scusate l’attesa
la pubblicazione dovrebbe essere più frequente in futuro
Marco ci fissò con uno sguardo teso, il nervosismo ancora evidente nei suoi movimenti rapidi e nel modo in cui si passava una mano tra i capelli. “In piedi, voi due,” ordinò, la voce ferma ma con una nota di urgenza. “È ora. Seguitemi.”
Ci alzammo, tremanti, le tuniche nere che frusciavano leggermente contro la nostra pelle. Io stringevo ancora il vibratore anale e la vagina di plastica nelle mani, il peso di quegli oggetti un promemoria costante della mia umiliazione. Ogni tanto, il mio sguardo cadeva sulla vagina di plastica, e un’ondata di eccitazione mi travolgeva, un calore che si diffondeva dal basso ventre, amplificato dalla gabbietta che mi stringeva. Dovevo reprimere quel desiderio, respirando a fondo, sapendo che cedere avrebbe solo peggiorato la mia situazione. Elena, accanto a me, sembrava determinata, anche se nei suoi occhi vedevo una scintilla di paura. Io, invece, ero ancora in confusione, la mente annebbiata dalla doccia con Franco. In cuor mio, sapevo che sarebbe potuto accadere di peggio, ma ormai eravamo lì, pronti o no, per affrontare il Dono.
Il cammino verso la sala delle cerimonie fu breve, un corridoio di pietra fredda illuminato da torce che proiettavano ombre danzanti sulle pareti. Marco camminava davanti a noi, il passo deciso ma con una rigidità che tradiva il suo nervosismo. A metà strada, si voltò leggermente, senza fermarsi. “State calmi,” disse, la voce più morbida ma carica di peso. “E siate sinceri. Tutto quello che avete passato – ogni umiliazione, ogni prova – era la preparazione per ciò che siete, per ciò che dovete essere per accogliere il Dono. Non dimenticatelo.”
Annuii in silenzio, il cuore che batteva forte. Elena mi sfiorò la mano con la sua, un gesto rapido di conforto, ma non osai guardarla. La mia mente era un groviglio di pensieri: l’odore muschiato di Franco, il calore delle sue dita dentro di me, il suo sperma che mi colava sulle natiche. Eppure, come aveva detto Marco, era tutto parte del Cammino. Dovevo accettarlo.
Arrivammo davanti a una grande porta di legno intarsiato, decorata con simboli che non riconoscevo, ma che emanavano un’aura di antica autorità. Marco si fermò, posando una mano sulla porta. “La cerimonia sarà un evento privato,” spiegò, il tono ora più controllato, ma con una nota di tensione. “Solo gli alti livelli saranno presenti. Io sarò il cerimoniere. Ci sono varie fasi, tutte importantissime, ma solo la fase finale decreterà se avete superato la prova. Non deludetemi.”
Spinse la porta, che si aprì con un lieve scricchiolio, rivelando la sala delle cerimonie. Era un luogo regale, elegante, ma profondamente inquietante. Le pareti erano di marmo nero, venate di fili dorati che riflettevano la luce tremolante di candelabri d’argento disposti lungo il perimetro. Il soffitto era alto, affrescato con scene astratte di corpi intrecciati, simboli di sottomissione e potere che sembravano muoversi alla luce delle fiamme. Al centro della sala, un pavimento di mosaico raffigurava un cerchio perfetto, con rune intricate che convergevano verso il centro, dove un piccolo altare di pietra era illuminato da un raggio di luce proveniente da un lucernario sopra di noi. L’aria era densa, carica di un profumo di incenso che pizzicava le narici, un misto di mirra e qualcosa di più terroso, quasi animale.
Davanti all’altare, disposte in un semicerchio, c’erano sette sedie di legno scuro, intagliate con motivi intricati. Le tre sedie a destra erano occupate da figure che conoscevamo solo di nome: Maestri di alto livello, avvolti in mantelli neri bordati d’oro, i volti parzialmente nascosti da cappucci. I loro nomi – Maestro Amilcare, Maestro Vespasiano, Maestro Livio – ci erano stati sussurrati come leggende, figure di potere assoluto all’interno dell’Ordine. Al centro, su una sedia più grande e imponente, sedeva Educatore Z, il fulcro della cerimonia. Accanto a lui, alla sua sinistra, c’era il Maestro Francesco, Alla sua destra, riconobbi con un brivido Educatore X, l’uomo con cui tutto era iniziato tanto tempo fa, il primo a umiliarci, a spezzarci, a introdurci al Cammino. L’ultima sedia, alla sinistra del Maestro, era vuota, e intuii che sarebbe stata per Marco.
Davanti a Educatore X e al Maestro Amilcare, inginocchiate sul pavimento, c’erano due donne, completamente nude, con collari di cuoio nero al collo e guinzagli che pendevano tra le loro mani. La schiava di Educatore X mi colpì immediatamente: era bellissima, con un corpo pieno e formoso, coperto di tatuaggi intricati che si intrecciavano sulle sue cosce, sul ventre, fino ai seni abbondanti, più grandi di quelli di Elena, sodi e con capezzoli scuri che spiccavano contro la pelle chiara. I suoi capelli neri cadevano in onde disordinate sulle spalle, e il suo sguardo era basso, sottomesso, ma con una scintilla di consapevolezza che mi fece rabbrividire. Sentii un’ondata di eccitazione, il mio membro che premeva dolorosamente contro la gabbietta, e dovetti respirare a fondo per reprimermi, stringendo più forte i giocattoli nelle mani.
Marco ci fece un cenno. “Al centro della sala,” disse, indicando il pavimento di mosaico davanti all’altare. “Inginocchiatevi.”
Obbedimmo, inginocchiandoci fianco a fianco, le tuniche nere che scivolavano leggermente sulle nostre ginocchia. Il pavimento era freddo, quasi gelido, e il silenzio della sala era rotto solo dal crepitio delle candele. Marco si posizionò accanto a noi, poi si voltò verso le sedie, il suo nervosismo ora mascherato da un atteggiamento formale. Si schiarì la voce e iniziò a parlare, il tono serio, quasi solenne.
“Onorevoli Maestri, Educatore Z, Educatore X,” iniziò, inchinandosi leggermente. “Io, Marco, guida scelta da questa coppia per progredire nel Cammino, ho l’onore di presentarvi Elena e Luca. Sono arrivati alla Casa come novizi, pieni di paure e resistenze, ma con il desiderio di abbracciare il nostro Ordine. Il loro percorso è stato lungo e arduo. Hanno affrontato prove di obbedienza, di sottomissione, di sacrificio. Hanno imparato a conoscere i loro limiti e a superarli, a piegare il loro orgoglio e a offrire sé stessi al Cammino.”
Fece una pausa, guardandomi con un’espressione che sembrava di approvazione. “Luca, in particolare, ha abbracciato la sua sottomissione con una dedizione ammirevole. Ha accettato il suo ruolo, ha imparato a servire, a piegarsi, a trovare forza nella sua vulnerabilità. Il suo percorso è stato esemplare, un esempio di come il Cammino possa trasformare anche i più riluttanti.” Poi si voltò verso Elena, e il suo tono cambiò leggermente, più severo. “Elena ha fatto progressi significativi, ha offerto il suo corpo e la sua mente al Cammino. Ma il suo orgoglio, a volte, è ancora troppo presente. C’è del lavoro da fare per smorzarlo del tutto, per renderla pienamente conforme al nostro ideale.”
Elena abbassò lo sguardo, le guance che si tingevano di rosso per la mortificazione. Sottovoce, quasi in un sussurro, mi disse: “Sono orgogliosa di te, Luca.” Le sue parole mi colpirono, un misto di calore e vergogna, ma non osai risponderle, temendo di spezzare il silenzio della sala.
Educatore Z, seduto al centro, prese la parola, la sua voce profonda e risonante, come se provenisse da un luogo antico. “Grazie, Marco, per il tuo lavoro come guida. Hai portato questa coppia fino a questo momento cruciale. Il loro percorso è stato notato, e ora vedremo se sono degni del Dono.”
Educatore Z si alzò in piedi, e il suo movimento attirò ogni sguardo nella sala. Era un uomo avanti con l’età, i capelli grigi tagliati corti, ma il suo portamento era di un’eleganza e uno stile che non avevo mai visto. Indossava un abito nero impeccabile, tagliato su misura, che sembrava fondersi con la sua figura alta e snella. Ogni suo gesto trasudava potere, un’autorità naturale che mi fece quasi tremare. I suoi occhi, di un grigio penetrante, ci fissarono con un’intensità che mi fece sentire piccolo, esposto. La mia mente corse alla descrizione che Elena aveva fatto del suo membro poche ore prima – grande, caldo, venoso – e un’ondata di eccitazione mi travolse, il mio membro che pulsava dolorosamente nella gabbietta. Dovetti stringere i denti, concentrandomi sul pavimento per reprimere quel desiderio travolgente.
“Spogliatevi,” ordinò Educatore Z, la voce calma ma inflessibile. “Rimanete nudi davanti a noi.”
Tremando, ci togliemmo le tuniche, lasciandole cadere sul pavimento. Io rimasi con i giocattoli in mano, la gabbietta in piena vista, i testicoli gonfi e tesi che pulsavano sotto la luce delle candele. Elena, accanto a me, era completamente nuda, il suo corpo esposto, i seni sodi e il ventre piatto illuminati dal bagliore tremolante. Non osavo guardarla, ma sentivo la sua presenza, la sua determinazione mista a paura.
Educatore Z ci osservò per un lungo momento, poi alzò una mano. “Che la cerimonia abbia inizio,” disse, la sua voce che echeggiava nella sala come un verdetto.



Le premesse sono molto interessanti, spero che i moderatori rendano disponibile presto il prossimo capitolo. E vediamo quanto ti metterai…
Ma infatti, perchè aspettare tanto per entrarci dentro - d'altra parte che lei voglia o meno mi sembra poco rilevante…
Grazie, sono felice ti sia piaciuto. Ho pronte una decina di capitoli (un po' più brevi di questo, ma tutti…
Eccerto che vorrei un ulteriore proseguimento del racconto!"! ;-)
Grazie per l'apprezzamento, sono contenta che ti stia piacendo. La mia intenzione era quella di scrivere un racconto che filasse…