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Quando spengo il motore resto qualche secondo con le mani sul volante, il cuore che batte più del necessario per un semplice incontro al buio.
La strada sotto casa sua è quasi deserta, solo qualche finestra illuminata e il rumore lontano del traffico. Controllo il telefono:
“Sono sotto 😊”
Scrivo.
La chat con lei ce l’ho ancora aperta. Foto sfocate, qualche primo piano studiato bene, tante parole. Di lei so la voce, le risate scritte con troppi “ahhahaha”, e il modo in cui riusciva a farmi sentire cercato anche a mezzanotte passata. Di più, niente.
Passano cinque minuti. Poi dieci.
“Arrivo, scusa! Ho fatto tardissimo al lavoro 😣”
Sospiro, un misto di impazienza e curiosità. Metto della musica bassa, fisso lo specchietto, mi sistemo i capelli per la terza volta. Ogni finestra che si apre mi fa voltare.
Finalmente la vedo. Scende di corsa, la giacca buttata male sulla borsa, il passo veloce sui sanpietrini.
Le prime cose che noto sono le curve. Fianchi pieni, gambe fasciate nei jeans, un seno che si intuisce sotto la camicetta sbottonata quel tanto che basta. Si muove con una sicurezza quasi sfacciata, anche mentre si aggiusta i capelli in fretta.
Poi alza il viso verso di me.
Non è come me l’ero immaginata. I lineamenti sono più duri, il naso un po’ grosso, il mento sporgente. Per un secondo sento quella fitta di delusione stupida, infantile. Lei se ne accorge, lo vedo nei suoi occhi che mi scrutano rapidi, quasi a cercare un giudizio.
Apro la portiera.
— Ciao — dico, con un sorriso che mi sforzo di rendere naturale. — Piacere, dal vivo.
Lei ride, un po’ nervosa.
— Piacere mio. Scusa tantissimo il ritardo, oggi il lavoro è stato un inferno. Non riuscivo più a staccare.
Sale in macchina, il suo profumo invade l’abitacolo. Qualcosa di caldo, dolce, con una nota leggermente speziata che mi mette subito a disagio… nel modo giusto. Non sarà bella di viso, penso, ma sa esattamente come occupare lo spazio.
Chiudo la portiera, rimetto in moto.
— Tranquilla, non c’è problema — mento. — Hai fame?
Lei sospira, buttando la testa all’indietro sul poggiatesta.
— Una fame assurda. Non sono neanche riuscita a fare pausa.
— Allora pensavo… — esito un momento — c’è quel ristorantino sul lago, fanno una zuppa di cozze pazzesca. Ti va?
Si gira verso di me, mi studia.
— Zuppa di cozze sul lago, al buio, con uno conosciuto in chat… sembra l’inizio di un film horror.
— O di qualcosa di meglio — ribatto, buttandole un’occhiata rapida.
Lei sorride, stavolta più sicura.
— Ok, mi hai convinta. Portami a mangiare questa famosa zuppa.
La strada verso il lago è quasi deserta. I lampioni disegnano strisce di luce sull’asfalto e ogni tanto il buio si chiude attorno alla macchina come un sipario. Lei si è tolta la giacca e l’ha buttata sul sedile posteriore, restando in camicetta, le prime due bottoniere aperte.
Mentre guida, le mie mani restano dove devono stare, ma gli occhi ogni tanto scivolano di lato: il profilo della sua gola, il modo in cui il tessuto le abbraccia il petto, la cintura che stringe i fianchi.
— Quindi… — rompe il silenzio, giocando con il telefono — dal vivo ti piaccio di più o di meno?
La domanda mi spiazza per un attimo.
Sento che se mento troppo si vede, se sono troppo sincero la ferisco.
— Sei diversa — dico, prendendo tempo. — Ma di sicuro più… presente. Dal vivo occupi più spazio.
— Occupare spazio è il mio superpotere — ride. — Tradotto: sono più brutta di come sembravano le foto, vero?
Mi esce una risata incredula.
— Le foto erano furbe, mettiamola così. Ma… — il mio sguardo le scorre addosso, e questa volta non lo nascondo — hai un fisico che dal vivo rende molto più che in foto.
Lei si morde il labbro, compiaciuta.
— Questo è il complimento più onesto che abbia ricevuto negli ultimi mesi.
Per un momento restiamo in silenzio, ma è un silenzio pieno. Sento la sua gamba che sfiora la mia ogni volta che prendiamo una curva, il suo profumo che sembra aumentare con il calore dell’aria.
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Il ristorante sul lago è illuminato da una fila di lampadine calde sulla veranda. Il buio dell’acqua fa da sfondo, punteggiato solo da qualche riflesso lontano. Entriamo e ci sistemano a un tavolo vicino alla vetrata, quasi soli.
Lei si sfila la borsa dalla spalla e si siede, accavallando le gambe con un gesto sciolto, sicuro. La camicetta si tende appena sul petto, e io distolgo lo sguardo un attimo dopo, ma non abbastanza in fretta perché lei non se ne accorga.
— Allora, signor zuppa di cozze, ordina tu? — dice, inclinando la testa.
— Certo. Fidati.
Quando il cameriere arriva, ordino per entrambi. Lei mi guarda mentre parlo, come se mi stesse misurando. Quando il cameriere se ne va, appoggia i gomiti sul tavolo e si avvicina appena.
— Non sei timido come pensavo. In chat sembravi più… controllato.
— Anche tu — ribatto. — In chat sembravi più dolce.
Alza un sopracciglio.
— Quindi dal vivo sembro stronza?
— Dal vivo sembri una che sa cosa vuole.
Per un istante le nostre mani si sfiorano sul tavolo. È un contatto breve, quasi casuale, ma la sensazione mi resta sulla pelle. Lei non ritira subito la mano, anzi, la lascia lì, vicina alla mia.
La zuppa arriva fumante, l’odore di mare riempie lo spazio tra di noi. Lei si piega in avanti, il vapore che le sfiora il viso, la camicetta che si apre un po’ di più.
— Dio, che profumo — sussurra. — Non sai da quanto desideravo qualcosa di caldo…
La frase resta sospesa a metà, carica di una sfumatura che capiamo entrambi. I nostri sguardi si incrociano e questa volta è più difficile distogliere il mio.
Mangiamo, scherziamo, ci punzecchiamo. Più passa il tempo, più il suo viso mi appare diverso. Non più “brutta”, ma pieno di dettagli, di espressioni. Le rughette sottili agli angoli degli occhi quando ride, il modo in cui arriccia il naso prima di dirti qualcosa di cattivo, gli occhi che si illuminano quando le racconto di una cosa che mi appassiona.
A un certo punto, mentre parliamo, lei allunga il piede sotto il tavolo. Lo sento sfiorare la mia caviglia, poi risalire lento sulla gamba dei jeans. Il mio respiro cambia appena, ma lei se ne accorge.
— Tutto bene? — chiede, facendo finta di niente, ma con quel mezzo sorriso inclinato.
— Direi di sì… — rispondo, la voce un filo più bassa. — Tu?
— Pare di sì anche a me.
Il suo piede resta lì, contro la mia gamba, una presenza calda che non si sposta più. Intorno il locale è quasi vuoto, si sentono solo le posate lontane e il lieve sciabordio dell’acqua fuori dalla vetrata.
Finita la zuppa, restiamo ancora un po’ a parlare, con i bicchieri mezzi vuoti davanti. La luce calda le accarezza il profilo, e mi ritrovo a dimenticare la prima impressione avuta sotto casa sua.
— Non so se hai notato — mormora, giocherellando con il bordo del bicchiere — ma non ho voglia di tornare subito a casa.
Sento una scarica sottile percorrermi la schiena.
— L’avevo intuito.
— E tu? — chiede. — Hai fretta di riportarmi sottocasa?
Incontro il suo sguardo, diretto, senza più maschere.
— No — dico piano. — Stasera non ho fretta.
Lei sorride, appoggia la mano sul dorso della mia, stavolta senza esitazioni. È una mano calda, decisa. Le dita si intrecciano alle mie come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Restiamo così per qualche secondo, a guardare fuori verso il lago scuro.
La notte è solo all’inizio. E mentre il suo pollice disegna cerchi lenti sul mio, capisco che quella zuppa di cozze sul lago era davvero solo il primo capitolo di qualcosa che, fino a poche ore fa, esisteva solo dentro una chat.
Quando il cameriere si avvicina con il conto, stacchiamo piano le mani.
— Faccio io — dico subito, quasi d’istinto.
Lei fa per protestare, apre la bocca, poi mi guarda meglio.
— Almeno fammi far finta di lottare un po’ — borbotta, ma un sorriso le tradisce il tono.
— La prossima volta offri tu — rispondo, tirando fuori il portafogli.
— “Prossima volta”, eh? Ti stai già prenotando.
— Metti che la zuppa ti sia piaciuta… meglio tenersi avanti.
Pago il conto, ci alziamo quasi insieme. Lei si infila la giacca con un gesto veloce, poi resta un attimo a sistemarsi i capelli riflessa nella vetrata, usando il lago scuro come specchio appena accennato.
Usciamo fuori. L’aria è più fresca, l’odore dell’acqua arriva subito, mescolato a quello dell’erba bagnata e della notte. Il parcheggio è a pochi metri, ma non ho nessuna voglia di riportarla subito alla macchina.
— Ti va di fare due passi sul lungolago? — le chiedo, indicando la passeggiata illuminata dai lampioni. — Tanto non hai voglia di tornare a casa, no?
Lei si ferma, mi guarda, stringe meglio la giacca attorno al corpo.
— È che mi leggi nel pensiero — mormora. — Andiamo.
Ci incamminiamo sul vialetto di pietra. A destra il lago, nero e lucido, a sinistra qualche panchina vuota. I lampioni disegnano cerchi di luce calda sul pavé, e ogni tanto il rumore dell’acqua che batte leggera sulla riva riempie i silenzi.
Dopo pochi passi mi avvicino. È un gesto lento, quasi naturale: allungo il braccio e le cingo i fianchi, sentendo il suo corpo sotto la stoffa della giacca. È calda, compatta, presente. Lei non si irrigidisce, anzi: si appoggia appena di più al mio fianco, come se stesse aspettando quel gesto da un pezzo.
Un attimo dopo fa lo stesso. La sua mano scivola sulla mia schiena e si ferma bassa, sicura, attirandomi verso di sé. Ora camminiamo stretti, i nostri passi quasi sincronizzati, le cosce che ogni tanto si sfiorano.
— Così è meglio — sussurra, senza guardarmi. — Mi piacciono gli uomini che non hanno paura di avvicinarsi.
— E a me piacciono le donne che non scappano quando lo faccio — ribatto piano.
Si ferma. All’improvviso.
Mi costringe a fermarmi anche a me. Siamo proprio sotto un lampione, la luce ci avvolge in un cerchio giallo mentre tutto il resto resta in penombra. Lei si gira verso di me, mi guarda con un’espressione che non avevo ancora visto: meno ironica, meno difesa, più nuda.
— Lo sai che sei stato un angelo, stasera? — dice, abbassando un po’ la voce.
— Un angelo? — sorrido. — Mi mancava, questa.
— Sì. — Inclina la testa, i suoi occhi nei miei. — Uno che arriva puntuale, ti aspetta un’eternità al primo appuntamento al buio, e invece di arrabbiarsi ti porta pure a mangiare la zuppa di cozze sul lago… Non è da tutti.
Sento le sue dita che stringono un po’ di più i miei fianchi, come se volesse sottolineare ogni parola.
— Potevo anche andarmene — dico, ma senza convinzione. — Me lo sono chiesto un paio di volte.
— Ma non l’hai fatto.
— No.
Per un momento restiamo così, fermi, a guardare l’uno dentro l’altra. Il lago è solo un rumore alle nostre spalle, il mondo sembra essersi ristretto al diametro di quel lampione.
Lei si avvicina ancora di un passo, talmente poco che quasi non me ne accorgo. Il suo respiro ora lo sento sul viso.
— E io… — mormora, la voce che scende di un tono — so come farmi perdonare.
Sorride, quel sorriso obliquo che avevo visto solo a tratti al ristorante.
— Fidati.
Sento le sue mani che mi attirano verso di lei, i nostri corpi che si allineano, senza più spazio tra. Il mio braccio le stringe i fianchi, l’altro le scivola lungo la schiena. Per un istante esitiamo, sospesi; poi lei alza il mento, di un soffio, come un invito chiaro.
Quando le nostre labbra si incontrano, il bacio non è timido. È lento ma deciso, come se entrambi avessimo passato la serata a costruire questo preciso momento. Sento il calore del suo corpo addosso, il suo profumo che sembra esplodere, le dita che mi serrano nella stoffa della camicia come per essere sicura che io sia lì, davvero.
Il mondo fuori dal cerchio di luce si dissolve. Restano solo il lago a farci da sfondo, la notte intorno e lei che, attaccata alla mia bocca, sussurra appena contro le mie labbra:
— Te l’avevo detto… fidati.
Lei si stacca appena dal bacio, il respiro ancora caldo sulle mie labbra.
— Conosco un posto… — sussurra, con quel tono che suona insieme promessa e sfida. — Seguimi.
Si scioglie dal mio abbraccio, ma non mi lascia davvero: mi prende la mano, intrecciando le dita alle mie, e comincia a camminare lungo il lungolago. Restiamo in silenzio, i nostri passi che risuonano sul vialetto, l’acqua alla nostra destra, la fila dei lampioni alle spalle. Saranno un centinaio di metri, forse di più, ma il tempo sembra dilatarsi.
A un certo punto, senza dire niente, svolta a sinistra. Io quasi non l’avevo notato, quel piccolo sentiero che si apre tra due cespugli bassi: se non lo conosci, ci passi davanti senza vederlo. Lei invece lo imbocca sicura, tirandomi con sé. Lì la luce dei lampioni arriva appena, filtrata tra i rami, e il lago è solo un riflesso più scuro nel buio.
Quando ci fermiamo, siamo in una piccola rientranza, quasi una nicchia naturale: un pezzo di terra battuta, qualche arbusto a fare da barriera, il rumore dell’acqua più vicino. Lei si gira verso di me, ancora con la mia mano nella sua.
Mi guarda negli occhi, seria, per un istante.
— Senti… — comincia, tirando appena il labbro tra i denti. — Ho il ciclo. E non mi va di farlo così.
La frase resta sospesa. Poi lei si avvicina, mi prende il viso fra le mani e mi bacia di nuovo, più piano, più profondo. È un bacio lungo, carico di tutto quello che non sta dicendo a parole.
Quando si stacca, appoggia la fronte alla mia, il respiro corto.
— Ma questo… — mormora, con un mezzo sorriso che le illumina gli occhi — non vuol dire che non possiamo… goderci lo stesso la serata.
La sua mano scende piano lungo il mio fianco, il gesto sicuro, malizioso.
— E lui come sta? — sussurra, senza distogliere lo sguardo dal mio.
Non serve una risposta. L’atmosfera è densa, il cuore batte forte, il silenzio del lago ci avvolge. Lei si avvicina ancora di più, mi sfiora con il corpo, il profumo della sua pelle che si mescola all’odore dell’acqua e della terra.
Si abbassa un poco, si accovaccia solo quel tanto che basta per stare più vicina a me, le braccia che mi circondano i fianchi, il viso all’altezza del mio petto. Appoggia la guancia contro di me, come per ascoltare meglio il mio respiro che accelera.
— Fidati di me — ripete piano, la voce così bassa che quasi si confonde con il rumore delle onde. — Ti avevo detto che sapevo come farmi perdonare.
Le sue mani si muovono con calma, senza fretta, guidando il momento, fermandosi ogni volta che percepisce un mio minimo cambiamento di respiro, di postura. Ma poi ho pensato che era il momento di guidare il gioco e mettendo le mani sulla testa ho iniziato a scoparle la bocca e lei si è staccata solo il tempo di dire “ lo adoro e adoro farmi venire in bocca”.

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