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Racconti Erotici Etero

Elvis ha lasciato l’edificio

By 23 Gennaio 2026One Comment

Per aria galleggia un gonfiabile, somiglia alle robe di Jeff Koons, quei palloncini coloratissimi intrecciati a forma di animale. Forse è un cane. No: a guardarlo bene pare un coniglio, si capisce dal muso e dalle orecchie anche se sotto la coda sporge una piegatura in più e se non sei un braccobaldo ci vuole un attimo per intendere che rappresenta un cazzo.
Sotto c’è una tavolata di fighe che se lo palleggia con una certo spasso. Bevono, strepitano in gallina-style, scattano foto, fanno del pasticcio, stronzeggiano, insomma pare che si divertano. Sul tavolo bottiglie di Ichnusa rovesciate e i resti del personal best in cucina di Francesco. L’occhio registra questo e un tot di altri dettagli ma la memoria non trattiene quasi nulla.
Sullo Xiaomi gira una puntata di Beavis&Butthead in inglese. I dialoghi sono arabo al quadrato, afferro solo robe tipo little-pussy, fucking-pussy, nasty pussy ma ‘sti due merdoni sono più ipnotici del Roipnol. Quando il barista mi chiede che voglio da pappare alzo la testa un istante, lo guardo inespressivo e torno a fissare lo schermo.
Nel mentre succede che il coniglio col cazzo atterra sul mio tavolo. Al collo ha un papillon e sopra un nome: Romeo.
Una tipa si alza e viene a riprenderselo.
Si guadagna la mia attenzione: “Te sei Giulietta e vieni a rimorchiare a casa Romeo col pisello bisognoso di attenzione .. giusto?”.
“Romeo è il marito di Marta, no, adesso, no .. cioè, non ancora. Si sposano sabato” e indica Marta, una morettina che si sta scolando qualcosa di muy caliente.
“Allora tu sei la madamigella d’onore, la testimone?”.
“No, no .. sì .. testimonio io e anche la Bea .. ciao .. ”, e in un attimo girano la schiena, lei e il mandrillo di lattice.
Un addio al nubilato da Ascari? Mah. Vabbè: cinese&karaoke erano da Fentanyl ma anch’io non avrei saputo fare di meglio che mettere sul tavolo alcol di varie gradazioni.
Alzo lo sguardo su ‘sto goodbye-single lowcost. Il gonfiabile è sempre in aria e quando perde quota una squinternata spalanca la bocca e cerca di farlo atterrare proprio lì. L’energia, però, sembra latitare. Tante trentenni con discorsi tipo io+lui=bambini bellissimi oppure meraviglioso-il-tramonto-a-stromboli, roba da farsi servire la cicuta insieme al crispy-chicken da 1,80 euro al pezzo. E forse qualche singles dalla nascita, tanto la differenza si nota poco.
Nulla degno di nota, solo Butthead che chiama un 899, fa un monte di smorfie, sostiene d’essere un riccone arabo e d’avercelo enorme.
Sto con le dita unte di pollo fritto mentre Romeo precipita una seconda volta qua di fianco a me. Casca giù dolce, come se a poco a poco avesse scoreggiato fuori tutto l’elio.
Giulietta torna a recuperare il protagonista della serata. Per restituirglielo, il volatile glielo allungo da un capo, quello delle orecchie e gli offro quello opposto. Lei lo afferra da lì, dal pisello, insomma. E si resta così, un attimo, con il rabbit, inter-nos.
C’è qualcosa di sfacciato nel gesto? Non mi pare e di certo non era mia intenzione flirtare. Eppure quando le pupille s’incrociano per un istante c’è lo scan deep del fisico ed anche del metafisico.
La tipa, però, mi rimbalza: “Io sono Alice. E tu, Rocco?”. Non aspetta risposta e scuote la testa: “No, vero?”.
Intanto che fa dietro-front l’esame ai raggi-x prosegue: culo generoso ma alto, capelli nero lucido al limite dello scintillante e un’espressione adatta per fare la comparsa fra il pubblico di Amici.
Eppure qualcosa mi gratta dentro. Succede una mezzora dopo quando la tipa alza le braccia per brindare, una volta, due, tre e nello scollo della manica della camicetta fa capolino il reggiseno: pizzo nero sotto lino bianco e un pezzo di carne nuda. Nuda e molle, lì tra fianco e tetta. Nuda e indifesa, l’Alice nel paese dei conigli.
Intuisco discorsi di donne, anzi di donne che non hanno consuetudine a bere. Abbasso il volume e Ilary&Totti tengono banco. Una vocia che è fiera di lei e che se ne merita uno moltoooooooo più carino. Un’altra invece dice che il matrimonio è una cosa che vorrebbe fare, da buona catanese e che senz’altro si sposa giù e in chiesa. Alice butta lì che non si deve fare sesso prima del matrimonio solo se ti fa fare tardi alla cerimonia: il tavolo approva, applaude e trinca.
La ciancia prosegue stanca e si sfilaccia alla svelta. Saranno colleghe di lavoro in qualche grande azienda, sei o sette imbruttite che la vita ha messo su un binario e avanti marsh. Vanno per la maggiore il carta da zucchero e il verde bosco sopra ballerine nere. Ci sono un po’ di frasi fatte su colleghi&makeup, qualche velleità di scappare via e Francesco che allunga shottini di tequila col limone. La sposa promessa fa segno con pollice che ha sete e parte pure la sfida a sciabolare ma nessuna raccoglie. La Bea, l’altra testimone, quella con nasone scambia un flute per il microfono e alza l’indice al cielo in modalità tonymanero ma anche qui il treno-dei-desideri non parte. Un po’ alla volta tutte o quasi sprofondano nei loro cellulari. Anche Alice pare darci di swipe: indice a sinistra, una, due, tre volte e poi una a destra, attimo di delusione e riparte la giostra. Ovviamente, come la maggior parte dei milanesi sta setacciando Tinder per l’ennesima volta. Ad un tratto alza lo sguardo e trova di nuovo il mio. E’ un attimo ma m’immagino che abbia capito che io ho capito.
Questa carne giovane mi scatena qualche spregevole fantasia tipo l’oroscopo now-fiveyears: la terrona si sposa con uno gelosissimo e prova a tirarlo dentro in una roba di scambismo minacciando di piantarlo se non ci sta. Invece io+lui=bambini bellissimi si trova infigata in un paio di storie ma in realtà si diverte solo in macchina a farsi sconosciuti.
Vabbè, tutti giochetti per rinviare quello che va fatto: adesso che il tentativo di intorto telepatico è partito ci sarebbe da prendersi su ed andare ad attaccare bottone invece di far finta di continuare a seguire ‘sta sitcom di merda.
E a proposito di merda, la possibilità di una figura memorabile è come minimo del 50% anche se fossi il fratello bello di Patrick Dampsey. E con la faccia che tengo –ce l’ho scritta in fronte la voglia di scopare, le mie quote sono in picchiata. Si vabbè, può darsi che mi dicano educatamente che non hanno voglia di parlare ma so già come vanno ‘ste cose: se resisto al primo no scommetto che qualcuna si mette a strillare come una bertuccia accusandomi di tentato stupro.
Lo stimolo chimico da ultimo arriva quando Alice propone l’ennesimo brindisi: si alza e si sistema l’elastico delle mutande pizzicandosi il culo.
Lì, andiamo: io ed un bicchiere di Branca Menta.
L’abbordaggio dura una ventina di secondi. Forse anche meno.
E’ proprio vero che il tempo vola quando ci si diverte.
Basta poco ad un cinquantenne in Lacoste mattone e giubbino di jeans per farsi mandare affanculo.
Al banco mentre pago chiedo a Francesco se puzzo di ventesimo secolo. Il barista ci da di naso e fa di no con la testa, dice che non sente niente di cattivo.

“Ciao, come va? Posso presentarmi, sono Mauro”.
“No”.
Simulo la manovella con la mano e provo il re-start: “Ciao, come va .. ”
“Senti, zio o vai via te o andiamo via noi”.
“Sono solo due chiacchiere .. ”.
“Guarda che chiamo la polizia”.
Sono in macchina e rivedo il filmino del mio abbordaggio.
Mauro sono io, quello con la Lacoste mattone, lei, invece, la Bea, la testimone-bis, la socia di Alice, quella con nasone, insomma. Ci sono le parole, sì ma le facce rendono meglio.
La mimica che esibisce è da grande attrice. Mentre indietreggio sull’attenti nella stessa espressione passa dal sorriso sarcastico –che dolce che sei, al ghigno infastidito. Mi sibila: “ .. ‘sto stronzo .. ” e si sente il sssss della serpe cattiva.
Una zoccola ignorante? Può darsi. Una troia in mezzo ad un branco di troie e tutte gongolano ad umiliare lo sfigato lì presente? Probabile. Anzi, sicuro. Basta inquadrarla: un idiota totale che batte il piedino in attesa della proclamazione del knockout.
In uno sburro d’ira m’immagino di incrociarla da sola da Ascari: scommetto che al primo bicchiere mi troverebbe simpatico, al secondo attraente e al terzo la troverei io con le gambe avvinghiate sulla mia schiena sul sedile posteriore della Yaris di suo marito.
Ridacchio tra me e me a disegnare il quadretto ma il gusto in bocca resta amaro.
Un blip mi distoglie da questi deliri. Un messaggio in arrivo: lo visualizzo sul display della ClasseA. E’ un vocale da un numero non in rubrica, sarà un cliente. “Sono Francesca la compagna del sig. Rizzi: a che punto è il risarcimento per il sinistro al capannone ..”. C’è un vuoto breve poi la voce diventa un ringhio: “ ..oh ma ce la fai, lì, in ufficio da solo con la pratica o c’è da affiancarti qualche categoria protetta .. perché io ho pagato, ti t’hee capì, ho pagato e voglio i miei soldi”. La vedo che mi fissa, che gonfia il labbro – si vedono le gengive prima di abbaiare: sono il pretesto perfetto che ha per vomitare fuori quel bidone di umido che sarà la sua vita.
La prima reazione è una bestemmia in lingua madre ma in fondo ci posso dare di spirito magari rassicurarla che di categorie protette tipo invalidi civili, ex detenuti, disabili, tossici, scemi di guerra siamo già al completo ma saremmo ben felici di prendere in considerazione i suoi suggerimenti.
Anche mezzora fa alla situazione-romeo potevo buttarla sul ridere tipo quando ho conosciuto Olivia. San Valentino 2015, una festa e un’enorme torta di polistirolo rosa: dal dolce finto è saltato fuori un fusto autentico, di quelli con la pelle lucida d’olio e il perizoma mignon.
Io mi sono presentato con una fetta di sbrisolona in mano. Invece d’offrirla, come un gioppino qualsiasi l’ho divorata in un secondo. La battuta: invece della torta con dentro l’uomo ecco l’uomo con dentro la torta, ha avuto successo e vissero felici&contenti.
Il punto è che i discorsi non contano un cazzo nulla, conta solo essere figo. Forse l’unica strada era essere sinceri ed andare dritti al dunque. Una roba tipo: “Io sono favorevole al cunnilinguo, Romeo sono sicuro di no. Te, invece?” magari una risata muta all’Alice gliel’avrei strappata, quelle ad occhi bassi, con la mano davanti alla bocca, che ridi, sì ma fai finta di vergognarti un po’. Oppure se la nasona avesse insistito con la pippa dello stalking c’era da replicare che sì, amica mia, anche quella è una forma di corteggiamento.
Lascio lì il pensiero quando su RDS passa SweetDreams: che colpo al cuore, dritto dal XX secolo. La starnazzo come peggio non si può: “Some of them want to abuse you, some of them want to be abused”. Che figa che era Annie Lennox con quel taglio a 2 mm mattone compagno alla mia Lacoste. E via a rovesciarti addosso che sweet-dreams-are-made-of-this. Da fermarsi in mezzo alla strada, da bloccare viale Marche ed improvvisarli lì quei due passi di danza: mossa a destra, mossa a sinistra e vai con l’applauso e affanculo Alice, Olivia e tutte le altre stramaledette fighe del mondo.
E’ un attimo, la ferita narcisista riprende a sanguinare.

Sul menù da Ascari c’è una nuova pizza, s’intitola Scacciafiga e solo a leggere gli ingredienti: pomodoro, fiordilatte, gorgonzola piccante, cipolla rossa, salsiccia, peperoncino e aglio secco, si capisce il senso dell’appellativo.
Stasera non mi merito nulla di meno.
Sono brasato, la pelle dentro le guance brucia. Per quelli che lavorano-a-contatto-colla-gente i muscoli più utilizzati sono quelli della bocca: è tutto un su&giù con gli angoli, una, due, tre, mille volte e per ognuna il sorriso deve essere Durban’s. Eppure quando incrocio quello sguardo mi esce una smorfia malfatta.
La testimone di nozze dell’altra sera, come cazzo si chiamerà, Cristo, quella del coniglio colla minchia: Adele, Alberta, una roba così, un nome da attrice non protagonista. Il pensiero successivo -una troia a piede libero senza il branco a fare da stopper, mi viene che sono colla Scacciafiga nel piatto a cercare un posto a sedere. E per accomodarsi lì di fianco a lei non serve l’invito su carta intestata.
A guardarlo da fuori potrebbe sembrare un martedì più che ordinario: lei è vestita con una gonna corta di maglia nera e ha il naso rosso arrossato dal freddo, io pronto per one-more-chance e un fottio di pivelli lì in giro in cerca di gloria.
“Vuoi favorire?” e col mento indico la pizza, “c’ho messo la droga dello stupro ma tranquilla, la dose non è letale”. Arpiono un boccone di salsiccia e lo butto giù, così per celiare.
Mi ritorna un sorriso al neon, la scarna cronaca dell’addio al nubilato di Marta che poi non era un addio al nubilato vero : “.. perché questo è il suo secondo matrimonio” e una prateria per la logorrea del sottoscritto. Ad un certo punto mi trovo a polemizzare con Supersex: “Sembra una fiction di Rai1 con in più culi&tette” e con Rocco che ci tiene a farti sapere che è il cuore che conta, altro che la minchia. Alice annuisce, arruola Francesco per un altro giro di lubrificante e mi lascia fare tutto da solo. Sul tavolo ci sono due bicchieri, il suo col segno pallido del rossetto e un subisso di ciacole a senso unico. Dovrei piantarla lì invece di insistere come un idiota e dalla regia un indice ed un medio s’aprono e si chiudono nervosamente tipo che sarebbe ora di darci un taglio ma a quanto pare, no: insisto a monologare sull’universo mondo. Ci infilo dentro anche Max Gazzè ma non sono mica sicuro che fosse sua la roba sul solito-sesso. Lo canticchia lei un verso: “ .. ciao amore bibbì, quanto bello, però succhia lì, eh .. ”. Muove quelle labbra sottili come fossero da leggere: “ .. conosci Madame .. certe sere tu mi manchi perché .. ” e tronca la frase lasciando galleggiare un succhia-lì insieme ad altre innocenze tutt’intorno.
Intanto tiro su l’ultimo sorso di Campari e rigiro i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Tintinnano riempiendo il silenzio.
Scappa uno sguardo straliciato: “Sei sposata, Alice, sei fidanzata?”
La risposta è da Siri da tanto è neutra: “Tecnicamente, intendi?”. Sì o no, a ‘sto punto, non significano un cazzo, conta solo l’avverbio, quel tecnicamente lì brilla come un apriti-sesamo.
Si alza l’Alice, si chiude il parka color sabbia e sembra andarsene. Quand’è sulla porta mi fa cenno di seguirla: “Andiamo?”

“Vienimi dappertutto ma non nella figa, ti prego”

L’acqua oramai arriva tiepida. Vuol dire che il bollitore è quasi vuoto e che ho passato più o meno un quarto d’ora sotto la doccia. M’è venuto in mente che stamani su lercio.it ho visto una vignetta: “.. non tenetevi tutto dentro-andate a cagare ..”. Somigliava ad un invito e allora ho lasciato che l’acqua scrosciasse giù.
Alice adesso sta a dormire di là senza alcun senso del peccato. Sei mesi fa s’è fatta beccare con il cazzo di un collega di lavoro in bocca e il marito ha chiesto la separazione con addebito. Me l’ha spiegato così il significato dell’avverbio tecnicamente, come fosse roba da avvocati ossia in fase di separazione
All’inizio la cosa è sembrata una tragedia, ne hanno parlato anche su dagospia ma poi come sempre dio-vede-e-provvede e ti mette sulla strada uno malmesso quante te.
Lì sotto il piumone c’avrà solo un po’ di bavetta sul margine della bocca a confermare la sua appartenenza al mondo dei vivi. Domattina di certo si alza, si mette su la camicetta bianca, quella col collo arrotondato –ce l’ha pronta sulla gruccia insieme alla gonna nera e va in ufficio, come tutti i giorni. Domani sera, poi, torna dopo le 19 con un po’ di spesa fatta.
Una scia gocciolante segue la mia uscita dalla doccia. Sono lì seduto sul margine del letto quando si gira su un fianco ed espone il culo nudo. Dorme senza mutande, è una sua abitudine e per quanto c’abbia provato non riesco a starci senza, devo sentire qualcosa che mi protegge qui in basso.
Apro il cassetto del comodino, è la seconda volta oggi: lì dentro ci sono i miei angeli custodi. Blister mezzi aperti, pastiglie di ogni colore, tutto quello che serve per il nervoso o per pisciare. Quella per volare, la pillolina blu l’ho presa prima e l’ha fatto sì il suo lavoro. Adesso ci vorrebbero 20 gocce di Lexotan per cercare il sonno e sono il minimo per i miei novanta kili che poi sono novantasette. Quando gli sto sopra, intanto che glielo picchio dentro, Alice farfuglia che li adora tutti, dal primo all’ultimo, i miei kili. L’altra sera m’ha pigolato: “Sono il tuo uovo, mi covi bene bene”.
Ripete spesso che si sente serena con me. Prima di chiudere gli occhi dice anche che con gli altri non è mai stato così.
Eppure da quando sta qui faccio una fatica bestia ad abbassare il ponte levatoio, tipo quegli uccellini sempre all’erta. Sentirmi qualcuno attorno è devastante, fosse anche il pesce rosso nella boccia. E con quell’impressione lì che mi osserva, l’Alice come stesse a cercar crepe non riesco ancora a farci pace. La sento che mi scruta dentro quando mi imbruttisco per ore con video a loop tipo eliminacion-de-puntos-negros. Li sento addosso quegli occhi come fossero uno specchio che riflette il niente.
Quando l’ho detto ad Olivia che volevo stare da solo ha piantato un ghigno torvo pensando che mi stavo scopando un’altra ed invece era la verità vera: non volevo nessuno attorno, punto e basta. Starmene per i fatti miei in cucina a luci spente come non ci fosse nessuno in casa, solo col rumore del frigo. E anche strafarmi di Radler e dopo poggiare la fronte sul tavolo, ecco cosa mi viene bene. Fa niente se mi tremano le mani quando uso il trim per le unghie: basta fare il vuoto dentro la mente e lasciare che il tempo scorra.
Eppure quando mi viene sotto, l’Alice emette calore.
Basta che si giri di nuovo e venga ad accucciarsi qua di lato strusciandomi addosso la sua giovinezza. Tira su col naso ed è al minimo delle funzioni vitali mentre s’appoggia con il ventre e il sangue mi scorre dentro come c’avessero aggiunto anidride carbonica. Oppure tipo ora che mi tiene per un pollice poco importa se neanche c’assomigliamo a due mattoncini del Lego. Va bene così. Poco importa se il listening&comprehension non è il suo forte. Un po’ di sere fa al bar Firenze si pontificava di robe tipo polvere-eri-e-polvere-ritornerai e Patrovita, un ciula di Lodi ha buttato lì che lui a casa non spolvera mai perché dice che potrebbe essere qualcuno che conosceva. La barista, la Paola è saltata su: “Io invece mi farò cremare e le mie ceneri saranno sparse in questo locale di merda e finalmente” e sul quel finalmente c’ha calcato duro “qualcuno mi scoperà”. Alice, quando gliel’ho raccontata, ‘sta scemenza ha aggrottato la fronte precisa a Pippo, quello di Topolino e le grinze sono rimate lì più del dovuto. Ho dovuto spiegargliela –doyouunderstand e ci mancavano solo i gesti. Poi, come sempre, allarga un sorriso, un po’ sfasata ma sexy anche dentro un brutto pigiama. E va bene così perché dopo arriva l’apriti-sesamo.
E’ andata così fra di noi. Fra adulti accade di fare certi giochini con la tripla X. Si fa sesso una sera e poi basta che tanto è tutta colpa del GinTonic. Si alza un bicchiere e si recita cose tipo amor-vincit-omnia ma mica ci si innamora, non diciamo cazzate, dai. Succede che ci si rotola su una moquette a scopare finché viene giorno e poi dritti in bagno a sciacquarsi il muso. Magari li ti accorgi che lei è proprio bruttina e che potrebbe avere gli anni di Sharon Stone: allora basta un bacio sulla guancia e via a chiamare Uber prima che si addormenti.
Con Alice, invece, è successo una volta e poi un’altra e poi un’altra ancora.
A pensarci è la donna con cui ho scopato più d’una volta da tanto di quel tempo che neanche ricordo. Basta per averci una storia insieme?
Non so. Forse

Questi sono alcuni dettagli del nostro menage anche se usare la seconda persona plurale –nostro mi fa strano forte. Alice prepara la cena, quasi sempre una pasta: “Abbiamo ancora un po’ di ragù di piselli, amore”, ha tubato prima di stappare una bottiglia di vino. Tocca a me lavare i piatti e sistemare la cucina. Un colpo di straccio al piano cottura intanto che lei giochicchia col cellulare. Da quando la tizia di pilates le ha incasinato la postura sta volentieri sdraiata di schiena sul divano con le gambe allungate al muro e gli occhi fissi nel traffico dei reel su TikTok. La tv verso le 20 è accesa su qualche programma tipo la Gruber o Quarta Repubblica ma se prende il telecomando e toglie l’audio neanche me ne accorgo.
Ha un account twitter, Alice e succede che mi legge un po’ di quelle idiozie che fluttuano in rete e che la fanno ridere. Quando un’oretta fa ha tirato fuori una roba su quell’attore: “Santamaria non è un cognome, è quello che ti viene da ragliare quando ce l’hai di dietro” c’ho messo un attimo ad intendere se fosse una battuta o un invito che con lei non si capisce bene. E ad un cinquantenne con più peli che capelli la minchia non è che gli si rizza all’istante solo con le parole. Ci vuole la faccia, se il contatto visivo regge per più di un attimo, quello è il segnale, le tre ciliegie dentro la slot.
Il filmino della serata ha avuto il ciak che l’orologio del forno segnava le 21.11 con me che stavo seduto a darmi da fare colle bollette A2A, un po’ come Buddha con tutta la sua pancia. In un amen m’è montata sul tavolo, letteralmente col culo dove di regola ci stanno piatto e posate. Addosso aveva la mia t-shirt VaresePallacanestro: succede sempre più spesso che si mette la mia roba, che pare voglia segnare il territorio, tipo la bandiera a Iwo-Jima. La mia t-shirt, dicevo e nient’altro e in faccia c’aveva scritto: te-lo-fai-un-viaggetto-laggiù. Quando ha spalancato le cosce, altro che patata rasata: “Il tuo estetista si merita l’ergastolo”, devo aver grufolato. Con Olivia la diatriba era alla maniera dei frati su liscia-comme-il-fautVSorso-Yoghi e lei leader del partito #potaturatotal. Sosteneva che la pelliccia attorno alla passera fosse la più terribile giustificazione della depilazione maschile e strillava in queen-drama style che lei di uomini petto di pollo, verboten, non ne voleva sentir parlare. Ma era teatro, un modo come un altro per prendersi per il culo e da questi duelli dialettici spesso faticavo ad uscirne intero. Nel caso non mi restava che fare ricorso all’arma definitiva, quella proprio potente, da svariati megatoni ossia tirarla fuori, la mazza e metterla in tavola tipo l’asse di bastoni: “Lo sai che mamma quando m’ha partorito .. è uscita prima la fava e poi tutto il resto?”. Ma pure questo era un gioco, tenero e divertente. Poi ad un certo punto qualcosa s’è inceppato, sesso e chiacchiere sono finite e chissà per quale cazzo di ragione, anche se con il sottoscritto le cazzo di ragioni in fondo sono sempre quelle.
Con Alice, invece, di discorsi ce ne sono pochi. La lingua con lei va bene per altro. Ed è quello che ho fatto io, farmi strada in mezzo a quel cespuglio di mirto. E il mio attrezzo s’è dato da fare, con delle belle leccate, molto ma moooooooolto lente, come fossi al PuntoG, in Coni Zugna a godermi il gelato più buono della città. M’è venuta in mente un’idiozia di Rocco che positivo al Covid ha raccontato che non sentiva più il sapore della figa ma ho lasciato perdere, che poi vado fuori tema. Altre sette o otto pennellate a regime lento con le papille ruvide q.b. e anche qualche randellata dritta dentro che alla signorina c’era da fargli intendere chi comanda. Fosse un google-maps dall’alto la geometria indicava il dettaglio del sottoscritto ad avvinghiare due cosce da rugbista e lei con le dita aggrappate al bordo laminato del tavolo. Da sotto quasi buffo guardarle la bazza da dietro il monte di Venere.
C’ho girato attorno, lì all’hot-spot ancora un po’ che farla lunga prima di arrivare al punto è la mia specialità finché è toccato a lui, il carognone, che di nome fa clitoride. E’ bastato sfiorarlo per farla trasalire, una minima pressione e Alice s’è irrigidita di brutto. Ha soffiato fuori una specie di ffssssss, che sembrava avesse un bavaglio sulla bocca. A seguire colpetti ancora, come piovesse, molti tipo piccoli cerchi, altri precisi sulla cima come fosse una M&M e giocassi ad acchiapparla con la lingua e basta.
Qualcosa -ad un certo punto ha piegato di botto le punte dei piedi verso l’alto, m’ha suggerito che c’eravamo quasi al traguardo e la marcia l’ho messa in folle un attimo. Per qualche istante tutto ha rallentato ed anche lei s’è azzittita che pareva stesse trattenendo il respiro. A qualcun altra al suo posto avrei bisbigliato: “Muori dalla voglia di venirmi in bocca, non è vero, cara la mia troietta?” e poi alluso allo sciopero generale. Forse volevo solo farla friggere ancora un po’, fare il coglione e tenerla sulla corda giusto un minuto fatto sta che Alice deve aver inteso la cosa come c’avessi ripensato anzi come un atto di diserzione aperta e allora il capo me l’ha tirato a forza, dritto lì, in the pink. Due mani sul coppino le ho sentite altro che delikatessen, lo strattone m’ha messo una vertebra fuori asse, sto scherzando, naturalmente ma funziona così, tra di noi.
In mezzo al picio-pacio della sua passera ci son finito tutto intero. In quei frangenti non c’è da fare chissà cosa, anzi basta farsi fare. Staccare il cervello, zero questioni e darci di bocca, altro che tutorial mysecretcase. Alice non è una figa complicata, tipo lecca-qua-tocca-là-così-no e robe così. Serve solo un po’ di tempo, assecondarla se serra la cosce o se le divarica e il fuoco d’artificio, lo sbam arriva regolare. Stavolta se n’è venuta con un verso sordo, tipo i muti, come se qualcosa lì dentro al ventre le si fosse accartocciato. Le solite contrazioni muscolari, il lof di una scoreggia e nessuna parola, neanche un sacra-merda o un augh-capo, neanche un oh-cazzo semplice semplice.
Il display del forno era sulle 21.19, otto minuti per farla venire, la tipa, preciso il tempo che ci vuole per far cuocere duecento grammi di penne rigate.
A questo punto l’epilogo del corto pareva segnato: c’era da tirare su il capo, pulirsi la bocca col dorso della mano, in modalità vichingo, piantarglielo dentro bello duro e decollare destinazione Marte.
Eppure in questo presepe porno c’era qualcosa che non mi quadrava e non credo fossero solo le sue sopracciglia da serie coreana o perché mi ha chiesto di portarla al Franco Parenti a sentire Crepet. Domenica pomeriggio stava al cellulare con non-so-chi, forse quella con cui va a Pilates e ho intuito stessero parlando tipo di un appuntamento da prendere con uno psicoqualcosa. Se n’è uscita con una roba: “ .. sai, so che sono una persona indecifrabile e non va bene .. ” e dopo ancora: “ .. pensa che ho iniziato a scrivere una specie di diario, almeno tre cose al giorno di cui essere grata al mondo. Me l’ha consigliato Chloe, una blogger finlandese che seguo. Mi aiuta a restare positiva, a riconoscere il buono anche nei momenti difficili”. Io facevo finta di dormire sul divano e non m’è venuto nulla da replicare.
Magari erano solo pretesti, facile che stasera di figa ne avessi voglia zero, fatto sta che l’ho piantata lì. “Vado a fare la doccia .. notte”, è stato il titolo di coda.

L’ascensore sale: Alice s’infila le dita nei passanti dei pantaloni e al sottoscritto viene in mente il ghigno di Beavis davanti al banner RussianAnalSlut.
La balotta Ascari c’ha costruito romanzi su queste mission-impossible a base di la-sbatto-come-il-pandoro-nel-sacchetto eppure l’ho sempre detestato questo accumulo di tensione che viene su prima di portarsi a letto una sbarba nuova.
Appena in camera la fanciulla si libera di tutta la mercanzia –canotta, AllStar, Svapo e filo di perle per rimanere con solo il reggiseno addosso, lì seduta sul margine del letto.
Tocca a me e la mia è un’apertura di pedone. Sbottono i carpenter e lo tiro fuori: è già mezzo in tiro, con la punta leggermente inclinata a sinistra. Fossi Rocco mi guarderei attorno in cerca di visi da schizzare, come fa nei suoi pov più intensi, altro che Supersex. “Stasera mi chiamo Romeo ”, ed è una dichiarazione d’intenti, m’esce così intanto che glielo metto in mano.
Ci gioca col pollice, la tipa e butta giù una smorfia: “Giura che non lo dici a nessuno. Giura che non lo dici a mio marito”.
Mi esce un sorriso: “Sì, tesoro”. Vuole essere acchiappesco, forse è solo ebete.
Avvicino il viso, voglio un bacio ma la squinzia piega il capo di lato e mi nega gli occhi. La minchia però non la molla e neanche le serra le cosce intanto che allungo le mani in mezzo al pelo.
E’ sufficiente una falange per farla sobbalzare. La punta dell’indice per convincerla a fare la brava. Gli è bastato chinarsi in avanti, di poco poco e trovarsela innanzi, la minchia suddetta. Dargliela io e imboccarla lei è una gesto unico da tanto è venuto naturale. Ad un casting per il CalippoTour, Alice l’avrebbero mandata a casa a calci in culo perché il trucco di farsi la coda a fontana per far vedere urbi&orbis il suo talento di mungicazzi proprio non l’ha imparato ma non importa. Quel mare di capelli neri che casca in avanti e che cela denti bianchissimi è uno spettacolo che mi frizza il sangue: è come ci fosse un grappolo di palloncini colorati che mi sale dentro.
Arrivano quattro o cinque ciucciate full-contact a mettermi in carreggiata e mi ci vuole la forza di Hulk per non venirle in bocca lì seduta stante.
Di suo, intanto che lappa ci sono gemiti piccoli, continui, tipo nenia che pare che è lei che sta venendo e invece sono io. Devo fermarla, dargli un bacio in fronte ma non c’è nulla di gentile. In realtà è un alert: vacci pianto, tesoro, sennò il game-over è adesso-ora.
Alza lo sguardo e l’espressione che tira fuori è docile come quella di un bambolotto. Non ha rughe sulla fronte e nemmeno ai lati degli occhi, forse non ha mai vissuto angosce particolari o ceduto al veleno del sarcasmo. Fosse per lei scommetto che avrei potuto rimanere lì un ora a darglielo e lei due a prenderlo.
La mossa successiva arriva da sé, Alice si spalma sul letto e sollevare il culo le viene spontaneo. Al Liceo fra giovani segaioli si usava la locuzione latina more-ferarum e poi giù ghignate che per ridere bastava poco.
L’ho tirata per i fianchi per darglielo meglio e arrivare in fondo, a fine corsa è venuto facile facile. T’attenderesti una resistenza da un posteriore di quel calibro: invece nulla. È così aperta, Alice che pare sfaldarsi sotto i miei colpi di cazzo.
Con una vocetta atona mi domanda se mi piace. Se ne sta lì a quattro zampe e mica può vedere se faccio smorfie o intendere cosa mi passi per la zucca. Faccio finta di non sentirla e non è mica questione se mi garba tanto o poco è solo che non mi va di fare conversazione e meno ancora di nitrirgli porcate tipo bottana-industriale o principessa-succhiacazzi. E poi che dovrei dirgli: che J’adore scopare le sposate oppure che ha un bel culo? Tanto a pecora sono tutti magnifici.
Resta solo il sonoro della doggy, pelle che picchia su pelle, ad ogni avanti-indietro un cik-ciak: una volta, due, cento e Guido Meda che abbaia gas-a-martello.
Cerco di trattenermi ma ad ogni spinta ne segue un’altra più dritta e più secca e non ci sarebbe nulla di strano se in sottofondo risuonasse il tamburo del Dies Irae. Mi esalta abbestia che mentre gli farcisco la passera indossa ancora un reggiseno petit a difendergli le poppe.
La cadenza è quella di un cagnetto, tipo un barboncino di pressappoco un quintale con i coglioni incordati un tot. Lo sento io che il sangue scorre un giro più veloce e vamos, Mauro che si sboccia da paura. Lo sente anche Alice che sto per incremarla e bela: “Vienimi dappertutto ma non nella figa, ti prego”.
Hai presente l’effetto di quando salta la corrente elettrica: c’è un ventilatore che rallenta, cala la velocità un po’ alla volta e poi si ferma con un frrrrrrrrrr. Uguale io, ad un metro dal traguardo. Piego le ginocchia e precipito di schiena, sul letto. Il pendolone sembra ancora robusto, con la punta che da sempre sulla sinistra ma è solo recita.
Prendono tutte la pillola, le slandre che frequento io e se dall’estetista hanno sfogliato Vogue vanno in giro a dire che coltivano un atteggiamento sano verso il sesso. Il che significa che hanno cuore e figa al riparo da tutto ed io è una vita che non vado più in giro col profilattico dentro il portafogli. E poi, dio triplo bosegato, non c’ho proprio voglia di cazzi, di ansia, di spiegare dove parcheggio l’uccello e robe così. Non ho più forza per nulla che non sia una linea dritta all’infinito.
Alice, il muso ce l’ha ancora sepolto dentro al copriletto che a fatica si vedono gli occhietti e si lascia sfuggire un sussurro: “ .. di dietro .. vuoi .. ”.
Quella parola lì: didietro, la frigna tutta dolciona che è esilarante la parlata di qui, con tutte ‘ste vocali aperte. Fanno così le milanesi quando t’offrono il didietro: aperta la vocale, aperto il bus-del-cul.
La prima immagine che affiora è il comodino della Laura Tirloni, l’amica dell’Università con il tubetto rosso di Glysolid. Mi viene anche in mente che non ho mai inculato una femmina e chissà come si fa, se basta appoggiarlo-lì-e-spingere. Una fitta di panico dentro l’addome e in sottofondo giuro di sentire Donato Boni che da dentro l’armadio canticchia bingo-bongo-nel-culo-te-lo-pongo. Forse è vero il detto che troppo sangue al cervello manca poi dove serve sul serio.
Passa qualche istante e anche lei si corica. Si appoggia su un gomito e i seni le scivolano di lato, tipo qualcosa che frana giù. Li di fianco sta il sottoscritto ed è un vasto paesaggio di carne: cosce grosse, gambe grosse, cazzo grosso, chiappe chiare e soffici, un lonzone che starebbe bene a suonare la fisarmonica alla sagra di Saronno. La pelle ce l’ho pallida e Olivia voleva fosse sempre estate per portarmi al mare, stare stesi sulla sabbia e vedermi assumere una parvenza di salute. E la abbraccia tutta questa quintalata smorta, Alice. Allunga le braccia all’altezza del bacino e stringe. Senza dire nulla mi posa una mano sulla pancia e lo solleva dalla coscia, l’uccello. Fa piano, lo tiene alzato, con la lingua si da fare, lì alla base dove stanno le palle e un sacco di peli. Ci gira attorno, lo lecca, lo yo-yo e poi abbassa il capo. I capelli le coprono di nuovo gli occhi intanto che lo puppa.
Mi viene in mente che magari è una povera cornacchia. Una di quelle che se non mi diventa duro magari crede d’essere brutta e che è colpa sua se mi sono ammosciato. Ce l’ha scritta in faccia, sopra quelle labbra sottili da sartina la voglia di sogni che non si realizzano mai.
Eppure l’unica cosa intelligente che poteva fare, prendermelo in bocca e finire il lavoro da sola, l’ha fatta e non c’è voluto molto. Ad un certo punto devo averla presa per la testa, appena dietro alle orecchie. E’ stato per costringerla a rallentare e dare un minimo di regolarità al bocchino anche se non è servito. Sono venuto alla svelta, giusto il tempo del frizzare di un prosecco. Un fremito rapido dal coccige al coppino e l’orgasmo è sgorgato ruvido, di quelli senza gioia apparente.
Si sdraia a pancia in su, Alice, fianco a fianco, lei con il mascara che le pesta gli occhi, io come non avessi uno scheletro a sorreggermi. Si resta in attesa che il respiro torni normale a far finta di ascoltare il cigolio delle tubature.
In camera fa un caldo soffice e poi c’è questa luce che galleggia dappertutto. L’effetto è quello di una dissolvenza tranquilla verso il bianco, con i profili delle figure che sfumano, come ci fosse una leggera foschia all’orizzonte che stinge ogni cosa. Sento solo un accenno di tensione sotto l’occhio sinistro e la pelle della guancia che si contrae. Per il resto nessun attrito, come fossi la superficie di un lago di montagna, immobile, anzi inerte.
Non mi esce nulla, sono silenzio e basta finché è lei a dire: “Grazie, Mauro, è stato bellissimo”.

“Come stai?” mi fa mamma. E’ proprio vero che ogni processo inizia con il bon-ton.
Gli ho accennato qualcosa di Alice per telefono, qualche dettaglio e nulla più. A conoscerla, mamma si sarà già fatta una sua idea tipo che è vent’anni più giovane e che sta da me. Ad essere più precisi avrà già decretato che intendevo divertirmi una o due volte al massimo e invece eccola qua, un’altra senza-arte-ne-parte che s’è intrufolata nella mia vita.
Anche Teresa, mia sorella non è stata molto tenera. M’ha chiesto se andavo a scuola con sua madre e se mi odia, anzi se mi vuole uccidere che una mummia-like-me gli scopa la figlia unica.
Eppure qualche tempo fa pure lei s’è trovata bella incasinata col marito che andava a giro con l’uccello di fuori. La strategia di difesa l’ha dettata la genitrice: “Se trovo tuo marito per strada lo tiro sotto in macchina ma tu non ti separi, chiaro?”. C’era da salvare matrimonio&patrimonio. Conta solo quello che si trasmette: nome, discendenza e palanche. Il resto vale meno di niente.
La casa di via Benadir è identica a 50 anni fa, quando la famiglia Zanon l’ha acquistata: c’è il parquet incrociato, le foto mie e di Teresa a Sottomarina, il servizio da caffè con le tazzine col filo d’oro. In libreria riluce un gingillo e sta lì da una mezza vita: la spilla da giacca di ForzaItalia, direttamente da Arcore con Silvio a mezzo busto e sorriso da squalo. Tutte le volte che metteva il faccione in tv mamma a sottolineare: “Berlusconi, sempre vestito bene” e a seguire il non detto: lui si che ne ha fatti tanti, di fioi e di schei, mica te.
“Che cos’è, un’amicizia profana? Un legame affettivo sperimentale?” fa finta di voler informarsi e già evita di chiamarla per nome, Alice e forse è meglio così. So già che potrebbe dire: “Alice, che razza di nome è, da Harry Potter?”.
L’unica cosa seria da fare sarebbe ingiungergli la chiusura della rubrica Uomini&Donne e di andare a prendere una fetta di torta Helvezia che tu mamma la fai buona-buona ed è il vero motivo perché sono venuto a trovarti ma la battuta giusta non mi viene. Ci giro attorno, cerco il modo per non farmi troppo male. Mi scappa più d’una volta la parola accoglienza quasi fossi la Caritas io e lei, Alice una giargia appena scesa dal barcone: “ .. non sa bene dove sbattere la testa .. si separa dal marito, sai .. e in caso è solo per qualche giorno, una mini accoglienza, capito?”.
Gira il caffè dentro la tazzina, la mutter e mi fa: “Sai chi sono quelli che si danno all’accoglienza?”.
Alzo gli occhi e me ne sto zitto che so che la freccia avvelenata è in arrivo.
“Sono gli accoglioni” e la sillaba bene l’espressione: ac-coglioni.
Potrei dire che sono felice così ma non sono sicuro se è vero. Penso se gli ho dato modo di farsi un’opinione diversa, su questa e su mille altre cose.
Non so. Forse no.

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