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Capitolo I – Il gioco

Non era nato come un azzardo.
Era nato come un linguaggio.
Luca e Irene avevano costruito la loro intesa come si costruisce una cosa preziosa: senza far rumore. Non c’era stata una conversazione iniziale, nessuna regola scritta, nessun patto pronunciato con solennità. C’era stata una sera, una soltanto, in cui Irene aveva detto: «Mi piace quando mi guardano». E Luca, invece di irrigidirsi, aveva sentito una scossa diversa, più profonda della gelosia: una curiosità febbrile, lucida.
Da quella sera il lago divenne il loro teatro.
A Como, certi locali sembrano fatti apposta per la sospensione: luci basse, vetri che riflettono più di quanto mostrino, voci che si confondono con il rumore dell’acqua fuori.
Irene entrava per prima. Sempre.
Le piaceva l’attimo dell’ingresso: quel breve cambio di pressione nell’aria, la sensazione sottile di essere notata prima ancora di essere scelta.
Si sedeva con naturalezza, come se il suo corpo sapesse esattamente dove stare.
Luca arrivava dopo, mai troppo tardi. Si sedeva al bancone o in un punto da cui poteva vedere senza essere visto.
Non per controllare Irene — almeno non nel senso sporco della parola — ma per sentirla. Per misurare quella corrente invisibile che si accendeva quando qualcuno la guardava più a lungo del dovuto
.Irene lasciava avvicinare un uomo. Parlava. Ascoltava. Restava sulla soglia dell’ambiguità con una precisione quasi elegante. Era questo a renderla irresistibile: non si offriva, non scappava. Restava.
Il desiderio degli altri cresceva dove lei non metteva mai un punto definitivo.
Poi, quando l’uomo credeva di averla conquistata e stava per portarla via — un taxi, una passeggiata “solo per prendere aria”, un invito sussurrato — Luca entrava in scena.
Ogni volta con uno stratagemma diverso: un pretesto plausibile, un gesto semplice, una frase detta nel momento perfetto. Non aggressivo, non possessivo. Solo… inevitabile.
Irene lo seguiva fuori.
Sempre.
E la vera notte iniziava quando chiudevano la porta di casa. Non c’era bisogno di parole. Irene portava addosso gli sguardi che aveva raccolto, come elettricità sulla pelle.
Luca la desiderava non “nonostante” il gioco, ma proprio per quello: perché tornava, perché lo sceglieva, perché l’eccitazione non era un tradimento ma un carburante che faceva esplodere il loro letto in un modo che nessuna abitudine avrebbe saputo.
Il gioco non serviva a tradire.
Serviva a ritrovarsi.Per molto tempo, questo bastò.

Capitolo II – Le variazioni

All’inizio non fu un cambiamento.
Fu una sfumatura.
Irene se ne accorse prima di Luca, ma non seppe darle subito un nome. Era come quando un vestito, improvvisamente, cade meglio addosso: non perché sia diverso, ma perché il corpo che lo abita ha cambiato postura.
Continuava a entrare nei locali con la stessa calma di sempre. Il passo misurato, le spalle rilassate. Ma qualcosa, dentro, aveva smesso di cercare l’uscita fin dal primo istante. Prima, una parte di lei restava sempre orientata verso il momento del ritorno. Ora no.
Ora stava nel mezzo.
Una sera, seduta a un tavolino vicino alla vetrata, sentì lo sguardo di un uomo fermarsi su di lei più a lungo del dovuto. Non distolse gli occhi. Non sorrise subito. Lasciò che quello sguardo la attraversasse, come una corrente tiepida.
Si accorse che le piaceva non sapere se Luca stesse guardando in quel momento.
Quando l’uomo si avvicinò, Irene non fece nulla per incoraggiarlo. Ma non fece nulla neppure per fermarlo. Ascoltava. Inclinava leggermente il capo quando parlava. Ogni tanto portava il bicchiere alle labbra senza bere, solo per sentire il bordo freddo contro la bocca.
Il corpo rispondeva in modo sottile. Un respiro più profondo. Le gambe che si accavallavano e si riaprivano con naturalezza, come se non fossero un messaggio, ma una conseguenza.
Luca entrò qualche minuto dopo.
La vide subito. Vide anche l’uomo. Vide soprattutto l’assenza di quel segnale che di solito precedeva il gioco: lo sguardo rapido, la ricerca silenziosa. Irene non lo stava aspettando.
Si sedette al bancone, ordinò da bere, la osservò riflessa nel vetro del bicchiere.
Irene rideva poco quella sera. Annuiva. Si piegava leggermente in avanti quando l’uomo parlava. Il corpo non era esposto, ma coinvolto.
Luca sentì un impulso familiare: entrare in scena.
E, per la prima volta, lo trattenne.
Non per strategia. Per curiosità.
Quando infine si avvicinò, la scena si chiuse come sempre. Irene lo accolse, si alzò, lo seguì fuori. Ma nel tragitto verso casa, qualcosa rimase sospeso. Non parlarono subito. Irene guardava la strada. Luca sentiva addosso una domanda che non osava formulare: e se avessi aspettato ancora?
Quella notte fecero l’amore con una lentezza diversa. Irene teneva gli occhi chiusi più a lungo. Luca sentiva che il desiderio non nasceva dal ritorno, ma da ciò che non era accaduto.Il gioco funzionava ancora.
Ma stava chiedendo di essere ascoltato, non solo ripetuto.

Capitolo III – L’attimo prima

Quella sera Irene sentì subito che sarebbe stata diversa.
Non per il luogo — uno di quelli che conoscevano bene — ma per il modo in cui il tempo sembrava allungarsi appena varcata la soglia. L’aria era più calda, le luci più basse. Si sedette con naturalezza, come se il corpo avesse già deciso per lei.
Luca arrivò dopo. Lo fece apposta, ma senza dirlo. Voleva osservare cosa sarebbe successo prima di entrare nella scena. La vide parlare con un uomo che non cercava di impressionarla. Stava semplicemente lì, presente. Irene appoggiava l’avambraccio sul tavolo, le dita rilassate, il polso scoperto. Ogni tanto, mentre ascoltava, sfiorava il bordo del bicchiere con il pollice, un gesto minimo, ripetuto, che Luca conosceva bene: era il segnale che il corpo stava prendendo il comando.
Irene non stava giocando. Stava valutando.
Quando l’uomo le propose di spostarsi — non lontano, solo “un posto più tranquillo” — Irene non rispose subito. Guardò Luca da lontano, senza cercarlo davvero. Un incrocio di sguardi che non chiedeva autorizzazione. Chiedeva spazio.
«Arrivo», disse all’uomo.
Poi si alzò.
Fu in quel momento che Luca sentì il battito accelerare. Non intervenne. Non ancora. Si disse che stava osservando, che era ancora dentro il gioco. Ma qualcosa, sotto, sapeva che quel margine era nuovo.
Irene si allontanò di pochi passi, giusto quanto bastava per creare una distanza reale. Luca si avvicinò finalmente. Non con urgenza. Con cautela.
«Stai bene?» chiese, come si chiede a qualcuno che non si vuole interrompere.
Irene lo guardò. Un istante. Sorrise appena. «Sì.»
Una risposta vera. E proprio per questo destabilizzante.
Luca capì che quello era l’attimo prima: il punto esatto in cui avrebbe potuto chiudere il cerchio come sempre. Bastava una frase. Un gesto. Invece esitò. Voleva capire fin dove Irene si sarebbe spinta senza di lui.
Quando Irene si risiedette accanto all’uomo, lo fece con una calma che non era leggerezza, ma decisione trattenuta. Le ginocchia si sfiorarono sotto il tavolo. Irene parlava poco adesso. Ascoltava. Ogni tanto abbassava lo sguardo, come per sentire meglio.
Il tempo passava. Luca lo sentiva addosso come una pressione.
Quando Irene tornò, non sembrava diversa.
Ma lo era.
«Andiamo?» disse lei, con un tono che non prometteva spiegazioni.
Fuori, l’aria della notte li accolse come una pausa necessaria. Camminarono in silenzio per qualche metro. Luca avrebbe voluto chiedere. Irene avrebbe potuto raccontare. Nessuno dei due lo fece.
A casa, si toccarono con una lentezza quasi studiata. Irene prese la mano di Luca e la portò su di sé, ma il gesto non aveva urgenza. Era come se stesse dicendo: sono qui. Non: sono tornata.
E Luca capì che qualcosa stava cambiando.
Non in modo distruttivo.
In modo inevitabile.

Capitolo IV – La sera normale

La sera in cui tutto si incrinò non aveva nulla di speciale.
Niente abiti scelti per essere guardati, niente ingressi separati, nessun accordo implicito. Arrivarono insieme, con la stessa macchina, come una coppia qualsiasi che decide di bere qualcosa dopo cena. Irene guidava. Luca osservava il profilo del suo volto illuminato a tratti dai lampioni, cercando un segnale che non arrivava.
Si sedettero a un tavolino all’aperto. Il lago era calmo, quasi indifferente. Irene ordinò per entrambi senza chiedere. Un gesto semplice, ma Luca lo notò subito: era come se avesse già preso una decisione più grande di quella che stava mostrando.
Parlarono di cose pratiche all’inizio. Poi, senza transizione, una frase di Luca — detta senza cattiveria, forse solo con stanchezza — colpì un punto scoperto.
«A volte mi sembra che tu abbia bisogno di essere guardata da altri per sentirti viva.»
Irene bevve un sorso. Appoggiò il bicchiere. Lo guardò con calma.
«E a volte a me sembra che tu abbia bisogno di controllare per non sentire paura.»
Non alzò la voce. Non c’era rabbia esplicita. C’era qualcosa di più pericoloso: precisione.
Luca provò a correggere, a spiegare, ma Irene non stava più discutendo. Era già altrove, dentro un pensiero che stava prendendo forma. Si alzò.
«Vado a prendere aria.»
Non chiese di seguirla. Non chiese niente.
Luca rimase seduto. Cercò la normalità intorno. Poi la vide: al bancone, non sola. Irene parlava con un uomo. Poco. Quanto bastava. Non stava seducendo: stava lasciando spazio.
Quando Irene tornò al tavolo, prese la borsa con un gesto preciso. Non si sedette.
«Io vado,» disse. «Non ho voglia di discutere.»
Luca si alzò. «Irene, aspetta.»
Lei lo guardò. «Non adesso.»
Fuori, la tensione prese forma.
L’uomo era vicino, pronto a intervenire se Luca avesse insistito troppo. Luca lo fece. Non con violenza, ma con quella disperazione controllata di chi sente che gli stanno togliendo qualcosa che credeva suo — non una donna, ma un posto nella storia.
«È la mia compagna,» disse Luca.
Irene non negò.
Non confermò.
Fece un passo verso l’uomo.
«Ci conosciamo?» chiese, guardando Luca.
La domanda cadde come un colpo secco.
Non era una provocazione da gioco.
Era una cancellazione temporanea.
Un azzeramento.
Luca si fermò. Sentì il pericolo: non quello fisico, quello della dignità. L’uomo aprì la portiera. Irene salì. La portiera si chiuse con un suono definitivo.
La macchina partì.
Luca restò lì, con l’eco del motore che si allontanava lungo il lago e una certezza che gli si incollava addosso: quella sera non stava perdendo un gioco. Stava perdendo il controllo di una storia che credeva di saper raccontare.

Capitolo V – La villa sul lago

Luca non sa perché li segue.
O forse lo sa, ma non vuole dirlo a se stesso.
La strada costeggia il lago come un serpente lento. Le luci si diradano, le case diventano più grandi, più distanti. La macchina davanti a lui non accelera, non tenta di seminare. Irene è seduta accanto all’uomo, lo capisce dal modo in cui la sagoma si inclina leggermente verso il centro dell’abitacolo. Non stanno parlando molto. Non ne hanno bisogno.
Luca ha già provato a chiamarla.
Una volta.
Due.
Poi messaggi brevi, secchi, che non cercano spiegazioni ma presenza.
Nessuna risposta.
La macchina svolta in un vialetto privato. Cancello automatico. Si apre senza esitazioni. Luca rallenta, poi entra anche lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Parcheggia più indietro, tra gli alberi. Scende. L’aria è fredda, ma non abbastanza da spegnergli il corpo.
La villa è illuminata dall’interno. Ampie vetrate. Linee pulite. Una ricchezza silenziosa, non ostentata. Luca si avvicina senza un piano.
Ogni passo è guidato solo da una necessità primitiva: vedere.
Li vede entrare.
Li vede togliersi le giacche.
Irene non ha l’andatura di chi è ospite. Si muove come se quello spazio l’avesse già attraversato mille volte. L’uomo le appoggia una mano sulla schiena, appena sotto la spalla. Un gesto misurato, rispettoso. Terribilmente intimo.
Luca si sposta lungo il perimetro della casa. Trova l’angolo giusto. Una finestra ampia, senza tende. Una camera da letto.
Li vede riflessi nello specchio.
Non sono ancora vicini. Non ancora. Ma l’aria tra loro è densa, carica di una decisione già presa. Luca tira fuori il telefono. Le mani gli tremano appena, ma l’inquadratura è ferma. Scatta una foto.
Non è una vendetta.
Non è una minaccia.
È una affermazione di presenza.
La invia a Irene.
Passano pochi secondi. Forse dieci.Irene guarda il telefono.Poi alza lo sguardo.
Non verso l’uomo.
Verso la finestra.
Verso Luca.
Per un istante che sembra eterno, i loro occhi si incontrano attraverso il vetro. Non c’è sorpresa nel volto di Irene. Non c’è sfida. C’è qualcosa di più profondo: consapevolezza assoluta.
Irene non distoglie subito lo sguardo. Lo tiene. Lo sostiene. Come a dire: ora vedi fino in fondo.
Poi, lentamente, si sfila il vestito.
Non c’è fretta.
Non c’è esibizione.
È un gesto netto, definitivo.
Resta nuda davanti allo specchio. Davanti all’uomo. Davanti a Luca.
Fa un passo.
Poi un altro.
Si avvicina alla tenda senza smettere di guardarlo. Le dita la sfiorano appena. Un ultimo secondo sospeso, carico di tutto quello che non verrà detto.
Poi la chiude.
Il gesto è semplice.
Il significato no.
Luca resta immobile.
Non c’è rabbia.
Non c’è umiliazione.
C’è qualcosa di più destabilizzante: la certezza che il potere, in quel momento, non è più suo.
E mentre torna alla macchina, capisce una cosa sola: non ha perso Irene. Ha perso l’illusione di essere l’unico a decidere quando.

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