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“E’ stato un bel matrimonio, vero caro?”

“Certo, fantastico!”

“Anche i tuoi sono rimasti contenti, mi sembra”

“Sì, abbastanza… sai come sono loro”

“Certo, certo, non ti devi scusare per loro. Ora però vai un po’ più forte che Giuseppe si è stufato di aspettare”

“Dai, non esageriamo… cavolo!”

“Cavolo un corno, non farlo venire al matrimonio è stata una cattiveria di tua madre, doveva farmi da testimone, ricordi?”

“Sì ma è da capire, dai…”

“Capire cosa?”

“Bhe insomma, ti ha trovato al letto con lui. Cosa volevi che facesse?”

“Capire la situazione. Ti avrà visto nudo no? E’ una donna pure lei, avrà capito che anche io ho diritto ad un cazzo vero e non a quella lumaca che hai tu!”

Giuseppe era già all’angolo di Viale Glorioso quando arrivammo. Indossava dei bermuda jeans ed una polo attillata che metteva in evidenza il corpo asciutto e muscoloso a dispetto dei suoi 50 anni.

“Ce l’avete fatta, ce stavo a mette radici qui…” disse aprendo il cofano della mia auto per sistemare il suo bagaglio.

“Te l’avevo detto di sbrigarti…”

“Ma, ho fatto prima possibile…” cercai di giustificarmi.

“Daje, scenni, sali dietro e fa poco er cojone” replicò Giuseppe aprendo lo sportello di guida e facendomi accomodare sul sedile posteriore. Poi estrasse dai pantaloni la pistola e la ripose nel vano accessori, si accomodò la maglietta e prese a baciarsi con Patrizia molto appassionatamente.

“Mamma mia amore” trasalì Patrizia “sei duro duro… chissà come soffri”

“Eh, sì, amore… è da ieri sera… ‘n ce la faccio più!” e, come se io non ci fossi, aprì i bottoni della pattana e fece fuoriuscire il cazzo duro dai pantaloni per farlo ammirare a mia moglie. Lei, con arte, gli strusciò delicatamente il frenulo, finché il suo polpastrello non fu lucido del suo seme. Le vene del suo cazzo pulsavano gonfie, quasi dovessero esplodere e dalla cappella si propagò nell’auto un forte odore virile.

“Su ora basta, partiamo” disse all’improvviso Patrizia allontanandolo e risistemandosi “partiamo e stasera ti faccio contento.”

Lui, ubbidiente, ripose il suo pene a fatica nei pantaloni e si mise al volante. Giuseppe lo avevamo conosciuto quando eravamo già insieme da due anni, ad uno stabilimento di Fregene a fine giugno. Aveva circa 15 anni più di lei, faceva la guardia giurata e si era da poco separato. Nel tempo libero trafficava con oggetti rubati e frequentava persone poco rispettabili. Aveva un fisico magrissimo e muscoloso, forgiato dalla vita di strada e dalle arti marziali ed un modo di fare sicuro e dominante che attrassero immediatamente Patrizia.

Per tutta quell’estate lo vedemmo due o tre volte la settimana. Facevano lunghe passeggiate sulla spiaggia da soli, parlavano, scherzavano come io non ci fossi. Lui promise che a settembre le avrebbe trovato un impiego presso un notaio suo amico e che per questo voleva conoscerla bene per non fare brutta figura. Così cominciarono ogni volta a sparire per delle ore.

Non che non avessi capito ma non riuscivo a reagire alla cosa, sperando finisse da sola. Il mio disagio era palese e, ogni volta che dovevano allontanarsi, creavo sempre dei problemi che facevano innervosire Giuseppe.

“Senti ragazzì” mi disse un pomeriggio che Patrizia non era venuta al mare “noi dovemo parlà tra omini”.

“Ok… dimmi”

“Tu non me devi rompe i cojoni quando viene con me” Giuseppe
Come da tempo facevo, mi recai a casa di Paolo verso le 10. Non scopavo Patrizia da una settimana, visto che per lavoro ero stato a Catania. C’avevo una voglia di sborrare infinita ed il cazzo era così duro che mi doleva.
Quando salii lei ancora doveva arrivare. Paolo mi preparò un po’ seccato il caffè che mi feci portare in salotto. La casa dei suoi genitori era molto bella, spaziosa e quella poltrona mi piaceva particolarmente. Mi versai un po’ di whisky del padre, tanto per gradire.
“Quante volte devo dirti di non prenderlo? Se ne accorge, costa un occhio della testa.”
“Stai zitto e non me rompe er cazzo. Ricompraglielo, così non s’accorge” proseguii. Mi faceva incazzare quel ragazzo, non ci potevo far nulla.
“Famme er solito lavoretto daje, me fanno male i piedi”
“Vaffanculo, stronzo…”
Non potevo permetterglielo. Era un moccioso viziato, ed io ero stanco morto ed arrapato. Mi alzai di scatto e gli mollai un ceffone.
“Se non ti ha educato mammina, mo’ ce penso io” mi rimisi seduto ed allungai i piedi sul tavolinetto di marmo.
Lui, ritornato i sé, con la guancia paonazza e le lacrime agli occhi, prese a slacciarmi con cura le scarpe. Poi mi tolse i calzini e cominciò a massaggiarmi i piedi.
“Prima puliscimeli, non fatte di’ tutto, deficiente!”
Rassegnato prese a leccarmi i piedi, con cura, nei punti che gli indicavo col movimento delle dita.
In quel mentre suonò il citofono. Era Patrizia.
Appena la vidi non la lasciai nemmeno parlare e le ficcai la lingua in bocca mentre le stringevo le natiche con forza.
Paolo quel giorno non rimase a casa, scese per fare delle compere ed io, che non potevo più trattenermi, portai Patrizia in camera dei suo genitori. La spogliai in un attimo strappendole le mutandine. Il suo pube di velluto palpitava, le sue piccole tettine erano gonfie di desiderio. Il mio cazzo entrò a fatica dentro di lei, ancora non completamente bagnata; capii che soffriva in silenzio, si immolava al mio piacere, alla mia necessità brutale. Ero senza preservativo e lei mi fece come un cenno impercettibile, come di avere pietà, di stare attento.
Chiusi gli occhi. Quattro, cinque, sei stantuffate fino in fondo. Il cazzo che mi scoppiava. Ti vengo dentro troia, non me ne frega un cazzo, sei mia… Invece, riuscii all’ultimo a tirarlo fuori. Aprii gli occhi su di lei che guardava terrorizzata dietro di me. Il primo schizzo atterrò fra l’attaccatura delle tette ed il collo ed in quello stesso istante vidi una donna anziana alla mia destra. Il secondo schizzo denso e caldo volò sulla pancia di Patrizia ed il terzo sulla coperta della madre di Paolo.
“Chi cazzo sei?” mi disse “ora chiamo i carabinieri. E tu brutta puttana vai a vestirti”
In quel momento rincasò Paolo. Io mi vestii in silenzio e me ne andai. Gli appuntamenti a casa dei genitori di Paolo non si potettero più fare. Giuseppe
In quel periodo vivevo a Guidonia, insieme ad un certo Osvaldo un uomo losco sulla cinquantina con precedenti penali. L’affitto era intestato a me, ma pagava tutto lui a patto di non avere rotture di coglioni.

Paolo, quando seppe che avrebbe dovuto portarmi Patrizia a casa mia, con una certa regolarità, fece un po’ di storie. Ma lei era stata scaltra a convincerlo e, qualche schiaffone correttivo davanti a lei lo avevano piegato.

“Te devi rassegnà e nun ce devi rompe er cazzo” gli spiegavo “Patrizia c’ha voja de cazzo e io devo svotà i cojoni… Tanto pure se te incazzi noi scopamo uguale. Impara a pijacce gusto, vedrai che te piace”

“Allora la lascio”

“Nun ce devi nemmeno provà a pensallo. Uno perché lei te vole bene e te vole sposà, due perché se ce provi te rompo er culo…”

Fatto sta che Paolo, tre o quattro volte la settimana, partiva dall’Olgiata dove abitava, andava a prendere Patrizia a Cinecittà e la portava a Guidonia. Puntualissimo, sempre per le 10 e mezza. Aspettava sotto casa per una o due ore, fino a che non mi ero divertito per bene con lei, poi la riportava a casa e rincasava pure lui. Nelle giornate tranquille, senza traffico, con circa quattro ore poteva fare tutto, nei giorni di punta… anche sei ore!

Su suggerimento di Osvaldo, decidemmo di aiutare il povero Paolo con il “ciproterone”, che Patrizia gli somministrava regolarmente a sua insaputa; la sostanza lo tranquillizzava e lo rendeva docile ed ubbidiente senza farlo soffrire.

Osvaldo per i primi tempi osservò solo questo via vai per casa, ma col tempo mi fece capire che era il caso che anche lui usufruisse di Patrizia. I primi tempi riuscii a svicolare, poi un giorno, quando lei salì ci sedemmo tutti e tre in salotto a parlare.

Osvaldo era il classico macho romano, tatuato, orecchino, viso scavato e perennemente abbronzato. Fisico magrissimo e muscoloso, non altissimo ma molto prestante. Vestiva sportivo, con abiti molto costosi e di marca. Insomma, poteva avere il suo fascino, anche su una ragazza giovane come Patrizia.

“Sei bella, Patrì…” le disse mentre le metteva una mano sulla spalla. Lei mi guardò, in cerca di una rassicurazione. “E’ un amico, come fosse mio fratello… è così solo…” dissi.

Osvaldo fece scendere la sua mano sul seno di Patrizia. Lei era paonazza, come paralizzata, ma visibilmente compiaciuta di quelle attenzioni. Io soffrivo, una gelosia selvaggia mi stringeva lo stomaco; ero impotente, non potevo ribellarmi, non potevo aiutarla.
Quando lui liberò il cazzo dai pantaloni e le mise una mano dietro la nuca con l’intenzione di farselo succhiare, lei mi guardò con gli occhi di un agnello sacrificale, “lo faccio per te”, sembrava volesse dirmi. La spingeva con forza sul suo cazzo, duro e venoso, troppo grosso per entrarle tutto in bocca. Lei tossiva, ma continuava, sottomessa, senza fiatare. D’un tratto si alzò, si tolse le mutandine e salì a cavalcioni di Osvaldo. Ci volle un attimo. Lui era con la testa reclinata indietro, con gli occhi chiusi, a godere tranquillo dentro di lei, mentre Patrizia si muoveva lentamente sul suo pene a ritmo dei suoi schizzi di sperma.
Non ne potevo più, il mio cazzo stava esplodendo. Appena si alzò da sopra Osvaldo, la presi per i capelli e la scopai a pecora, da dietro. Ed in un attimo esplosi dentro la sua fica appiccicosa…

Da quel giorno cominciammo ogni volta a scoparla in due, senza alcuna protezione, nessuna barriera. Paolo, con la cura, stava diventando sempre più grasso e tranquillo e particolarmente collaborativo. Ora non aspettava più giù. Saliva e ci serviva nei modi più disparati che ogni volta ci inventavamo. Era circa un anno che non aveva più rapporti sessuali con lei quando lo informammo che Patrizia era incinta e lui avrebbe dovuto riparare.

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Autore Pubblicato il: 30 Luglio 2017Categorie: Racconti Cuckold0 Commenti

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