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Pax. Epilogo (cap 7)

By 20 Gennaio 2026No Comments

Lie Nu e Jarius fecero ritorno alla base. Riferirono di un contatto con le forze Chin, una squadra d’incursori che aveva abbattuto i loro due compagni.
Lie non dubitava che Licius, Gannicus e tutti gli altri ci avrebbero creduto. Sebbene qualcuno avrebbe potuto sollevare perplessità al non udire nulla dai sistemi di comunicazione, avevano già concordato di parlare di una manovra con la quale sfuggire alle forze nemiche, un comportamento perfettamente usuale e comprensibile da parte di infiltratori vistisi scoperti in territorio nemico. Nessuno avrebbe osato mettere in dubbio la loro versione, e di fatto lei e Jarius furono lasciati a riprendersi. Lie però aveva altro da fare, oltre all’ovvio.
Ripose le sue armi dopo una breve pulizia, poi si diresse verso la mensa. Mangiò e fece sparire con discrezione una bottiglia d’acqua.
Sarebbe servita per la parte successiva del piano. Aveva concordato così con la figura in nero, e non avrebbe deluso le sue aspettative. Sicché si mosse piano, verso i baraccamenti. Svoltò a destra e arrivò davanti al cassone del generatore principale. Si guardò attorno. Nessuno la osservava. D’altronde perché avrebbero dovuto? Le sentinelle erano tutte predisposte a osservare l’esterno del campo, con l’idea di dover prevenire un attacco da fuori. Non si aspettavano certo ciò che stava per accadere.
Lie Nu calò la bottiglia d’acqua nel cassone, all’interno della vasca di acido che ospitava il principale gruppo elettrogeno. Svuotare quella vasca era un lavoraccio, uno che pochi o nessuno volevano fare. La Chin calcolò di avere circa un venti, forse venticinque minuti prima che il materiale plastico venisse eroso, poi l’acqua sarebbe entrata in contatto con l’acido, cambiandone il fattore di acidità e di fatto mandando in corto il generatore.
Venti, venticinque minuti di tempo per prepararsi. Perché se aveva ragione…
E infatti accadde: rientrata nei suoi alloggi ci volle poco meno di tre minuti, poi Licius la fece chiamare.

La figura in nero osservava.
Lie Nu aveva avuto i suoi ordini. Che le fossero piaciuti o no, era irrilevante. Ormai era sicuramente in posizione. Era praticamente tutto pronto.
La figura annuì.
Tempo di muoversi.

Le posizioni di Chin erano fortificate e in guardia contro gli attacchi nemici. Dopo l’incursione dei licanei il livello di guardia era elevatissimo.
Le pattuglie rendevano impossibile un qualunque avvicinamento alle linee frontali e ai lati se non tramite un aggiramento che avrebbe obbligato ad allungare la marcia per chilometri.
Oppure grazie a connivenze interne.
Gli alleati dell’Unio Africae in zona era un clan di Kossaki, banditi da tempo immemori, predoni e razziatori. La Pax Licanea non li aveva persuasi a cambiar vita, anzi, aveva fornito loro tecnologie e occasioni. Sicché con il rinfocolarsi della guerra tra Chin e Licanes, molte bande di quei barbari avevano guardato a una delle due parti per guadagnare soldi ed equipaggiamenti ma senza mai giurare fedeltà o rispettare sino in fondo gli accordi presi.
Erano inaffidabili, sul lungo periodo, ma per quel che serviva a Saida e ai suoi, erano perfetti.
I Kossaki lanciarono l’attacco da sopra delle colline, di fatto montando mortali e lanciando una prima salva. Prima ancora che i colpi impattassero era già partita la seconda salva.
Numerose pattuglie Chin si mossero, ben organizzate e rapide, ma i Kossaki avevano organizzato la risposta: per quanto potessero essere malorganizzati, erano anche e soprattutto consapevoli di quanto il denaro promessogli fosse inutile se fossero morti.
Avevano rapidamente predisposto un velo di sentinelle e di tiratori.
Risultato: le pattuglie Chin furono inchiodate dal fuoco di precisione di armi da fuoco meno avanzate delle loro ma ugualmente letali. La risposta dei soldati fu di mettere in azione alcune batterie d’artiglieria ma la cosa paralizzò le loro operazioni via terra. Di fatto, le operazioni aeree erano impedimentate da numerosi fenomeni climatici, come tempeste di sabbia localizzate in zone poco distanti.
I Kossaki avevano compiuto la loro mietitura: il campo della tredicesima divisione esploratori di Chin stava bruciando e gran parte delle forze che il Generale Pao Yun avrebbe voluto impiegare nel contrastare Licanes erano impegnate a combattere gli aggressori.
Pao Yun non considerò neppure per un istante che dall’altra parte del fronte, i licanei fossero nella sua stessa situazione.

La calata delle luci e l’avaria del generatore avvolsero il campo nel buio.
Il Legato Amrius Caderone Rubro stava vistosamente imprecando alla volta di demoni e déi vari. Le sue forze erano nella più totale impossibilità di capire come mai le luci fossero venute a mancare, ma soprattutto, in piena allerta. Perché ben due delle sentinelle perimetrali non rispondevano. Amrius avrebbe già inviato un rapporto ai suoi superiori se non si fosse trovato di fronte un altro problema.
Le comunicazioni erano intaccate da qualcosa. Disturbi e statica. Amrius arrivò alla conclusione pochi istanti dopo, mentre urlava ordini a ogni subalterno.
La conclusione sbagliata, nel momento sbagliato, contro il nemico sbagliato.
Perché non erano dei nemici stranieri ad attaccare il campo di Licanes.

Jarius sfilò il pugnale. La sentinella era morta con un espressione stupita più che terrorizzata. Il soldato scambiô appena un cenno con Lie Nu. La Chin sorrise in rimando.
Il loro piano era assurdamente semplice. Il caos era una scienza semplice. Non serviva molto.
Jarius superò la murata raggiungendo i baraccamenti di due manipula. Estrasse le granate. Innescò e lanciò. Una e l’altra. Le esplosioni attirarono l’attenzione, ma ormai lui era già via.
Mentre l’uomo si muoveva, anche Lie Nu faceva la sua mossa.

Licius Carcio Quadro non era preoccupato. Le sue guardie erano uomini capaci, e lui aveva già avuto modo di contattare il comando principale di Licanes su una rete a prova di schermatura. Non era certo di chi fosse stato dietro quell’attacco ma aveva la certezza che sarebbe sopravvissuto a quella notte, indipendentemente dalle perdite.
In fin dei conti, aveva favori da richiedere, alleati da scomodare e segreti da dispensare.
Era troppo importante per alcuni dei suoi soci per poter essere semplicemente lasciato in balia degli assalitori. Gli bastava attendere. Sarebbero arrivati i soccorsi.
I suoi uomini erano vigili, capaci, e assolutamente precisi.
Ma la domanda che lo inquietava era un’altra: dov’era Lie Nu?

Lie Nu sparò due colpi silenziati. Il fante, un giovane di ventisei anni, crollò con due buchi ad altezza collo, appena sopra il colletto dell’Hamata. La Chin si mosse rapidamente. Raggiunse l’armeria. Lasciò lì il fucile. Ne prese un altro. Piazzò l’esplosivo. Nel caos generato da Jarius, nessuno aveva osato guardare dalla parte opposta. E ora, qualcuno avrebbe dovuto farlo.
Si allontanò e innescò gli esplosivi. Il boato fu assordante. E, come gli altri, anche lei corse verso l’edificio appena esploso, urlando agli altri che c’era stata una detonazione, simulando assoluta e totale confusione, come tutti gli altri.
Nessuno, in quel momento, osò far domande, nessuno si chiese nulla, per loro Lie Nu era una mera faccia sullo sfondo. I nemici erano altri, erano chissà dove, intorno a loro.
I soldati di Licanes fecero quadrato attorno alle strutture principali, centro di comando, centro comunicazioni, ospedale. Un istinto di conservazione li spingeva a quella manovra, consapevoli che se avessero fatto gruppo, se la sarebbero cavata. Prima ancora che la disciplina militare, era la volontà di sopravvivere a muoverli.
Lie annuì, prendendo il suo posto. Qualcuno sparò. A chi era difficile dirlo. Probabilmente a qualche alleato che non si era adeguatamente identificato per tempo.
Ordini urlati, fiamme che proiettavano luci fosche nel buio della sera, aria combusta e paura.
Gli ingredienti del caos. Da lì non sarebbero partite squadra in rinforzo alle truppe di Licanes.
Lie Nu sorrise. Il piano dell’individuo in nero, il suo nuovo padrone e signore, era entrato nella seconda fase. Non si sorprese quando Licius la contattò, furente. Non si sorprese quando le fu ordinato di raggiungerlo. Eseguì.
Gli uomini di scorta la fecero passare. Licius la fissò con rabbia.
-Dov’eri, schiava?!-, ringhiò sputando la domanda. Era in preda a un emozione, cosa rara, ma, ancora più raro, era in preda all’emozione più allarmante e insieme più soddisfacente che Lie avesse mai visto. Paura. La paura di perdere il controllo, il vantaggio, tutto.
“La paura rende ciechi, rende furiosi, la rabbia rende stupidi, la stupidità uccide.”, pensò lei.
-C’è stata un’esplosione all’armeria. Chiunque stia agendo sta seminando il caos.-, rispose, secca, -Dovevo unirmi agli altri fanti, mio signore.-.
-Non sei una milite licanea. Sei a malapena una foederata tollerata. Vedi di ricordarlo. E vedi di non scomparire mai più a questo modo, chiaro?-, chiese lui mollandole un ceffone sotto lo sguardo di uno dei suoi. Lie incassò. Chinò il capo. Ingoiò le lacrime e la rabbia.
-Sissignore.-, disse a occhi bassi. Licius parve riconquistare un minimo di controllo.
-L’evacuazione per noialtri dovrebbe arrivare tra breve. La squadra di Gannicus sta preparandosi a entrare a Clavis Uzbea. Tu li raggiungerai. L’ordine resta perentorio.-, disse.
-Sissignore.-, rispose lei. Nessun’altra parola, niente. Non serviva altro.
Stava andando esattamente come secondo i piani. La Chin si limitò ad aspettare che Licius le dicesse dove andare per raggiungere Gannicus e i suoi. Poi, voltando le spalle dopo aver ricevto gli ordini, si concesse di sorridere.

Jarius aveva finito il suo compito. SI era rapidamente riunito al Legatus Rubro e alla sua guardia, la coorte veterana stava rapidamente assicurando il perimetro.
-Sembra che gli aggressori siano fuggiti, signore.-, si permise di dire.
-Lo vedo da me, dannazione! Le comunicazioni?-, chiese.
-Disturbate, ma fattibili.-, rispose l’addetto al vox.
-Allora contatta Varisullio e la Tredicesima. Ci servono rinforzi e un pattugliamento lungo trenta miglia in ogni direzione.-, ordinò Caderone.
Jarius annuì. I piani procedevano. Lui aveva fatto la sua parte. Non aveva molto altro da aggiungere al riguardo.

Infiltrazione profonda.
Marduk la conosceva bene. Era una scienza inesatta, un’arte imperfetta.
Non c’era un modo preciso per penetrare in territorio ostile. E tutto poteva andare storto.
Si mosse lentamente, superando una duna. Davanti a lui, le rovine di una città, chiaramente licanea. Clavis Uzbea.
Gli edifci erano abbandonati, e in rovina. Non c’erano corpi per strada, ma era palese ed evidente che qualunque cosa fosse accaduta lì, aveva mutato le sorti di quel luogo per l’eternità. Peggio ancora, l’aveva segnato. Era un segno chiaro ed evidente a tutti.
Anche Hawo, Svalok e Osman parevano altrettanto colpiti da quella verità.
-Copro a sinistra.-, disse la nera tramite il vox personale.
Come gli altri era avvolta da una mimetica color deserto, roba trovata nel deposito. Come gli altri, impugnava la sua arma, e come gli altri (o almeno così era portato a scommettere Marduk) era sicuramente colpita dalla devastazione che vedeva. Nel suo tono si udiva una nota di stupore frammisto ad angoscia.
-Mi muovo.-, Marduk ruppe la copertura. Aggirò l’angolo. E la vide.
Una torre, un complesso squadrato, dietro muraglie brecciate in più punti.
Il complesso Clavis. La genesi del male.
-È li che dobbiamo arrivare.-, disse l’uomo.
-Movimento, a destra!-, esclamò Svalok.
Come un sol’uomo, tutti e quattro si gettarono al riparo dietro le rovine, armi puntate e pronte.
Marduk li vide. Pattuglia di Chin. Quattro elementi.
Anche loro parevano avanzare a scatti, come se lo scenario in cui si muovevano fosse un incubo da cui speravano di svegliarsi a ogni pié sospinto. Vana speranza. Era tutto vero.
-Quattro uomini. Arma pesante di squadra, due ricognitori, uno più discosto che potrebbe essere il capogruppo.-, riferì Svalok. Il guardaspalle di Ferelea era venuto con loro nonostante ogni buonsenso, o forse solo perché lei glielo aveva ordinato. Marduk non lo sapeva, ma sapeva di potersi fidare. Svalok era bravo, capace, e decisamente uno che aveva già corso nel fuoco. Forse non era più giovanissimo, ma sopperiva con l’esperienza.
E anche Osman sapeva il fatto suo. Erano ottimi elementi, nulla da dire.
-Marduk, situazione?-, chiese la voce di Saida al vox.
-Ostili, quattro. Chin. A circa un terzo di miglio dal complesso.-, disse lui.
-Ricevuto. Noi abbiamo lanciato il nostro disversivo. Non dovrebbero esserci altri problemi.-, disse la nera prima di chiudere il collegamento.

La figura in nero annuì. Osservò attraverso il mirino da cecchino.
Squadra di Gannicus in movimento con Lie Nu al seguito. Squadra di Marduk in infiltrazione. Non avevano trovato ostacoli, non solo per le due diversioni messe in atto (la sua, e probabilmente quella di Marduk e soci sui Chin) ma anche perché aveva provveduto personalmente a eliminare una serie di pattuglie e sbandati. Colpi rapidi e corpi occultati.
Era nel suo massimo interesse che Marduk raggiungesse il complesso.
E che vedesse. Anche se non era stato parte del piano originale, era tempo che il piano cambiasse. Era necessario. Così, ecco il nuovo piano. Marduk avrebbe visto. Tutto.
Gannicus e i suoi sarebbero andati incontro alla morte. Non tutti, ma quanto bastava da renderli… inabili, per il futuro prossimo, quantomeno.
E ovviamente, anche Marduk avrebbe perso qualche amico.
Rabbia, vendetta, volontà di sapere, tutti ingredienti necessari, un mix necessario da sorbire.
Affinché quella corsa nel buio continuasse spedita.

Il gruppo d’attacco di Chin procedeva, attento, ma non abbastanza.
Il primo dei loro crollò senza neppure avere percezione del pericolo. Il secondo ebbe solo un istante di terrore e sorpresa prima di seguirlo, il terzo e il quarto furono abbattuti quasi all’unisono.
Hawo si alzò, arma fumante in pugno. Avanzò rompendo copertura. Si avvicinò ai corpi.
-Regolari di Chin.-, disse notando il vestiario e i gradi, -Strano che non siano di più.-.
-Magari hanno avuto problemi.-, riferì Ferelea via vox, -Il vostro diversivo ha funzionato.-.
-Non c’entra: in questa zona erano presenti diverse pattuglie di Chin. E di Licanes. Non sono rientrate quando abbiamo fatto scattare la diversione.-, interloquì Saida.
Hawo annuì. Poteva sicuramente significare che qualcosa stava accadendo.
E non era una cosa buona. Dovevano aspettarsi guai.

La squadra di Gannicus avanzava tra le rovine, sospinta da un vento fatidico.
Armisa e Lie Nu in avanscoperta, Utricius e Octavius e Gannicus a seguire. Seleucinea chiudeva la marcia. Era la retroguardia. Un ruolo bizzarro per una tiratrice scelta. In realtà, una triste necessità vista la situazione nelle retrovie.
Erano soli. Con poco o nessun contatto con i comandanti. Praticamente senza supporto.
Persone sane di mente avrebbero rifiutato, rinunciato.
Loro forse non erano sani di mente, avrebbe potuto pensare qualcuno. In realtà, la spiegazione era molto più semplice.
Dovevano muoversi. Nessun’altra possibilità e nessun’altra scelta.
I Chin potevano star già lavorando per eliminare prove, e anche se così non fosse stato, la loro presenza lì non poteva essere dovuta a necessità strategiche. Clavis Uzbea non aveva valore in tal senso, quantomeno non più. Il Magister Militum Orientis aveva sancito che le operazioni a Clavis Uzbea si sarebbero presto concluse e le truppe sarebbero state riposizionate lungo le province di Armenia e Bactariana, dove di fatto avrebbero difeso quel confine della Confederatio. Impossibile che Chin non ne fosse a conoscenza. Quindi il motivo di tanta insistenza nel difendere doveva essere legato alla necessità di impedire a loro di reperire informazioni nel sito degli esperimenti. E questo significava che, forse, tutte le risorse che Licanes aveva investito lì erano sprecate, e qualcuno a Chin lo aveva saputo, magari sin dall’inizio. Ciò spiegava anche perché le forze di Chin non avevano inviato mezzi pesanti o divisioni di rilievo. Gannicus strinse i denti, improvvisamente preda di una rabbia consapevole, pervasiva. Qualcuno stava giocando con loro, muovendoli come pedine.
“Dobbiamo cambiare il gioco.”, pensò mentre avanzavano.
-Signore?-, chiese Armisa, -C’è qualcosa che dovete vedere.-.

Il Celeste era consapevole di un’increspatura, una sottile problematica, un imprevisto.
Non era in Corea, lì il fronte licaneo stava lentamente consolidandosi, ma la guerra era divenuta un conflitto d’attrito che non beneficiava nessuna delle due parti, era a Clavis.
Clavis Uzbea. Il bizzarro suono di quel nome nella sua accezione tipicamente occidentale ispirava un senso di stranezza. Il Celeste aveva inviato alcuni dei suoi uomini in zona, con l’obiettivo d’impedire a chicchessia di accedere al sito degli esperimenti.
Il Progetto Tempesta di Giada, così era chiamato presso Chin, era un’esca perfetta, o almeno, avrebbe dovuto esserlo. Sulla carta.
Perché nella realtà, gli agenti inviati sul posto non stavano facendo rapporto.
C’erano molte spiegazioni logiche alla cosa, e molte altre, ben più allarmanti e illogiche.
Il Celeste non attese oltre. Contattò Dong Yun. L’ufficiale era al comando di una pattuglia di mezzi aerei atti al bombardamento. Attualmente era impegnato sul fronte coreano in una serie di missioni per destabilizzare le posizioni di Licanes.
Il Celeste sapeva che togliere quella squadriglia alle forze in Corea significava concedere tempo ai licanei laggù, ma lasciare che qualcuno, chiunque, vedesse cos’era accaduto a Clavis Uzbea era altrettanto una sconfitta, poco importava che a carpire quelle informazioni fossero i licanei o i sovversivi africani, o chiunque altro.

-Questi non li abbiamo uccisi noi.-, disse Armisa. L’espressione di Gannicus rimase corrucciata mentre osservava i quattro cadaveri. Uomini di Chin, senza dubbio. Abbattuti da lame, non da armi da tiro. Colpi alla gola o alle reni, sferrati da qualcuno le cui capacità nell’arte dell’omicidio doveva essere semplicemente superba per non produrre reazione.
E, a giudicare dalle espressioni di occhi e visi, neppure la più fievole percezione del pericolo.
-Non erano molto nascosti. Qualcuno li ha abbattuti e poi accatastati qui.-, disse Armisa. Tutta la squadra si stava chiedendo chi avesse abbattuto quegli uomini.
Tutta, salvo una persona. Lie Nu sapeva. Lie Nu si tratteneva dal sorridere.
Sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto ora. E sapeva qual’era la sua parte da recitare.
Quegli erano uomini di Chin, ma non solo. Lo vedeva dalla muscolatura.
-Sono imponenti, per degli asiatici.-, disse Octavius.
-Non solo.-, rispose Lie. Alzò la manica destra di uno dei morti. Lottò contro il braccio irrigidito per esporre il bicipite. C’era un tatuaggio. Un ideogramma.
-Che cos’è?-, chiese Seleucinea. La tiratrice si avvicinò a osservare.
-Invisibili.-, spiegò Lie senza palesare emozioni, -È il loro contrassegno. Chi lo porta fa parte degli agenti dei servizi di spionaggio di Chin, della Camera Celata. Se devo fare ipotesi, direi che è uno degli uomini del Celeste.-.
-Il Celeste?-, chiese Gannicus. La Chin annuì.
-Era il superiore del mio vecchio superiore, agli ordini diretti del consiglio di Bejing. Un bastardo con molta più capacità d’azione di tanti altri. Una vecchia volpe, direste voi. Uno spirito elevato, un uomo che studia le antiche vie di Chin, versato nelle sapienze antiche… e un maestro dell’arte dell’intrigo.-, disse.
-Un… Maestro dell’intrigo?-, chiese Seleucinea. Gli occhi della tiratrice agganciarono quelli di Lie, come a volerla valutare, come a voler scavare nel suo animo.
Lie Nu non si ritrasse. Non rifiutò la sfida. Oppose uno sguardo duro almeno quanto l’altra.
-Sì. Lui… diciamo che è sopravvissuto a numerosi cambi al vertice. Come direste voi, un osso duro, in queste cose. Impossibile dire quante connssioni abbia in patria. Sicuro ha ottimi agenti.-, disse. Seleucinea ruppe il contatto visivo. Anche Lie lo fece. La sfida era finita.
Il come, era già più difficile da stabilire, ma lei non si faceva illusioni. Non era una di loro, e non lo sarebbe mai stata. Non importava quanto in là si fosse spinta. Ma andava bene.
-Non ottimi abbastanza da evitare di essere accoltellati alle spalle.-, sbuffò Octavius.
-Nessuno è immortale.-, commentò Gannicus, asciutto. “Nemmeno voi”, pensò Lie.
-Dobbiamo muoverci.-, disse Armisa. Era di copertura con Utricius, -Il complesso è più in là.-.
-Muoversi.-, ordinò Gannicus. Formalmente non era al comando, ma Utricius non protestò.
A nessuno di loro piaceva restare lì. Si rimisero rapidamente in marcia, scattanti e pronti.
Lie sorrise. Ora cominciava la parte più difficile, e più soddisfacente del piano. Se tutto fosse andato bene, sarebbe stato l’inizio della sua lenta risalita verso l’apice. L’inizio della sua vendetta.

La figura in nero vedeva tutto.
Semplice magia di un piccolo drone. Volo a minima autonomia, rumore infinitesimale, ottica capace di cogliere ogni dettaglio a più definizioni.
Per questo, mentre individuava la squadra di Gannicus, teneva un occhio sull’altra. Marduk e i suoi uomini in avanzamento. Transito trasversale, percorsi non lineari. Furbo.
Decisamente capace. Ma era tempo di alterare le variabili.
Inviò il segnale ai suoi uomini. Poi si distese a terra. Mirò. Nel mirino, al centro del reticolo di mira Sagittarus aveva il cranio di Gannicus Vaian.
Sarebbe stato semplicissimo eliminarlo. Si concesse di valutare.
Analisi delle conseguenze: cosa sarebbe accaduto se gli avesse sparato?
Visualizzò nella mente la cascata di possibilità, squadra sbandata, in cerca di vendetta, poco lucidi, ma soprattutto privati dell’unico uomo che forse, forse, sarebbe potuto essere come Marduk, giungere sino alla fine della notte.
“Due corridori del fuoco nel testa a testa finale?”, si concesse di riflettere,
Rischioso, ma anche di più eliminarlo subito. I suoi uomini sarebbero stati incontrollabili in tal caso, e anche se Gannicus non era al comando, sicuramente contribuiva a tenerli in riga.
Decise. Spostò la mira. Utricius, Octavius… E Seleucinea.
La donna era l’ultima. E anche quella più pericolosa. L’unica di tutti loro che avrebbe potuto realmente costituire un pericolo per la figura in nero. Perché solo un tiratore scelto ne può combattere un altro sullo stesso piano, ad armi pari.
Ma spararle significava rivelare la sua presenza. Gannicus avrebbe potuto fermare la sua squadra, richiedere rinforzi…
E non intendeva che ciò accadesse. Quindi doveva attendere. Annuì.
Ma il gruppo di Marduk era un altro discorso.
Si alzò, piano ma con un movimento fluido. Abbandonò la posizione di tiro. Si spostò tra rovine fatiscenti di edifici che un tempo erano stati a tre, cinque piani, e che oggi solo per grazia di qualche dio ignoto, stavano in piedi con due piani atti a sopportare il peso di un uomo.

Saida e Ferelea erano intente ad analizzare mappe e dati. Planimetrie.
Perrfette, se solo fossero stare anche solo lontanamente aggiornate. Per questo, per la nera era difficile riuscire a individuare la squadra di Marduk. A detta di Hawo dovevano essere lungo la Via Praetexia, ma non aveva modo di confermare. Ferelea intanto analizzava comunicazioni e rapporti di Licanes. Saida passò dunque a vagliare le comunicazioni di Chin insieme a Wu Ming, un rinnegato di Chin che l’Unio Africae aveva riattivato per quell’occasione, grazie alla sua insistenza.
-Novità?-, chiese.
-Nessuna. Sembra che siano nel caos.-, disse. La nera annuì. Era un buon segno.
Poi un rumore la distrasse. Il rumore di mezzi a motore.
Le zone un tempo corrispondenti alla Siberia e alle antiche regioni dell’altopiano centroasiatico non erano mai state disabitate, anche se spesso e volentieri, tanto Licanes quanto Chin avevano amato credere lo fossero. Popolazioni native della zona, uomini duri e forgiati da un ambiente impietoso chiamavano casa quei luoghi, e invasori chi vi entrava.
Non erano tanto stupidi da attaccare in massa forze armate organizzate, sapevano che sarebbe stato un suicidio, e non erano martiri imbottiti di fanatismo.
Ma d’altro canto, attaccare piccole forze separate dalle armate principali, o anche piccoli avamposti, era tutt’altra cosa.
Nel tempo, quei gruppi di predoni, clan familiari allargati con strutture di comando proprie e autonome, si erano specializzati nel fare ciò che facevano. L’introduzione di nuove armi, di nuove tecnologie e persino di nuovi mezzi di trasporto era stata una variabile accolta con entusiasmo. Poter diminuire il tempo di percorrenza delle pianure durante le varie stagioni era stato un enorme miglioramento per i predoni, e ciò aveva portato all’acquisizione di sempre più mezzi motorizzati. Che fossero razziati o acquisiti in cambio di servizi, non importava: li avevano, ed erano divenuti molto bravi a usarli.
L’avvisaglia dell’attacco fu solo un ringhio basso, e l’urlo di uno degli uomini di Ferelea, un tale Sirius. Le due donne si alzarono in fretta, armi impugnate. Per Saida, l’idea di dover combattere era divenuta un eventualità solo temporaneamente accantonata, ma tale ambito non era mai stato il suo campo d’eccellenza.
Uscirono rapidamente, quasi d’istinto. E fu un bene, perché fuori videro il gruppo di predoni. Sei veicoli, tra mezzi a due, tre e persino quattro ruote. Motori che rombavano e scarichi che emettevano nubi di fumo nero-grigiastro, bandiere sfilacciate e urla di guerra, spari a casaccio e imprecazioni. Saida strinse la mitraglietta, una corta Secutor modello Chartago.
-Giù!-, esclamò Ferelea travolgendo l’africana di peso e gettandola a terra con sé. Qualcosa impattò contro il magazzino. Un qualcosa che esplose spargendo fiamme e liquido infiammabile. “Una bomba incendiaria!”, realizzò Saida. Sparò due colpi verso i mezzi. Colpì, ma non fece danni. Ferelea la trascinô al riparo di alcune casse che avevano spostato dal rifugio. Sirius era a terra, trapassato da un’infilata di proiettili.
Wu Ming imprecò uscendo. Sparò una raffica contro un mezzo abbattendo un predone che fu sbalzato dal veicolo in movimento. Non riuscì a chinarsi a ricaricare: una sventagliata lo falciò ributtandolo tra le fiamme del magazzino. Fuoco e fumo, e devastazione. Saida ansimò.
Panico, la sensazione le montava dentro stringendole il cuore in una morsa e mutandole il sangue in acqua. Rischiavano di morire, anzi, quasi sicuramente sarebbero morte e…
L’urlo di Ferelea la fece voltare. La licanea, poco distante da lei, si era esposta, per non dare modo ai nemici di prenderle entrambe. Uno dei mezzi a due ruote aveva accelerato, eseguendo una curva stretta. E un bruto aveva afferrato l’informatrice sollevandola come un fuscello e facendole mollare l’arma con un pugno ben assestato, mentre l’altro alla guida sparava ad alzo negativo con un’arma a una mano. Saida imprecò pesantemente.
“È finita…”, pensò. Strinse la mitraglietta. Si alzò di scatto rompendo copertura, richiamando alla memoria le infinite sessioni di addestramento ricevute in merito. La volontà di sopravvivere le spinse in vena tanta adrenalina da ridurre paura e stanchezza a meri ricordi.
Sparò abbattendo i due passeggeri di un mezzo a due ruote, freddandoli prima che potessero sparare a loro volta. Prigionieri non ne poteva fare, e in realtà sapeva che anche quell’azione avrebbe potuto solo darle un mero ritardo prima della fine, una posticipazione infinitesimale. Poi d’improvviso accadde: i predoni eseguirono una manovra oltremodo repentina, sventagliarono verso di lei, ma senza la precisione necessaria a ucciderla.
Però la costrinsero a ripararsi e quando sollevò il capo, la battaglia era finita. Ferelea era stata rapita dai predoni. Wu Ming e Sirius erano morti. E lei aveva perso tutto quello che avevano come appoggio in quella zona. Un colpo devastante. Non si fermò a riflettere: farlo avrebbe significato perdere tutto il resto, volontà di continuare a combattere inclusa. Doveva raggiungere Marduk e gli altri, doveva avvisarli, dovevano raggrupparsi e pensare a una via di fuga. Arrivò al mezzo a due ruote abbattuto. Si mise alla guida avviandolo.
“Non può essere così difficile…”, pensò, “In fin dei conti l’hai già fatto.”, si disse.
Ma mai in quella situazione. Comunque non aveva scelta. Ricaricò la mitraglietta prendendo anche le munizioni di Wu e di Sirius. Si accorse di star respirando in fretta, il cuore che batteva un ritmo impietosamente rapido. Diede gas.
Si lanciò in corsa verso la città degli incubi mai morti.

La figura in nero sorrise. Un’altra parte del piano era andata.
Ora era giusto che agisse. Non poteva più procrastinare. Sparò un singolo colpo al collo di un operativo di Chin. Altri due, a quattrocento metri, vedendo la morte del loro compagno cercarono riparo. Andava bene. Non era necessario morissero tutti.
Inoltre, ormai quella posizione era compromessa. Si spostò.

Boato. Un cecchino. Hawo, Marduk, Osman e Svalok si buttarono al riparo per mero istinto.
-Non sparava a noi.-, disse la nera rialzandosi. Marduk annuì. A chi, allora?
Non aveva senso. Lì però non c’erano solo loro e l’arma che aveva sparato non era licanea.
Chin, dunque? Contro chi? Altri Licanei? Il pensiero gli corse a Saida.
Avevano dato per scontato che lei e Ferelea fossero al sicuro, lontano dalla zona calda.
Allora perché l’inquietudine che sentiva improvvisamente?
-Marduk? Mi senti?-, Saida al comunicatore vox.
-Sì. C’è un cecchino ignoto in zona operativa. Riesci a…-, iniziò.
-Marduk, la base d’appoggio è persa, Ferelea è stata rapita, mi sto muovendo verso la vostra posizione, ma ho bisogno che mi guidi.-, la voce dell’africana trasmise il gelo nelle vene dell’uomo. Esitò a parlare, nell’immediato.
-D’accordo. Allora, noi siamo…-, si guardò attorno, sotto lo sguardo di crescente preoccupazione degli altri, che sicuramente avevano udito la comunicazione di Saida, -All’incrocio tra la Via Principalis e la Praetexta, penso.-, disse.
-Riuscite a rimanere lì?-, chiese Saida. Hawo parlò per prima, risolutezza adamantina nel tono di voce venato solo marginalmente dalla preoccupazione per la sorella gemella.
-Non ci muoviamo di qui.-, disse con voce secca.
-Ricevuto.-, commentò Osman. Stabilivano il perimetro.
-Bene. Sono a bordo di un mezzo a due ruote, in arrivo.-, concluse Saida.
Marduk imprecò sommossamente. Restare fermi li rendeva un bersaglio ideale.
Per chiunque fosse in agguato.

Boato. Un tuono che squarciò la quiete. Cecchino.
-Tiratore nemico!-, l’esclamazione di Seleucinea allarmò tutti loro ben meno del boato stesso. La squadra si catapultò a terra per mero istinto, ognuno avviluppato dal terrore di vedere qualcuno dei loro non rialzarsi o emettere un grido mortifero, ma la tiratrice, la prima a reagire alla presunata minaccia come previsto, notò due cose. La prima fu l’assenza di sibili o luci las, la seconda fu che non ci furono altri colpi. “Non sparavano a noi.”, intuì.
-Non era per noi.-, disse Gannicus mentre si alzavano piano. La tiratrice scosse il capo. Le sue antenate erano state Virageae dell’esercito di Aristarda Nera, ma nessuna di loro doveva aver mai vissuto una simile situazione. Temersi bersaglio e scoprirsi indenni poteva portare all’esaltazione, ma l’intera squadra conosceva il rischio. Utricius annuì.
-Avanzare. Armisa e Lie Nu, aprire ad est. Siamo prossimi al complesso. Noi procediamo in avanzata e ci ricongiungiamo sul sito.-, ordinò l’ufficiale. Octavius annuì.
-Io fiancheggio da ovest.-, disse Seleucinea. Non era una domanda, ma in quella squadra tutti erano ben coscienti del rispettivo valore, e quello della tiratrice non era assolutamente in dubbio, nessuno si sarebbe sognato di andare a insegnarle il mestiere, non dopo quasi duecento uccisioni confermate.
-Valido.-, confermò Utricius.

I piani erano saltati. Tutti. Hawo se lo sentiva dentro come un pugno nello stomaco.
Saida li raggiunse scendendo rapidamente dal mezzo, arma in pugno. Spiegò loro brevemente cos’era accaduto. In breve, erano senza supporto e soli. Privi di informazioni sui movimenti di Chin o di Licanes. Erano ciechi, e brancolavano nel buio.
Non era un bene, come non era un bel posto quello verso cui andavano. Ma dovevano proseguire, e nessuno si permise di dubitarne. Hawo aprì la strada con Marduk.
Superarono le recinzioni esterne. La zona più esterna del complesso Clavis li accolse.
E Hawo vide. C’erano edifici anneriti dal fuoco, rovine, e soprattutto, corpi, resti scheletrici.
C’era qualcosa in quegli scheletri. Qualcosa di anomalo, di anormale, qualcosa che rese la pelle del viso della nera grigia di paura, che le trasformò il sangue in ghiaccio.
-Vertebre multiple, crescite ossee anomale, protrusioni, crani deformati da spinte genetiche ignote…-, Marduk stava parlando, ma anche la sua voce era intaccata da un elemento di orrore che era impossibile ignorare, -Questo essere non aveva più molto di umano.-.
-Che cazzo stavano facendo qui?-, chiese Svalok. Non parlava molto, ma finalmente dava voce a un interrogativo che tutti loro si erano posti, e che diventava ora più angoscioso.
-Cose orribili.-, mormorò Saida.
-Dobbiamo andare avanti. Dev’esserci qualcosa che conduca a Tigus.-, disse l’agente.
Hawo annuì. Si guardò attorno, decidendo di guardare dietro di loro ma Slovak scosse il capo.
-Faccio io. Non sono sicuro di voler vedere quel che c’è dentro.-, disse. La nera poté percepire l’assoluto senso di orrore nella voce dell’uomo. C’erano limiti e forse lui uno l’aveva superato.
E ora, lei lo capiva benissimo, tutto sarebbe cambiato. Per tutti loro.

La pattuglia di Chin era un gruppo di tre elementi, tutti Invisibili. Avevano un solo ordine: abbattere. Marciavano in formazione, due a guardare lati e retro e uno in avanscoperta.
La figura in nero abbatté il primo con un colpo di pistola. Gli altri due alzarono le armi, ma persero un istante per individuare l’avversario che gli stava arrivando contro.
Il primo Invisibile sparò una raffica. I proiettili parvero andare a vuoto, finire nel nulla più assoluto e totale. Il secondo cercò di supplire. La figura eseguì una caduta in avanti, fluida e perfetta anche durante la corsa, senza rallentare, rotolò sul pavimento, sotto la raffica, si rialzò ed estrasse.
Lame doppie. Lame corte, scimitarre arabe e moresche, appartenenti a un passato tanto mitologico che pochissimi lo conoscevano.
L’invisibile numero 1 urlò, imprecò, cercò di parare con il fucile. Clang! Acciaio contro acciaio, una lama l’aveva fermata. L’altra no: l’altra lo colse al ventre, sotto l’antiproiettile.
Invisibile numero 2, vedendo il compagno agonizzante si risolse a sparare. La figura in nero lanciò l’altra scimitarra. Colse l’uomo in pieno collo. L’invisibile tentò di artigliare la scimitarra piantata nel collo. Riuscì a svellarla, ma crollò a terra, morto.
L’altro invisibile non era ancora morto. La figura lo fissò, puntandogli l’arma alla gola.
-Siete gli ultimi, vero?-, chiese in Chin perfetto e privo di accento.
-Noi… noi abbiamo un solo ordine. Non devono violare…-, sibilò l’uomo.
Ancora avrebbe voluto lottare, glielo si vedeva negli occhi. L’individuo in nero annuì.
-Lodevole, ma tutto è violazione. E Clavis Uzbea non fa differenza.-, disse.
-Il Celeste… lui non lo permetterà.-, ansimò l’altro, moribondo.
-È su questo che faccio conto…-, la figura in nero estrasse qualcosa dalla veste del morente che poté solo guardare mentre prendeva la sua unità vox, l’equivalente di Chin a quelle di Licanes. Poi non vide più nulla. La figura in nero percepì il movimento. Alzò fluidamente la pistola che aveva estratto da una fondina al fianco.
Ma abbassò l’arma appena vide chi era ad avvicinarsi. Non avrebbe sparato.
-Antonia.-, disse a mo’ di saluto, -Se sei qui, il piano procede.-.
-Sì. Marduk e i suoi sono senza supporto.-, disse Ferelea avvicinandosi, -Come previsto.-.
-Ottimo.-, la figura in nero sorrise, si avvicinò alla licanea con calma, studiandone il viso e l’aspetto. Non andava bene. Era ancora troppo ben messa. I predoni non avevano ricevuto ordini in tal senso, d’altronde era stata Ferelea stessa a contattarli.
La figura in nero scosse il capo mascherato. Ferelea sospirò. Capì.
-Fallo.-, disse solo, -Cerca solo di…-, le parole furono troncate: il pugno la prese in pieno viso.
Ferelea incassò. Per qualche miracolo di volontà riuscì a restare in piedi, barcollando come un’ubriaca all’ultimo stadio, scuotendo la testa, stordita.
La figura in nero continuò, metodica e implacabile. Pugni e calci, rapidi, corpo e gambe.
Un pestaggio metodico che costrinse la licanea a crollare a terra. Proseguì.
Attenta a non colpire zone vitali, a non causare svenimenti, attenta soprattutto alla cosa più importante di tutte: non lasciare adito a dubbi.
Quando aveva finito, il viso di Ferelea era gonfio e tumefatto in più punti. Concluse l’opera strappando sommariamente il vestito dell’informatrice, a mo’ di simulazione di un tentativo di stupro. Poi annuì dopo aver osservato il suo lavoro.
-Bene. Ora sei quasi pronta.-, disse la figura in nero.
Ferelea annuì appena, senza osare parlare per paura di provare dolore al volto.
-Deve sembrare vero, lo sai.-, disse l’individuo in nero, -E ora…-, estrasse una fiaschetta. Le schizzò addosso del liquido cremisi. Sangue. Le chiazzò il vestito, e il viso.
-Ora sei pronta.-, decretò passando a Ferelea un kindjal, un pugnale tipico delle zone siberiane. Arma rozza, essenziale, brutale.
Il piano proseguiva. Scortò l’informatrice al mezzo quadrigommato in attesa. Mezzo dei predoni, certo. Lo asperse metodicamente di sangue fresco, in zone specifiche.
La scena era pronta. Ferelea si mise al volante.
-Sai già cosa fare. Aspetta il mio segnale.-, disse.

Entrarono nel centro ricerche. Non c’erano chiusure o difese. Era tutto abbandonato all’incuria, agli elementi. Sorprendentemente però, pareva che nessuno avesse osato entrare a saccheggiare. Marduk vide che la sala principale era sgombra, le salette attorno erano la mensa, dove ancora c’erano razioni di cibo in decomposizione, e una sorta di area riunioni, completa di un proiettore a parete e sedie. Tutto intatto.
Evidentemente, anche i predoni della zona potevano sentire l’aura di quel luogo segnato.
Un luogo fondamentalmente sbagliato. Si avvicinò a un corpo. Era marcescente, quasi essiccato. Ed era mostruoso. Il viso incorporava tratti orribili da lucertola e da pipistrello. Un abominio chimerico che non sarebbe dovuto esistere, eppure era.
Il peggio, era che i resti della veste di quell’uomo erano una mimetica. Chin.
Era una delle guardie del complesso, palesemente, ma a giudicare dalla mutazione non aveva svolto bene il suo compito, o non aveva capito quando andarsene.
-Déi…-, mormorò Saida. Marduk scosse il capo. Le mise una mano sulla spalla.
-Non guardare.-, disse. Lei lo abbracciò. Tremava. Una bambina spaventata da incubi e demoni, scagliata nell’abisso più nero che l’umanità potesse generare.
“La lezione del Cataclisma non ci è bastata…”, pensò mestamente Marduk.
-Di qua ci sono le scale.-, disse Hawo più avanti. La sua voce suonava vuota, priva di umanità, svuotata di ogni calore residuo. Sulle scale fecero un’altra scoperta.
-Qui c’è un altro corpo…-, mormorò Osman. Osservava mesmerizzato il corpo di una donna, mimetica licanea frammista alla peluria di una tigre. Il manto striato lasciava il posto a zoccoli dove avrebbero dovuto esserci mani e piedi. Il viso era un’atroce amalgama tra un formichiere e un uccello, troppe specie riunite in una. Non era difficile immaginare che ciò l’avesse uccisa. Marduk scosse il capo.
-Questi… devono averli uccisi loro. Minah e gli altri. Devono aver scatenato il… morbo.-, disse.
-Come sappiamo di essere al sicuro?-, chiese Hawo. Lui cercò di apparire rassicurante.
-Se fosse effettivamente ancora attivo, ora staremmo già mutando. Dev’essere decaduto. Ma ciò non spiega il resto, le bruciature e la devastazione. È chiaro che Licanes, o Chin, o entrambe hanno voluto cercare di distruggere le prove.-, ragionò.
-Non solo. Guarda questo posto: nessuno ci è entrato. È chiaro che i predoni sono stati dissuasi, forse anche con la forza, sicuramente dall’orrore.-, disse Saida.
Marduk annuì. Era una spiegazione logica. Arrivarono a una porta blindata.
-Unità di decontaminazione. Chiusa. Sigillata. Dall’interno.-, disse Hawo.
-Non a lungo.-, disse Saida. Estrasse un palmare e alcuni cavi.
-Non ci sarà energia dopo tutto questo tempo.-, disse Marduk.
-Non ce ne serve moltissima.-, replicò l’africana, al lavoro sulla porta. Digitò una serie di comandi e infine, annuì. La porta fu sbloccata. Non interamente. Solo in parte. Si aprì abbastanza da far passare un uomo, non di più.
-Vado dentro.-, nessuna esitazione. Marduk entrò. Violò l’ultimo abisso di Clavis Uzbea.

La squadra di Gannicus procedeva in religioso silenzio, con attenzione e cura sopraffine.
Ormai, sapevano che non mancava molto. Armisa e Lie si muovevano a sinistra, Seleucinea a destra e gli altri avanzavano in linea retta. Una manovra perfetta.
Qualunque incursore fosse finito col penetrare nel complesso di Clavis Uzbea vi sarebbe rimasto. Per l’eternità.
Segretamente, Gannicus sperava di incrociare nuovamente Marduk. Era dallo scontro ad Aquae Sulis che sentiva che lo avrebbe rivisto. C’era odio verso quell’uomo, molto, sciuramente. C’era anche altro. C’era soprattutto un nocciolo di un sentimento maturato suo malgrado, a dispetto di ogni suo preconcetto.
Ammirazione. Ammirazione per un agente tanto capace da destreggiarsi nella tempesta di lame e proiettili che era divenuto l’intrigo prima e la guerra poi. Un individuo talmente abile da riuscire a sfuggire non solo a lui, ma anche ai servizi di Chin. Un nemico raro.
Poteva essere un barbaro indegno degli onori che avrebbe avuto qualunque licaneo puro, ma era sicuramente un uomo di tempra e di capacità inconfutabili. Un avversario memorabile.
Gannicus si sorprese a considerare che, di fatto, stava iniziando a vedere Marduk come il nemico che aveva a lungo atteso, come la sfida apice della sua esistenza.
Vincere avrebbe significato gloria, sì, ma soprattutto la sicurezza certa e assoluta di essere il migliore, l’ultima e definitiva dimostrazione della forza di Licanes, e della superiorità della virtù sulla barbarie.

Si avvicinavano lente, metodiche, copertura uno-uno. Lie Nu poteva sentire l’odore dell’adrenalina, dell’aspettativa dello scontro.
Armisa voleva quel momento, viveva per esso. Di fatto, Lie lo capì, le pareva che la licanea non avesse altro. Solo una spiccata capacità come soldato, ma niente prima, né dopo.
In quel senso, provò pena per lei. Fu una pena lieve.
-Apro a sinistra.-, disse superando una curva. Ricevette appena un cenno d’assenso.
Il contatto fu rapidissimo: due uomini. Uniformi di Chin. Nemici!
Lie non esitò: ne cancellò uno con tre colpi a centro massa. Armisa chiuse la pratica abbattendo l’altro. Rapida e implacabile. Non sprecò parole a complimentarsi con Lie.
Andava bene: la Chin sapeva bene che non avrebbe ricevuto elogi da lei.
Non li voleva neppure. Di fatto, il suo essere lì era parte del piano della figura in nero.
Come parte del piano era anche un’altra cosa.
Armisa si chinò sui fanti. Esaminò le divise, le armi.
-Fanteria regolare. Probabilmente una pattuglia sbandata, o ciò che ne resta.-, disse.
-La brigata di esploratori del generale Pao Yun.-, buttò lì Lie Nu.
-Amici tuoi?-, la domanda di Armisa grondava veleno.
-Ho un cugino tra loro.-, rispose Lie. Armisa sorrise, sprezzante.
-E il pensiero di ucciderlo ti dà fastidio, eh?-, chiese, provocatoria.
-No.-, mormorò l’altra. Armisa le voltò le spalle, attratta da un rumore.
Errore finale. Lie agì, scattando come una molla sotto pressione. Estrasse il coltello, piantandolo nelle reni di Armisa, avvolgendo il collo della soldatessa con l’altro braccio, estraendo e trafiggendo di nuovo. La licanea emise un grido di dolore smorzato dalla mano di Lie che le tappò la bocca mentre l’altra tentava di divincolarsi. Altri due affondi, senza pause.
Quell’uccisione le parve dolce come miele, i lamenti della donna parvero musica alle orecchie della Chin. Rimpianse di non poterla uccidere più di una volta.
-Non mi da fastidio il pensiero, perché non accadrà, Armisa.-, sibilò Lie all’orecchio della morente con tono venefico mentre la lasciava cadere come un sacco di rifiuti.
Armisa lottò per parlare, per raggiungere il comunicatore, per avvisare. Lie le afferrò la mano.
-No, mia cara.-, sussurrò, -Non serve. Riposa.-. Si alzò quando sentì le membra di Armisa cedere al rilassamento della morte. E osservò davanti a sé. Tre fanti di Chin.
Non si mosse, non urlò. Si limitò ad aspettare.
-Lie Nu.-, disse suo cugino. Lei annuì, senza sorridere.
-Chang.-, disse a mo’ di saluto. Estrasse una scheda dati. Materiale criptato. Lui la prese.
-Il Celeste apprezza il tuo contributo, Lie. E ti riaccoglie con paterna gioia.-, disse Chang.
Ossevò distrattamente il corpo della morta. Armisa fissava un cielo che non poteva più vedere. Non fece domande. Lie non diede risposte. Non doveva darne.
Perché anche quello era stato parte dell’operato della figura in nero. Metterla in contatto con il Celeste. Permetterle di barattare le informazioni circa le forze di Licanes nella regione con la sua riammissione tra le forze di Chin comandate da quell’uomo che lei stessa aveva definito un maestro dell’intrigo.
Permetterle di proseguire nella corsa che era iniziata tempo prima, sino all’ultimo scontro.
Le andava benissimo. Ora la domanda era se Gannicus, Licius e i loro avrebbero anche solo lontanamente capito cosa fosse accaduto. Difficile. Il Celeste aveva pianificato un bombardamento. Non sarebbe rimasto nulla di Armisa. Le forze di Licanes sarebbero state cancellate dalla regione. Forse anche Marduk Atbash, se fosse stato presente.
Un po’ le dispiaceva non vederne la fine, ma tutto sommato andava bene. Era il prezzo da pagare per rinascere, la parola fine scritta sulla sua vecchia vita.
-Sbrighiamoci ad andarcene da questo buco.-, disse.

-Armisa? Lie? Mi ricevete?-, chiese Gannicus. Silenzio. Statica.
-Abbiamo perso il fianco sinistro.-, disse Utricius, il tono calmo, ma venato di sofferenza.
Tutti loro si erano avvicinati nei mesi e gli anni sotto il fuoco. Il loro legame non era amicizia, era fratellanza. Era cameratismo intriso di un senso d’onore e di reciprocità ignoto ai più.
E ora, la fratellanza era stata intaccata, menomata.
-È stata una cazzata mandarle da sole! Scommetto che la troietta di Licius ha fotttuto Armisa alla grande!-, sbottò Octavius. Il disprezzo e la rabbia grondavano dalle sue parole, una ridda di emozioni che raggiungeva solo marginalmente Gannicus. L’uomo si concentrò.
Doveva restare lucido, mantenersi capace di reagire alla situazione che si era sviluppata come il soldato, non come l’uomo che aveva appena realisticamente perso una donna che aveva amato e un’amica.
Doveva mantenersi saldo nelle sue priorità. E le priorità restavano quelle imposte.
-Avanziamo.-, ordinò, -Non abbiamo tempo per piangere, ora.-.
-Tre ostili abbattuti. Operativi Chin.-, riferì Seleucinea, la voce scevra di emozioni. La morte di Armisa non pareva averla toccata, forse perché di tutti loro, la tiratrice scelta era quella più esterna al gruppo, più solitaria e abituata all’idea di perire in qualche luogo oscuro, da sola.
Era probabilmente quella a più agio con quell’eventualità, ma Gannicus soppresse le riflessioni. Non era il momento neppure per quelle, per quanto una parte di lui avrebbe solo voluto poter piangere Armisa in pace e lasciar sedimentare quella consapevolezza dentro sé.
-Avanziamo.-, disse Utricius. Lui annuì. Avanzarono.

Selucinea era una tiratrice scelta, una guerriera dell’ombra, dedita a infliggere la morte da lontano. Era profondamente convinta che la sua specializzazione fosse giunta con un discreto grado di nichilismo al seguito.
Puntò il fucile verso la strada sottostante. Niente. Si mosse. Nessun motivo di riferire o altro.
Utricius sapeva che lei sapeva fare il suo lavoro, e che era una delle migliori nel suo campo.
Per questo si fidava. Il contatto radio era lei ad aprirlo, lei a fare rapporto, e lei a stabilire come agire. Utricius poteva dirle dove andare, ma come arrivarci e come ingaggiare era a sua discrezione. La tiratrice superò l’architrave rovinata della stanza. Scendere sarebbe stato semplice, più che salire. Balzò di sotto, atterrando flettendo le ginocchia, il fucile a tracolla.
Impugnò la pistola. Arma da fianco. Adatta a spostarsi rapidamente, arma da fuoco rapido.
L’ideale per lei, sola in quel contesto ostile. Quella e i suoi sensi affinati l’avevano tirata fuori da molte situazioni tutt’altro che piacevoli.
Un suono diresse la sua attenzione a sinistra. Puntò l’arma, nessuna esitazione. Non sparò.
Il cuore accelerò i battiti, il respiro si fece rado, rapido. La mente analizzava ogni scenario.
Un topo? O un nemico molto attento? Fece due passi, felpati e cauti, nella direzione, arma pronta. Attivò la torcia sotto la pistola. Il lume baluginò illuminando il nulla. Non c’era niente lì, nessuno. E nessun nascondiglio grosso abbastanza da nascondersi.
Rimase all’erta per un altro istante. E poi…
Poi improvvisamente le ombre presero corpo dietro di lei. Voltarsi fu un movimento interrotto a metà, vedendo la tiratrice trovarsi stretta nella morsa di un nemico, con la sensazione di una lama sulla nuca. Un’arma che doveva essere un pugnale curvo, e che premeva contro la carne molle all’attaccatura del cranio. Una sola spinta del polso l’avrebbe uccisa.
-Armi a terra e mani in alto.-, disse una voce non identificabile.
Seleucinea eseguì, lentamente, lasciando cadere la pistola dopo aver tolto il caricatore.
-Più lontano.-, ordinò la voce del suo aggressore. Lei calciò l’arma verso un angolo in ombra.
Com’era stato possibile? Come poteva qualcuno essere tanto furtivo?
Lei pensava che la sua percezione fosse affinata, acuita al massimo, eppure…
-Se vuoi uccidermi fai pure. Non parlerò.-, sibilò. Tattica di base in caso di cattura: opporsi, guadagnare tempo. E sperare che l’altro parlasse. Capire, raccogliere informazioni e poi reagire. La voce rimase in silenzio, poi le sfilò la lama corta d’ordinanza che portava seco alla cintola, prima di lasciarla andare. Selucinea notò che era stata spinta nella direzione opposta della pistola che aveva calciato via. Tra quella e lei c’era il suo aggressore, una figura ammantata in nero. Che impugnava una lama a uncino, un Karambit e la sua lama.
-Seleucinea Lamnissa.-, disse la figura, -Tiratrice scelta, nata a Sadrissa Minoris da Lymacea e Ascario, ultima di due figli. Reclutata a vent’anni, addestramento a Castra Vartorium. Dispiegata nelle unità pax durante il periodo immediatamente successivo alla fine della prima guerra tra Chin e Licanes. Impiegata in operazioni negabili oltreconfine o in nazioni neutrali come il Principato di Bataan e il Regno di Yourubia. Oltre duecento uccisioni confermate, primapilo della terza coorte della Quinta Legio Auxilia, e, allo scoppio di queste ostilità, riassegnata alla squadra d’infiltrazione di Utricius, e Gannicus. Sotto gli ordini di Licius Carcio Quadro.-. La tiratrice aprì la bocca per parlare, ma la figura la fermò.
-Non serve che neghi. So che tutto questo è vero. E so anche che non risponderai a nessuna domanda se non con nome, corpo d’appartenenza e numero di assegnazione.-, disse.
Seleucinea tacque. Questo era davvero inaspettato.
-Non vuoi uccidermi.-, ragionò ad alta voce, -Non vuoi informazioni. Deduco tu voglia altro.-.
-Eccellente deduzione.-, annuì la figura posando a terra la lama corta della licanea.
-Vuoi che te lo chieda?-, chiese la tiratrice. Stava calcolando tempi, e modalità.
Se c’erano ostili in zona, farsi trovare a parlare non era il miglior modo per accoglierli.
-No. Voglio solo che tu comprenda che questa missione è sbagliata. E termina qui.-, disse la figura. Seleucinea non capì. Si sforzò di riflettere.
-Hai ucciso gli altri?-, chiese.
-No. Sono vivi. Credo. Per ora, almeno. Se vuoi che lo restino, conviene che tu li raggiunga.-, disse la figura.
-Raggiungerli… Posso contattarli…-, la mano della tiratrice sfiorò l’unità di comunicazione. Rumori loffi e statica. Nessuna possibilità di comunicare.
-Le comunicazioni sono andate.-, disse la figura, -Chin sta preparandosi a bombardare l’area. Se la tua squadra vuole uscirne, conviene che si muova. Ora. E convine che tu li raggiunga per dirglielo, perché non hanno alcun modo di saperlo. Nemmeno le forze di Chin sono state informate. Chiunque abbia ordinato questa opzione non intende correre rischi.-.
-Come faccio a fidarmi di te?! Come faccio a sapere che non stai con loro?-, chiese Seleucinea sforzandosi di pensare, di ragionare. Inutile: troppi dati contrastanti, troppe rivelazioni in troppo poco tempo. E troppo, davvero troppo da accettare.
-Non fidarti. Non ti chiedo di fidarti di me. Ti chiedo di fidarti di te. Se la tua missione importa più di tutta la tua squadra, segui il piano. Oppure…-, la figura estrasse qualcosa. Un radiofaro d’emergenza di licanes, -Scegli di salvare tutti.-.
-Tutti? La mia squadra, intendi.-, chiese lei. La figura scosse il capo.
-Marduk Atbash e i suoi alleati sono nel complesso Clavis. Avranno bisogno di una via di fuga. Il radiofaro qui è collegato a una linea criptata capace di trasmettere mediante processi persi dai tempi di Licanes. È una reliquia. E può portarvi in salvo. Contatterà due piloti con mezzi.
Uno è per Marduk e i suoi. L’altro è per te e i tuoi.-.
-Perché? Perché fai… tutto questo? Per chi lavori?-, chiese la tiratrice.
-Per la memoria, Seleucinea.-, la voce della figura in nero parve incrinarsi, -Per la memoria del mondo. Ora corri, figlia del Kelreas. Corri!-. Spinse la lama corta col piede verso la giovane.
Seleucinea obbedì. La raccolse e corse, incespicò, cadde, si rialzò.
La figura in nero la osservò.

Entrare nei laboratori fu orribile, osceno. C’erano alambicchi e provette in frantumi, scritti bruciacchiati, una devastazione metodica che coinvolgeva ogni ambiente di ricerca.
Saida ovviamente si mise all’opera. Cercò di estrarre dati dalle postazioni di lavoro, dagli elaboratori di simulazione e infine, videro. Tutti loro.
-Il mutageno attua una ricombinazione delle sequenze genetiche primarie dell’infettato. Su cinquanta campioni, la somministrazione individuale ha permesso una varianza mutagena del 120%. Di fatto, è impossibile stabilire come muteranno le vittime una volta che il contagio sarà in atto, né la tempestica della mutazione o la sua stabilità. Si sono osservati casi di vittime decedute per incompatibilità intrinseche dei geni ricombinati, altre hanno palesato cedimenti multiorgano e numerose patologie secondarie.-, disse una voce. Quella di Minah Ahn. Tutti loro osservavano lo schermo dell’elaboratore, rianimato dal sapiente uso della tecnologia di Saida. E videro. L’uomo all’interno di una gabbia venne inoculato da una siringa. Poi prese a sudare, ad agitarsi sul pavimento, rantolava in cerca d’aria afferrandosi vestiti e graffiandosi il volto mentre i capelli cadevano e la pelle del viso si squamava, gli occhi si infossavano e facevano simili a quelli di un rettile, ma già il collo presentva una mutazione diversa, contrastante, e il petto e gli arti ancora, parevano divenire… altro. Le contorsioni dell’essere che stava divenendo una chimera divennero erratiche e spasmodiche, bava sanguinolenta schizzava da fauci deformi, occhi vitrei sbattevano palpebre traslucide. Mani grosse come quelle dei gorilla antichi artigliavano un petto scarno coperto di piumaggio ancora acerbo.
Marduk osservò quell’orrore venire alla luce, istante per istante, ogni secondo più orribile e viscerale del precedente, ogni mutazione più rapida e repentina, e ogni urlo di dolore meno umano, finché qualcuno non pose fine, con un proiettile, alle sofferenze di quello che restava di quell’uomo.
-Déi…-, mormorò Osman, orripilato.
-È semplicemente orribile.-, sibilò Hawo, -Ora capisco perché è scappata.-.
-Sì. Ora sappiamo cos’hanno fatto qui. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che nessuno oserebbe iniziare una guerra sotto la minaccia di armi così.-, sussurrò Saida.
-C’è dell’altro.-, disse Marduk.
-… Testate virali da sole non basterebbero. Abbiamo preparato numerose scorte di testate a carica incendiaria, armamenti atti a disciogliere le forme di vita in componenti primari, e persino le nuove testate mutagene di Ahn garantiscono un risultato oltremodo efficiente. La garanzia di pace è suggellata dal terrore, proprio come il nostro progetto preventivava.-, la voce di un uomo, presumibilmente Sebater Tigus parve riverberare nella stanza.
-Alcuni ci chiameranno mostri. Non capiranno. La pace va imposta, perché non sarà mai scelta. Anche questa tregua non durerà. Il mondo sanguinerà ancora. Noi qui abbiamo lordato le nostre anime immortali affinché la guerra cessi. Per sempre.-, disse la voce dell’uomo.
-Ci credeva.-, mormorò l’agente. Saida annuì.
-Ma evidentemente non abbastanza. C’è un limite e loro l’hanno varcato.-, disse.
Osman li chiamò. Era arrivato agli alloggi. Quelli che appartenevano a Minah Ahn erano intonsi, ma in qualche modo stonati, come se la persona che ci aveva vissuto non li avesse mai veramente fatti suoi. Poca roba, un letto, alcuni libri di biologia e medicina. E una lettera, in vietnamita, probabilmente da suo padre o sua madre.
Quelli di Sebater Tigus erano alloggi altrettanto asettici. Salvo per una cosa. Libri di saggistica. EMandala. Una serie di mandala, disegnati, composti in legno, ordinati persino in un terrario. Alcuni insetti camminavano tra le sabbie.
-Mandala. I seguaci del Grande Veicolo e del Veicolo Adamantino li usano, ma quelli in sabbia… sono tipici solo del secondo. Il Veicolo Adamantino, dunque la più alta verità…-, mormorò Marduk come meditabondo. Saida annuì, come folgorata da una rivelazione.
-Tigus dev’essere lì. In un monastero in Asia. Ma non uno qualsiasi…-, la nera aprì armadi, rovesciò cassetti, e infine la trovò. Una pergamena. Scritta con caratteri Chin.
-Che cos’è?-, chiese Hawo. Marduk la prese, osservandola. Annuì.
-Il Sutra del Cuore. Uno dei testi più antichi. Il fondamento della religione Zen-Shura.-, spiegò. Saida annuì. Lo piegò con cura, riponendolo in una tasca della veste.
-Potrebbe esserci altro scritto. Conviene tenerlo.-, disse. Gli altri annuirono.
-Svalok? Situazione?-, chiese Marduk. Statiche.
-Merda!-, esclamò Hawo. Impugnò l’arma, imitata dagli altri.
-Dobbiamo andarcene, ora!-, esclamò Osman. La paura lo spinse a muoversi più in fretta degli altri, lo privò di ogni accenno di lucidità e prudenza. Troppi orrori l’avevano sconvolto.
-Aspetta!-, gli urlò Saida in swahili.
Non servì: l’africano superò la porta primaria e riemerse in superficie.
Marduk e gli altri lo seguirono, erano pochi passi indietro a lui.
E lo videro cadere, crivellato da una raffica che lo falciò al petto.
-Unio Africae… sempre a infilare i loro agenti nei peggiori posti. Ma sai chi sonoi, vero?-, la voce pareva irridente. Era una voce che Marduk conosceva. E a cui rispose.
-Ovviamente, Gannicus. Non sono sorpreso.-, disse.
-Venite su. Armi tenute con due dita e niente scherzi. Al primo sospetto vi abbattiamo.-. Fpt7

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