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Incontro in cosplay, Xena x The Crow

By 26 Marzo 2026One Comment

Disclamer: il racconto è di totale fantasia

“Che cazzo ci fa qui un autografo di Marilyn Manson?” borbottò Vanessa mentre sistemava la parrucca bionda di Xena sopra la sua treccia raccolta. La penna con cui aveva appena firmato il poster di un fan le scivolò dalle dita, rotolando sul tavolo fino a fermarsi accanto a una lattina di Red Bull mezzo vuota. La fiera del fumetto era un caos afoso di corpi sudati e cosplay sgualciti, ma quel particolare dettaglio in mezzo alla sua roba l’aveva colta di sorpresa.

Si passò una mano sulla gorgiera di cuoio, sentendola già appiccicarsi alla pelle nonostante fossero solo le undici del mattino. Doveva essere la quinta persona che le chiedeva una foto in posa da guerriera, e ogni volta che alzava la spada di cartapesta le sembrava di sentire i muscoli delle spalle protestare. “Fanculo la fedeltà al personaggio”, pensò, slacciandosi un po’ il corsetto.

Fu mentre cercava di non pensare al prurito che lo vide. In lontananza, oltre una fila di stand con gadget pirateschi, un uomo alto si muoveva con l’eleganza innaturale di chi ha passato mesi a studiare ogni gesto del personaggio che interpreta. Il trench nero, il pallore ceroso del viso, quel modo di inclinare appena la testa come se stesse ascoltando una musica che nessun altro sentiva. The Crow. Ma non un cosplay qualunque: quello era Eugenio Tontini, il tipo che seguiva su Instagram da due anni e che – piccola coincidenza – le aveva fatto scoprire di avere un debole per gli uomini che si truccavano da morti viventi.

Vanessa si morse il labbro inferiore. L’ultima volta che aveva provato a parlare con un cosplayer famoso si era ridotta a balbettare “b-bel lavoro!” prima di scappare verso i bagni. Ma stavolta no. Stavolta aveva trent’anni, un seno che stava benissimo nel reggiseno di cuoio, e soprattutto niente da perdere. Con una scrollata di spalle che fece tintinnare i bracciali finti, si infilò nella folla.

La distanza tra loro si ridusse in un susseguirsi di “scusi”, “permesso” e un maldestro tentativo di non trafiggere un giovane vestito da Pikachu con la punta della spada. Quando finalmente arrivò a distanza di voce, Eugenio stava firmando un autografo su un manga a un ragazzino emozionatissimo. Vanessa aspettò, tamburellando con le dita sull’elsa della sua arma, finché non alzò lo sguardo e i loro occhi – i suoi verdi, i suoi neri come il carbone – si incontrarono. “Ciao”, disse lei. Poi, perché il panico stava già risalendole dalla pancia: “Sei… incredibilmente in character”.

Eugenio sorrise. Non il sorriso educato che riservava ai fan, ma quello vero, quello che le aveva fatto mettere ‘like’ a decine di foto alle tre di notte. “Grazie”, rispose, con una voce che era un tono più grave di quanto si aspettasse. “E tu…” Fece scorrere lo sguardo lungo il suo costume, dai gambali fino alla spada, “… sei una Xena da paura”.

Vanessa sentì il calore salirle alle guance. Forse era l’aria condizionata che non funzionava, forse il fatto che lui avesse appena usato la parola “paura” come complimento. “Posso…?” Indicò il block notes che teneva in mano, un quadernetto pieno di appunti sui prossimi episodi del suo podcast. Eugenio annuì, estraendo un pennarello dalla tasca del trench.

Mentre firmava, la punta dello strumento che scricchiolava sulla carta, aggiunse: “Tra l’altro, ho una limousine parcheggiata dietro. Se vuoi fare un giro…”

Il cuore di Vanessa fece un balzo che avrebbe messo in imbarazzo un canguro.

“Davvero?” La voce di Vanessa si incrinò su quella sillaba come un’adolescente al primo appuntamento. Si morse subito il labbro, sperando che il rossetto nero non si fosse sbavato. Eugenio rise, un suono profondo che le fece accapponare la pelle sotto il corsetto di cuoio. “Davvero davvero,” confermò, chiudendo il pennarello con un click soddisfatto. “A patto che tu mi racconti perché hai scelto Xena invece di, che so, Sailor Moon.”

La limousine era nera come il suo trench, con interni in pelle che odoravano di soldi e lussuria. Vanessa si infilò dentro cercando di non inciampare negli speroni finti, mentre Eugenio le teneva la porta con una grazia da vampiro annoiato. “Non è mia,” disse come se leggesse i suoi pensieri, scivolando accanto a lei. “Di un amico. Fa l’attore porno.” Vanessa soffocò una risata nel palmo della mano, sentendosi improvvisamente fuori luogo come una suora in un bordello.

L’hotel era uno di quelli con il nome in francese e gli addetti in livrea che ti guardano come se avessi appena rubato un posacenere. Eugenio le strinse la mano mentre attraversavano il lobby, il suo palmo fresco nonostante il caldo. “Non preoccuparti,” mormorò, “qui ci conoscono.” E infatti la receptionist alzò appena un sopracciglio quando lui chiese la suite con la jacuzzi, pagando in contanti senza chiedere documenti.

La stanza era più grande del suo appartamento, con un letto a baldacchino e tende di velluto rosso. Ma fu il bagno a farle emettere un suono imbarazzante: marmo nero, rubinetti dorati, e una vasca circolare grande abbastanza per annegare un esercito. Eugenio si sfilò il trench con un gesto solo, rivelando un torso magro e pallido segnato da tatuaggi sottili come cicatrici. “Prego,” disse, indicando la jacuzzi già piena di schiuma.

Vanessa rimase immobile sulla soglia del bagno, le dita che stringevano nervosamente il corpetto di cuoio. Eugenio si era già sfilato i pantaloni neri, rivelando gambe lunghe e muscolose che sembravano scolpite nell’alabastro. Non aveva un filo di imbarazzo mentre si immergeva nella schiuma, gli occhi neri che la fissavano con un’intensità che le fece venire la pelle d’oca. “L’acqua è perfetta,” osservò, distendendo le braccia sul bordo della vasca. “A meno che Xena non abbia paura di bagnarsi.”

Quella provocazione le fece rizzare la schiena. “Xena non ha paura di niente,” ribatté, con una sicurezza che non sentiva affatto. Le mani le tremavano mentre slacciava i gambali, ma una volta scesi ai piedi, fu come togliersi un’armatura. Il corsetto fu più complicato: i lacci si erano annodati con il sudore, e per un attimo temette di dover chiedere aiuto. Poi, con uno strappo secco, si liberò, lasciando che il cuoio cadesse sul marmo con un tonfo soddisfacente.

Rimase in piedi davanti a lui solamente con il reggiseno e le mutandine di pizzo nero, improvvisamente consapevole di ogni centimetro della sua pelle esposta. Eugenio non applaudì, non fece commenti volgari. Si limitò a sorridere, quel sorriso a metà tra il predatore e l’innamorato che l’aveva fatta perdere su Instagram. “Alla salute delle guerriere,” brindò, sollevando un bicchiere di champagne aperto prima di entrare in vasca.

Quando finalmente scivolò nella vasca, l’acqua calda le tolse il fiato. La schiuma le arrivava al collo, nascondendo il modo in cui il suo corpo stava reagendo alla vicinanza di lui. Eugenio era più vicino di quanto si aspettasse, le ginocchia che sfioravano le sue sotto l’acqua turbolenta dei getti. “Quindi,” disse lui, raccogliendo una manciata di schiuma e soffiandola verso di lei, “perché Xena?”

“Perché Xena?” La domanda fluttuò nella stanza come la schiuma che ora si attaccava alle spalle di Vanessa. Si portò una mano al petto, dove il battito accelerato faceva tremare la superficie dell’acqua. “Perché a dodici anni ho visto un episodio dove decapitava un drago con la sua spada,” rispose, lasciando scivolare una risata nervosa. “E ho pensato: ‘Cazzo, voglio essere così quando sarò grande’.”

Eugenio scivolò più vicino, le ginocchia che ora premevano contro le sue sotto l’acqua. Le gocce gli scendevano lungo il torace pallido, fermandosi sulle linee sottili dei tatuaggi. “E sei riuscita a diventare così,” disse, raccogliendo una ciocca dei suoi capelli finti bagnati tra le dita. “Solo più sexy.”

Vanessa deglutì. La schiuma non nascondeva più nulla, non con il modo in cui lui la stava guardando. Sentì le sue dita scivolare lungo la sua schiena, seguendo la curva della colonna vertebrale fino a dove l’acqua terminava. “Tu invece,” sussurrò, “perché The Crow? Tragedia romantica e vendetta sanguinaria non sembrano il tuo stile.”

Eugenio rise, un suono basso che fece vibrare l’acqua tra loro. “Perché a vent’anni mi sono innamorato di un ragazzo che si vestiva così per Halloween,” confessò, gli occhi neri che brillavano nella penombra del bagno. “Mi ha spezzato il cuore due settimane dopo. Da allora, porto il lutto.”

La risposta di Eugenio le bruciò in petto più dell’acqua bollente. Vanessa vide per un attimo riflessa nella sua pupilla nera la sagoma di un ragazzo fantasma, e senza pensarci si protese avanti, catturandogli il labbro inferiore tra i denti. Il sapore del lipstick nero le riempì la bocca, metallico e dolce come una moneta vecchia. Eugenio emise un suono a metà tra lo stupore e l’approvazione, le mani che le affondarono nei fianchi sotto la schiuma, tirandola a cavalcioni sul suo bacino.

“Ecco perché,” mormorò contro la sua bocca mentre le sue cosce si stringevano attorno alla sua vita, “le guerriere non hanno paura di niente.” Il contatto tra i loro corpi nudi sotto l’acqua era elettrico, ogni movimento amplificato dalla viscosità della schiuma. Vanessa gli affondò le dita nei capelli, tirando la testa all’indietro per mordergli il collo, dove il trucco bianco si era già sciolto rivelando la pelle calda. Sentì il suo sussulto, le unghie che le graffiavano la schiena sotto l’acqua.

Fu Eugenio a rompere il bacio, respirando affannosamente mentre la sollevava con uno scatto dei fianchi. “Fuori,” ordinò, la voce roca. La schiuma scivolò via dai loro corppi quando emersero, gocce che scendevano lungo il petto di Vanessa, tra le curve del seno che finalmente respirava libero dal reggiseno. Eugenio la guardò come un affamato davanti a un banchetto, gli occhi che le divoravano ogni centimetro mentre lei gli sedeva ancora sopra, le cosce che tremavano per lo sforzo di non strofinarsi contro l’evidenza del suo desiderio.

“Ti prego,” sbottò Vanessa senza riconoscere la propria voce, “non farmi aspettare come quei dannati episodi in cui Xena e Gabrielle…” La frase morì in un gemito quando lui le afferrò i polsi, rovesciandola sul marmo bagnato con un tonfo. Il freddo della pietra contro la schiena la fece contorcere, ma Eugenio già le stava sopra, il corpo lungo e pallido che gocciolava su di lei mentre le mordeva il collo.

Il marmo era gelido contro la schiena di Vanessa, ma il corpo di Eugenio sopra di lei bruciava come un forno. Le sue labbra trovarono la curva del suo collo, i denti che affondavano nella pelle con una precisione da chirurgo. “Aspetta—” ansimò Vanessa, le dita che si aggrappavano ai suoi capelli neri come la pece. “Non voglio rovinare il trucco.”

Eugenio sollevò il viso, il labbro inferiore macchiato del suo rossetto nero. “Non importa,” sussurrò, soffiando sulla pelle umida del suo collo. “Ti starà meglio anche senza.” Le mani di Vanessa tremarono.

La jacuzzi gorgogliava accanto a loro, la schiuma che si era ormai sciolta in una pozza lattiginosa. Eugenio la sollevò con facilità, facendola sedere sul bordo della vasca, le gambe che gli cingevano i fianchi. “Sei sicura?” chiese, le dita che tracciavano il contorno del suo reggiseno di pizzo. Vanessa annuì, troppo a corto di fiato per parlare. Con un movimento fluido, Eugenio le sfilò il reggiseno, lasciandolo cadere nell’acqua alle loro spalle.

Il primo contatto della sua bocca sul suo seno fu elettrico. Vanessa gli affondò le dita nella parrucca, tirando con più forza del necessario, ma Eugenio non sembrò curarsene. Le sue labbra erano calde e umide, la lingua che tracciava cerchi lenti sui suoi capezzoli già duri. “Dio, sei perfetta,” mormorò contro la sua pelle, le parole che le vibravano direttamente nel torace.

Vanessa sentì le proprie dita affondare nei capelli di Eugenio mentre la sua bocca continuava a esplorare il suo corpo con una devozione che le faceva girare la testa. Ogni bacio, ogni morso leggero, ogni sussurro contro la sua pelle era come una scossa elettrica che la faceva contorcere sotto di lui. L’aria era satura del vapore della jacuzzi e del profumo del loro sudore, un mix inebriante che le annebbiava i sensi.

Eugenio si spostò lentamente verso il basso, lasciando una scia di baci lungo il suo addome, fermandosi appena sopra l’elastico delle mutandine di pizzo. Le sue mani le accarezzarono i fianchi, i pollici che sfiorarono la pelle sensibile sotto l’ombelico, facendole trattenere il respiro. “Dimmi di no,” sussurrò, gli occhi neri che la fissavano con un’intensità quasi dolorosa. Vanessa scosse la testa, incapace di formulare parole.

Con un movimento lento, quasi cerimoniale, Eugenio le sfilò le mutandine, lasciandole scivolare lungo le gambe prima di gettarle da parte. Il suo respiro si fece più rapido mentre la osservava, completamente nuda davanti a lui, illuminata solo dalle luci soffuse del bagno. “Meravigliosa,” mormorò, come se parlasse a se stesso.

Vanessa lo attirò a sé, le sue labbra che si scontrarono con le sue in un bacio bramoso, le mani che esploravano il suo corpo con una urgenza che non poteva più controllare. Sentì il calore del suo petto contro il suo, la rigidità del suo desiderio premuto contro la sua coscia. Le sue dita gli scivolarono lungo la schiena, sentendo i muscoli tesi sotto la pelle fresca ancora umida.

Vanessa si lasciò cadere all’indietro sul marmo, le spalle che affondarono nella morbidezza di un asciugamano di lusso disteso sul bordo della vasca. Eugenio seguì il movimento, le labbra che non smettevano di esplorarla, dalla clavicola fino alla curva del seno, poi più giù, lungo il ventre che si contraeva al primo tocco della sua lingua.

“Non ho mai—” iniziò a dire Vanessa, ma le parole si persero in un gemito quando le dita di Eugenio le aprirono le cosce con una sicurezza che le tolse il fiato. L’aria fredda del bagno le accarezzò la pelle bagnata, facendole venire la pelle d’oca. Poi il calore della sua bocca la sommerse, e ogni pensiero razionale svanì come la schiuma nella vasca.

Le sue mani si aggrapparono ai bordi del marmo, le unghie che cercavano un appiglio mentre la lingua di Eugenio tracciava cerchi lenti, esperti, che la facevano arcuare la schiena. Un suono involontario le sfuggì dalla gola, qualcosa tra un lamento e una preghiera. Eugenio rispose con un rumore basso di approvazione, le dita che intrecciarono le sue mentre la portava più vicina al bordo, al piacere, alla perdizione.

Vanessa chiuse gli occhi, il mondo che si riduceva al calore di quella bocca, alla pressione perfetta delle sue dita che ora scivolavano dentro di lei, in un ritmo che sembrava conoscerla meglio di quanto lei conoscesse se stessa. “Eugenio—” singhiozzò, il nome che le uscì spezzato, come una confessione.

Eugenio alzò lo sguardo, il mento luccicante, gli occhi neri dilatati come pozzi di petrolio sotto le luci soffuse. “Dimmi cosa vuoi,” sussurrò contro la sua pelle, la voce roca da farle tremare le ginocchia anche da sdraiata. Vanessa non riusciva a pensare, non con le sue dita ancora dentro di lei, con la sua bocca così vicina a dove il bisogno bruciava più intenso. “Te,” riuscì a gemere, afferrandogli la parrucca del cosplay con forza, “voglio te, tutto.”

Con un ringhio basso, Eugenio si sollevò, i muscoli della schiena che si tendevano sotto la pelle pallida mentre slacciava i pantaloni neri. Vanessa lo osservò, il cuore che batteva così forte da sembrare un tamburo di guerra nel petto. Quando finalmente emerse, rigido e palpitante tra le sue cosce, un altro gemito le sfuggì dalle labbra. “Dio, sei enorme,” mormorò, le dita che gli toccarono l’addome contratto.

Eugenio sorrise, quel sorriso da predatore che le aveva fatto perdere la testa su Instagram. “E tu sei perfetta,” ribatté, afferrandole le cosce per aprirla ancora di più. Vanessa sentì la punta di lui sfiorarla, un contatto elettrico che la fece contorcere.

Eugenio entrò in lei con un movimento fluido che le tolse il fiato, un dolore dolce che si trasformò immediatamente in piacere puro. Vanessa urlò, le unghie che gli affondarono nelle spalle mentre lui si fermava, completamente dentro, il suo respiro caldo sul suo collo.

Vanessa sentì il corpo di Eugenio irrigidirsi contro il suo, ogni muscolo teso come una corda di violino. “Stai bene?” gli chiese, le dita che gli accarezzarono la schiena bagnata. Eugenio annuì, ma non si mosse, il viso sepolto nella curva del suo collo. “Solo… non voglio finire subito,” mormorò, la voce strozzata. Vanessa rise, un suono roco che vibrava contro il suo petto. “Xena può aspettare,” sussurrò, mordendogli l’orecchio.

Fu quella provocazione a rompere il controllo di Eugenio. Con un gemito soffocato, iniziò a muoversi, prima lentamente, poi con un ritmo che faceva scricchiolare il marmo sotto di loro. Vanessa gli afferrò i fianchi, le unghie che gli lasciarono segni rossi sulla pelle pallida, sincronizzandosi ai suoi movimenti. Ogni spinta la spingeva più in alto sul bordo della vasca, fino a quando Eugenio non le afferrò le cosce, sollevandola completamente da terra.

“Cazzo, sei forte,” ansimò Vanessa, le gambe che gli cingevano la vita mentre lui la teneva sollevata contro il mazzo specchio del bagno. La sua immagine riflessa la fissò, i capelli finti disordinati, il trucco da guerriera ormai sbavato, il corpo arrossato dal desiderio. Eugenio la guardò nello specchio, gli occhi neri che bruciavano. “Guarda,” ordinò, accelerando il ritmo. “Guarda quanto sei bella.”

Vanessa vide le proprie labbra aprirsi in un gemito muto nello specchio, le dita che affondavano nelle spalle di Eugenio mentre lui la prendeva con una ferocia che la faceva urlare. Il vetro era freddo contro la sua schiena, ma il corpo di lui era un inferno che la consumava. “Sto per—” riuscì a dire, prima che l’orgasmo la colpisse come un’onda, facendole contorcere le dita nei suoi capelli neri.

Eugenio la tenne stretta mentre il suo corpo tremava, le sue spalle che le trasmettevano ogni singolo spasmo. “Ti vedo,” mormorò contro la sua bocca, catturando il sapore metallico del suo rossetto e il sale del suo sudore. Vanessa si aggrappò a lui come un naufrago a un relitto, le gambe che gli stringevano i fianchi con una forza che avrebbe lasciato lividi. Ma Eugenio non sembrò curarsene, continuando a muoversi con una lentezza torturante, prolungando il suo orgasmo finché lei non iniziò a tremare per la sovrastimolazione.

Quando finalmente la lasciò scivolare giù dal muro, le gambe di Vanessa cedettero. Eugenio la raccolse prima che potesse cadere, ridacchiando contro il suo collo mentre la portava verso il letto a baldacchino. “Non così presto, guerriera,” sussurrò, lasciandola cadere sul materasso con un tonfo che fece oscillare le tende di velluto rosso. Vanessa guardò il soffitto a cassettoni, il respiro ancora affannoso, mentre Eugenio si chinava sul comodino per accendere una sigaretta elettronica. Il vapore al gusto di menta si mischiò all’odore del sesso nell’aria.

“Che cazzo è successo?” domandò Vanessa con un riso strozzato, sollevandosi sui gomiti. Eugenio le passò la sigaretta, gli occhi neri che la scrutavano mentre lei inspirava profondamente. “Secondo me,” disse lui, prendendo la sigaretta dalle sue dita tremanti, “abbiamo appena vinto il premio per il miglior cosplay porno della fiera.” Vanessa gli lanciò un cuscino, che lui schivò con l’agilità di un gatto, ridendo mentre il piumaggio si spargeva sul pavimento.

Poi la vide accigliarsi, le dita che si stringevano sul lenzuolo. “E adesso?” chiese Vanessa, più piccola di quanto avesse intenzione. Eugenio si stese accanto a lei, il corpo lungo e pallido che si incurvava contro il suo. “Adesso,” sussurrò, tracciando un cerchio lento intorno al suo ombelico con un dito, “tu mi dici cosa vuoi fare dopo.” Le sue dita salirono, sfiorandole un capezzolo ancora sensibile. “Possiamo ordinare room service,” continuò, mentre lei tratteneva il respiro, “o possiamo iniziare il round due.” La punta del suo dito scivolò più in basso. “Tua la scelta.”

Vanessa scattò a sedere sul letto, il sudore che le brillava sulla clavicola. “Round due,” ansimò, più come un ordine che una risposta. Eugenio rise, quel suono basso che le faceva fremere la pancia, mentre la sua mano le scivolava lungo l’interno coscia. “Così impaziente,” mormorò, le labbra che seguivano il percorso delle dita. Ma quando si chinò per baciarla di nuovo, Vanessa gli bloccò il polso. “No, aspetta.” Scivolò giù dal letto, le ginocchia che cedevano un attimo prima di ritrovare l’equilibrio. “Stavolta voglio io.”

Eugenio si appoggiò ai cuscini, gli occhi neri che la seguivano mentre attraversava la stanza. La luce del tramonto filtrava attraverso le tende, dipingendo strisce dorate sul suo corpo ancora umido. Vanessa raccolse qualcosa dal pavimento – il suo reggiseno di cuoio, ormai inzuppato. Lo lanciò via con un sorriso malizioso. “Troppo ingombrante,” dichiarò, slacciando invece la cintura con gli speroni dal suo costume di Xena. Il cuoio cigolò tra le sue mani mentre avanzava verso il letto.

“Che hai in mente, guerriera?” chiese Eugenio, la voce già più roca. Vanessa non rispose. Gli slacciò invece i polsi con movimenti deliberatamente lenti, avvolgendovi la cintura prima di legarla alle sbarre del baldacchino. “Sei sicuro di voler fare lo schiavo?” sussurrò contro la sua bocca, sentendolo irrigidirsi sotto di lei. Eugenio deglutì, il pomo d’Adamo che scivolò su e giù. “Se è la mia regina che comanda…”

Vanessa lo baciò con ferocia, i denti che gli mordevano il labbro inferiore mentre le sue mani esploravano il suo corpo. Scoprì che sotto i tatuaggi sottili c’era una cicatrice lunga e sottile sul fianco sinistro. “Che cos’è?” chiese, tracciandola con un dito. Eugenio scosse la testa. “Storia per dopo.” Lei accettò il rinvio con un morso al suo collo, lasciandogli un segno viola che contrastava con la sua pelle di porcellana.

Vanessa sentì il potere scorrere nelle sue vene come liquido infiammabile. Con Eugenio legato sotto di lei, ogni movimento era una dichiarazione. Le sue labbra seguirono la cicatrice sul suo fianco, la lingua che ne tracciava il percorso come per memorizzarne ogni curva. Eugenio emise un suono strozzato quando i suoi denti affondarono nella carne morbida dell’inguine, le gambe che si contorcevano contro le lenzuola.

“Zitto,” sibilò Vanessa, afferrandolo per i capelli. “Gli schiavi non parlano.” Le sue unghie gli graffiarono il torace mentre scendeva lungo il suo corpo, il sapore salato della sua pelle che le riempiva la bocca. Quando finalmente lo prese in bocca, Eugenio urlò, i polsi che si contorcevano contro le legature di cuoio. Vanessa rise, la vibrazione che gli fece venire la pelle d’oca. “Troppo sensibile,” commentò, rallentando il ritmo fino a farlo imprecare in tre lingue diverse.

La luce del tramonto si era trasformata in penombra quando finalmente lo liberò dalle restrizioni, i polsi segnati da strisce rosse. Eugenio la rovesciò con la velocità di un felino, le dita che le affondarono nei fianchi mentre la faceva rotolare a pancia sotto. “Tocca a me,” ringhiò contro la sua nuca, mordendole la spalla mentre le sollevava i fianchi. Vanessa afferrò le sbarre del baldacchino, le nocche bianche mentre lui le mordeva il sedere, lasciando un segno a forma di luna crescente.

Quando Eugenio entrò in lei da dietro, Vanessa perse il controllo della lingua. Parole che non sapeva di conoscere in cinque lingue le uscirono dalla bocca, mescolate a gemiti che facevano tremare le tende. Eugenio le teneva i fianchi con una presa che avrebbe lasciato lividi a forma di impronte digitali, ogni spinta che la faceva scivolare sul materasso di seta. “Così—” ansimò Vanessa, le dita che si aggrappavano al velluto rosso, “—così cazzo sei perfetto.”

Eugenio le affondò i denti nella spalla, un morso che lasciò un segno violaceo sul suo incarnato dorato. Vanessa urlò, il suono che si perse tra le pieghe delle tende di velluto mentre il suo corpo si inarcava sotto la pressione delle sue spinte. Ogni movimento era esplosivo, calcolato per farla tremare, per strapparle quel singhiozzo roco che gli diceva che stava perdendo il controllo.

“Dimmi,” ringhiò Eugenio contro la sua schiena bagnata, una mano che le scivolò tra le cosce per trovarla già di nuovo sul limite. Vanessa cercò di rispondere, ma le parole si frantumarono in un gemito quando le sue dita iniziarono a tracciare cerchi implacabili. “Dimmi chi ti fa godere così.”

“Tu—solo tu—” balbettò Vanessa, le dita che affondarono nel materasso mentre il secondo orgasmo la colpì come un treno merci. Eugenio la tenne stretta mentre tremava, continuando a muoversi dentro di lei con una lentezza sadica che prolungava ogni singola scossa di piacere.

Quando finalmente cedette anche lui, fu con un morso alla base del suo collo e un gemito soffocato che le fece vibrare la colonna vertebrale. Vanessa lo sentì irrigidirsi, poi rilassarsi contro di lei, il sudore che mescolava i loro corpi in un unico essere tremante.

Vanessa rimase immobile, il respiro ancora affannoso mentre il corpo di Eugenio si appesantiva contro il suo. La stanza odorava di sesso e sudore, l’aria umida che si attaccava alla pelle come una seconda pelle. Fu Eugenio a rompere il silenzio, rotolandosi di lato con un sospiro soddisfatto. “Beh,” disse, tracciando con un dito il segno dei denti che aveva lasciato sulla sua spalla, “questo è un bel modo per vincere il concorso di cosplay.”

Vanessa rise, un suono roco che le fece male alla gola. “Se solo lo sapessero gli organizzatori,” borbottò, allungando una mano verso il bicchiere d’acqua sul comodino. Il liquido era tiepido ma le dissetò ugualmente, alcune gocce che le scivolarono lungo il mento. Eugenio le raccolse con la punta del dito, portandosela alla bocca con uno sguardo che le fece venire di nuovo i brividi.

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