capacità espressiva, captavo lucidamente il suo sguardo penetrarmi, perché le sue parole furono come una colossale batosta, un invitante smacco tutto da cogliere pienamente, giacché in quel preciso istante mi divincolai dimenandomi irrecuperabilmente e irrimediabilmente attraversata da un acme del piacere assai poderoso e trascinante, nel tempo in cui lei mi baciava in bocca senza scrupolo, lui ci guardò alquanto appagato mettendosi a sghignazzare:

 

“Tutto bene spero, mie amabili e premurose figliole, non è vero?” – esclamò lui incuriosito, ma affascinato, intrigato e stregato al tempo stesso.

 

“Si, è meraviglioso, un incanto e una magia davvero impareggiabile e unica” – obiettammo acutamente noi in coro, in maniera euforica e giuliva.

 

Nel tempo in cui lui si sfregava il cazzo ancora consistente, per farci capire che era il suo turno, noi beffarde e dileggiatrici ci avvicinammo nel momento in cui le nostre bocche lo lambivano, visto che quel bel cazzo s’ergeva svettando in tutta la sua singolare magnificenza. I nostri occhi erano incollati mentre le lingue s’intrecciavano su quel cazzo sodo e superbo, sentimmo le sue mani mentre ci teneva afferrandoci per i capelli, dato che spingeva le nostre teste contro di sé, mentre a turno le spostava a suo piacimento sul suo cazzo, che stava in conclusione per sborrare la sua possente e densa lattiginosa energia. In un attimo ci collocò disponendoci con le facce ben allineate arrossate davanti a sé, perché sapevamo che tra pochi secondi di tempo lui ci avrebbe donato un orgasmo magnifico e spettacolare:

 

“Sì, così, eccomi piccole, godo. Questa qui è la mia gustosa bevanda interamente per voi, mie fantastiche e incontentabili troiette” – ed esplose sborrando abbondantemente e passionalmente con piacere sulle nostre avide e insaziabili bocche, imbrattandoci completamente con il suo intimo e denso nettare di vita.

 

Alla fine svigorito s’adagiò gioioso e raggiante sul letto, mentre noi carponi una di fronte all’altra ci baciavamo appassionatamente piene della sua eccellente e sopraffina bevanda. Viviana? A dire il vero non ebbi più notizie né saprei esattamente replicare né obiettare in maniera adeguata, perché da quel giorno io non la rividi mai più.

 

Lei per me fu, senza alcun dubbio, anche se per breve tempo, precisamente come un ciclone nella mia vita, minuziosamente una furia con una premura e con una solerzia gradita e insperata, appagandomi e arrivando a farmi cadere e facendomi svanire in conclusione le ultime mie afflitte e tribolate barriere, sennonché quelle che apertamente m’avevano imprigionato e ostacolato vincolandomi di continuo nel corso degli anni, incatenandomi e conducendomi in una morale e convogliandomi in ultimo in una spirale bigotta e bacchettona, piena di sensi di colpa, di frustrazioni e d’enormi insuccessi.

 

Da quel momento, finalmente, ringraziando fedelmente Viviana, oggigiorno devo totalmente ammettere in pieno, che mi sento d’essere lealmente e innegabilmente davvero affrancata, emancipata, in special modo e innanzitutto libera.

 

{Idraulico anno 1999}  

 

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