Un giovedì di agosto
Racconto di una storia inusuale
Questa storia è di fantasia, ma credo che qualcuno o qualcuna ci si potrà riconoscere.
Un giorno di agosto, un giovedì per la precisione (in quel periodo l’Ente per il quale lavoro adottava l’orario estivo, cioè a differenza del resto dell’anno il giovedì non era previsto il lavoro pomeridiano), per un disguido con una ditta esterna sono dovuto tornare in ufficio proprio nelle ore pomeridiane. C’era una temperatura torrida, parcheggiai la macchina e feci velocemente il tratto di strada che mi portava al mio ufficio, non vedevo l’ora di entrare e godermi il fresco del condizionatore.
Aprii l’ufficio e feci un’amara scoperta: qualcuno aveva spento il condizionatore e anche in ufficio c’era caldo, mi affrettai ad accenderlo, in quel mentre suonano all’ingresso: la ditta pensai ed andai ad aprire.
Non era la ditta, c’era invece una dolce signora di mezza età, tra i 45 ed i 50 stimai, molto tonica ed in forma e con i lineamenti stravolti dal caldo, sembrava che avesse camminato a lungo sotto il sole. La feci entrare per offrirle un po’ di refrigerio (mi sembrava scortese lasciarla sotto il sole, e le chiesi cosa desiderasse.
Lei non mi diede subito la risposta, era accaldata e stanca, l’aria condizionata cominciava a farsi sentire dando un lieve refrigerio, eravamo accanto alla macchinetta del caffè e per gentilezza la invitai a prenderne uno assieme a me e a sedersi in ufficio, Lei accettò con gratitudine.
Prendemmo due caffè e ci trasferimmo nel mio ufficio, finalmente rinfrancata, mi chiese come mai eravamo soli, era venuta per ritirare una certificazione: “è per caso troppo presto? Sono già le 15,30.”, mi chiese con curiosità, le risposi che non ci sarebbe stato nessuno, io stesso ero lì per un caso fortuito, nel frattempo squillò il telefono: era la ditta che si scusava e che mi avvertiva che tutto era normale e che non c’era bisogno di un mio intervento.
Lo dissi alla signora e la invitai ad andare via con me, suggerendole di tornare la settimana successiva.
Questa notizia la sconvolse, aveva fatto tanta fatica inutilmente, era venuta da un’altra città con l’autobus ed ora le toccava di attendere quello di ritorno per almeno due ore, sempre sotto il sole e con una temperatura che si avvicinava crudelmente ai 40 gradi.
Mentre mi diceva questo, notai che aveva un seno prosperoso, generosamente messo in mostra da una maglietta scollata, che scomponendosi un poco mostrava quasi per intero il seno destro, indossava un reggiseno a balconcino che lasciava liberi quasi interamente i capezzoli, era un balsamo per gli occhi ed un esercizio per la mente, era difficile mantenersi lucidi in quelle condizioni, ma bisognava mantenere un certo decoro.
La signora continuava a lamentarsi per il fatto che sarebbe dovuta uscire al caldo e allora, in un gesto di sincera cortesia dettata dalla compassione, le dissi che potevamo restare ancora un poco e che se mi dettava gli estremi della certificazione e mi dava il suo indirizzo di posta elettronica glielo avrei fatto pervenire io l’indomani.
Mi fu visibilmente grata per l’offerta, ma si dispiaceva di non avere una e-mail, mi chiese se potevo spedirglielo per posta, le dissi di si. Allora si alzò, venne alla scrivania e mi chiese della carta ed una penna per scrivermi il suo indirizzo, si piegò sul foglio di carta, proprio di fronte a me e la maglietta fu ancora una volta galeotta, mostrando il seno, ancora con un certo turgore, che si muoveva sinuoso ed invitante seguendo il gesto della scrittura.
Quando ebbe finito mi porse il foglietto e con un sorriso mi disse: “ecco, adesso ha il mio indirizzo, non abito poi molto lontano”, ammiccò con gli occhi e si guardò il seno, aveva certamente notato il mio naturale interesse ma anche la mia discrezione.
Notai per la prima volta il colore degli occhi, nocciola chiaro incastonato in un viso grazioso dalla pelle chiara ma abbronzata, indossava una gonnellina plissettata appena sopra il ginocchio, che era ben tornito, ma non afferrai subito l’allusione all’indirizzo. Lei si accorse di questa mia mancanza di intuizione e si sedette di nuovo dicendomi se non volessi anche il suo numero di cellulare, così, magari avrei potuto chiamarla ed … aggiornarla sulla sua autorizzazione.
A questo punto capii la sua offerta e istintivamente rifiutai, dissi: non credo che sarà necessario, domani le imbusto il certificato e glielo spedisco. Ma immediatamente dopo qualcosa mi cominciò a tormentare, mi dissi che non c’era nulla di male e che in fondo poteva essere utile, ma sapevo che una vocina occulta pensava ad altro, ad una telefonata personale, magari dai risvolti piacevoli e mi rettificai chiedendole il cellulare.
Sorrise, con un sorriso malizioso, si sfiorò il seno per prendere la borsetta, tirò fuori il cellulare e si avvicinò di nuovo alla scrivania, si sporse in avanti e mi fece leggere il numero, si divertiva a vedere il mio sforzo di concentrazione per leggere il numero. Continuavo ad essere distratto dal suo seno.
Poi si sedette di nuovo ed accavallò le gambe, mostrando un altro lato interessante di sè, aveva due gambe da ragazzina, lisce e sode e mi disse: quando dice lei andiamo via, non si preoccupi per me, ormai oggi esaurirò le mie energie, certo che ci sarebbero modi migliori di stancarsi.
Il mio senso di ospitalità e la voglia di restare a guardarla ancora un po’ coincidevano in maniera fatale e mi ritrovai a pensare che per me non sarebbe stato affatto un peso restare ancora un tantino in ufficio, mi sarei trovato qualcosa di utile da fare, ma dissi lo stesso che mi dispiaceva ma che saremmo dovuti andare, mi toccava di chiudere l’ufficio e lei mi chiese se non avrei avuto proprio niente da fare, così che magari poteva godersi ancora un tantino di fresco, magari avrebbe potuto aiutarmi lei a trovare qualcosa da fare di… utile.
Stavolta colsi immediatamente l’allusione, mi imbarazzava, non mi ero mai trovato in una circostanza simile o magari non me ne ero mai accorto, ma comunque risposi che se le faceva piacere potevamo stare lì un’altra mezz’oretta.
Può bastare, disse ed aggiunse: “anche se…, a volte, può risultare un po’ pochino”.
Ha un ufficio comodo, quante volte è rimasto qui da solo con una donna, mi chiese e sorrise, con un sorriso complice. Non aspettò la risposta e continuò, è un ufficio discreto, si possono fare tanti peccatucci e tenerli nascosti. Quanti peccatucci ha fatto lei qui, me lo dica!
Veramente nessuno, se si escludono i desideri. Non mi è mai capitato di restare solo, se non con qualche collega, per lavoro.
Collega donna?
Si, anche.
E non avete mai approfittato, non si è mai tolta la camicetta, magari per il troppo caldo? Sa a volte con i colleghi si è quasi come in famiglia, certe libertà sono naturali, ma poi, in fondo non si è proprio di famiglia, e magari dalla camicetta si passa ad un commento, un apprezzamento, un… posso toccare? E poi…
veramente no, non mi è mai capitato.
Allora, se le dico che nonostante il condizionatore sento ancora caldo, lei non mi crede?
Certo che le credo, anch’io sento caldo, ma non credo che c’entri il condizionatore e che lei, in tutta sincerità, mi turba un poco. Ecco, direi che questa è la condizione nella quale se i desideri sono peccati, io starei peccando e mentre finivo la frase, la signora si sfilava la magliettina, mostrando un ventre piatto ma vigoroso ed un seno ubertoso, reso impertinente da un reggiseno pieno di sensuale complicità.
Dove la appoggio? Mi chiese con noncuranza, allora tutte le mie remore e la mia moralità furono messe a dura prova, mi sembrava inopportuno, lì in ufficio fare certe cose, ero sposato, sebbene con un matrimonio che aveva qualche criticità da risolvere. Resistetti, restai fermo, senza rispondere.
Allora lei si avvicinò, mi accarezzò una guancia, scese sul collo, avvicinò la bocca ad un orecchio e mi sussurrò: “sai, non avevo creduto che tu non avessi mai avuto avventure in ufficio, ma devo dire che è vero”, cosa pensi di fare adesso? Mi aiuti a rimettere la maglietta o mi aiuti a slacciare il reggiseno?
Quelle parole furono dirompenti, annientarono tutto ciò che di razionale restava in me. La mia volontà cosciente fu sopraffatta e le emozioni e l’istinto ebbero via libera.
La afferrai per le morbide spalle, la avvicinai a me e le diedi un bacio ricco di furore e passione. La baciavo mentre con una mano le serravo la nuca, tenendola stretta a me e con l’altra mano assaporavo la bontà del suo seno, era abbondante e morbido, ma non cedevole. I capezzoli si erano inturgiditi ed erano diventati duri come germogli.
Ci lasciammo andare e presto ci ritrovammo nudi, le nostre lingue assaporavano in contemporanea diverse parti dei nostri corpi ed ad un tratto sopraggiunse una lucida consapevolezza, ero deciso a concludere quell’incontro con un atto erotico, ma doveva essere ben fatto, volevo ottenere il massimo del piacere e volevo dare il massimo del piacere anche a lei, ma mi resi conto che non avevo alcuna protezione, non ero preparato. Non avevo mai pensato di usare l’ufficio in quella maniera, mai per davvero. Lo dissi a lei, che mi guardò sorniona e mi disse di non preoccuparmi, lei aveva sempre una scorta e si abbassò, raggiunse il mio membro con il viso, lo prese delicatamente ma con decisione tra le mani e lo baciò sul glande. Un bacio a bocca chiusa, strofinando le labbra voluttuosamente in tutto il glande.
Ero arso dal desiderio, speravo che aprisse la bocca per accoglierlo dentro e nello stesso tempo volevo penetrarla, con foga, ero combattuto su cosa desideravo di più quando lei si scostò, si sedette sulla scrivania, aprì le gambe e mi accostò decisamente la testa alla sua vulva, invitandomi ad assaporarne il gusto.
Era piacevolissimo, le aprii le grandi labbra e cominciai a leccarla, le presi l’inizio delle piccole labbra, proprio dove le due si incrociano, nella mia bocca, serrai dolcemente con i denti e cominciai a leccare vigorosamente la sua clitoride, mugolava di piacere, la tenevo stretta per le natiche mentre la mia lingua la penetrava nella vagina.
Poi lasciai stare la vagina e con la lingua scesi poco più giù, incontrai l’ano, cominciai a leccarlo voracemente, prima all’esterno e poi misi la lingua dentro il buco, più profondamente che mi fu possibile, entrando e uscendo.
Lei mi teneva la testa serrata contro il suo ventre, ancora affamata di attenzioni. Smise di mugolare e di fare gridolini e mi disse: “porco, ti sei stancato del mio pacchio? Mi lecchi il culo? Pensi che te lo darò, così al primo incontro? Sei un maiale, io te lo do il culo, ma te lo devi guadagnare, mi devi eccitare per davvero. Ma mentre parlava le parole si attardavano ad uscire, il fiato divenne affannoso, si interrompeva, completava alcune parole con una vocale allungata e poi smorzata: “ mi vuuoi in…cularEEEE? Allora tornai a dedicarmi con la bocca al suo profumato pacchio, ripresi a succhiarlo, a mordicchiarlo con le labbra e a penetrarlo con la lingua, mentre con la mano destra andai a trovare il suo culetto, che era affamato di sesso tanto quanto il resto del suo corpo, raggiunsi l’ano con il dito medio, era tutto bagnato di saliva, dentro e fuori, di saliva e di umori vaginali, che colavano abbondanti.
Approfittai di questo stato di eccitazione e la penetrai con il dito medio, cominciai a masturbarle il culo mentre le succhiavo il pacchio e così facendo non la sentii respirare più, andò in apnea.
Allora mi fermai un attimo, la bocca incollata alla clitoride, ma ferma ed uscii fuori il dito dal culo, fremeva, tremava tutta, il seno sussultava, riprese a respirare e mi disse: “ non ti fermare, spaccami tutta, rompimi il culo, sto venendo di pacchio e di culo, mi sento svenire”.
Allora ripresi a leccare il suo pacchio, premendo forte sulla clitoride e succhiando tutto quello che ero riuscito a mettere in bocca. Tornai verso il culo con le dita, lo trovai molto compiacente, aspettava di essere penetrato e masturbato, misi dentro due dita, il medio e l’indice, giù, fino in fondo, muovevo le dita in direzioni opposte mentre entravano ed uscivano, ansimò e si abbandonò sulla scrivania. Sentivo il suo pacchio che pulsava, si contraeva e si lasciava andare ritmicamente, sempre più velocemente, mentre il culo si rilassava completamente, non offriva più alcuna resistenza.
Si accasciò sulla scrivania, sussultava stancamente, il respiro assomigliava ad un singhiozzare che interrompeva il fiato, io continuavo, rallentando un poco, le mie succhiate e la masturbazione anale per due o forse tre minuti ancora, fino a quando non ci furono più reazioni. Lì, quasi svenuta, mi lasciava fare le cose senza reagire, il respiro era lieve ma regolare, la vagina non si contraeva più ed il culo, quel buchetto famelico che mi stringeva le dita, completamente rilassato, libero da ogni tonicità, si lasciava penetrare passivamente. Era venuta molto intensamente ed ora il suo corpo si era completamente abbandonato, senza neanche l’energia per chiedermi di fermarmi, di smettere. A quel punto interruppi le mie azioni, mi misi in piedi e cominciai a guardala, era li, ansimante il seno che si alzava ed abbassava al ritmo del respiro, che si faceva sempre più regolare man mano che i minuti passavano.
Poi si scosse un poco, si mise seduta, mi guardò e scese lo sguardo sul mio membro. Era duro, al massimo della sua erezione e fremeva, come tutto il resto di me, avevo aspettato che si riprendesse per poterla possedere, avevo la necessità di liberarmi, di dare sfogo alla passione. L’avrei presa lì, così come si trovava: seduta sulla scrivania.
Lei se ne accorse, comprese. Scese dalla scrivania, afferrò il mio cazzo con una mano, mi mise l’altra attorno al fianco, si abbassò e prese il mio membro in bocca, lo introdusse lentamente, lo succhiò e contemporaneamente avvolse metà della testa con la lingua e subito lo tirò fuori e si alzò.
lo so che vuoi sfogarti, lo capisco, ma così facendo sarebbe appunto solo uno sfogo. sei stato bravo, non capivo se sono venuta di culo o di pacchio, forse ho avuto due orgasmi insieme, era molto tempo che nessuno mi faceva eccitare tanto e mi faceva raggiungere una tale intensità di orgasmo. Tu meriti di più, devi godere oltre a sfogarti e mentre parlava indossava gli slip e la gonna.
Mi guardò intensamente negli occhi e mi disse, mentre indossava la maglietta, non spedirmi i documenti, l’indirizzo cè l’hai, portameli tu domani e ti sarò riconoscente per il piacere che mi hai dato oggi, mi baciò sulla guancia ed andò via, suggerendomi ad alta voce: “non masturbati, domani mi serve tutta la tua virilità”.
L’indomani mi recai a casa sua, con la busta piena di documenti, la testa piena di dubbi ed i pantaloni pieni di desiderio, suonai il campanello e lei venne ad aprirmi, indossava una vestaglia leggera, cinta alla vita, mi fece entrare e chiuse la porta. Ma questa è un’altra storia, che merita un racconto tutto suo.



Ciao Serafinooo, ti conviene andare sul mio profilo e seguire l'ordine da li. Comunque come ti sembrano?
Mi dispiacerà molto quando avrò finito di leggere tutti i tuoi racconti. Hai una scrittura che tira subito dentro, e…
Scusa se mi intrometto ma forse è un errore del sito. Anche a me è successo, gli mandi i capitoli…
Mi piacerebbe leggerli, a che nome? Qui non si trova nulla nemmeno inserendo l'autore.
Gran racconto! Spero vorrai pubblicarne ancora.