Irene si alzò in piedi con le gambe che ancora tremavano, il sapore amaro del seme di Rosario che le impregnava la gola. Il lino bianco della camicetta era macchiato di sudore e umido tra le cosce, dove la gonna a matita si era sollevata appena, rivelando un lembo di pelle nuda. Si sistemò gli occhiali con dita instabili, sentendo lo sguardo di lui che le bruciava la schiena come una lama rovente. Non si voltò. Non osava.
«Torna domani», aveva detto. E lei, come una cagna bastonata, aveva annuito.
«Con una gonna più corta.»
Le parole le risuonavano nella testa mentre si avvicinava alla porta della macelleria, le mani che stringevano la borsetta come se potesse ancora salvarsi. Ma lo sapeva, entrambi lo sapevano: non c’era più salvezza. Solo la discesa.
Rosario non si mosse dal suo posto dietro il bancone, le braccia conserte sul grembiule insanguinato, i peli neri che spuntavano dalle maniche arrotolate. La osservò mentre esitava sulla soglia, il sole pomeridiano che le tagliava la figura in due, metà luce, metà ombra. Poi, con una voce che era un misto di burro fuso e ruggine, aggiunse: «E portami quel telefonino. Voglio sentire la voce del tuo maritino mentre ti scopo.»
Irene si bloccò. Il cuore le saltò un battito, poi due. Si voltò lentamente, gli occhi dietro le lenti ingrandite che tradivano un lampo di panico genuino. «C-che cosa…»
Rosario rise, una risata grassoccia che gli fece tremare la pancia sotto il grembiule. Si pulì le dita unte su un pezzo di carta assorbente, poi le leccò con lentezza oscena. «Hai sentito, troietta. Voglio che lo chiami. Che gli parli mentre ti fotto. Che ti senta gemere.» Fece una pausa, godendosi lo sbigottimento che le si dipingeva in faccia. «E non preoccuparti, non se ne accorgerà. Gli uomini come lui non sentono mai niente.»
Le labbra di Irene si aprirono, ma non uscì suono. La mente le correva a mille, immagini sfocate di suo marito, Michele, che rispondeva al telefono mentre lei, in quel momento, era piegata in due sul bancone della macelleria, con le mutandine abbassate e il culo offerto a Rosario. Il solo pensiero le fece contrarre l’utero, un’ondata di calore umido che le inzuppò ancora di più le cosce.
«Ti piace l’idea, eh?» Rosario si staccò dal bancone, avanzando verso di lei con la lentezza di un predatore che sa di avere la preda in trappola. «Lo vedo dai capezzoli. Sono duri come sassi.» Sollevò una mano, le sfiorò un seno attraverso la stoffa, poi strinse. Forte. «Domani, Irene. Gonna corta, telefonino, e la voce del tuo uomo nelle orecchie mentre ti riempio di cazzo.»
Lei chiuse gli occhi. Un singhiozzo le salì in gola, ma si trasformò in un gemito quando lui le torse il capezzolo tra pollice e indice, tirandolo fino a farle male. «Sì», sussurrò. Non era una resa. Era una supplica.
Rosario sorrise, mostrando i denti ingialliti. «Brava puttana.» Poi la spinse verso l’uscita, non con violenza, ma con la stessa naturalezza con cui avrebbe scacciato una mosca. «Ora vattene. E non fare cazzate.»
La mattina dopo, Irene si svegliò con il corpo dolorante in punti che non avrebbe mai ammesso. Michele dormiva ancora, russando leggermente, un braccio abbandonato sul suo fianco. Lei rimase immobile, fissando il soffitto, mentre le dita scivolavano sotto le lenzuola, tra le gambe. Era fradicia. Di nuovo.
Si alzò in silenzio, attenta a non svegliarlo, e si chiuse in bagno. Davanti allo specchio, si studiò: gli occhi cerchiati, le labbra gonfie per i morsi che si era data la notte prima, ripensando a Rosario. Si spogliò, passando le dita sulla pelle nuda, immaginando che fossero le sue. Le mani grasse, sudaticce, che la afferrano, la aprono, la marchiano.
Indossò una gonna di jeans così corta che, se si fosse piegata, avrebbe mostrato tutto. Nessune mutandine. Solo il ricordo del comando di Rosario che le bruciava tra le cosce: «Voglio vederti bagnata prima ancora che arrivi.»
La macelleria puzzava di sangue e desiderio quando Irene varcò la soglia. Rosario era dietro il bancone, intenti a tagliare un pezzo di carne con colpi secchi del coltello. Non si voltò, ma il ghigno che gli si allargò sulla faccia diceva che l’aveva sentita entrare.
«Bella gonna», commentò, posando il coltello. «Girati.»
Irene obbedì, sentendo lo sguardo di lui che le scivolava addosso come olio bollente. La gonna si sollevò appena, rivelando l’assenza di biancheria, il buco tra le natiche già lucido di eccitazione.
Rosario emise un verso gutturale. «Vieni qui.»
Lei si avvicinò, le ginocchia che tremavano. Lui allungò una mano, le afferrò il polso e la tirò a sé, facendola sbattere contro il suo corpo massiccio. «Telefono», ordinò.
Irene estrasse il cellulare dalla borsetta con dita malferme. Rosario glielo strappò di mano, sbloccò lo schermo (lei non aveva nemmeno provato a metterci una password) e trovò il contatto di Michele. Premette il tasto di chiamata, poi glielo rimise in mano. «Parlagli. E non chiudere gli occhi.»
Il telefono squillò una, due volte. Irene sentiva il respiro di Rosario sul collo, le sue dita che le sollevavano la gonna, che le accarezzavano il sesso nudo, già scivoloso.
«Pronto?» La voce di Michele, assonnata, fiduciosa.
«C-ciao, amore», balbettò Irene, mentre Rosario le infilava due dita dentro senza preavviso. Lei sobbalzò, ma lui le coprì la bocca con l’altra mano, soffocando il gemito.
«Tutto bene, Irene? Sei strana.»
«Sì, sì, tutto bene», rispose lei, la voce che tremava mentre le dita di Rosario si muovevano dentro di lei, lente, crudele. «Solo… solo volevo sentirti.»
Rosario le morse il lobo dell’orecchio, poi le sussurrò: «Digli che ti manca il suo cazzo.»
Irene scosse la testa, gli occhi lucidi, ma lui le torse un capezzolo attraverso la camicetta, facendola sibilare. «Diglielo.»
«M-mi manchi», riuscì a dire, mentre le dita di Rosario si facevano più insistenti, il pollice che le strofinava il clitoride gonfio. «Vorrei… vorrei che fossi qui.»
Dall’altra parte, Michele rise. «Anche a me manchi, tesoro. Ma torno presto per pranzo, va bene?»
Rosario le strappò il telefono di mano e chiuse la chiamata. Poi la spinse giù, in ginocchio, davanti a lui. «Brava puttana», ringhiò, slacciandosi i pantaloni. «Ora succhiami mentre pensi a quanto sei una troia bugiarda.»
Irene aprì la bocca. E obbedì.
Il sudore le scivolava lungo la schiena, appiccicandole la camicetta di lino al corpo mentre le dita di Rosario continuavano a tormentarla, affondate dentro di lei con una crudele precisione. Irene sentiva il telefono ancora stretto in mano, il display spento dopo la chiamata con Michele, le labbra gonfie per i morsi con cui aveva cercato di soffocare i gemiti. Lo sguardo di Rosario, nero e lucido come olio bruciato, la inchiodava al muro dietro il bancone, dove lui l’aveva spinta con una mano sulla gola.
«Allora, troia… vuoi che ti scopi o no?» La voce di lui era un ringhio bagnato, le labbra umide di saliva che si aprivano sui denti ingialliti. Non era una domanda. Era un ordine travestito da scelta, e lo sapeva entrambi.
Irene deglutì, il collo che scricchiolava sotto la pressione delle sue dita. Le parole le si incollavano in gola, troppo grosse per uscire. Scosse appena la testa, un movimento minuscolo, quasi impercettibile, ma abbastanza perché Rosario serrasse la presa, facendola sussultare. «Non senti? Ti sto chiedendo se vuoi il mio cazzo dentro quella figa bagnata che hai. Oppure preferisci tornare a casa dal tuo maritino con le mutande fradice e la coscienza pulita?» Le dita dentro di lei si contorsero, premendo contro quel punto che la faceva vedere le stelle ogni volta. «Decidi, puttana.»
Il respiro le uscì in un singhiozzo strozzato. Non poteva dire di sì. Non poteva dirlo ad alta voce. Ma il corpo tradiva già la sua mente, i fianchi che si muovevano in piccoli cerchi disperati, inseguendo quel dolore che si trasformava in piacere ogni volta che lui glielo infliggeva. Rosario rise, una risata grassoccia che gli scuoteva la pancia sotto il grembiule macchiato di sangue. «Lo sai che lo vuoi. Lo sai che sei qui solo per questo.» La mano libera le strappò via gli occhiali, facendoli cadere sul pavimento con un rumore secco. «Allora dimmelo. O fai come ti dico.»
Irene chiuse gli occhi. Le lacrime le bruciavano sotto le palpebre, ma non erano solo di paura. C’era qualcosa di peggio, di più viscido: l’eccitazione. Quella consapevolezza che, se avesse aperto bocca, ne sarebbe uscita solo una supplica.
Rosario non aspettò. Le afferrò il mento, costringendola a guardarlo. «Se vuoi essere scopata, fatti un selfie nuda. Ora. Altrimenti, prendi la borsa e vattene.» Le lasciò andare il viso con uno schiaffo umido, la mano che le scivolava giù, lungo il collo, fino a strapparle un bottone della camicetta. Il tessuto si aprì, rivelando un seno piccolo, il capezzolo scuro già turgido. «E non provare a imbrogliarmi. Voglio vedere tutto: la figa, le tette, la faccia da troia che hai quando sai che stai per essere riempita.»
Le gambe le tremavano così forte che dovette appoggiarsi al bancone per non crollare. Il telefono le pesava nella mano come un macigno. Con dita che sembravano non sue, sbloccò lo schermo, la fotocamera che si accendeva con un click troppo forte in quel silenzio carico di attesa. Rosario non la toccava più, ma la sua presenza era ovunque, nel calore che le avvolgeva le cosce, nel sudore che le imperlava la fronte, nel battito del cuore che le rimbombava nelle orecchie.
Sollevò il telefono, inquadrando il proprio riflesso nello specchio appannato dietro il bancone. La gonna era già arrotolata in vita, la camicetta aperta. Non c’era bisogno di spogliarsi del tutto. Bastava scostare il tessuto, mostrare la pelle olivastra, i capezzoli duri come sassi, la mano di Rosario che riappariva nell’inquadratura, le dita che le spalancavano le labbra della figa con un gesto brutale. «Di’ cazzo,» le ordinò lui, la voce un sussurro roco all’orecchio. «Voglio sentirti dire che vuoi il mio cazzo.»
La parola le esplose in bocca come un colpo. «Cazzo.» Un gemito, più che una parola. Il flash del telefono illuminò la scena: lei, mezzo nuda, gli occhi sbarrati dietro le lenti rotte degli occhiali, le dita di lui che le affondavano dentro, il pollice che le strofinava il clitoride con una lentezza sadica. Lo scatto catturò tutto: la vergogna, il desiderio, la mano di Rosario che le torceva un capezzolo fino a farle uscire un grido.
«Brava puttana.» Il telefono le venne strappato di mano. Rosario lo posò sul bancone, lo schermo ancora acceso sulla foto, poi la spinse giù, facendola piegare in avanti. «Adesso ti scopo come meriti.»
Non ci fu preavviso. Solo il rumore della cintola che si slacciava, dei pantaloni che scendevano, e poi il calore del suo cazzo, grosso e umido, che le premeva contro il sedere. Irene si aggrappò al bordo del bancone, le nocche bianche, mentre lui le allargava le natiche con una mano, l’altra che le teneva giù la testa. «Chiamalo,» le ordinò, la punta che le sfiorava l’entrata, già bagnata di precum. «Chiamalo mentre ti rompo il culo.»
«No, ti prego—»
Il primo affondo le strappò un urlo. Rosario non si fermò. Le affondò dentro fino in fondo, il suo peso che la schiacciava contro il legno freddo, le mani che le artigliavano i fianchi. «Chiamalo,» ringhiò, tirandosi indietro solo per spingere di nuovo, più forte, facendola sobbalzare. «O giuro su Dio che gli mando il selfie.»
Irene singhiozzava, le lacrime che le colavano giù per il naso, mescolandosi alla saliva che le gocciolava dalle labbra. Con dita tremanti, recuperò il telefono. Il numero di Michele era il primo nella lista. Premette chiamata prima che il coraggio le venisse meno.
La voce di Michele risuonò nell’altoparlante, calda, ignara. «Amore?»
Rosario rise, affondando di nuovo, così in profondità che lei sentì lo stomaco contrarsi. «Ciao, tesoro,» gemette Irene, la voce rotta. «Mi… mi manchi.»
«Anche tu, tesoro. Tutto bene?» La preoccupazione nella voce di lui era un coltello nel petto.
«No—» Un altro colpo, più violento. Rosario le coprì la bocca con una mano, soffocando il grido. «Sì,» ansimò lei quando lui le lasciò andare le labbra. «Sono solo… un po’ stanca. Sto finendo le commissioni.»
Rosario le morse il collo, i denti che le segnavano la pelle. «Digli che ti manca il suo cazzo,» le sussurrò all’orecchio, la lingua che le leccava il lobo. «Dillo, o ti scopo in culo senza lubrificante.»
Irene chiuse gli occhi. «Michele…» Un singulto. «Mi manca… mi manca quando mi tocchi.»
Silenzio. Poi, la voce di Michele, più bassa, più intima. «Anch’io, amore. Torna presto a casa.»
Rosario accelerò il ritmo, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con colpi secchi, umidi. «Ti amo,» disse Irene, le parole che le uscivano come vomito. «Ti amo tanto.»
«Anch’io, tesoro. A dopo.» La chiamata terminò. Rosario le strappò il telefono di mano, lo buttò da parte, poi le afferrò i capelli, tirandole indietro la testa con tale forza che lei inarcò la schiena, offrendosi a lui senza più resistenza. «Brava troia,» ansimò lui, le mani che le stringevano i seni, le dita che le pizzicavano i capezzoli fino a farle male. «Ora ti riempio come si deve.»
Non ci fu avviso. Solo un ultimo affondo, così profondo che Irene sentì le ossa del bacino scontrarsi, e poi il calore che le inondava dentro, denso, appiccicoso, che le colava giù lungo le cosce mentre lui continuava a pompare, svuotandosi in lei con gemiti gutturali. «Tutto per te, puttana,» le ansimò all’orecchio, le labbra bagnate contro la sua pelle. «Ora sei mia. Solo mia.»
Quando finalmente si ritirò, lei sentì il suo seme scivolarle fuori, caldo e pesante. Rosario non le diede tempo di riprendere fiato. La fece girare, la spinse contro il bancone, poi le afferrò la nuca, costringendola a inginocchiarsi. Il suo cazzo, ancora semiduro, le sfiorò la guancia, appiccicoso di lei. «Apri,» le ordinò.
Irene obbedì. La punta le entrò in bocca, salata, amara, mescolata al suo stesso sapore. Rosario le tenne la testa ferma mentre si puliva contro la sua lingua, le dita che le stringevano i capelli così forte che le lacrime le tornarono agli occhi. «Brava. Ora fai un altro selfie. Voglio vedere la mia troia imbrattata.»
Le passò il telefono. Irene lo prese con mani tremanti, inquadrando il proprio viso: le labbra gonfie, gli occhi arrossati, il cazzo di Rosario che le sfiorava la guancia, ancora lucido del suo stesso sperma. Flash. Un altro scatto rubato alla sua dignità.
Fu in quel momento che la porta della macelleria si aprì.
«Saru! Sei qui?» Una voce maschile, allegra, ignara. «Ho portato la birra, stron—»
Irene si pietrificò. Rosario non si mosse. Il suo amico—un uomo sulla quarantina, con una pancia prominente e una maglietta sudicia—si fermò sulla soglia, gli occhi che si allargavano mentre la scena gli si parava davanti: Irene in ginocchio, il viso imbrattato, il telefono ancora in mano, il cazzo di Rosario che le pendeva davanti alla bocca.
Silenzio.
Poi, l’amico rise. Una risata grossa, sporca, che riempì la stanza. «Porca puttana, Saru…» Si passò una mano tra i capelli unti. «Non ti fermi mai, eh?»
Rosario ghignò, passandosi il pollice sulle labbra di Irene, sporcandole ulteriormente. «Che cazzo vuoi, Franco? Non vedi che sto lavorando?»



Beh, la mia esperienza mi dice che è così, anche personalmente.
Ciao! è in arrivo la continuazione. è vero che sto andando un po' lungo, ma in questo periodo non ho…
Ciao, sembra che non abbia più voglia di scrivere...è un peccato hai per le mani un bellissimo racconto...beh, non sono…
Dai regista, regalaci anche la terza parte!
Un racconto che avevo letto 15 anni fa e mi lasciò un forte ricordo. Il prototipo di un romanzo che…