Idra si distrae un attimo, e un bussare violento interrompe il silenzio: toc toc toc.
Si alza, va ad aprire.
Entra una ragazza, olivastra, carnosa. I seni rifatti sembrano due meloni tondi, perfetti. Si siede scosciata sul divano.
“Come è andata l’operazione?” chiede Idra, curiosa.
La conosco già. È Elena, dominicana, lavora in una lap-dance qui vicino. Non la vedevo da un po’; è stata nel suo paese a rifarsi il seno.
Accetta un bicchiere di vino rosso che Idra le porge. Lo beve con voluttà, si lecca le labbra lentamente. “Ottimo mami, ancora da quella cantina vero?”
“Certo” Idra conferma mostrandole la bottiglia della cantina di O. “Sta lontanuccia ma ne vale la pena.”
“Davvero,” prosegue Elena mettendosi una sigaretta spenta in bocca “chi direbbe mai che qui tra noi derelitte si mangia e si beve come le regine, eh?” Si sbottona la camicetta, il tessuto chiaro salta via, e i suoi seni esplodono alla luce del soggiorno: grossi, tondi, pieni. Due cicatrici che sembrano sorrisi insanguinati si aprono sotto il petto. Mi restano impressi, gelati nello stomaco.
“Allora, che ve ne pare?” chiede, maliziosa, rivolta a noi due.
“Sono… bellissimi” balbetto, e subito sento il rossore salirmi alle guance.
“Super sexy.” È la sentenza di Idra.
Elena inclina la testa, occhi verdi che scintillano, un sorriso al miele.
“Sarebbero piaciuti al tuo Dasho?”
Tentenno, mormoro:
“Mmm… non so… non c’erano ragazze rifatte nella sua scuderia.”
“Scuderia?” Idra è sorpresa.
“Sì” dico, con un filo di voce. “Lo chiamava così… il nostro gruppo… diceva che eravamo le sue cavalle.”
Idra scoppia a ridere, una risata calda che mi scende al cuore. Elena si accende la sigaretta, il fumo le avvolge il volto struccato, non giovane, ma attraente.
“Stavate parlando di Dasho” dice Elena seria, l’ha capito dal mio sguardo, e poi inclina il capo, interrogativa” devo andare? In fondo è una seduta di psicoterapia. Non voglio disturbare la dottoressa Idra.”
Idra le dà una gomitata, ride di gusto: “sarà Angela, e solo lei, a decidere.”
Lo stomaco mi frizza. Davvero? Io decidere?
Da una vita non sento mai di avere potere su me stessa, e ora… ora sono al pari degli altri. Il senso di libertà mi avvolge, caldo, pieno. Sorrido, felice. Idra è benefica.
Acconsento a riprendere il racconto, e sento Elena incollarmi addosso quei suoi occhi verdi, pieni di gioia, un verde foglia che sa di vita, mi attraversano e mi danno forza.
“Bene” dice Elena, raggiungendo la bottiglia di rosso della cantina di O. Se ne versa ancora.
Lo beve tutto, se lo fa colare sul collo. Io osservo il colore che cola sulle sue labbra e la mano che sorregge il bicchiere. Idra è seduta accanto, immobile, calma, come se sapesse già tutto.
Mi piace. Sento un brivido lungo la schiena. Tutto questo mi piace. Qui, tutto è di tutti, e nessuno ti giudica. Nessuno ti ordina.
***
Quella sera il marciapiede mi pareva ostile. Tutti i lampioni erano fulminati, e nel buio poteva nascondersi qualsiasi cosa: un mostro, qualcuno pronto a ucciderci tutte. Ma il terrore più grande non veniva dal buio; veniva dalla luce dorata della finestra del cellulare, il display che brillava come un avvertimento.
Un messaggio apparve sotto il nome di Francesco. Il cuore mi batté forte, la mano tremò. Lessi: “Ti è andata bene battona, questa settimana capitano entrambi i compleanni di Loredana e di mio figlio… così non posso darti tutte le attenzioni che meriti. Ma ci vedremo presto.”
Chiudeva il messaggio un’emoji disgustoso, un bacio deformato che sembrava sputato. Provai nausea. Lo stomaco si serrò al pensiero di quel viscido e sentii un brivido percorrermi la schiena.
Valjet lo notò subito. Si avvicinò, occhi preoccupati:
“Che c’è?”
Liveta fece lo stesso, passo leggero, voce appena più ferma:
“Dillo a me, Angela… non devi tenertelo dentro.”
Nadia restò un po’ in disparte ad ascoltare. Silenziosa, ma presente.
Sentii il peso delle loro attenzioni, e insieme la vergogna. Respirai piano, cercai di calmarmi, ma era difficile. Il veleno di quelle parole era ancora lì, inciso nella mia testa. Non potevo ignorarlo. Francesco avrebbe combinato qualcosa di terribile e lo sapevo. Liveta mi guardò: “Avanti, siccome mi hai aiutata, io voglio aiutarti.”
Io tentennai. La voce non mi veniva. Prima volevo capire, volevo spiegazioni. Le chiesi:
“Liveta… tu… mi devi spiegare le parole di stasera… tutto quello che Dasho ha detto… ha fatto… era assurdo… senza senso…”
Lei esitò, abbassando lo sguardo, come se pesasse ogni parola. Allora le toccai una guancia, piano, e le dissi:
“Parlamene, siamo amiche.”
Si rialzò. Si era chinata su di me, e ora mi guardava dritta negli occhi.
“È davvero questo che siamo, Angela? Amiche?”
“Certo” risposi, cercando di rassicurarla..
Un piccolo sorriso le sfuggì, ma negli occhi rimaneva l’incertezza. Poi mi promise:
“Prima che sia troppo tardi… ti parlerò… ti spiegherò tutto… ma non ora. Non me la sento.”
Valjet ci guardava in silenzio, la sua espressione era piena di compassione. I capelli viola le cadevano morbidi sulle spalle, il suo sedere grande e burroso sembrava quasi impossibile non notarlo. Lo invidiai un po’.
Valjet e Liveta mi fissavano, attente. Sentivo il peso di quel momento, il silenzio che si faceva denso tra di noi.
“Ragazze…” cominciai, la voce più bassa di quanto avrei voluto, “Francesco… è un amico di mio marito e ha scoperto tutto.”
Le loro espressioni si fecero più serie. Io inspirai, trattenni un brivido.
“Ha una registrazione…” continuai “di me mentre lavoravo. Mi ricatta.”
Liveta spalancò gli occhi. Valjet si morse il labbro inferiore, silenziosa.
“Mi ha fatta ubriacare… “spiegai, le mani tremanti. “Mi ha costretta a lavorare… a fare passaggi davanti a lui… come se fosse un gioco, ma lui voleva… controllarmi. E poi ha portato Andrea, un amico di mio marito, al posto dove noi battevamo… solo per mettermi in difficoltà.”
Presi una pausa, sentendo il nodo alla gola. “E ora è furioso” aggiunsi, con un filo di voce “perché dal giorno in cui ho accompagnato Liveta dal dottore non gli ho più risposto” lo dissi rivolta alla sola Valjet. “Ma non potevo… Liveta era più importante.”
Liveta abbassò lo sguardo. Le labbra si strinsero, e vidi la colpa disegnata sul suo volto, sottile ma netta.
Rimasi a fissarla, sapendo che non c’era bisogno di parole. Tutto il resto era già chiaro tra di noi.
Valjet si alzò, intrecciò le dita sulla schiena poco sopra il suo invitante culone e camminò facendo ondeggiare quelle chiappe burrose sui tacchi neri. Le calze a rete abbracciavano belle cosce sode, e io non potevo distogliere lo sguardo. Il tip era alto sulla schiena, le fossette di Venere disegnavano una curva perfetta. Le invidiai. Io le avevo, ma meno pronunciate.
Chiusi gli occhi, ricordai Dasho. Quella sera, i suoi pollici impressi in quelle fossette mentre mi teneva per i fianchi. Mi sentii fremere tra le cosce.
Valjet si voltò e disse: “Brutto affare. Se l’avessi saputo prima, non avrei detto niente a Dasho.”
Io commentai: “In fondo, lui potrebbe arginare Francesco per difendere i suoi affari, no?”
“Sì… ma è imprevedibile e spietato — rispose Valjet — e se la potrebbe prendere anche con te.”
“Angela…” disse fermandosi a un centimetro dal mioo volto. “Liveta ti racconterà la sua storia quando vorrà, ma per ora io ti dico che quello non è uno a cui ti puoi affidare. Quello è uno che ha buttato sua sorella da una macchina in corsa quando ha rifiutato di lavorare per lui. Chiaro?”
Tremavo, odiando me stessa per l’attrazione che sentivo per un uomo di quella fatta.
“Che faremo con Francesco?” chiesi con un filo di fiato.
Valjet mi sorrise. “Lo anticiperemo. E forse… chissà… ci divertiremo anche. Ma senza coinvolgere Dasho. Potremmo aver bisogno di qualcun altro.”
“Domani è giorno di paga” suggerì Nadia che aveva taciuto fino ad allora.
“Giusto” commentò Valjet. “Domani Dasho ci paga, è la giornata migliore per chiedergli qualsiasi cosa. È felicissimo quando conta i soldi, ci dà due lire e si tiene il grosso. Se ti paga, e penso che lo farà, metti a parte quei soldi. Non penso che tu ne abbia bisogno per altro.”
“Va bene” annuii.
Poi mi guardò più intensamente. “Perché sei tornata qui?”
Non risposi.
Capì. Sussurrò: “Per lui.”
“Per i suoi occhi” mormorai, e aggiunsi: “Lo so che voi mi considerate pazza…”
Valjet guardò Liveta con la coda di un occhio. “Non ti consideriamo pazza — disse piano — e anzi, una di noi di sicuro ti comprende molto bene.”
Io sentii il cuore battere forte. Sospesi il respiro. In quel momento, tutto era intensamente vivo, pericoloso ma anche irresistibile.
Un’auto nera come un mamba della giungla sbucò all’improvviso sul vialetto. Sobbalzai, riconoscendo Andrea. La sua macchina di serpente mi avrebbe morsa lo sentivo…
Valjet mi spinse dietro il tronco nero di un albero, il cuore che batteva forte.
Andrea si sporse dal finestrino, solo lui. “Cerco Michela” disse, la voce tesa, senza esitazioni.
“Non c’è” risposero Valjet e Nadia, ferme, con sicurezza.
“Sono sicuro… l’altra volta col mio amico l’ho incontrata qui.”
“Il capo l’ha mandata a lavorare altrove” disse Nadia “una di noi due se vuoi.”
“Voglio lei.”
“Una di noi o nessuna” disse Liveta definitiva.
Mi sentivo un calore attorno vedendo le mie amiche darsi da fare così per salvarmi…
Andrea insistette, guardando dietro di loro, cercando tra gli alberi ma vide solo i capelli biondi della parrucca che indossavo. Mi sentii agghiacciare. Ma non capì, la mia identità era nascosta, e il suo sguardo scivolò deluso verso Nadia, che si accomodò silenziosa sul sedile. Andrea annuì e la caricò.
Valjet tornò da me, rapida come una pantera. “Mentre Nadia tiene a bada quello scemo,” sussurrò, “Liveta controllerà che Dasho non arrivi. E se arriva, gli dirà che siamo impegnate con clienti. In realtà… faremo un giro.”
Mi guardò intensamente. “Hai soldi per un taxi?”
Scossi la testa. “Ogni giorno Dasho mi ha svuotato la borsa, ho paura di usare la carta di credito: se mai mio marito controllasse la lista dei movimenti e vedesse un taxi preso a quest’ora in questa zona…” era meglio non rischiare.
Valjet sospirò, senza perdere un colpo. “Ok, allora chiamo un amico. Ma sta’ pronta a pagare in natura.”
Rimasi lì, sospesa, sentendo il pericolo come un liquido nero che mi scivolava nelle vene. Ma c’era eccitazione in quella tensione, l’adrenalina che faceva fremere ogni fibra di me.
Con voce squillante, Valjet fece la telefonata. Non passò molto che arrivò un taxi bianco, motore ruggente e un uomo robusto al volante, le spalle larghe sembravano fatte per reggere una donna mentre te la scopi.
Valjet si mise a chiacchierare con lui come se fossero amici da una vita, toccandogli spesso il collo, dandogli buffetti, chiamandolo Georgi con un sorriso provocante. Io li guardavo, e non potei fare a meno di pensare che Georgi aveva la stessa corporatura di Dasho. Non sarebbe stato difficile, mi dissi, se mai…
“Come paghiamo?” chiese Georgi mentre andava.
“Come al solito,” rispose Valjet, senza staccare gli occhi dallo specchietto retrovisore.
Georgi sbuffò e guardò nello specchietto a sua volta: “Dasho è tirchio, eh? Non vi lascia che due lire.”
“No, non è tirchio,” replicò Valjet, calma, “ma noi dobbiamo risparmiare.”
Georgi mi scrutò dallo specchietto, gli occhi scuri come pozzi. “Lei… lei non è come le altre. Non pare una che deve risparmiare.”
“Perché?” chiesi, inclinando la testa.
“Sei in grande forma fisica,” rispose, serio, “nonostante la sua età, rivela che sei una che sta bene.”
Feci finta di offendermi. “La mia età? Ma non ho nemmeno passato i trent’anni…”
Georgi scoppiò a ridere, un suono profondo e maschile che mi fece sussultare di voglia.: “una vera puttana alla tua età può dimostrarne il doppio. Fidati, te lo dice un esperto. Ma dove devo portarvi?”
“Alla piazza di Don Mimì,” disse Valjet, con quell’aria di comando scherzoso che usava sempre.
Georgi trasalì, gli occhi che brillavano stupiti. “Che… che state combinando?”
Valjet lo fissò, seria ma con un lampo negli occhi. “Fidati di me.”
“Allora ok,” disse lui, mani sul volante, “ma prima fidatevi voi di me. Abbiamo tempo abbastanza?”
“Sissignore” assicurò Valjet.
E con un’accelerata decisa ci portò lontano dal rumore della città, dove tutto poteva succedere e nessuno ci avrebbe visto.
Georgi ci portò casa sua. La porta sconnessa scricchiolava sotto le mani, e l’odore che saliva da dentro sapeva di trasandato, di alco, donne e tabacco. In cortile un cane spelacchiato giaceva accasciato davanti a una cuccia mal verniciata, ma io non riuscivo a pensare ad altro che a entrare.
Salimmo le scale, poche rampe, ripide e strette, e sentii il legno sotto i piedi che gemeva.
“Non dargli il preservativo, lo detesta.” mi sussurrò Valjet.
Georgi aprì la porta, ci offrì da bere. Accettammo, un bicchiere di whiskey che bruciava appena la gola e ci scaldò dall’interno. Questa era casa sua, e tutto intorno parlava di lui, del suo mondo grezzo e pieno di forza. Mentre ci sistemavamo Georgi schiaffeggiò leggermente il culone di Valjet, un gesto audace, quasi giocoso.
“Questo me lo dai stanotte?”
Lei lo trattenne, lo sguardo fisso su di me, e le sue parole mi colpirono: Lo farai per me, vero? Io ti aiuto, tu verrai in soccorso a me.”
Annuii, senza esitare. Georgi si finse deluso ma approvò: “ok, tutte e due, in cambio vi abbuono la corsa di partenza, vi aspetto senza timer acceso e vi riporto al vostro posto quando volete.”
Ribadii il mio assenso co un segno del capo. Sapevo che la parola data lì valeva più di ogni altra promessa. Valjet sopportava quasi tutto, mi spiegò, ma non quello: lo odiava, e lo sentivo nel tremito della sua mascella e nello sguardo da cagna bastonata. Si sentiva trattata come un animale quando doveva prenderlo dietro. La capivo.
Tra il profumo del whiskey e la tensione che le scivolava addosso, rimasi sospesa tra il piacere di proteggere Valjet, il desiderio di essere protetta da lei e la voglia di essere testimone di quella forza feroce, così vicina eppure così lontana.
Georgi si sbottonò i pantaloni e tirò Valjet sul suo cazzo, lei lo prese tra le labbra fino a ritrovarsi con la fronte contro il suo ventre. Mi piaceva quell’uomo, sentivo che era buono anche se non era ancora nella mia bocca.
Valjet lo sentiva?
“Hai due occhiaie da morta.” Prese a dirle mentre lo succhiava. Era vero accidenti! E risaltavano ancora di più per via dei capelli violacei. Le alzò il top, fece saltare fuori le sue tette dal reggiseno casto e bianco. “Guarda capezzoli, microscopici… non hai un cazzo di niente di buono a parte quel culo! Muovi quella lingua stupida culona! Non vorrai farmi aspettare il rigor mortis per scoparmi una morta!”
Rigor mortis? Me lo ripetei nella mente due, tre volte ma sembrava che per loro fosse il massimo del piacere. Georgi faceva contunui commenti perfidi sul fisico di Valjet che per tutta risposta lo succhiava sempre più presa.
Georgi la tirò su come immaginavo nel taxi, reggendola con le sue spalle forti. Valjet gli si aggrappò, fece scivolare via minigonna e autoreggenti, lui glielo ripeteva di continuo, voleva sentirsi le sue cosce attorno ai fianchi, il calore di quelle gambe. I collant gli davano il voltastomanco, per sentire il contatto della plastica uno si può scopare una bambola no? Gonfibaile magari. Ma lei era meglio, lei non c’era bisogno di gonfiarla… aveva un culone già così gonfio.
“Amo il tuo culone! Ti amo!” le disse mentre la sollevava e la baciava, lei rideva, denti bianchi, dritti, belli.
Aveva una fica depilata pure lei ovviamente, come tutte noi, e come la mia bagnata e insaziabile.
Georgi le infilò il cazzo nella fica ma era lei a scoparlo con le contrazioni della vagina. Lo vidi gemere col cazzo pressato, massaggiato… durò cinque minuti.
“Sei unica, unica!” le disse mordendole un orecchio.
La depose su una poltrona rossa e ci offrì altro whiskey.
Il mondo è bello perché è vario, le persone cercano tutte un equilibrio e una fortuna che forse non troveranno. Lo pensai tra me.
C’era davvero di tutto intorno a me negli ultimi tempi: Georgi con la sua sicurezza robusta, Valjet che si muoveva con eleganza calcolata, i loro gesti. Alcune persone avevano modi strani, altre ossessioni, altre sembrano vivere per un solo momento, come me.
“Anche io ti amo” disse Valjet ridendo al terzo bicchiere “ti avessi incontrato prima.”
“Mi avessi incontrato prima,” le rispose Georgi strofinandole il naso contro il suo “non saresti questo bel troione!”
Li osservavo senza giudicare, sentii un senso di straniamento. Valjet si gettò a riposare scomposta sulla poltrona, l’odore dei suoi umori mi raggiungeva mescolato a quello del whiskey.
Georgi venne da me. Mani esperte, occhi calmi e determinati. Valjet socchiuse gli occhi per riposare.
“Fammi vedere la fica forza.”
Mi tolsi la gonna e aprii le gambe poggiandole sui braccioli della poltrona.
Georgi la strofinò a lungo, insistette sullo spacco, godeva a sentirmi bagnare. Poi mi girò. Sentii l’aria che entrava dalla finestra sul culo. Mi tirò uno schiaffo terribile sulla natica destra.
Mi ritrovai a gemere ipnotizzata dai suoi colpi sempre più pesanti.
Pensai a Dasho e alle sue mani larghe, le spalle forti…
Valjet seguiva con gli occhi i suoi movimenti. Gelosa? Forse in parte. Ma anche attratta dalla mia capacità di stare immobile mentre il mio culo veniva offeso oltre la superficie. Invidiava la mia forza.
Percepii il cazzo di Georgi crescere come la quantità dei miei segreti, poggiarsi sul fiore del mio buco. No, non fu difficile, Dasho l’aveva già aperto quella sera e a ricordarlo la fica prese a bruciarmi come l’inferno.
Mentre Georgi pompava ansimavo, inarcai la schiena, in attesa del fiotto caldo del suo sperma per venire anche io. Ma un secondo prima che arrivasse un orgasmo squassante, a occhi chiusi pensando a quell’azzurro… mi sentii voltare.
Aprii gli occhi e incontrai quelli neri di Georgi.
L’immagine di Dasho mi sfuggì, come un riflesso sull’acqua quando muovi la mano troppo in fretta.
Tentai di trattenerla.
Di finire quell’opera prima che si dissolvesse del tutto.
Chiusi un attimo gli occhi.
La richiamai.
Sentii la voce di Georgi, ruvida, arrivarmi addosso come uno schiaffo.
“Ora hai fretta, puttana?”
La mente mi tradì.
Scivolò via da lui, tornò là dove non avrebbe dovuto.
“Cosa?” dissi.
La risposta arrivò dall’esterno.
“dico… hai fretta di godere… porca?”
“Sì…” ammisi.
Non a lui. A me stessa.
Dentro, un’altra voce parlò. Più calma. Più sicura.
-Vieni per me puttana… era il pensiero di Dasho.
-Quando ti rivedrò?
-Presto.Sarò presto. Intanto giocaci con l’immaginazione.
Sorrisi appena, con le palpebre ancora chiuse.
-L’immaginazione ci sta già giocando…
-Sei una puttana.
-Solo per te.
Desideravo cavalcare l’onda azzurra. Ma lì c’era l’onda nera. Venne prima Georgi e io un attimo dopo.
Ci rivestimmo con gesti misurati, trattenendo ancora il calore e la tensione del momento. Georgi ci accompagnò su una piazza più allegra della nostra precedente postazione. C’erano club dai neon sfocati, lampioni su cui si appoggiavano donne davvero belle, indifferenti al mondo intorno a loro.
Valjet prese posto con calma assoluta, come se conoscesse ogni anfratto del luogo, ogni rischio. Io mi sedetti accanto a lei, su un muretto soto un lampione, sentendo il cuore battere forte, il respiro breve. All’inizio nessuno sembrava notarci: eravamo due stelle tra troppe altre stelle.
Dopo alcuni passaggi, un fuoristrada si fermò davanti a noi, alle quattro del mattino. Il motore ruggì basso, il finestrino si abbassò cauto. Dal lato passeggero si sporse un ragazzo rasato, con una grossa collana d’oro che scintillava alla luce dei lampioni e un accento meridionale marcato. Guardò Valjet e le disse di salire.
Io rimasi ferma.
“Anche tu” aggiunse secco fissandomi.
Seguii Valjet. Lei si accostò al mio orecchio: “non parlare troppo, questi non pagano.”
Le rivolsi un’occhiata interrogativa.
“Sono uomini di Mimì” spiegò.
Trasalii: “sei sicura di quel che fai, Val?”
“Certo, e non temere… ti sembreranno rudi, ma in confronto a Dasho don Mimì è un galantuomo.”



Bello stile di scrittura, qualcosa di diverso e immersivo 👍
Questo racconto l'avevo già letto! Sono contento che venga ripreso e spero continui e termini!
bellissimo, fai continuare la storia con il signor Teodoro. Super
Bellissimo, rendere la mogliettina una troia ha degli aspetti veramente eccitanti! Ci sarà un bidello in questa scuola?
Bellissimo, continua, non lasciarci in sospeso!!!