Skip to main content
orgeTradimento

Sette Giorni cap 5

By 31 Dicembre 2025No Comments

Le stanze, gli sguardi

La stanza non fece alcun rumore quando Anna entrò.
Non uno scatto, non un’eco.
Solo la sensazione netta di essere stata assorbita.

La porta si chiuse alle sue spalle con un suono breve, definitivo.
Non sembrò una chiusura.
Sembrò una sistemazione.

Anna rimase ferma, in piedi.
Il corpo ancora vestito, ma già fuori contesto.
Le braccia lungo i fianchi, le mani rilassate, come se avessero imparato da sole a non stringersi.

La stanza era grande, essenziale in modo ostinato.
Il letto basso al centro non suggeriva riposo, ma esposizione.
Lenzuola bianche, tese, senza una piega.
Non erano fatte per accogliere, ma per mostrare.

Alla parete, una scrivania scura.
Una sedia.
E sopra, perfettamente allineata, una cartellina nera.

Nulla parlava di comfort.
Tutto parlava di funzione.

Anna fece qualche passo.
Il pavimento era tiepido sotto i piedi.
Un dettaglio studiato.
Qualcuno aveva pensato anche a quello.

Aprì la cartellina.

Il titolo le colpì lo stomaco più del contenuto.

Contratto di Obbedienza Temporanea

Il testo era breve, asciutto.
Nessuna enfasi.
Nessuna promessa.

Rinuncia volontaria al controllo del corpo.
Assenza di contatti con l’esterno.
Stimoli fisici e psicologici come parte di un processo.
Consenso implicito.
Una parola di uscita.
Un compenso finale.

Settantamila euro.

Lesse tutto due volte.
Alla terza, non stava più leggendo: stava misurando.

Settantamila.
La cifra esatta.
Quella che avrebbe chiuso il debito.
Quella che avrebbe rimesso tutto in ordine.

È solo per questo, pensò.
Solo per i soldi.

Chiuse la cartellina senza firmare.

Si voltò verso una porta laterale che prima non aveva notato.
La aprì.

Oltre, il corridoio cambiava.
L’aria era più fredda, più secca.
Odorava di vetro, metallo, presenza umana trattenuta.

Fece pochi passi.
Poi si fermò.

Davanti a lei, una parete di vetro scuro.
Unidirezionale.

Oltre il vetro, una sala ampia.
E gli uomini.

Non sagome indistinte.
Corpi veri.
Posture precise.

Uno era seduto a un tavolo lungo, le maniche della camicia arrotolate, le mani grandi appoggiate sul legno.
Un altro stava in piedi, vicino alla parete, le gambe leggermente divaricate, lo sguardo basso.
Un terzo camminava lentamente avanti e indietro, parlando a voce bassa con un uomo più giovane.

Poi Anna li riconobbe.

Il primo era l’uomo del bar della piazza, quello che leggeva sempre il giornale.
Un altro era il padre di una compagna di classe di suo figlio.
Più in fondo, il notaio.
Lo stesso che le aveva stretto la mano il giorno del mutuo, con educazione impeccabile.

Il respiro le si fermò.

Non perché fossero lì.
Ma perché non sembravano fuori posto.

Non c’era tensione nei loro gesti.
Nessuna eccitazione visibile.
Nessuna fretta.

Erano nel posto giusto.

Uno di loro alzò lo sguardo.
Non verso il vetro.
Verso di lei.

Come se il vetro non esistesse.

Non sorrise.
Non fece cenni.

La guardò con l’attenzione impersonale con cui si guarda qualcosa che si è già deciso di usare, ma non subito.

Anna sentì il calore salirle al viso.
Non vergogna.
Riconoscimento sociale.

Quelle persone l’avevano vista per anni come moglie, madre, donna a posto.
Ora la vedevano così:
ferma, muta, dall’altra parte.

Disponibile.

La sensazione che le attraversò il corpo non aveva nulla di erotico.
Era più bassa.
Più sporca.

Una degradazione lenta, totale.
Non del corpo.
Del ruolo.

Fece un passo indietro.
La porta si richiuse senza rumore.

Tornò nella stanza.

Il cuore le batteva più forte adesso.
Non per paura.
Per la consapevolezza che qualcosa era già successo, e non si poteva annullare.

Aprì l’armadio.

Dentro, una tunica chiara, semplice.
E una scatola sigillata.

Aprì la scatola.

Un collare sottile, in pelle chiara.
Nessun simbolo.
Nessuna scritta.

Accanto, un foglio.

Non oggi.

Si sedette sul letto.
Il materasso cedette appena sotto il suo peso, come se la stesse aspettando.

Prese la penna.
Firmò.

Il gesto fu calmo.
Razionale.

Settantamila euro, si disse mentre scriveva.
Ogni tratto una cifra.
Ogni cifra una via d’uscita.

Si spogliò senza lentezza, senza rituale.
Con l’efficienza di chi si prepara a una visita medica.

Quando rimase nuda, si guardò allo specchio.
Non si vide bella.
Non si vide umiliata.

Si vide utile.

Un corpo che serviva a qualcosa.
Che avrebbe sistemato tutto.

Indossò la tunica.
Il tessuto le scivolò addosso senza carezza.

Si sdraiò sul letto.
Braccia lungo i fianchi.
Occhi chiusi.

E si ripeté, come un pensiero necessario:

Lo faccio per i soldi.
Solo per i soldi.
Non significa niente.

Ma sotto quella convinzione, più in basso della volontà,
il corpo sapeva già.

Sapeva che aveva firmato molto prima della penna.
Nel momento in cui si era lasciata guardare.
Nel momento in cui aveva accettato di essere riconosciuta come cosa.

E la parte più disturbante non era che lo avessero fatto loro.

Era che lei
— anche adesso —
continuava a dire a sé stessa che non contava.

Che era solo una transazione.

E che, quando tutto fosse finito,
sarebbe tornata esattamente la donna di prima.

Una bugia necessaria.
L’ultima che si stava permettendo.

IrisFedigrafa

Leave a Reply