Era da tanto tempo che non giocavamo con nessuno. Lo vedevo chiaramente: Marina fremeva, come sempre le capitava quando passava troppo tempo tra un cazzo e l’altro.
Me ne accorgevo dai vestiti che sceglieva, sempre più aderenti e provocanti, dal modo in cui squadrava gli uomini per strada o in palestra, e soprattutto da come fantasticava mentre scopavamo, sussurrando cose che sembrava volesse farmi capire, come se cercasse la mia approvazione.
Ma lei sapeva benissimo che quella approvazione c’era sempre, soprattutto quando si trattava di farmi fare le corna da lei.
Una sera, mentre eravamo in macchina e amoreggiavamo, con la sua mano che mi accarezzava piano, mi disse con quella vocina da bambina innocente: «Sai amore, c’è questo ragazzone di Roma, Luca, che è rimasto in città. Sai si è trasferito da poco per lavoro… fa il pompiere».
Mi disse che era una conoscenza della palestra che frequentava: di circa 34 anni, un bel ragazzo, muscoloso, moro con capelli scuri e occhi neri.
Continuò, mentre mi segava lentamente: «Insomma, è da solo durante le feste… poverino, chissà che noia. Che ne dici se facciamo un’opera di bene e passo la sera di Capodanno con lui?».
Poi, con un sorrisetto malizioso, aggiunse: «Sai credo che abbia una cotta per me».
Le chiesi come mai credeva ciò, e lei candidamente ammise che Lui non sapeva nulla di me, che lei si era fatta passare per una ragazza single alimentando le sue aspettative.
Nei giorni prima di Capodanno lei era andata in palestra un po’ più spesso, qualche saluto piò caloroso del solito accompagnato da bacini vari, qualche chiacchiera, e Marina, astutamente, portò il discorso sul primo dell’anno.
Lei gli aveva detto che non avrebbe fatto niente di speciale, che tutte le sue amiche erano fuori città.
Luca aveva abboccato subito: «Anch’io sono solo a casa… ti va di uscire e prendere un gelato?»
Lei mi chiese candidamente se poteva andare, e io, che risposta potevo darle se non un sì entusiasta?
Così si erano messi d’accordo per il primo gennaio.
Per il 31, Marina aveva detto a Luca che aveva il cenone con i parenti.
Intanto nei giorni successivi il rapporto tra loro era diventato più intimo: battute, sorrisi complici, lui che l’aiutava negli esercizi tenendola per i fianchi un secondo di troppo.
Arrivammo così al 31 dicembre. Stavamo per andare al cenone con le famiglie quando arriva un messaggio su WhatsApp.
Era lui: chiedeva se Marina avesse voglia di farsi uno spritz prima di cena, «così ci facciamo gli auguri di buon anno»
Marina mi guarda incerta: «Che gli rispondo? Non vorrei che ci restasse male…»
Le tolgo il telefono di mano e scrivo io: «Ciao Luca, che bella idea che hai avuto, ti stavo giusto pensando. Che ne dici se ci vediamo in via XXX alle 18:30? Il tempo che mi preparo, un bacio»
Lui rispose subito, entusiasta: «Sì!»
L’accompagnai all’appuntamento e mi misi ad osservare da lontano. Quando arrivò Luca, Marina lo abbracciò forte e lui le diede due baci sulle guance.
Dovevo ammetterlo: era proprio un ragazzone pieno di vitamine. Alto, muscoloso, torreggiava su di lei di almeno 20 centimetri.
E io già fantasticavo: chissà se anche lì sotto aveva 20 centimetri…
Marina si mise sottobraccio a lui ed entrarono nel locale, sembravano davvero una coppia di fidanzati.
Entrai anch’io, mi sedetti al bancone e ordinai un aperitivo.
Eravamo pazzi, tutti e due: l’ultimo dell’anno, in un locale pubblico, con il rischio di incontrare qualcuno che ci conoscesse, ma l’eccitazione era davvero troppa, non ci importava.
Marina era raggiante, rideva alle sue battute, gli toccava il braccio, lui la guardava con quegli occhi famelici, come se stesse già pregustando il momento in cui l’avrebbe sfondata come si deve, perché era di quello che si trattava.
Ad un certo punto, mentre erano seduti vicini e parlavano fitto fitto, con lei che gli sfiorava la mano e lui che le accarezzava il ginocchio sotto il tavolo, non ressi più: tirai fuori il telefono e, fingendo di controllare i messaggi, scattai una foto di nascosto.
Li presi perfettamente: lei che rideva con la testa leggermente inclinata verso di lui, lui che la fissava con quel sorriso predatore.
L’eccitazione mi travolse, il cazzo mi pulsava nei pantaloni, non ce la facevo più a stare lì, mi alzai con nonchalance e andai in bagno.
Mi chiusi in una cabina, aprii la galleria e guardai quella foto: Marina così bella, così ingenua e provocante allo stesso tempo, accanto a quel ragazzone, cosi come lo aveva descritto lei, muscoloso che molto probabilmente, presto, se la sarebbe scopata.
Iniziai a segarmi forte, fantasticando su di loro – lui che la baciava con foga, che le strappava i vestiti, che la riempiva con quel cazzo enorme mentre lei gridava di piacere.
Venni in pochi minuti, con l’immagine di loro due che mi esplodeva in testa.
Tornai al bancone, un po’ più rilassato ma ancora carico di attesa.
Dopo una mezz’ora circa, li vidi alzarsi e uscire dal locale, mi precipitai in macchina, era parcheggiata lì vicino, e mi misi in posizione per osservare la scena senza essere notato subito.
Appena fuori, lui la salutò, fu una cosa veloce ma ben distinta: Luca si abbassò verso di lei, i loro nasi si sfiorarono per un istante, e le bocche si toccarono prima in un bacio casto, timido, poi in qualcosa di molto più selvaggio – lingue che si cercavano, mani di lui che le stringevano i fianchi, lei che gli accarezzava il petto, durò qualche secondo, ma abbastanza da farmi indurire di nuovo all’istante.
Poi Marina si staccò piano, con il respiro affannato e le guance arrossate, e disse: «Devo andare, mi aspetta mio cugino».
Si voltò verso la macchina, mi vide, e con un sorriso birichino aggiunse rivolta a Luca: «Anzi, vieni che te lo presento». Camminarono verso l’auto tenendosi ancora per mano, io scesi, fingendo la parte del cugino tranquillo.
Marina, con quella voce allegra e innocente che sa usare così bene, disse: «Luca, lui è mio cugino Miky, stiamo sempre insieme noi due, eh Miky?, lui è il mio amico Luca, ti avevo parlato di lui, no? Quello della palestra…».
Ci stringemmo la mano, la sua era grande, forte, calda, mi diede una pacca sulla spalla come se fossimo vecchi amici, sorridendo con quei denti perfetti: «Piacere, Miky, Marina mi ha parlato un sacco di te».
Io ricambiai il sorriso, stringendo con decisione, ma dentro era tutto un turbine: lui pensava di aver conosciuto il “cugino” della ragazza che gli piaceva e che domani avrebbe passato del tempo con lei, io sapevo perfettamente che quella stessa ragazza era la mia donna e che lui, quel “ragazzone”, stava per farle tutto quello che io adoravo immaginare.
I nostri stati d’animo non potevano essere più diversi: lui carico di desiderio e aspettative, io con il cuore che batteva forte per l’eccitazione di quel gioco perverso.
Lo salutammo, lui le diede un ultimo bacio sulla guancia – stavolta più casto, con me lì davanti – e se ne andò, Marina salì in macchina accanto a me, mi guardò con gli occhi che brillavano.
Appena ci allontanammo e Luca sparì dalla vista, Marina si voltò verso di me e mi diede un bacio, non uno dei soliti: era un bacio diverso, profondo, bagnato, che sapeva di lui – di quel bacio selvaggio che si erano appena scambiati, del desiderio che ancora le bruciava in bocca.
La sua lingua era calda, insistente, come se volesse farmi assaggiare quello che aveva appena provato.
Era visibilmente eccitata: respirava forte, le guance rosse, gli occhi lucidi. «Andiamo al nostro posto», mi disse con voce rauca, quasi un ordine.
Il “nostro posto” era un parcheggio isolato poco lontano, dove ogni tanto ci fermavamo per scopare in macchina quando non avevamo una casa dei nostri genitori a disposizione.
Guidai veloce, con il cazzo già duro che mi premeva contro i pantaloni, appena mi fermai, spensi il motore e Marina mi fu letteralmente addosso: si arrampicò sul mio sedile, mi baciava con foga, mi mordicchiava il collo, una mano già dentro i miei pantaloni a stringermi forte.
«Lo senti quanto sono bagnata?», sussurrò mentre mi guidava la mano sotto la sua gonna.
non era solo bagnata, era fradicia, calda, gonfia di desiderio per quello che era successo e per quello che sarebbe successo domani con lui.
Mentre mi segava lentamente, con movimenti esperti che mi facevano impazzire, mi guardò dritto negli occhi e chiese: «Allora, ti è piaciuto guardare da vicino la tua ragazza che faceva la fidanzatina di un altro, vero cornuto?».
«Sì, sì amore… mi piaceva vederti insieme a lui, che ti bramava così»
«E cosa avresti voluto ancora? Dai, dillo», insistette, stringendomi un po’ più forte.
«Che ti scopasse… che ti portasse via con lui e che ti scopasse come ti meriti». Sorrise soddisfatta, leccandosi le labbra, «Lo sai che domani mi faccio scopare da lui, lo sai vero?».
«Sì amore, lo so».
«E che domani sarai ancora una volta cornuto?».
«Sì, che lo so».
Poi, con un tono autoritario e giocoso insieme: «E adesso sbrigati a leccarmi la fighetta e a farmi godere, che dobbiamo andare a cena».
Non me lo feci ripetere due volte. spinsi indietro il sedile, mi misi in ginocchio tra le sue cosce aperte e affondai la faccia nella sua figa bagnatissima. La leccai disperatamente, succhiando il clitoride, infilandole la lingua dentro, assaggiando tutto il suo desiderio per Luca, Lei gemeva forte, mi afferrava i capelli, mi spingeva la testa contro di sé.
«Bravo, cornutello mio… leccami bene, puliscimi tutta… domani questa figa sarà piena del suo cazzo».
Venne presto, in un orgasmo violento, stringendomi la testa tra le cosce mentre tremava e mi chiamava «il mio cornutello» tra un gemito e l’altro.
Quando finì, mi diede un ultimo bacio sulla bocca ancora bagnata di lei, si sistemò la gonna e disse: «Andiamo, che sennò facciamo tardi al cenone», come se niente fosse.
Passammo tutta la sera del cenone in uno stato pazzesco: non riuscivamo a staccarci un secondo, mani che si cercavano sotto il tavolo, baci rubati, sguardi complici.
I parenti ci prendevano in giro continuamente: «Ma guarda come sono innamorati i piccioncini!», «Non vi separate mai voi due, eh?».
Sorridevamo, annuivamo, senza immaginare minimamente che quelle effusioni erano alimentate dal pensiero di Luca, dal bacio che si erano dati, da quello che sarebbe successo l’indomani.
Verso le 23 arrivò un messaggio su WhatsApp, Marina era distratta a chiacchierare con una zia, così il telefono vibrò sul tavolo senza che lei lo notasse subito, Lo presi io, lo sbloccai con il suo codice e lessi: era Luca, che chiedeva
«Ciao Mary, come va? Tutto ok?».
Il cuore mi schizzò in gola, approfittai di quel momento: risposi al posto suo.
Scrissi: «Ti penso molto… soprattutto al tuo bacio di oggi ».
Poi cercai nella galleria una foto che avevo scattato qualche ora prima, prima di uscire: Marina in intimo, che alzava la gonna mostrando le autoreggenti di pizzo nero, lingua fuori in una smorfia sexy e provocante, la allegai e aggiunsi: «Fattela bastare fino a domani… anzi, mandami qualcosa di te, così mi ricambi il pensiero ».
Inviai. Pochi secondi dopo comparvero le due spunte blu, lui aveva letto, pochi minuti dopo, il telefono vibrò di nuovo, Marina lo prese subito, lesse, e un sorriso lento e malizioso le si allargò sul viso, me lo passò senza farsi vedere da nessuno, Luca aveva risposto con gentilezza e desiderio, prima un emoji con occhi a cuore e fiamma, poi un messaggio vocale breve, voce calda e rispettosa: «Marina… sei stupenda stasera. Quelle autoreggenti sono bellissime. Non vedo l’ora di vederti domani», infine un testo con foto: «Qualcosa in cambio… così sai che ti sto pensando ».
La foto mostrava il suo torso nudo, muscoli in evidenza, e un rigonfiamento chiaro nei pantaloni della tuta: importante, evidente, ma non volgare – un invito elegante a immaginare.
Marina mi guardò mordendosi il labbro. «È… davvero tanto», sussurrò, deglutii forte al solo pensiero di lui dentro di lei, di come l’avrebbe riempita domani, di quanto lei avrebbe goduto.
Ma lucidamente, con il cuore che martellava, presi il telefono e scrissi: «Ma Luca… cosa mi mandi, non si vede nulla>> Inviai. Passarono esattamente cinque secondi – li contai – e il telefono vibrò ancora, stavolta Luca aveva davvero colpito….
La nuova foto era più audace, ma sempre composta: aveva abbassato i boxer quel tanto che bastava a mostrare il suo cazzo eretto in tutta la sua lunghezza e spessore – lungo, dritto, venoso, con la cappella gonfia e liscia.
Era una foto scattata con cura, luce calda, quasi come un’opera d’arte maschile.
Non una parola volgare, solo un semplice: «Ora si vede meglio? Non vedo l’ora di domani sera con te».
Marina trattenne il respiro, gli occhi fissi sullo schermo, Io sentivo l’eccitazione esplodermi dentro, Lei mi strinse la mano sotto il tavolo e sussurrò: «Domani, amore… domani me lo prenderò tutto».
Intorno i parenti contavano i secondi al Midnight, mentre noi brindammo con gli occhi negli occhi, sapendo che il nuovo anno sarebbe iniziato con lei tra le braccia di quell’uomo così dotato, e me a casa ad aspettare i suoi racconti.
Dopo la mezzanotte, tra auguri, abbracci e brindisi finali, decidemmo di salutare,, dicemmo ai parenti che saremmo andati da amici a continuare i festeggiamenti, una scusa classica che nessuno mise in dubbio.
Salutai i miei, baciai mia madre, abbracciai il padre di Marina, mentre stringevo Marina per la vita, mia madre le sorrise con affetto e le disse: «Sei proprio una ragazza d’oro, Marina, Miky è stato fortunato a trovare una fidanzata come te».
Marina ricambiò il sorriso, dolce e angelica come sempre, ringraziandola con un «Grazie mamma, sei troppo gentile».
Io annuii, stringendola un po’ più forte, se solo mia madre avesse saputo quanto ero davvero fortunato… fortunato a avere una donna che mi faceva le corna con tale entusiasmo, che mi faceva partecipare a ogni passo, che mi teneva sempre al centro del suo gioco perverso.
Uscimmo mano nella mano, l’aria fredda della notte che ci colpiva il viso, salimmo in macchina e partimmo verso la casa degli “amici”.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo, ancora carichi dell’eccitazione della serata, delle foto, di tutto quello che bolliva sotto la superficie.
Poi, mentre guidavo nel buio delle strade semideserte, la guardai di sfuggita e dissi con voce bassa, ironica, piena di desiderio: «E se invece di andare dagli amici ti portassi da lui? Poverino… solo soletto a Capodanno, con il cazzo duro per colpa tua e nessuno che gli faccia compagnia.
Deve essere proprio un brutto inizio d’anno, no? Qualcuno dovrebbe occuparsi di quel problema… qualcuno dovrebbe prenderlo in bocca, accarezzarlo, farselo mettere dentro fino in fondo, non credi?».
Marina si voltò lentamente verso di me con gli occhi che le brillavano sotto i lampioni che sfrecciavano fuori dal finestrino, si morse il labbro, sorrise, poi scoppiò in una risatina complice e maliziosa.
«Sei terribile…», disse piano, ma la voce le tremava di eccitazione, mise una mano sulla mia coscia, salendo piano fino al cavallo dei pantaloni, dove sentì quanto fossi già duro solo a dirlo.
«Però… in effetti sarebbe un’opera di bene, non vorrai mica che passi la notte a soffrire per colpa mia?».
Fece una pausa, mi strinse forte, poi aggiunse con quel tono da bambina cattiva che mi fa impazzire: «Portami da lui, amore, portami da Luca, così gli faccio davvero gli auguri come si deve… e tu aspetti in macchina, o dove vuoi tu, sapendo che la tua fidanzata sta iniziando l’anno nuovo con il cazzo di un altro in bocca e in figa».
Il semaforo davanti divenne verde, ma io rimasi fermo un secondo di troppo, il cuore che mi scoppiava, poi ingrana la marcia e, invece di svoltare verso la casa degli amici, presi la strada che portava verso il quartiere dove abitava Luca.
«Buon anno, cornutello mio», sussurrò Marina, accarezzandomi piano mentre guidavo. «Stavolta l’anno inizia davvero alla grande, come il cazzo di Luca e come le corna che ti cresceranno».
Marina prese il telefono con le mani che le tremavano appena dall’eccitazione, aprì la chat con Luca e scrisse nervosa, mordendosi il labbro: «Ciao straniero… sei sveglio?».
La risposta arrivò quasi subito: «Sì, certo! Sto guardando un film, Tu dove sei?».
Lei mi guardò, gli occhi accesi come due fiamme, il respiro corto, non disse niente, si limitò a un cenno rapido con la testa.
Capii al volo e senza pensarci due volte, feci inversione in mezzo alla strada deserta, le gomme che stridettero piano sull’asfalto bagnato di gennaio.
Presi la direzione del suo appartamento, a una decina di minuti da lì, Marina si agitava sul sedile, si sistemava i capelli, si controllava il trucco nello specchietto, rideva piano tra sé, un misto di adrenalina e desiderio puro.
Arrivammo sotto casa sua, spensi il motore, il silenzio della notte rotto solo dal nostro respiro, Marina afferrò la bottiglia di spumante che avevamo preso per “gli amici” – quella che avremmo dovuto stappare noi due più tardi – e se la strinse al petto come un trofeo. «Vado», disse semplicemente, con la voce bassa e carica.
Scese dall’auto, si alzò ancora di più la minigonna in vita in modo da essere ancora più provocante, con il cappotto aperto nonostante il freddo e le autoreggenti che si intravedevano quando camminava sotto la luce del lampione.
Si voltò un’ultima volta verso di me, mi sorrise con quella espressione da diavoletta che conosco fin troppo bene, alzò la mano e, lenta e deliberata, mi fece il gesto delle corna con le dita, poi suonò il citofono, sentii la voce di Luca, un po’ sorpreso ma chiaramente felice: «Marina?!Sali».
Il portone si aprì con un ronzio, lei entrò senza voltarsi più, la bottiglia in una mano, i tacchi che risuonavano sul marmo dell’androne, e sparì dietro quel pesante portone che si richiuse con un tonfo definitivo.
Rimasi lì, in macchina, al buio, con il motore spento e il cuore che mi martellava nelle tempie.
La mia fidanzata – quella che poche ore prima mia madre aveva definito “una ragazza d’oro” – era appena entrata in casa di un altro uomo al primo minuto del nuovo anno, con una bottiglia di spumante in mano e la figa già bagnata per lui.
E io, il suo cornutello fortunato, rimasi lì ad aspettare, duro come il marmo, immaginando già il momento in cui lei gli avrebbe slacciato i pantaloni, si sarebbe messa in ginocchio e avrebbe iniziato il 2026 con la bocca piena del suo cazzo, non potevo desiderare inizio d’anno migliore.
Dopo qualche minuto, il telefono vibrò sul sedile del passeggero, lo presi con le mani che mi tremavano un po’.
Il messaggio di Marina era breve, diretto, scritto in quel tono giocoso e crudele che mi fa impazzire: «Amore vai a casa tua, che qua non me la cavo a buon mercato ci vorrà tutta la notte per occuparmi di quel grosso problema…Ci sentiamo dopo, ciao cornutello, baci».
Nessuna foto, nessun vocale, solo quelle parole, e poi silenzio assoluto, nessuna spunta blu letta da parte mia, perché non volevo risponderle subito; volevo che sentisse che avevo obbedito, che ero andato via come un bravo ragazzo.
Rimasi lì fermo ancora un paio di minuti, fissando il portone chiuso, le finestre del palazzo tutte buie tranne una al terzo piano – quella di Luca – dove una luce calda si era appena accesa dietro le tende, immaginavo già la scena: la bottiglia di spumante stappata, i bicchieri che tintinnavano, Marina che gli sorrideva mentre gli slacciava la cintura, lui che le accarezzava le autoreggenti proprio come aveva fantasticato nella foto.
Il cazzo mi pulsava contro i pantaloni, duro in modo quasi doloroso, una parte di me voleva restare lì sotto tutta la notte, parcheggiato nell’ombra, ad aspettare come un cane fedele.
Un’altra parte desiderava tornare a casa da solo, per segarsi come un dannato sapendo che lei era lì sopra a farsi scopare da un altro e che io non avrei avuto neanche un aggiornamento fino a quando lei non avesse deciso.
Misi in moto, lento, quasi controvoglia, feci il giro dell’isolato una volta, come per salutare quel palazzo che quella notte era diventato il centro del mio universo, poi presi la strada verso casa mia.
Durante il tragitto non accesi neanche la radio, solo il rumore del motore e i pensieri che mi scoppiavano in testa: lei in ginocchio sul suo divano, lui che le teneva i capelli mentre glielo prendeva in bocca… lei a cavalcioni su di lui, le autoreggenti ancora addosso, che si muoveva piano per sentirselo tutto… lui che la scopava da dietro sul letto, forte, profondo, come solo un uomo con quel fisico sa.



Bello stile di scrittura, qualcosa di diverso e immersivo 👍
Questo racconto l'avevo già letto! Sono contento che venga ripreso e spero continui e termini!
bellissimo, fai continuare la storia con il signor Teodoro. Super
Bellissimo, rendere la mogliettina una troia ha degli aspetti veramente eccitanti! Ci sarà un bidello in questa scuola?
Bellissimo, continua, non lasciarci in sospeso!!!