La porta chiusa alle spalle
La macchina nera si fermò a pochi metri da lei.
Non abbassò i finestrini.
Il motore restò acceso per qualche secondo, poi si spense.
Anna non si mosse.
Sentiva il cuore batterle tra le costole, ma il suo viso era immobile.
Gli occhi fissi sul riflesso scuro del parabrezza.
La portiera posteriore si aprì da sola, lentamente.
Non ci fu alcuna voce, nessun invito.
Solo un gesto silenzioso.
Uno spazio aperto.
Salì.
Dentro l’abitacolo c’era odore di pelle e silenzio.
Il sedile era tiepido.
Nessuno parlò.
Il conducente era un uomo sulla cinquantina, capelli rasati, completo scuro. Occhiali da sole. Nessuna espressione. Nessuno sguardo.
Sembrava parte della macchina.
Uno strumento.
Il cancello si chiuse dietro di loro.
La ghiaia scricchiolava sotto le ruote mentre la macchina avanzava lungo un vialetto stretto, circondato da cipressi alti e dritti come sentinelle.
Nessuna luce.
Solo il cielo che sfumava lentamente verso il blu.
Il tramonto colava sulle colline come miele denso, ma dentro la macchina era già notte.
Anna non disse niente.
Guardava fuori, ma non vedeva.
Non voleva capire.
Voleva solo sentire.
E dentro di lei, qualcosa si tendeva, come una corda tirata al massimo.
Non paura.
Non più.
Solo un’attesa elettrica, profonda, che le faceva vibrare la pelle.
Dopo pochi minuti la villa apparve.
Non aveva nulla di spettacolare.
Era antica, pietra scura, facciata semplice.
Ma l’insieme emanava autorità, come una figura che entra in una stanza e impone silenzio senza parlare.
Non era grande. Ma dominava il paesaggio.
Come se il mondo intero si fosse costruito attorno a lei.
La macchina si fermò davanti all’ingresso.
Una porta di legno massiccio, senza maniglia visibile.
Il conducente scese. Le aprì la portiera.
Anna uscì.
L’aria era più fredda.
Il vento portava odore di terra bagnata e fumo lontano.
Un suono basso, profondo, le attraversò la pelle.
Forse era solo il respiro del luogo.
Forse era lei.
L’uomo fece un cenno con la testa.
Poi tornò in macchina e se ne andò.
Senza una parola.
Senza un saluto.
Anna si ritrovò sola, davanti alla porta.
Non sapeva se bussare.
Non c’era campanello.
Non c’era istruzione.
Fece un passo.
La porta si aprì da sola.
Dentro, buio.
Un corridoio lungo, stretto, illuminato solo da candele accese dentro nicchie di pietra.
L’aria sapeva di legno, cera, qualcosa di caldo e denso.
Entrò.
La porta si chiuse alle sue spalle, senza tocco.
Nessun rumore.
Nessun orologio.
Il silenzio aveva un peso.
Camminò piano.
Le scarpe facevano un suono leggerissimo sul pavimento di marmo scuro.
I suoi passi sembravano non finire mai.
Alla fine del corridoio, una scala che scendeva.
E una voce.
Non una voce vera.
Una registrazione?
Un impianto audio invisibile?
No.
Era troppo reale.
Troppo vicina.
La voce di un uomo.
Profonda, calda, lenta.
Disse solo:
Benvenuta, Anna.
D’ora in poi, non devi fare domande.
Non devi parlare, se non ti è chiesto.
Non devi scegliere.
Devi solo restare.
E obbedire.
Hai ancora tempo per andartene.
Se non torni indietro adesso, sei nostra.
Silenzio.
Anna restò immobile.
Il corpo teso, le mani ferme lungo i fianchi.
La bocca socchiusa.
Poi fece il primo passo verso la scala.
Il secondo.
Il terzo.
Scese.
Al primo gradino, sentì il respiro.
Non il suo.
Quello di qualcuno che la guardava, da qualche parte.
All’ultimo gradino, una porta si aprì.
Lentamente.
Come un occhio che si socchiude nel buio.
E lei entrò.



Complimenti per il racconto. Se ti va ti lascio mia mail. erodream78@gmail.com
Mi sono imbattuto in questo lungo ma bellissimo racconto di molti anno fa e, complice anche il nome, mi sono…
Sublime
crescendo di aspettative in poche battute...Non vedo l'ora di leggere il resto...
Mi piace molto il racconto, mi piacerebbe che si inserisse una studentessa, la peggiore della classe, e che prendesse il…