È tornata mia sorella
Capitolo 4
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Ogni oggetto sulla scrivania è una stretta al mio petto, quasi sia una sfilata di peccati capitali che mi faranno finire all’inferno.
Dalla mia tasca è uscito una scatola verde oliva, con delle grafiche dorate. Non riesco a leggere il nome, ma sembra qualcosa che ha a che vedere con l’alchimia. Borio, che sembra rendere più piccolo quel buco che hanno il coraggio di chiamare “ufficio”, lo solleva davanti a sé, studiandolo. Lancia uno sguardo al suo assistente.
«Moretti, quanto costa questo?»
L’altro stronzo controlla qualcosa sul monitor del computer. «Quello? Il Gucci costa quanto una settimana di paga, capo. Meglio metterlo in un posto stabile e sicuro».
Il problema è che non è l’unica cosa che ci hanno trovato addosso. Accanto al Gucci ci sono un altro profumo, un Amouage, che non costa meno dell’altro, un paio di catenine e un sapone. A occhio, siamo oltre i mille euro.
Borio gira davanti alla scrivania e si siede sul bordo. Ci osserva e sospira. «Moretti, quant’è?»
Il suono dei tasti che vengono battuti risuona nel locale. «Millequattrocentosessanta e qualcosa». Annuisce come se apprezzasse la cosa: «Un bel mese di paga».
Borio gira la testa verso di noi. «Un bel mese di paga per una guardia giurata, vorrai dire». Mi fissa, una smorfia di disprezzo inombra appena il suo volto. «Immagino che per un avvocato sia poca cosa, o sbaglio».
Che figlio di troia… Vorrei sputargli in faccia, ma mi limito ad abbassare lo sguardo sulle piastrelle bianche che sembrano arrivare dagli anni ’70. Stringo le mani per non parlare, o direi certamente qualche stronzata.
Patrizia non è dello stesso parere. «Suvvia, agente. Non è successo nulla. Voglio dire…» Allunga una mano, indicando la refurtiva sul tavolo. «…la roba è tutta lì. Ritornerà tutto in negozio. Non si sono nemmeno sgualcite le confezioni».
Afferro il polso sinistro con la mano destra per impedirmi di mollare uno scappellotto a quella rincoglionita.
[Essere puttana non è il suo difetto peggiore, eh?]
Borio afferra il fondo della sua maglia e la strattona verso il basso. «Ha poco da fare la simpatica, signorina Costantini. Ha idea di cosa rischia?»
«Un richiamo?»
La smorfia di disprezzo diventa palese. «Da mille a millecinquecento euro di multa, e fino a sei anni di reclusione».
Deglutisco a vuoto. La mia bocca è secca.
[Ma pensa te se ti mettono in galera per questo!]
Che figura ci faccio? Io, un avvocato, futura moglie di un altro avvocato, che finisce in tribunale per essere giudicata in quanto taccheggiatrice…
[È quella troia di tua sorella ad essere la taccheggiatrice, non tu.]
Fisso la stronza. Sembra tranquilla.
[Chissà quante volte l’ha fatto in passato…]
Che cazzo l’è venuto in mente…
Apro la bocca per parlare, ma non escono parole dalle mie labbra. Devo riprovarci prima che anche le corde vocali si decidano a collaborare, per quanto producano solo un sibilo. «Perché l’hai fatto, Patty?» Solo con uno sforzo impedisco alle lacrime di seguire le parole.
Mia sorella muove solo gli occhi per guardarmi. Solleva le sopracciglia. «Cosa?»
[Sputtanala! Dì loro che tu non c’entri, che è stata solo una sua iniziativa, e che non ne avevi la minima idea.]
Faccio uno sforzo ancora maggiore per non mettermi a piangere. Gli occhi mi bruciano, la gola sembra essermi collassata. Sto malissimo, ancora più di quando ho fatto la mia prima arringa in tribunale. «M… mi hai rovinata…»
«Mettersi a piangere non servirà a nulla». Borio si volta con il busto e prende la cornetta del telefono sulla scrivania. «Non siete le prime che cercano di impietosirci con queste sceneggiate».
Patrizia mi osserva, e la sua espressione passa da indifferenza ad addolorata. Sembra comprendere cosa ha fatto. Si alza in piedi e mette una mano su quella di Borio che sta stringendo la cornetta, ormai appoggiata all’orecchio.
Lui le scocca un’occhiataccia. «Non si permetta di…»
«Possiamo parlare, prima che chiamiate i carabinieri?»
La faccia di Borio non lascia dubbi sul fatto che non lo farà, ma qualcosa nell’espressione di mia sorella gli fa allontanare la cornetta. «Cosa?»
Patrizia deglutisce e prende fiato. «Possiamo… possiamo metterci d’accordo?»
Cosa sta… Sgrano gli occhi quando capisco cosa sta tentando di fare. Ma è scema? Vuole aggiungere anche corruzione, questa rincoglionita?
[Vuoi vedere che la fedina penale è più lunga della lista di cazzi che si è scopata? Pazzesco come si sia divertita in Austria, negli ultimi cinque anni, mentre tu…]
Borio non riavvicina la cornetta all’orecchio, ma la ripone sulla forcella dell’apparecchio.
«Che tipo di… accordo?»
Mi scopro più agitata di prima, confusa come mai. Cosa cazzo sta succedendo?
Patrizia prende il cursore della maglia della tuta. È palese che finge di essere imbarazzata quando allontana lo sguardo dai due uomini, che invece sono diventati molto più interessati.
Non mi sono mai accorta di quanto sia rumorosa una zip quando si apre, soprattutto perché sto trattenendo il fiato. Mi è impossibile smettere di guardare la mano di mia sorella abbassarsi e il suo petto apparire davanti a tutti. Gli occhi dei due agenti si stringono man mano che i due lembi della maglia si allontanano.
Il seno di Patrizia, nudo, sodo, fa la sua comparsa. I capezzoli lo appuntiscono, facendolo puntare leggermente verso l’alto. Mi chiedo se anche il mio faccia la stessa figura, quando sono nuda. Il prurito torna ad infastidire la mia vulva…
Borio ammira le tette, passandosi la lingua tra le labbra, ma cerca di ricomporsi subito. «Questo basta appena se il valore della refurtiva arriva a 20 euro, non certo a farvi perdonare quanto avete sollevato», risponde, canzonatorio.
«No, di sicuro,» conferma l’altro bastardo, che non riesce a togliere gli occhi dal seno di mia sorella. Almeno fino a quando non lancia un’occhiata alla mia camicetta, probabilmente a chiedersi se la sorella bionda è messa altrettanto bene.
Quel bastardo di Borio rimette la mano sulla cornetta e la solleva appena.
Patrizia fa un passo avanti. «Non avevo intenzione di limitarmi a questo, ovviamente!»
Un mezzo sorriso di derisione solleva un angolo della bocca di Borio. «E cosa?»
Mia sorella non parla ma si inginocchia davanti a lui. Lo guarda letteralmente dal basso verso l’alto.
Un sogghigno proviene dalla gola di Moretti. «Io, quasi quasi…»
Borio è uno stronzo. La derisione ha preso tutta la bocca. «Pensi che basti? Sono quasi millecinquecento euro di roba rubata». Volta il capo verso di me. «E hai una complice».
Mi manca il fiato, mi gira la testa. Cosa… Sono un avvocato, io, non spompino il primo agente del cazzo
[(guardia giurata del cazzo!) ]
che vuole approfittarne! Mi basta fiatare per far finire due stronzi simili in galera per una cosa simile!
«Io non ho…» esplodo, ma Patrizia mette una mano su una mia gamba.
«Ale…» Non aggiunge altro, ma il suo sguardo dice tutto. È come quando eravamo bambine, e ci bastava uno sguardo per dirci tutto senza aprire bocca. Fallo, Ale. Accetta di essere scopata. Domenica è il tuo matrimonio. Vuoi finire in tribunale per un mio errore? Non lo saprà nessuno, devi solo inghiottire il rospo…
Mi mordo le labbra. Più che il rospo, mi tocca inghiottire la sborra di un figlio di troia che non conosco! Stringo le mani in grembo. Non posso abbassarmi a questo…
[Ma è sempre meglio che finire nella merda con la legge. E poi, vuoi mettere? Una scopata prima di sposare quella mezzasega di un Saverio? Vuoi negare che non è un tuo sogno erotico, quando sei a letto accanto a lui, e il rapporto sessuale insoddisfacente che ti propina tutte le volte?]
Il fiato sibila tra i miei denti, con un suono che sembra quello di un animale pronto a colpire. Lo faccio solo per non la mia fedina penale intonsa.
[Ma vai a cagare, dai…]
Afferro la camicetta, un bottone dopo l’altro entra nell’asola ed esce dall’altra parte. Guardo torva Borio, aspettandomi che sia lui ad approfittare di me, ma non si muove di un centimetro. È l’altro bastardo ad alzarsi da dietro la scrivania trascinando la sedia nel movimento.
Borio, invece, si avvicina a mia sorella, le mette una mano sui capelli ramati.
Lei mi lancia un’occhiata spaventata. «Lasciali fare,» sussurra. «Fai come ti ho detto prima, in corridoio, quando…» La mano del bastardo gira la testa verso di lui, verso il suo inguine. I pantaloni sono scesi alle caviglie, l’altra mano stringe un cazzo in tiro fuori dalle mutande bianche. Con un movimento, spinge la testa di Patrizia contro di sé.
«Succhia, puttana,» le ordina. Mia sorella lo guarda in volto, poi apre la bocca. Borio indirizza meglio il suo cazzo e glielo mette tra le labbra; la punta della lingua di mia sorella appare appena sotto l’asta, una goccia di saliva cola.
Il mio petto si stringe quando l’uomo afferra la testa di Patrizia e comincia a muoverla avanti e indietro. Il cazzo scompare nella bocca, poi fuoriesce quasi completamente, bagnato di saliva. Un suono viscido si solleva dalle labbra di Patrizia, la quale appoggia le mani sulla gamba destra e la pancia di Borio, irrigidendo le braccia, ma lui è troppo forte. Mia sorella chiude gli occhi, mentre la bava che cola dalla sua bocca si riempie di bolle. Le sue tette sobbalzano ad ogni movimento.
«Patty…» Mi sento male per lei, ho il mal di mare, mi sembra di avere una cappella che sbatte contro la mia gola.
[Immaginala con i capelli biondi: ecco, ora puoi vederti dall’esterno quando l’altro figlio di troia si fotterà la tua bocca.]
L’altro figlio di troia è davanti a me. «Pensi di darti una mossa o devo strapparti via la camicia, zoccola?» Ha perso tutta l’antipatica simpatia che aveva mostrato fino a quel momento. Mi fissa le tette con una luce negli occhi che mi fa tremare le gambe.
Riprendo a sbottonarmi il più velocemente possibile. «Ti prego, non fare come lui…»
Non sono abbastanza svelta: la sua mano destra si infila tra i miei seni e tira il tessuto, i bottoni saltano via, lasciandomi in reggiseno bianco. Mi aspetto che mi strappi anche quello, e invece appoggia una mano sulla mia testa.
«In ginocchio,» mi dice, come se stesse per spararmi nelle esecuzioni mafiose. Quando mi abbasso, davanti mi trovo invece il suo cazzo tra le sue gambe nude. È più lungo di quello di Saverio, ha una cappella grossa e violacea, completamente scoperta. Dal meato, incredibilmente grande, scivola una goccia trasparente.
«Apri quella bocca, zoccola…» mi ordina, avvicina la punta alle mie labbra.
L’odore della sua eccitazione è intenso, dalle sue palle si solleva un afrore che mi fa mancare il fiato. La bocca sembra essermisi seccata, ho il timore che il cazzo si incollerà alla mia lingua, come la carta moschicida con una lumaca lunga e rossastra. Provo a deglutire ma non scende nulla lungo la gola.
[Tra un attimo scenderà qualcosa di caldo e colloso, lungo la gola! Te lo ricordi ancora cosa si prova?]
«Leccamelo».
Quel cazzo è puntato verso di me, ma a stento riesco a riconoscerlo come tale: è come qualcosa di alieno, un oggetto che non ho mai visto prima e che mi crea un forte disagio, quasi paura. Un forte senso di repulsione. La cappella è lucida, come la testa di una creatura proveniente dagli abissi e pronta a conquistare la terra, io per prima, in qualche modo che non voglio nemmeno scoprire. Una grossa vena si muove lungo l’asta, appena ricurva verso l’alto e a sinistra. L’odore riempie l’aria fino a sostituire l’ossigeno. Lo stomaco mi si sta chiudendo e una vertigine fa ondeggiare il locale.
Ma non posso restare bloccata, qui, come se fosse un fermo immagine… o potrebbe andare anche peggio.
Provo a togliermi dalle orecchie il suono dell’irrumatio che lo stronzo sta consumando su mia sorella, quel suono viscido, quel boccheggiare, quei versi soffocati e le imprecazioni dell’uomo… La punta della mia lingua scivola tra le mie labbra, riarsa come sono riarse anche loro, e si protende verso il cazzo a pochi centimetri da me. Scivolo sotto il glande, che mi lascia un sapore salato sulle papille. Arrivo al filetto, lo tocco con la punta.
Il pene fa un balzo al mio tocco, come se avesse preso una scarica elettrica. Per lo meno è pulito, non c’è smegma come…
«Mettilo in bocca».
Mi scopro a mordermi, a torturarmi le labbra. Lo stomaco mi brucia, gli occhi stanno per cedere e lasciar scorrere le lacrime. Inspiro a fondo, sento il cuore rimbombare nella testa che sembra in fiamme. Fatico ad aprire la bocca, ma ci riesco.
Moretti mette una mano sulla mia testa. «Brava, vacca».
È come mi stessero mettendo in bocca un pezzo di carne calda, qualcosa che sembra non fare parte di questo universo, qualcosa di disgustoso. È una fottuta lumaca, marrone, viscida, che lascia la bava dietro di sé, si muove nella cavità orale, preme la lingua e finisce contro l’epiglottide, tra le tonsille.
È la cappella di questo bastardo quella che ho tra le tonsille. Il vomito sembra sempre più probabile.
[Fai finta che è Manuele. Non vorrai rigettare su questo qui, sulle sue palle? Magari gli piace anche, ma se invece no, poi che cosa succede? Non è solo la tua dignità quella che perderai, probabilmente. Fai finta che è Manuele: è venuto a trovarti e tra un momento verrà nella tua bocca, come nei tuoi sogni segreti.]
Chiudo gli occhi. Li stringo fino ad avere dolore alle palpebre. Ogni respiro è afrore di coglioni, di eccitazione che invade i miei polmoni.
È Manuele, è Manuele. Mi sta scopando Manuele.
L’altra mano si appoggia sulla mia testa, con un gemito il cazzo scivola ancora più a fondo nella mia bocca. Arriva in gola. Ci resta un paio di battiti di cuore, battiti di cuore che scuotono il mio seno, e poi scivola indietro. Un altro grugnito e il cazzo torna a riempirmi le fauci, a sprofondare nella mia gola.
Emetto un suono che mi disgusta quasi più dell’essere scopata in bocca, qualcosa simile a una scoreggia che proviene dal mio esofago.
Caz-
«Cosa cazzo state facendo?»
Una voce in allarme che non avevo mai sentito proviene dalla mia destra. Apro gli occhi, la nerchia si è fermata nella mia bocca, guardo verso il nuovo arrivato, sul la porta d’ingresso.
È un nuovo agente. Fissa la scena davanti a lui, i due colleghi che stanno scopando due ragazze idiote, gli occhi sgranati. «Brutti bastardi…»
Tocca il microfono appoggiato alla sua spalla destra, vi parla dentro. «Subito, tutti! In ufficio, è in corso un 02232!»
I due uomini sono fermi e lo guardano a loro volta.
Il nuovo arrivato afferra la cintura dei pantaloni, con un movimento fluido se la sfila. «Luridi stronzi…»
Fisso la cintura che si solleva sopra la sua testa. Adesso li picchia, adesso li prende a cinghiate, ci salva, ci porta…
La cintura cade a terra. Una morsa stringe il mio petto.
«…volevate sbattervele da soli? Credevo fossimo amici!»
Mi fissa, un ghigno soddisfatto si dipinge sulle sue labbra, un senso di annichilimento cala su di me, vorrei farmi piccola fino a scomparire. Poi guarda mia sorella. «Due gemelle, eh? Però la rossa mi arrapa di più».
Patrizia prova a guardare dietro di sé, ma le mani sulla testa non le permettono di muoversi abbastanza. Ha ancora il cazzo in bocca.
Borio sghignazza. Figlio di troia… «Buona scelta, Rossi».
«Almeno questa me la sbatto solo io,» ribatta lo stronzo davanti a me. La lumaca che ho tra le labbra vibra ad ogni sua parola; la cappella sbatte contro le mie tonsille. È come avere un’anguilla che si contorce per scendermi in gola. A quel pensiero ho un rigurgito che mi sale nella cavità nasale e mi esce dalle narici con una colata di muco.
Rossi lascia scivolare i pantaloni e le mutande lungo le gambe muscolose e pelose. Un grosso cazzo più corto di quello degli altri due si mette sull’attenti. Lui si abbassa, prende per le anche mia sorella e la mette a novanta.
[Praticamente questo è il suo lavoro? Con addosso più sborra e panna montata?]
Rossi afferra l’elastico dei pantaloni della tuta di mia sorella appena sopra il culo e un attimo dopo lo vedo davvero, il sedere della mia gemella, perfettamente rotondo, i muscoli delle cosce accennati. Fa più sport di me…
«Questo sì che è un culo che voglio fottermi!» L’uomo colpisce una chiappa di Patrizia, strappandole un gemito di dolore che mia sorella trasforma in qualcosa di simile ad una risata. Una risata molto artefatta.
«Dai, coglione, che me lo morde!» strepita Borio.
L’anguilla nella mia bocca si squassa al ritmo degli sghignazzi di Moretti.
Mi viene da piangere quando ricomincia a fottermi la bocca, con colpi profondi e lenti, ma non riesco a distogliere lo sguardo da Patrizia, ora con il suo sistema digestivo tappato alle estremità dal membro di due uomini diversi.
[E la cosa ti sta eccitando, vero, troia? Toccherà anche a te?]
Continua…
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Beh, indubbiamente interessante! Sicuramente c’insegna a non rubare nei centri commerciali!
Scherzi a parte, sono davvero curioso di vedere come andrà avanti, anche se confesso di avere qualche idea…
Sì, confesso che ci sono grandi insegnamenti in questo racconto, ad esempio: “mai fidarsi della propria gemella cattiva” o “rubare solo dove non ci sono barriere antitaccheggio”.
Sarebbe comunque divertente fare una sorta di gara a chi più si avvicina alla trama di un racconto man mano che escono le varie puntate.