ll sole di metà pomeriggio batteva sulle stradine acciottolate del piccolo paese siciliano, dove l’aria odorava di terra arsa e di gelsomini appassiti. Irene camminava a passo svelto, le scarpe basse che scricchiolavano leggermente sulla polvere, le mani occupate da due buste della spesa piene di verdure fresche e pane appena sfornato. I suoi occhiali da sole, grandi e scuri, nascondevano lo sguardo attento, quello di una donna abituata a controllare ogni dettaglio: la piega perfetta dei vestiti dei figli, l’ordine impeccabile della casa, la cena pronta all’orario esatto in cui suo marito, Salvatore, sarebbe rientrato dall’officina. A quarant’un anni, Irene era ancora magra, con quella snellezza asciutta delle donne che non hanno mai ceduto alla pigrizia, le spalle dritte sotto la camicetta di lino bianco, leggermente aperta sul collo per lasciar intravedere la scollatura modesta ma sufficientemente profonda da attirare, ogni tanto, gli sguardi furtivi degli uomini in piazza.
Non che lei se ne accorgesse, almeno non davvero. O meglio, preferiva non accorgersene. Perché Irene era una donna perbene, una moglie fedele, una madre esemplare. Lo era sempre stata e lo sarebbe sempre stata. Quei pochi, confusi ricordi dell’università le mani sudaticce di un assistente tra i suoi capelli, le labbra strette attorno a qualcosa di caldo e pulsante in un bagno semibuio erano sepolti così in fondo alla memoria da sembrare quasi la vita di un’altra. Salvò si fidava di lei ciecamente, e lei non avrebbe mai, mai, tradito quella fiducia. Nonostante tutto.
Il campanello della macelleria squillò sopra la sua testa mentre spingeva la porta con la spalla, il suono metallico che si mescolava alle voci concitate degli avventori. Dentro, l’aria era più fresca, satura dell’odore di carne cruda e spezie. Dietro il bancone, Rosario, il macellaio, un uomo sulla cinquantina con le braccia pelose e un sorriso che mostrava denti leggermente ingialliti dal troppo caffè, la salutò con un cenno del capo.
«Buongiorno, signora Irene. Oggi che vi servo?» La sua voce era roca, quasi un ringhio basso, e i suoi occhi scuri, quasi neri si posarono un secondo di troppo sul modo in cui la stoffa della camicetta si tendeva sui suoi seni piccoli ma sodi, i capezzoli scuri che premevano leggermente contro il tessuto.
Irene sentì un brivido strano percorrerle la schiena. Era solo il caldo, la fatica della giornata. «Un chilo di tritato magro, per favore, Rosario. E quattro fettine di vitello.» La sua voce era ferma, educata, come sempre.
Rosario annuì, ma invece di voltarsi verso il banco frigo, rimase lì, le mani appoggiate sul legno consumato, le dita larghe che tamburellavano lentamente. «Sapete, signora Irene, oggi ho ricevuto della carne speciale. Un taglio pregiato, tenerissimo.» Fece una pausa, e il suo sguardo scivolò giù, lungo il corpo di lei, fino a fermarsi sull’orlo della gonna a matita che le arrivava appena sotto il ginocchio. «Se volete, ve ne faccio assaggiare un pezzo. Così capite la qualità.»
Irene sentì le guance accendersi. Non era abituata a quel tono, a quella insistenza sottile ma palpabile. «No, grazie, Rosario. Il solito va benissimo.» Provò a sorridere, ma le labbra le tremarono leggermente.
Il macellaio non si mosse. Anzi, si sporse leggermente in avanti, abbastanza da farle sentire il suo odore di sudore maschio, carne, qualcosa di selvatico. «Dai, Irene» e per la prima volta usò il suo nome senza il “signora”, come se si fossero conosciuti da una vita «un assaggio non costa nulla.» Le sue dita si mossero, sfiorando involontariamente il coltello affilato posato sul tagliere. «E poi, chi lo viene a sapere?»
Il cuore le batté più forte. Chi lo viene a sapere? Era proprio quello il punto, e cosa volesse intendere. Nessuno. Nessuno avrebbe mai saputo. Salvatore era al lavoro, i figli a scuola, il paese intero occupato nei suoi pettegolezzi e nelle sue abitudini. Un assaggio. Solo un assaggio.
«Va bene» disse, la voce più bassa del previsto. «Solo un pezzo.»
Rosario ghignò, i denti che luccicavano sotto la luce al neon. Senza staccarle gli occhi di dosso, afferrò un pezzo di carne dal banco, lo avvolse in un foglio di carta oleata e glielo porse. Ma invece di lasciarlo sulle sue mani, le sue dita calde, ruvide sfiorarono le sue, indugiando un secondo di troppo. «Assaggiatelo ora» le ordinò, quasi un sussurro. «Così vi convinco.»
Irene esitò, poi annuì. Con dita che tremavano appena, scartò la carne, ne staccò un piccolo pezzo e se lo portò alle labbra. Era morbida, quasi si scioglieva in bocca, ricca di un sapore intenso che le fece chiudere gli occhi per un istante. Quando li riaprì, Rosario era ancora lì, a fissarla, e questa volta non c’era più nulla di professionale nel suo sguardo. Era fame. Fame pura.
«Buono?» domandò lui, la voce roca.
Irene deglutì. «Sì.»
«Allora perché non ne prendete ancora?» Rosario si avvicinò di più, tanto che lei poté sentire il calore del suo corpo, vedere le goccioline di sudore che gli imperlavano la fronte. «Aprite la bocca, Irene.»
Lei obbedì. Non sapeva perché, non sapeva come, ma obbedì. Le labbra si dischiudono, e lui le infilò tra di esse un altro pezzo di carne, più grande questa volta, quasi troppo grande. Irene lo succhiò istintivamente, le guance che si incavavano, la lingua che girava attorno al boccone. Rosario gemette piano, le dita che le sfioravano il mento, poi la gola, seguendo il movimento della deglutizione.
«Porca puttana, Irene» sussurrò. «Non sapevo fossi così brava.»
Le parole la colpirono come una scossa. Brava. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. Salvò la lodava per la cucina, per la casa, per i figli, ma mai per quello. Mai per il modo in cui le sue labbra potevano avvolgere, stringere, far impazzire un uomo.
Rosario non attese altro. Con un movimento rapido, chiuse la saracinesca del negozio, il rumore metallico che echeggiò come un colpo di pistola. Poi la spinse contro il banco, il suo corpo massiccio che la schiacciava, le mani che le afferrarono i fianchi con possessività. «Da quanto tempo ti voglio, Irene. Da quanto tempo sogno di vederti in ginocchio davanti a me.»
Lei avrebbe dovuto protestare. Avrebbe dovuto spingerlo via, urlare, scappare. Invece, sentì le ginocchia cedere, il corpo che si piegava senza resistenza. Le mani di Rosario le scostarono i capelli, le afferrarono la nuca, costringendola a guardarlo in faccia. «Vuoi che ti insegni cosa si prova a essere una vera puttana, Irene? O preferisci continuare a fare la santarellina con tuo marito?»
Le parole erano crude, volgari, eppure le fecero pulsare il sesso, umido e caldo tra le cosce. «Io… io non sono così» balbettò, ma la sua voce era già un gemito.
«Lo sei eccome» ringhiò lui, slacciandosi i pantaloni con un gesto brusco. Il suo cazzo saltò fuori, grosso, venato, la punta già lucida di pre-sperma. «E ora me lo dimostri.»
Irene lo fissò, ipnotizzata. Non aveva mai visto nulla di così… reale. Salvò era sempre stato gentile, attento, quasi timido nel loro letto coniugale. Questo era diverso. Questo era perverso. E lei lo voleva. Dio, quanto lo voleva.
Si lasciò cadere in ginocchio, le ginocchia che affondavano nel pavimento freddo della macelleria. Le mani le tremavano mentre afferrava la base del cazzo di Rosario, le dita che non riuscivano a chiudersi del tutto attorno alla circonferenza. Lo avvicinò alle labbra, esitante, poi la lingua uscì, timida, a leccare la punta salata.
«Così, brava puttana» ansimò Rosario, le dita che le stringevano i capelli in una morsa. «Ora apri quella bocca e prendimelo tutto.»
Irene obbedì. Le labbra si allargarono, la mascella si slacciò, e piano piano il cazzo di lui scivolò dentro, riempiendole la bocca, premendo contro la gola. Lei tossì, gli occhi che le si riempivano di lacrime, ma Rosario non le diede tregua. La tenne ferma, spingendo ancora, fino a quando non sentì la punta sfiorarle l’ugola.
«Cazzo, sì» gemette lui, cominciando a muoversi, affondando dentro e fuori con colpi lenti, profondi. «Così, Irene. Così si fa. Tu sei nata per questo, per succhiare cazzo come una troia affamata.»
Le parole la bruciavano, la umiliavano, eppure ogni insulto era come una carezza sul suo clitoride, ogni spinta un ordine a cui non poteva disobbedire. Le mani le scivolarono giù, sotto la gonna, e si accorse solo allora di quanto fosse bagnata, di quanto le mutandine fossero fradice, appiccicate alla pelle. Se le tirò da parte, le dita che trovavano il suo sesso gonfio, aperte, pronte.
«Ti piace, eh?» ghignò Rosario, accelerando il ritmo, le palle che le sbattevano contro il mento ad ogni affondo. «Ti piace essere la troia del macellaio mentre tuo marito crede che tu sia a casa a cucinare.»
Irene gemette attorno al suo cazzo, le dita che si muovevano frenetiche sul suo clitoride, il corpo scosso da brividi incontrollabili. Non aveva mai provato nulla di così intenso, di così sporco. Era sbagliato. Era peccato. Eppure non avrebbe voluto fermarsi per nulla al mondo.
Rosario imprecò, le dita che le stringevano i capelli fino a farle male. «Sto per venire, puttana. Vuoi il mio sperma in gola o in faccia?»
Lei non ebbe il tempo di rispondere. Con un ruggito, lui si spinse fino in fondo, il cazzo che pulsava, e Irene sentì il calore esploderle in bocca, denso, salato, che le colava giù per la gola mentre deglutiva avidamente, senza perdere una goccia. Quando finalmente si staccò, ansimante, le labbra lucide, lo sguardo ebete, Rosario la guardò con una soddisfazione feroce.
«Ora sai cosa sei, Irene» le disse, rimettendosi a posto i pantaloni. «E so che tornerai. Perché una volta che hai assaggiato il cazzo di un vero uomo, quello di tuo marito non ti basterà più.»
Lei non rispose. Non poteva. Perché mentre si rialzava in piedi, le gambe tremanti, le mutandine ancora bagnate incollate alla pelle, sapeva che aveva ragione.
E la cosa più terrificante era che non le importava. Non le importava affatto.



Beh, la mia esperienza mi dice che è così, anche personalmente.
Ciao! è in arrivo la continuazione. è vero che sto andando un po' lungo, ma in questo periodo non ho…
Ciao, sembra che non abbia più voglia di scrivere...è un peccato hai per le mani un bellissimo racconto...beh, non sono…
Dai regista, regalaci anche la terza parte!
Un racconto che avevo letto 15 anni fa e mi lasciò un forte ricordo. Il prototipo di un romanzo che…