Nella sua lunga vita, il Celeste aveva assistito a numerosi eventi.
Molti di essi l’avevano lasciato scosso, sorpreso, spesso incapace di reagire alle situazioni come avrebbe dovuto. L’età gli aveva dato modo di imparare, di migliorare.
Non si era stupito a sapere che la ritirata di Licanes in Corea era stata il preambolo a un contrattacco devastante. Le forze degli occidentali avevano colpito le linee di Chin in profondità, di fatto accerchiando quasi ventimila uomini. Peccato che tra i contingenti accerchiati c’erano i Diavoli Rossi di Ko Fun, gente più disposta a morire che ad arrendersi.
Erano fanatici, una divisione di disperati, fedeli a Chin al punto tale da non considerare la resa neppure in frangenti del genere, anche quando altri dei loro avrebbero potuto farlo.
Che con loro ci fossero le divisione Cigno e Gnu, di nuova formazione, era secondario.
Lo zelo dei Diavoli Rossi avrebbe compensato l’inesperienza.
Non era rimasto troppo sorpreso neppure quando i Licanei avevano attraversato il deserto attaccando nelle vicinanze di quella che chiamavano Clavis Uzbea, la località dov’era iniziato tutto. Il Celeste sapeva che l’attacco aveva un solo scopo: spianare la strada alla volta del complesso, o ciò che ne restava. Ma che facessero pure.
Lui aveva previsto l’attacco e aveva già deciso di prendere le sue contromisure.
Nessun licaneo sarebbe uscito vivo da Clavis Uzbea, anche se realisticamente non c’era più molto da trovare là.
Forse uno dei lati più impressionanti dell’Unio Africae (e Ferelea era giunta a considerarlo come un enorme pregio) era l’insospettabilità delle sue risorse.
La loro capacità di mimetizzare i propri agenti all’interno di un certo gruppo sociale o in certe posizioni all’interno di determinate nazioni o organizzazioni era decisamente notevole, lo dimostrava l’abilità con cui si erano mossi nella Confederatio, e lo provava nuovamente l’agilità con cui stavano muovendo il loro gruppo verso Clavis Uzbea.
“Contatti, basi, mezzi, risorse e persino agenti ausiliari…”, pensò l’informatrice.
Scese dal mezzo massaggiandosi la schiena. Non era l’unica ad essere a pezzi.
Ma non aveva nessuna intenzione di rallentarli.
“… Stanno investendo moltissimo in questa operazione. Come tutti gli altri.”, pensò.
Il che era ottimo: parte del piano voleva che i vari gruppi si muovessero in tal senso.
E il suo dovere era far sì che il suo, di gruppo, non mollasse. A nessun costo, anche se ciò significava compromettersi. Ed era un rischio ben consistente, vista e considerata l’attenzione di Saida. Più volte aveva visto l’africana guardare distrattamente, casualmente nella sua direzione. Tattiche di osservazione passiva, apparentemente casuale. Molto, molto capace. Hawo intanto aveva parlato un po’ con Marduk. Un’utile distrazione.
“Saida non solo non si fida, ma sta attivamente sviluppando un ragionamento circa un mio doppio gioco.”, ragionò Ferelea. Suo malgrado, era enormemente ammirata.
Quella nera era capace, scaltra, analitica e terribilmente logica.
Era il prodotto di punta di un organizzazione che per la Confederatio era solo un fastidio…
Un fastidio… L’Unio Africae aveva agenti di primo piano, gente capace di ingannare i servizi di Licanes. Semplicemente, non erano tanto folli da svelarne l’esistenza.
Ferelea aveva avuto la discutibile fortuna di poterne toccare con mano le capacità.
Ciò significava doversi muovere con molta più cautela.
Lupi. O meglio, canis lupis. Canidi della famiglia dei lupoidi, difficile dire quale fosse il ceppo.
La figura li osservò correre e fermarsi d’un tratto. La savana cedeva il passo a rovine di qualche città dimenticata da molto tempo rivendicata dai predatori della natura.
I lupi annusavano l’aria. Sentivano il suo odore? Difficile, ma non impossibile.
La figura espirò piano, lentamente, come se avesse dovuto stabilizzare il battito cardiaco prima di sparare con un fucile di precisione.
I lupi parvero quietarsi, per un istante, poi uno di loro ringhiò.
Il secondo gli fece eco, e anche un terzo, mentre una nuova figura, un nuovo predatore, entrava nel campo visivo della figura in nero. Un animale possente. Non un lupo.
Leo Desertorum. Il leone del deserto. Una specie ritenuta estinta più e più volte e sempre tornata. Pochi esemplari, molti maschi, poche femmine, e tutti con quell’aspetto maestoso e una criniera che faceva ipotizzare agli zoologi licanei una lontana parentela con il Leo Africae.
Ma il leone del deserto aveva una particolarità. Il pelo corporeo era lungo, ma non ingombrante, era armoniosamente diviso lungo la superficie del corpo e la criniera era meno voluminosa di quella del suo parente africano.
Quell’essere si era sviluppato per cacciare in quei territori. Si era adattato attraverso secoli e secoli di perfezionamento, ogni generazione più idonea della precedente, ogni volta scofiggendo pronostici, cacciatori e rivali, era rimasto in vita.
“Semplicemente perfetto.”, pensò l’individuo in nero.
Osservò il branco di lupi lanciarsi in avanti, contro il leone. Il felino era grosso, ma era anche solo. Qualunque altro animale avrebbe considerato la ritirata. Lui no.
Lui si lanciò contro di loro. Evitò il grosso del branco, travolgendo in carica uno dei maschi più esterni. Lo azzannò alla gola e passò oltre scagliandosi verso un secondo avversario. Una zampata sfregiò il muso di un terzo, mentre il secondo soccombeva.
Magnifico. Semplicemente magnifico. La figura in nero sorrise.
Il leone ruggì vittorioso mentre i lupi fuggivano, vinti. Lo scontro era durato più o meno due minuti, forse quattro al massimo. Un tempo oltremodo breve. Mentre si rialzava, la figura in nero osservò il leone, che parve ricambiare lo sguardo con superbia. Poi, il felino parve fare un cenno del capo. Un riconoscersi tra simili affini.
-Hai proprio ragione.-, mormorò l’essere umano, -Siamo in pochi, noialtri.-.
Il leone ruggì, un ruggito basso, quasi più un ringhio. Forse un assenso.
-Ma non temere.-, continuò l’individuo in nero, -Questi non sono tempi da lupi. Non prosperano i branchi o gli stormi. Non più. E ancor meno in futuro.-.
Il ruggito del leone si alzò di tono, quasi concordasse con quell’affermazione.
-Questi sono i giorni dei leoni. Dei forti, non dei pavidi.-, sibilò la figura.
Saida non amava quel che vedeva. Le mappe tattiche che aveva recuperato al punto indicatole segnalavano una situazione in cui sia Chin che Licanes parevano stare ancora lottando per il controllo del territorio. Stando alle informazioni note, c’erano circa seimila uomini di Licanes in zona, e almeno altrettanti da parte di Chin.
Difficile passare inosservati, ma non impossibile. Specie considerando la possibilità di un diversivo, anzi, due.
La cosa avrebbe inevitabilmente dato modo ai loro nemici di capire che qualcun altro stava agendo in quel teatro bellico, ma non era rilevante, non per Saida, né per l’Unio Africae.
Una fortuna disporre di alcuni agenti minori da poter richiamare. Lei aveva preso rapidamente le sua contromisure.
-Dobbiamo organizzarci.-, disse. Marduk e Ferelea annuirono.
-Sho-Mi?-, chiese questi. L’informatrice, nuovamente abbigliata come una licanea, sospirò.
-Pochi contatti. Ha detto di starsi muovendo.-, disse.
-Altri Justicarii potrebbero unirsi a noi?-, chiese Hawo.
-Ne dubito.-, ammise Marduk, -Hanno abbandonato la Confederatio da ben prima della prima guerra. Non tutti forse, ma molti di loro.-.
-E nessuno di loro potrebbe venirci in aiuto? Sembra il genere di impresa che potrebbero considerare come necessaria.-, domandò Saida.
-Forse.-, ammise Marduk, -Ma anche così, non accadrebbe in tempi rapidi.-.
-Già.-, riconobbe Ferelea, -Io ho attivato alcune mie risorse. Se abbiamo bisogno di un diversivo tra le linee licanee, da quel lato non dovremo esporci.-.
-I miei si occuperanno di Chin.-, annuì Saida, secca. Non le piaceva che quella donna disponesse di simili risorse senza condividerle apertamente, la ritrosia iniziale sarebbe stata comprensibile, ma collaborare ora era questione di vita o di morte, non solo per loro, ma per moltissimi altri.
-I miei uomini sono gente di Licanes, ricognitori.-, chiarì la licanea.
Saida annuì. Non era molto, ma era un segno di fiducia. O un modo per darle modo di credere di potersi fidare di lei.
Marduk si discostò dal gruppo, per un breve istante.
C’erano momenti in cui sentiva qualcosa. Una percezione che neanche lui riusciva davvero a spiegarsi. Squadrò il deserto davanti a sé. “Dove sei, Sho?”, chiese a sé più che al vuoto.
Era ancora viva? E che dire degli altri Justicarii? Sarebbero intervenuti? Sapevano cosa stava accadendo? Gli importava? Veniva da credere di no, ma Marduk era un po’ più addentro al loro modo di pensare. Amava credere che loro sapessero e che sarebbero intervenuti.
La speranza era che non lo facessero troppo tardi.
Da solo, lui in quel momento era tutto ciò che si frapponeva tra due civiltà antiche e potenti e l’annichilimento totale di una delle due a totale vantaggio dell’altra.
Ma non c’era solo quello: qualcun altro stava giocando una partita a un altro livello.
Aveva la viscerale sensazione che qualcosa o qualcuno sarebbe intervenuto, forse a Clavis, o forse dopo. Si accorse appena di Saida che si avvicinava.
La nera si fermò esattamente al suo fianco, contemplando l’orizzonte.
-Clavis è più avanti, ma noi ci fermeremo prima, a Ulanea.-, disse. Marduk annuì appena.
-Dobbiamo capire di chi fidarci.-, disse l’africana, il tono calmo, ma deciso.
-Ferelea non ti va giù, deduco.-, osservò lui. Lei scosse piano il capo.
-No. C’è qualcosa che non mi piace, in tutto questo, e se devo essere onesta anche la storia della Justicar… Come sappiamo che non ha sfruttato il tempo in cui non erano con noi per prepararci un comitato di benvenuto a Clavis?-, chiese.
-Lei è con noi ora. Se fosse così, starebbe rischiando molto.-, disse Marduk.
-Forse. Ma se invece fosse tutto parte di un piano? Anche il fatto che abbia uomini all’interno delle forze di Licanes ha un certo peso, no?-, chiese la nera.
-Non mi diresti tutto questo se non avessi un piano contingente.-, disse lui.
E con sua soddisfazione, Saida sorrise con un sogghigno furbetto.
Hawo osservava Ferelea. Aveva ricevuto quell’ordine. Osservarla, tenerla lì bloccata.
Di fatto, per farlo l’aveva sfidata a un gioco da tavolo che i licanei giocavano spesso, la Tabula.
Un suo cliente di quando ancora faceva l’intrattenitrice gliene aveva regalata una versione da viaggio, nulla più che una striscia di cuoio e stoffa con diverse pedine. Non era rimasta sorpresa al sapere che la licanea sapesse giocare. Era stato il gioco di Septimo Nero, in fondo.
Tirò i dadi. Sette. Mosse una pedina facendola arrivare in base e un’altra coprendo la prima.
Ferelea sorrise di circostanza. Tirò. Doppio quattro. Mosse due pedine e poi altre due.
Hawo emise un verso scoraggiato: sapeva riconoscere quando una partita andava male, e quella stava decisamente pendendo a favore della sua avversaria.
-Nienta da dire.-, fece la licanea come indovinando i suoi pensieri. Hawo tirò. Due e quattro. Mosse una sola pedina rimasta isolata, abbastanza da far sì che l’informatrice necessitasse di un tiro da uno per catturarla.
Che puntualmente arrivò con il successivo suo lancio. Hawo imprecò in dialetto ascaro.
-Ti sta davvero andando male.-, disse Ferelea portando nella sua area d’arrivo le ultime due pedine rimaste fuori.
-Sai come si dice… fortunata al gioco, sfortunata in amore. E preferisco la fortuna nel secondo ambiente. Ci si diverte di più, no?-, chiese Hawo, -Anche se a volte, qualche soldo in più fa comodo, capisci?-.
-Già, posso capire.-, annuì l’altra con sorrisetto velato di qualcosa. Hawo la lesse. Era tristezza. Non ne capì esattamente il perché ma poteva immaginare.
Ferelea non era stata graziata dai suoi déi, quali che fossero stati, con relazioni amorose piacevoli e corrisposte. Probabilmente, anzi, aveva avuto una vita grama, dedita al lavoro, agli affari, e sì, forse anche al gioco d’azzardo, ma senza la scintilla dell’amore per qualcuno.
Hawo riusciva a immaginare. Con tutta possibilità, la notte trascorsa con lei e Marduk era stata una rarissima eccezione, una condivisione di rara intimità corrisposta.
Ad Hawo parve infinitamente triste, tanto da farle scordare la partita persa.
Ferelea sorrise risistemando il tabellone. La Tabula Regis era un gioco antichissimo, da ben prima del cataclisma si giocava su un tavoliere diviso in due metà per la verticale, su cui erano piazzate pedine bianche e nere secondo uno schema prefissato. Scopo del gioco era estrarre le pedine dal tabellone, cosa che si poteva fare solo dopo aver portato tutte le proprie pedine nella propria casa d’arrivo. Il movimento di un giocatore era sancito da due dadi da sei facce. Non si poteva passare, dividere i numeri o ritirare. Si era obbligati a giocare, anche quando non c’era la possibilità di fare mosse produttive o si rischiava di mettere in pericolo le proprie pedine o la propria strategia. Era un gioco spietato.
Proprio come quello che stava conducendo in quel momento.
Hawo non giocava male, ma era evidente che non giocava da molto. Ferelea aveva invece appreso l’arte di quel gioco in gioventù dal fratello, un perdigiorno biscazziere finito con una lama tra le costole in un vicolo di Cremona Agricola, aveva giocato contro giocatori di calibro molto superiore alla sua avversaria attuale.
Non aveva mai giocato leggero: lei non giocava per divertirsi, giocava per vincere, come a suo tempo aveva detto qualcuno di Septimo Nero. Il fratello della nobile Aristarda, incestuoso ed empio, aveva avuto quel pregio: saper giocare. Si diceva che avesse sottratto mogli a senatori, vinto partire per milioni di quelli che attualmente erano i crediti licanei, e perso altrettante fortune. Un uomo capace, lucido, spietato. Tradito da chi aveva amato, si diceva.
Era per quello che lei non si era mai concessa il lusso dell’amore, anche sapendo di soffrire per la sua decisione. Le relazioni sentimentali erano, per lei e per i piani di cui faceva parte, un ostacolo, un pericolo. Era ben lieta di lasciarsele alle spalle.
“E d’altronde, mi lascio alle spalle molto più di questo.”, pensò, “Se tutto andrà come deve…”.
Sapeva che Saida dubitava di lei, e poteva ben immaginare che Hawo avesse avuto lo specifico compito di tenerla bloccata lì mentre sua sorella parlava con Marduk, ma andava bene. Aveva previsto quell’eventualità Per ciò che doveva fare, sarebbe stato ininfluente se Marduk avesse parlato con Saida o no. I piani erano già in movimento.
Bevve un sorso d’acqua. Hawo sorrise appena.
-Che c’è?-, chiese.
-Sei davvero magnifica, lo sai? Hai uno sguardo che affascina.-, disse l’altra.
Ferelea sorrise. La nera era una bellezza diversa, quasi aggressiva, ma quel complimento era inaspettato. Lo gustò, come un delicato bacio da parte di un amante.
-Tu hai un corpo che affascina, sai?-, chiese. Non mentiva, quella notte con Hawo e Marduk si era divertita, e le era piaciuto molto. Un’altra cosa a cui avrebbe dovuto rinunciare, e non senza dispiacere, suo malgrado.
Il sorriso di rimando della nera fu troncato da una voce. Dovevano tornare a bordo.
Si ripartiva.
Infiltrare un territorio ostile era un’arte. Una antica.
Non c’era un manuale sufficientemente onnicomprensivo da spiegare come farlo.
Non era una lacuna del sistema bellico umano, era semplicemente la realtà delle cose.
Troppe variabili, troppe possibilità d’errore. L’infiltrazione è un salto nel buio. Sempre.
E non importa quanto venga eroicamente dipinta: ogni singola operazione in territorio ostile poteva divenire una trappola per gli incursori, un incubo tattico volto a sbriciolare la volontà di qualunque individuo. L’infiltratore doveva avere nervi d’acciaio e la capacità di prendere decisioni in ambito di scelte tra vita e morte (sua o di altri) in pochi battiti di cuore.
Non era certamente un lavoro per tutti. A Chin gli incursori venivano selezionati tra i soldati più coraggiosi e capaci, ed erano tutti volontari.
Lie Nu sapeva anche di Licanes. A differenza di Chin, gli incursori venivano scelti, ma non avevano facoltà di rifiutare l’assegnazione.
Un procedimento diretto. Secco. Di certo, gli uomini che la accompagnavano erano indubbiamente professionisti della guerra, elementi di alto livello.
Vinicio Manaleo, un uomo dal fisico taurino e lo sguardo feroce, pareva costruito per la guerra, generato per essa, quasi gli déi avessero voluto sincerarsi di avere un campione, sarebbe venuto da pensare vedendo come si muoveva.
Con lui, Leonia Trivullia, pareva quasi un controsenso, magra come la stessa Lie, viso appuntito, intelligente e placido. Ma c’era qualcosa in quegli occhi, una scintilla di durezza che portava Lie Nu a credere che quella donna fosse d’acciaio. Doveva esserlo.
L’ultimo elemento era Jarius Bacaus, un veterano. Aveva almeno quarant’anni e pareva la perfetta via di mezzo tra i due che componevano la squadra.
Nessuno di loro aveva fatto apprezzamenti, o l’aveva importunata. Che ciò fosse dovuto alla sua sottomissione a Licius oppure no, la giovane non lo sapeva per certo, ma non poteva certo escludere che l’ufficiale avesse mantenuto la sua parola. Il solo pensiero di quel sopruso le fece rivoltare lo stomaco. Si fece forza, bandendo quel pensiero. Non era il momento, non lì.
Scivolavano tra le rovine di edifici, la periferia di una città in macerie, abbandonata.
Clavis Uzbea, certo. Ma Clavis Uzbea non era solo l’installazione. C’era stata una città, un tempo, in quella zona. Evacuata ben prima che Minah Ahn e il suo gruppo svanissero.
Affinché nessuno vedesse, no? No. La verità le si palesò davanti.
-Per gli déi…-, ansimò Bacaus. Illuminò con la torcia un anfratto, -Venite a vedere…-.
La sua voce era innaturalmente acuta, spaventata, avrebbe detto Lie.
E quando la squadra si riunì, videro. E capì perché.
C’era un corpo, uno scheletro bruciato, ossa che parevano umane ma che presentavano tratti anomali, mutazioni, crescite ossee fuori scala, strutture che deviavano dal paradigma dell’Homo Sapiens Sapiens per diventare… altro.
“Demoni…”, la parola affiorò spontanea alla mente di Lie Nu. La Chin si accorse di star tremando. I commando si scambiavano sguardi, come a volersi sincerare che tutti loro stessero vedendo l’identica cosa.
-Cos’è?-, osò chiedere Leonia. L’arma abbandonata, tra le braccia irrigidite.
-Il futuro.-, voce. Da fuori. Improvvisamente, il gruppo si girò, per intero.
Non abbastanza in fretta. Vinicio fu colpito al petto, tre volte. Arma a proiettili solidi.
Andò giù con un’espressione di stupore. Leonia ruggì di furia sparando verso la direzione dell’attacco. Si mosse rapidamente, mentre Jarius la copriva. E fu colpita in pieno viso.
Tiro singolo, oltremodo preciso, quasi annoiato. Come se chi aveva sparato avesse avuto tutto il tempo per colpire. E tutta la sicurezza del mondo nel saperlo fare.
In poco meno che dieci secondi, qualcuno li aveva privati di due elementi, senza il benché minimo preavviso. Operativi di Chin? Le armi suonavano simili. Lie se lo chiese. Presa copertura alla meglio, valutò se sparare una raffica, ma quel che vide le tolse ogni dubbio.
Jarius improvvisamente si rialzò. Mise la sicura all’arma e posò perentoriamente una mano sull’arma di Lie. Lei lo fissò, confusa.
Cosa diavolo stava succedendo? Lo scontro era durato pochi secondi…
Ebbe tutte le risposte un istante dopo, quando una figura in nero che già aveva visto emerse delle ombre. Jarius annuì vedendola. Non fece cenni a reagire in alcun modo, ma la Chin sospettò che non avrebbe fatto realmente differenza. Se anche avesse tentato, probabilmente sarebbe morto, ma certamente, non era previsto che porgesse la mano alla figura, mettendosi sulla linea di tiro di Lie.
-Jarius. Ottimo lavoro.-, disse la figura. Stringeva tra le mani guantate un DaaWang, arma da fuoco di Chin sviluppata da alcuni alleati del regno di Corea, prima che esso divenisse un’ennesima proppaggine di Licanes. In realtà, l’arma pareva davvero buona. Lie sapeva che veniva ancora usata presso le forze regolari di Chin.
Ciò voleva dire che chiunque avrebbe analizzato i corpi avrebbe pensato a uomini di Chin, e quindi a un suo doppiogioco. Era fottuta. Se ne rese conto con gelida rabbia.
-Che cosa significa tutto questo?-, chiese con rabbia l’asiatica. Jurius si voltò.
-Significa libertà. Fine delle illusioni, fine dell’era dei deboli.-, disse.
-E l’inizio dell’era dei forti.-, rispose la figura in nero, con tono scevro da emozioni.
-Accuseranno me! Diranno che ho tradito… Mi uccideranno…-, mormorò Lie.
La figura tacque, e l’asiatica capì che le aveva reso la speranza, solo per strappargliela nuovamente, nel modo più crudele possibile.
-Tu!-, ringhiò Lie. Alzò l’arma. Jarius si mosse. Afferrò la canna del fucile dell’asiatica e impresse una leva. Fu costretta a mollarlo. O a rompersi un dito.
-Io ti ho liberata. Come promesso.-, la figura in nero non fece una mossa, non una, per colpirla, né per punirla.
-Come?! Se stanno monitorando i nostri battiti o le nostre comunicazioni… se abbiamo anche solo delle pittocamere che possono vedere tutto questo…-, poi capì. Immediatamente tutto andò al suo giusto posto. Una calma flemmatica la sommerse, annullò l’ira. La sostituì con altro. Si volse verso Jarius.
-Non ci sono camere, o monitoraggi, vero?-, chiese.
-Perspicace.-, concesse lui, -E non ci sono neppure canali di comunicazione. La solita storia delle trasmissioni poco affidabili.-, aggiunse. Lei annuì. Si volse verso la figura.
-Hai pianificato tutto questo.-, disse con studiata lentezza, -E non è la prima volta che vai a interferire, vero?-, chiese.
-Sempre più affilata, sempre più precisa. Come un’ottima lama.-, rispose l’individuo in nero.
-Eri al Banatleus? So che Pacuvio ha perso una dei suoi, una cecchina. E ci sono state altre vittime, gente di un po’ tutti gli schieramenti… La morte di quella donna, Minah Ahn, uccisa contro ogni buonsenso, un colpo da cecchino, ma il cecchino in questione eri tu…. E anche Chien Lie… Che non avrebbe dovuto trovarsi lì, ad Aquae Sulis…-, tasselli andavano al loro posto. Ma mancavano pezzi. Molti. Soprattutto… mancava una risposta fondamentale.
-Perché?-, chiese infine.
-Domanda pericolosa, Lie Nu.-, la figura in nero era passata al Chin. Dizione corretta, perfetta, nessuna sbavatura, -Fin qui, però, devo farti i miei complimenti. L’accademia di Jouzi ti ha formata ottimamente.-.
Jouzi. Capo attuale di una delle principali accademie militari per le forze speciali e le operazioni negabili di Chin. Lie Nu sentì l’aria mancarle. Si acorse di star trattenendo il fiato.
Qualcosa stava accadendo, laggiù. Se lo sentiva. Era come se qualcuno avesse lanciato le monete dell’I Ching nell’aria e stesse aspettando l’oracolo. Un senso di tensione e aspettativa. Fissò la figura, Jarius pareva dimenticato. In effetti, Lie lo vide andare verso un cumulo di macerie.
-Le domande rimangono.-, disse, -Chi sei? Perché fare tutto questo?-.
-Perché questa non è la guerra di Chin e Licanes. È la mia. Ed è iniziata ben prima della morte di Minah, molto prima.-, disse la figura, -C’è un antico detto, penso venga da Merak…-.
Merak, il continente più ad ovest di Licanes, terre emerse che avevano accettato patti e amicizie, tribù di tecnobarbari e regni di popoli semiprimitivi. Foederati di Licanes.
-“Di tanto in tanto, l’albero della libertà dev’essere innaffiato del sangue di tiranni e patrioti.”.-.
La frase riverberò, impattando contro la mente di Lie Nu come un’onda di marea.
-Quindi è questo? Stai semplicemente offrendo al mondo un tributo?-, chiese.
La figura in nero si mosse. Due passi. Verso di lei.
-No, Lie Nu. Sto abbattendo quell’albero fasullo. Un taglio alla volta.-, disse.
-Io… Non capisco.-, mormorò l’asiatica.
-Non ti serve capire. Non ti occorre sapere. Ti occorre scegliere.-, disse la figura in nero.
-Scegli di servire un fine più alto, o di continuare a sguazzare nel fango.-.
-Un fine… più alto?-, chiese Lie, -Non ho più uno stato a cui tornare, la mia famiglia mi avrà rinnegata e questa mia condizione…-, lacrime di rabbia le sorsero al ricordo di tutto quanto.
-Certo. È normale. Tutti ridono e tu piangi. Ma… cosa diresti, se ti dicessi che puoi cambiare completamente le cose. Cosa diresti, se ti dicessi che quando morirai, tutti piangeranno, e il tuo ultimo atto sarà un sorriso?-, chiese l’individuo in nero.
Jarius trascinò qualcosa. Lo scagliò a terra. Un corpo. Operativo di Chin, maschio, petto traforato da proiettili. La figura in nero annuì. Lie riconobbe l’uniforme. Era quella dei cosiddetti Diavoli Verdi. Uomini della regione del Baluchistan, alleati di Chin da tempo immemori, predatori del deserto.
E questo le fece anche sorgere domande circa il perché non erano ancora stati attaccati.
Eppure, né Jarius né la figura in nero parevano ansiosi, o vigili. Lie annuì.
Connessioni, ad alti, altissimi livelli. Connessioni tra Chin e Licanes, e forse anche oltre.
Alleati insospettabili, nemici che non erano tali. Piani dentro piani…
Tutto talmente organizzato da essere disumano… eppure…
Fissò la figura in nero. Decise.
-Voglio la vendetta. Su tutti loro.-, sibilò. La figura annuì appena. Si volse.
-Aspetta.-, ordinò Lie. La figura si fermò. Pacata, senza tremare, senza sorprendersi.
Ogni movimento pareva essenziale, privo di sbavature, come se fosse tutto parte di una coreografia che solo quell’essere conosceva.
-Voglio una cosa in cambio.-, disse. Ancora, la figura non parlò. Le dava la schiena.
-Voglio sapere chi sei.-, concluse Lie Nu, -Voglio sapere chi c’è sotto quella maschera.-.
-Chi sono ti serve a poco.-, ribatté l’individuo in nero, senza giri di parole.
-Se parli così bene la mia lingua, allora saprai che non stringiamo patti con chi si nasconde dietro a falsi visi.-, era passata al dialetto del Song-Ko di Corea. E fu sorpresa quando la figura rispose nello stesso idioma. Era stato un test, e quell’individuo l’aveva superato.
“Chiunque sia, è certamente versato in molte lingue oltre che essere un assassino d’eccezione.”, pensò lei.
-Non si dice forse che le maschere svelano ciò che siamo in realtà?-, chiese nel dialetto coreano la figura in nero. La figura si voltò.
-Chi vede il mio viso muore. Sempre.-, sibilò. Se ci fosse stata anche la più lieve commistione di emozione in quel tono, probabilmente sarebbe stata pietà. Ma non c’era.
-Io sono già morta, se quel che hai detto è vero. Morire ridendo mentre tutti piangeranno? Mi sta bene. Fare questo patto con qualcuno che non si mostra? Mi sta meno bene. Se la cosa non ti piace, puoi uccidermi anche subito.-, disse Lie Nu, -Non credo sia un problema per te.-.
Silenzio. Un lungo silenzio. Quasi angosciante. Anzi, stritolante.
-Tu non sai cosa chiedi.-, sibilò la figura in lingua licanea. Jarius fissava il duo.
-Forse. Ma so cosa voglio.-, ribatté Lie nella stessa lingua.
-Jarius. Lasciaci. Hai compiuto un ottimo lavoro. Ora devo parlare con Lie.-, disse l’individuo.
Jarius arretrò. Divenne un’ombra tra le ombre. E la figura avanzò ancora. Due passi, tre. Fu faccia a faccia con Lie Nu.
-Te lo chiedo di nuovo, Lie Nu.-, disse in Chin, -È questo che vuoi?-.
-Sì.-, rispose lei. L’individuo annuì. Portò le mani ai lati della maschera.
-Da qui, tutto cambierà. E io esigo la tua assoluta lealtà, con questo atto.-, disse.
La Chin annuì piano, solennemente. E la maschera fu tolta. Un movimento lento.
Poi Lie Nu fissò il viso sotto di essa.
-Allora?-, chiese la persona sotto la maschera, -Sono ciò che ti aspettavi?-.
-Io.. Io ti conosco!-, esclamò Lie. Non poteva davvero essere… Eppure era!
-Sì.-, annuì la figura, -Mi conosci.-. Lie Nu sorrise appena, divertita, o forse di un altro passo più vicina alla follia. Cadde sulle ginocchia. E lentamente, fece un movimento che non avrebbe mai più fatto per nessun altro sino al giorno della propria morte.
S’inchinò poggiando le mani a terra e il capo tra esse.
La figura in nero osservò, senza commentare, senza giudicare. Lie Nu rimase prostrata per un lungo istante, poi si alzò quando le fu ordinato di farlo.
-La mia volontà ti appartiene…-, sussurrò la Chin.
-Girati.-, ordinò la figura in nero. Portava di nuovo la maschera. Si mise ad armeggiare con il collare esplosivo. Lie provò paura, ansia. Bastava un errore e sarebbe esploso…
Ma la consapevolezza che quella figura era chi era le fece dimenticare la paura.
Si sforzò di restare immobile.
Il rifugio era un magazzino di contrabbando già da ben prima dell’inizio della guerra. Non fu una sorpresa che Ferelea l’avesse rilevato.
Marduk osservò le armi alle pareti. Fucili vetusti, certo, ma capaci di resistere alle condizioni del deserto per anni, e capaci soprattutto di sparare. Nelle mani giuste valevano quanto qualunque altra arma da fuoco. Ovviamente non c’erano solo quelle.
Gli utilizzatori del magazzino erano stati previdenti. Oltre alle armi c’erano munizioni, addirittura corpetti modello Loricae, risalenti alla prima guerra con Chin, certo, ma ancora molto validi. Non c’era tanto da fare gli schizzinosi.
E infine, sepolto all’interno di una cassa ma ancora perfettamente funzionante, un autentico tesoro. Visori notturni. Quattro totali. Gli Oculia Noctis tendevano a ingere la visuale di un verde malato, ma per gli intenti di Marduk e dei suoi compagni erano perfetti.
L’uomo sorrise mentre gli estraeva dalla cassa tra lo stupore delle sue compagne e degli agenti che le accompagnavano.
-Ce ne sono cinque.-, disse Marduk. Saida annuì.
-Uno io, uno tu, uno Ferelea… E magari gli altri ad altri due del gruppo.-, propose.
-Io… non sono sicura di voler entrare in quel posto.-, mormorò Ferelea.
-No?-, chiese Hawo, -Pensavo volessi sapere.-. Era sinceramente sorpresa.
L’informatrice si strinse nelle spalle, palesando qualcosa. Un disagio.
-Non… non sono sicura di voler… vedere così da vicino quel che troveremo.-, ammise.
Esitava, pareva veramente scossa. Eppure a Marduk la cosa fece strano. Ferelea non era una che si tirava indietro dallo scavare nel marcio. Hawo scosse il capo.
-Fa niente. Bastiamo noi. Entriamo e usciamo.-, disse.
-Anche così.-, disse Osman, un nero che faceva parte degli agenti dell’Unio Africae, -Dobbiamo mettere in conto che non saremo i soli a muoversi in questa zona. Le pattuglie di Chin e di Licanes si attaccano le une con le altre, è un gioco al massacro.-.
-È vero. E ci sono anche i banditi. Shufta e Kazhaki.-, aggiunse Saida.
-Appunto.-, commentò Ferelea, -Diverse variabili di cui tener conto.-.
-E quando questi rischi ci hanno fermati, sin qui?-, chiese Marduk con un ghigno.
-Ben detto!-, sorrise Hawo a trentadue denti, -Non ci fermeranno neanche stavolta.-.
-Perfetto. Ci muoviamo tra sette ore.-, commentò Saida chiudendo la questione.
Ferelea imprecò tra sé e sé. Non era andata affatto come aveva sperato.
Aveva sperato che avrebbero riconsiderato, rivalutato. Invece no.
Non era una buona cosa: quello che Marduk avrebbe visto là lo avrebbe fatto vacillare. Lo avrebbe spinto al limite, magari anche oltre il limite. Lo avrebbe spezzato.
A dispetto di tutto, lei non voleva che accadesse. Non voleva dover pagare il successo del piano con la sanità di Marduk Atbash, anche rendendosi conto di non avere realmente alcuna scelta. Gli eventi erano in moto, che le piacesse o no come si stavano svolgendo.
Ciò che poteva fare, ciò che doveva fare, era adattarsi. Adattare il piano…
Però non poteva certamente farlo da sola. Doveva riuscire a comunicare.
Comunicare con la figura in nero.
La figura in nero aveva finito. Sotto la maschera, un sorriso increspava le labbra.
-Ho finito.-, disse, -La carica esplosiva è stata disattivata.-.
-Come…?-, chiese Lie Nu, -Come…?!-.
-Non fare domande. Ti basti sapere che la carica ora non è più operativa. All’apparenza sembrerà tutto normale, ma se Licius dovesse premere quel pulante… subirà una cocente delusione.-, interruppe l’individuo in nero, -Passiamo a quello che devi fare.-.
-Ascolto e obbedisco.-, mormorò la Chin chinando il capo in una postura di totale obbedienza. Non era solo obbediente, era sottomessa. La figura la fissò. Si chiese fugacemente fin dove si potesse spingere l’essere umano per ottenere soddisfazione.
La risposta, già la sapeva, era un puro esercizio di retorica.
“Togli a un uomo il cibo, gli rimarrà la dignità. Togli a un uomo la dignità, gli rimarrà il cibo. Togligli entrambi e non avrà nulla che lo trattenga, nulla da perdere. Diventerà disposto a tutto.”, pensò rievocando un antico adagio.
Esattamente ciò che era successo a Lie Nu. I suoi capi, Licius e il fato avevano cospirato per servire ai suoi piani un’arma perfetta.
Incominciò a spiegarle come agire.
“Sii fuoco o fumo nel vento.”.
Marduk aveva sentito quell’adagio tempo prima. Molto. L’aveva detto Sho-Mi.
Era una frase radicale, eppure incarnava il modus vivendi dei Justicarii. Scegliere, in modo radicale ed estremo ciò che si voleva fare, prendere una posizione.
Definire il nostro approccio al mondo. Senza tentennare.
Per i Justicarii la decisione andava presa rapidamente, senza fingere o prender tempo.
Non era solo una questione di scelte tattiche. Anche le decisioni di più ampia portata andavano prese con lucida sveltezza. Decidere in fretta implicava anche sapersi conoscere a un livello tale da capire subito cosa si provasse nei confronti di una scelta. Quale opzione era veramente sentita come propria e in armonia con la propria visione delle cose.
Quanto accettare i compromessi, a quali dire no, come agire se le cose vanno diversamente da come previsto. Tutto quanto veniva vagliato, in pochissimo tempo. E la decisione veniva presa senza rimpianto.
Essere fuoco significava quello. Essere fumo significava venire sopraffatti dal tentennamento.
Per molti la lezione finiva lì. In realtà, l’adagio si spingeva più in là.
Il fuoco era un divoratore. Il fumo, mero testimone. Non solo residuo, ma spettatore dell’atto.
Agire o non agire. Non esistevano vie di mezzo, provare non era un’opzione.
-Fuoco.-, mormorò Marduk, -Noi siamo fuoco.-.
-Scusa?-, chiese Hawo. L’uomo si voltò. Era appoggiato al muro esterno, in attesa che Saida finisse di contattare i loro. L’africana lo raggiunse, con un’espressione preoccupata.
Scosse il capo sorridendo alla donna, -No. Niente.-, disse. Lei scrollò le spalle.
-Ho un gran brutto presentimento, sai?-, chiese. Lui annuì. Non era tranquillo.
-Quel posto… Ferelea non ci vuole venire.-, disse Hawo.
-La cosa mi sorprende. Non è da lei.-, disse Marduk, -DI solito non teme di rischiare.-.
-Ma di rischi ne ha corsi parecchi nell’ultimo periodo.-, replicò la nera. Era vero.
Comprensibile che Ferelea fosse turbata, in quel senso. L’uomo considerò che tutto sommato le preoccupazioni dell’informatrice fossero legittime.
Si soffermò a domandarsi cosa fare… dopo. Se ci fosse stato un dopo.
Se anche fossero risuciti a torvare Tigus e l’altro suo compagno, se anche fossero risuciti a impedire che qualcuno scatenasse ciò che avevano creato sulle due parti in causa, Chin e Licanes erano comunque in guerra, ed era un conflitto che ambo le potenze avevano accolto con discreto gaudio. Tensioni troppo a lungo sopite si erano risvegliate in tutta la loro violenza.
Con gran parte del mondo in fiamme, chi sperava nella pace poteva solo volgersi verso altri lidi. Verso Merak, ad esempio, verso quel continente di stati alleati formali di Licanes ma non vincolati a fornire uomini o truppe. Quei luoghi, come Haitia, o le Insulae Pulchrae, o ancora l’Alta Brasilea. Quelli erano, a memoria di Marduk almeno, gli stati più stabili tra quelli alleati di Licanes. Gli altri erano spesso in guerra o scossi da rivoluzioni varie. Oppure c’era l’Africae.
Scambiò uno sguardo con Hawo. La nera gli sorrise appena.
-È in questi momenti che ho nostalgia di casa. Di Brava, della mia terra…-, mormorò.
-Doveva essere una bella città.-, disse l’uomo, -Una terra splendida che ha prodotto donne forti e bellissime.-. Hawo si concesse un
Marduk annuì. Lui non aveva mai potuto dirsi appartenente a questo o a quel paese. Casa per lui era una parola dal significato relativo e molto meno accorato, un vocabolo svuotato dell’affetto che usualmente lo permeava. Di case ne aveva avute molte, e nessuna.
Era un mezzo apolide, un nomade, aveva cambiato domicilio più volte a seconda della necessità, muovendosi nella Confederatio prima come Justicar, poi come soldato e infine come agente. “Casa”, ormai per lui significava solo il luogo dove addormentarsi prima di ripartire. Ripensando al dopo, forse era quello che avrebbe voluto. Magari un posto dove addormentarsi che fosse sempre quello. Un luogo dove poter tornare sapendo di non dover ripartire tanto presto. Un posto suo.
E forse una moglie e dei figli? Sì, era una bellissima immagine. Si concesse di sognare.
Sentì Hawo toccargli appena la mano con la sua. La strinse.
-Abbiamo ancora qualche ora prima di muoverci.-, disse lei. Lui annuì. Capì al volo.
Alla fine, si viveva una volta sola, ed era inutile stare a immaginarsi futuri che avrebbero potuto venire disintegrati da un proiettile, o pericoli che poi forse esistevano solo nella mente.
-All’interno c’è una doccia. Credo convenga cercare di rilassarci, finché si può.-, disse.
Saida sospirò.
Era sempre il solito tran tran, prima di una missione. Preoccupazione, nervosismo, tensione a mille, e poco e niente da fare se non venirci a patti. Lei usualmente tendeva a cercare di fare lunghi respiri, fino a ridurre la paura, il timore e l’apprensione a una piccola sfera nel petto.
Era l’unico modo in cui riusciva a controllare quella ridda di emozioni che la coglieva ogni volta che le toccava supervisionare una missione. Perché quello faceva lei: osservava. Supervisionava. Coordinava. E non agiva. Si odiava per il fatto di mandare costantemente altri a rischiare la vita e a sporcarsi le mani. Era sbagliato, lo sentiva sbagliato.
Avrebbe voluto essere con loro, a rischiare la vita con loro, l’avrebbe fatta sentire meno vile.
Sorvegliò rapidamente le varie micro-pittocamere installate nel rifugio. La doccia era occupata, da due persone. Marduk e Hawo. Le immagini non lasciavano troppo spazio all’imaginazione: i due si stavano baciando. L’agente stava togliendo la veste superiore della nera. Era perfettamente palese quale fosse il copione in atto.
Stizzita, Saida imprecò chiudendo la visuale. Com’era possibile? Come poteva essere così maledettamente meschina? Aveva visto sua sorella fare sesso con decine di uomini, l’aveva guardata da ogni angolazione, quasi fosse stata anche lei con loro. Aveva rubato il piacere sviscerando l’amplesso.
Si accorse di avere i pugni stretti, gli occhi che parevano pungere.
E all’inizio si era anche eccitata. Aveva immaginato di essere al posto della sua gemella, ma presto l’eccitazione era svanita, sostituita da un senso di scoramento e di vuoto che non riusciva a colmare. Non era vergine, aveva avuto qualche esperienza, ma aveva sempre relegato il sesso a un bisogno fisico e nulla più. Hawo invece…
Hawo era a suo agio, nel sesso. Di più, sembrava quasi nutrirsene.
Da quel lato erano il giorno e la notte, diverse come più non sarebbe potuto essere.
Marduk lo sapeva, lei glielo aveva detto. Era stato forse l’unico vero sfogo che si era concessa al riguardo. Un altro motivo per cui non poteva semplicemente restare a guardarli.
Fugacemente si chiese come sarebbe stato. E decise di evitare di rispondersi.
Tanto, non sarebbe mai accaduto.
-È quasi tutto pronto.-, disse Osman entrando. Lei annuì appena.
-Sai cosa fare. Contatta gli altri. Ci serve che tutto sia pronto, non avremo che un occasione. Dovremo essere impeccabili.-, rispose. Osman annuì. Uscì.
Saida respirò di nuovo.
Doveva mantenere sotto controllo le emozioni. Sua sorella, Marduk e gli altri avevano bisogno di lei. E avevano bisogno che fosse concentrata.
La doccia era un servizio igenico ridotto quasi all’osso.
Hawo e Marduk si spogliarono febbrlimente dei vestiti. La nera trascinò l’agente sotto al getto.
In men che non si dica era già nuda e accovacciata sui talloni a succhiarlo. Un’autentica professionista, nulla da eccepire in merito. Marduk assecondò quell’offerta di piacere per qualche paradisiaco istante per poi far alzare l’africana e accarezzarle le grandi labbra trovandole già schiuse, stillanti rugiada sulla pelle scura delle gambe e sul pavimento della doccia. Marduk non esitò oltre. Guidò il suo sesso tra quelle cosce mentre Hawo gli si avvinghiava addosso come una liana abbracciava un’idolo antico.
Affondò nel baratro bollente dell’intimità della nera che lo baciava a tutta bocca.
L’idea di Ferelea era assolutamente folle. Ma era anche l’unica.
Non c’era verso di nascondersi dai controlli di Saida, salvo in un posto, e quel posto era occupato, poteva sentire i rumori da fuori la porta. Hawo e Marduk ci stavano dando dentro.
Avrebbe voluto unirsi a loro, ma era pressoché certa che l’idea che aveva avuto era altretanto folle.
L’informatrice era giunta a una semplice conclusione: per comunicare con l’individuo in nero doveva trovarsi in una zona dove nessuno avrebbe mai osato sospettare fosse stata.
Il bagno al momento era occupato, certo, ma proprio per quello, nessuno si sarebbe sognato di entrare o controllare. Quindi aveva rapidamente attivato un piccolo program integrato nel palmare e attivabile da un tasto esterno del volume, che avrebbe congelato la visuale delle pittocamere presenti (perché poteva immaginare ve ne fossero). Poi si era mossa, sino ad arrivare alla porta del bagno. I rumori dell’amplesso dei due continuavano, insieme a frasi smozzicate dette da Hawo in idiomi africani.
Folle, pazzesco, ma fattibile. Doveva solo fare piano, con calma. Ma senza attardarsi.
Aprì la porta con furtività semplicemente certosina. Pregò che i cardini non cigolassero. Niente. Il dio della furtività o chi per lui la assisteva!
I rumori all’interno si fecero più forti. Un grugnito di Marduk le fece temere che il suo diversivo fosse già finito e la sua azzardata manovra già conclusa con esito disastroso.
Invece i due amanti parevano tutt’altro che sazi. Il “ciaf-ciaf” di carne contro carne era ritmico e pareva promettere di non smettere presto.
Ferelea sorrise, la tenda in tessuto pesante era tessuto militare: bloccava la luce dell’esterno, impediva di vedere qualunque cosa oltre di essa. E con la sicurezza che nessuno l’avrebbe interrotta, entrò nella stanza, estrasse il palmare digitando rapidamente i messaggi. Ricevette risposta un istante dopo. Annuì. Comprese. Uscì dopo aver nuovamente lanciato il disturbo.
Il piano procedeva. Riaccostò la porta come l’aveva trovata.
Marduk era al limite. Affondò tra le natiche di Hawo, spingendole il sesso nel ventre. La nera, schiacciata contro la parete lo incitava con frasi ansimate tutt’altro che adatte all’amor cortese. Non si limitava a subire gli assalti dell’uomo, ma spingeva il bacino e il sesso contro di lui. Infine Marduk crollò. Scaricò tutto il suo seme nel ventre di Hawo, sfilandosi e lasciando un ultimo schizzo colpire le natiche insolenti dell’africana.
-Magnifico…-, ansimò. Aveva le gambe molli. Il cuore pareva una bestia autonoma in petto.
-Mmmh, quel che ci voleva.-, mormorò lei, -E mi sei venuto dentro di nuovo.-, commentò.
-Preferivi di no?-, chiese lui. La nera sorrise, denti bianchi brillanti sulla pelle scura del viso sorridente. Lo baciò con passione non simulata
-Vorrai scherzare! Io un figlio da te lo esigo!-, esclamò. Marduk sorrise.
Forse avrebbe dovuto dirle che il patogeno che Chin aveva usato su di lui avrebbe potuto comportare anche l’abbassamento del tasso di fertilità, ma evitò. La baciò e tacque.
Non voleva rovinare quel momento. L’idea che fosse l’ultimo lieto per diverso tempo era semplicemente opprimente. Troppo per desiderare di guastarlo.



Bello stile di scrittura, qualcosa di diverso e immersivo 👍
Questo racconto l'avevo già letto! Sono contento che venga ripreso e spero continui e termini!
bellissimo, fai continuare la storia con il signor Teodoro. Super
Bellissimo, rendere la mogliettina una troia ha degli aspetti veramente eccitanti! Ci sarà un bidello in questa scuola?
Bellissimo, continua, non lasciarci in sospeso!!!