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Il taglio dell’erba

By 5 Aprile 2026No Comments

La luce del sole filtrava attraverso le persiane delle legno, creando strisce dorate sul pavimento di cotto della camera da letto. Angela si stiracchiò nel letto grande, le lenzuola di lino scivolarono via dal suo corpo nudo, rivelando la pelle abbronzata e levigata. Erano le sette e mezza di un mattino di fine luglio, e l’aria già densa di calore prometteva una giornata torrida. Marco dormiva ancora, il respiro regolare e profondo, voltato verso il muro. Angela scivolò fuori dal letto con la grazia di un gatto, i suoi piedi nudi non emettendo alcun suono sul pavimento.
Aprì l’armadio e cercò la sua camicia da notte estiva. Era un pezzo di raso sottile, color crema, che arrivava appena sotto le curve dei glutei. Non portavano reggiseno, e il tessuto aderiva leggermente ai seni pieni e sodi, lasciando intravedere il contorno scuro dei capezzoli quando la luce colpiva in un certo modo. Infilò la camicia, sentendo la freschezza della seta contro la pelle stillante di calore. Si passò una mano tra i capelli neri, lisci e setosi, sistemandoli alla meglio davanti allo specchio dell’anticamera. I suoi occhi scuri brillavano di una consapevolezza pigra ma acuta. Era una donna di quarant’anni, e il suo corpo era al suo apice, una miscela esplosiva di maturità e desiderio.
Scese le scale, il legno scricchiolando leggermente sotto i suoi passi. La casa di campagna era immersa in una quiete profonda, rotta solo dal cinguettio di qualche merlo nel giardino sottostante. Angela si diresse in cucina. Mentre riempiva la caffettiera d’alluminio, i suoi pensieri vagarono verso la giornata che l’attendeva. Marco aveva menzionato qualcosa sul taglio dell’erba. Mohamed, l’uomo delle pulizie che si occupava del giardino, doveva venire quella mattina.
Angela non perse tempo a preparare una colazione elaborata. Versò il caffè in una tazza di ceramica e lo sorseggiò lentamente, appoggiata al bancone. Il calore del liquido le scese lungo la gola, svegliandola. Sentì i passi di Marco sulle scale. Lui entrò in cucina, indossando solo un paio di pantaloncini corti e canottiera, asciugandosi i capelli bagnati con un asciugamano.
“Buongiorno,” borbottò lei, posando la tazza.
Marco la guardò, i suoi occhi si posarono sulle sue gambe nude che spuntavano dalla camicia da notte corta. Sorrise debolmente, ancora mezzo addormentato. “Buongiorno, tesoro. Dormito bene?”
“Abbastanza,” rispose Angela, voltandosi per prendere una mela dal cesto della frutta. Il movimento le fece alzare leggermente l’orlo del vestito, esponendo per una frazione di secondo la parte inferiore delle sue natiche. Notò lo sguardo del marito fissare quel punto, ma non disse nulla.
“Mohamed viene alle otto per il prato,” disse Marco, aprendo il frigorifero. “Devo andare a fare qualche commissione in paese. Ho bisogno di comprare qualche cosa per il barbecue di stasera.”
Angela morse la mela, il succo dolce le bagnò le labbra. “Va bene. Quando torni?”
“Dovrei essere indietro verso le undici, undici e mezza,” rispose lui, prendendo una bottiglia d’acqua. “Se Mohamed suona al cancello, aprigli con il telecomando, per favore. Sa dove sono gli attrezzi. Non voglio che perda tempo ad aspettare.”
“Non preoccuparti,” disse lei, con un sorriso vago. “Me ne occuperò io.”
Marco la baciò sulla guancia, annusando leggermente il profumo di vaniglia che emanava la sua pelle. “Grazie. A dopo.”

Angela lo guardò uscire dalla porta d’ingresso e sentì la macchina accendersi e allontanarsi sulla strada sterrata. Rimase sola nella silenziosa cucina. Finì la mela e gettò il torsolo nel cestino. Poi, con un sospiro, si mise al lavoro. Le faccende domestiche la attendevano.

Iniziò a sparecchiare la tavola della cena della sera prima. Le sue mani movevano i piatti con meccanica efficienza, ma la sua mente era altrove. L’idea di Mohamed, un uomo robusto e silenzioso di circa trent’anni, che lavorava nel giardino mentre lei era in casa, le scatenò una piccola scintilla di eccitazione nella parte bassa della pancia. Era un pensiero ricorrente, una fantasia che coltivava di nascosto, un gioco pericoloso che amava giocare con se stessa.

Portò i piatti nel lavandino e aprì l’acqua. Mentre lavava, l’acqua saponata scivolava tra le sue dita. Si guardò le mani, le unghie smaltate di un rosso scuro. Si asciugò le mani su uno strofinaccio e si diresse in salotto per spolverare. Prese il piumino e iniziò a passarlo sui mobili di noce scuro, muovendosi a ritmo.

Verso le otto e un quarto, sentì il ronzio sordo del motore del furgone avvicinarsi al cancello. Angela si fermò. Il cuore le fece un salto. Si diresse alla finestra della cucina che dava sul cortile. Vide il furgone di Mohamed davanti al cancello L’uomo stava scendendo, indossando una t-shirt sporca di terra e pantaloni da lavoro robusti per bussare.

Angela prese il telecomando del cancello dalla mensola. Con un movimento lento e deliberato, premette il pulsante. Il cancello scattò con un clangore metallico, aprendosi per permettere all’uomo di entrare. Non uscì a salutarlo. Invece, rimase in casa, osservando dalla finestra mentre lui faceva retromarcia nel vialetto. Vide che Mohamed si fermò, spense il motore e scese per aprire il portone del garage dove erano tenuti gli attrezzi da giardinaggio.

Angela distolse lo sguardo e tornò in salotto. La sua respirazione era leggermente più veloce. Si sentì una ondata di calore salire dal collo alle guance. Si passò una mano sulla camicia da notte, liscando il tessuto sui fianchi. Si sentiva viva, elettrica. Decise di salire al piano di sopra per stendere i panni. Lavatrice aveva finito il ciclo da poco.

Salì le scale, facendo oscillare i suoi fianchi leggermente mentre saliva. Nella stanza da letto, aprì l’armadio e prese il cesto della biancheria umida. Era un mix di biancheria intima, camicie di Marco e alcuni suoi capi delicati. Prese le mollette e uscì sul balcone che si affacciava sulla parte posteriore della casa, proprio sopra l’area dove Mohamed avrebbe lavorato.

Il balcone era circondato da una ringhiera in ferro battuto. Angela iniziò a stendere i panni, prendendo ogni capo con cura, dandogli una scossa per stenderlo e poi appendendolo alla corda. Il sole era già alto, e l’aria iniziava a diventare calda. Mohammed era in basso, vicino al tosaerba. Angela lo guardò di nascosto dall’angolo dell’occhio mentre appendeva un paio di mutandine di pizzo bianco.

Mohamed non la vedeva ancora. Era concentrato sulla macchina, versando benzina nel serbatoio. Il rumore del liquido che usciva dalla lattina era un sibilo udibile anche da lassù. Angela si sporse leggermente in avanti sulla ringhiera per vedere meglio.

“Buongiorno, Mohamed!” gridò lei, con voce allegra e squillante.

L’uomo sobbalzò, quasi rovesciando la benzina. Si voltò verso l’alto, alzando una mano per coprire gli occhi dal sole. “Buongiorno, signora,” rispose, la voce roca e profonda. “Non l’avevo sentita arrivare.”

“È colpa del motore,” disse lei, ridendo. “Marco è uscito per andare a fare la spesa. Sarà via per un po’.”

Mohamed annuì, i suoi occhi scuri che la fissavano da dietro la mano. “Ah, capisco. Tutto bene, signora?”

“Sì, tutto bene. Sto solo facendo un po’ di faccende di casa,” rispose lei. Si chinò per prendere un altro capo dal cesto. Era uno dei reggiseni push-up di Angela, nero, con ferretti e pizzo. Lo tenne in alto per un momento, lasciando che la luce del sole lo attraversasse, quasi come se lo stesse mostrando a lui, anche se la distanza rendeva i dettagli difficili da distinguere. Poi lo appese alla corda.

Mohamed distolse lo sguardo, tornando a concentrarsi sul tappo del serbatoio. “Devo solo finire di fare il pieno e poi inizio,” mormorò, più per se stesso che per lei.

Angela non smise di sorridere. Si sentiva potente. C’era qualcosa nell’aria, una tensione palpabile che lei stessa stava creando. Si sporse ancora di più sulla ringhiera. La camicia da notte, già corta, si alzò ulteriormente sui suoi fianchi mentre lei si protendeva in avanti. Il tessuto scivolò verso l’alto, scoprendo la pelle liscia e abbronzata delle sue cosce. Mohamed, abbassato per chiudere il tappo, si trovò esattamente sotto il balcone in linea con le sue gambe.

Lui alzò lo sguardo. I suoi occhi incrociarono le cosce di Angela. Per un secondo, il tempo sembrò fermarsi. Angela non si mosse. Rimase lì, sporgendosi in avanti, consapevole di cosa stava mostrando. La camicia era salita quasi all’altezza della vita, e se lui avesse guardato attentamente, avrebbe potuto vedere l’attaccatura delle sue natiche.

Mohamed deglutì udibilmente. Si raddrizzò di scatto, girando la schiena a lei. “Il prato è un po’ alto,” disse lui, la voce un po’ più stridula del solito. “Ci metterò un po’ di più.”

“Non c’è problema,” rispose Angela, la voce morbida e vellutata. “Prenditi tutto il tempo che vuoi. Non ho fretta.”

Si voltò leggermente, dando all’uomo una vista laterale del suo corpo. La camicia aderiva ai suoi fianchi, sottolineando le curve. Prese un altro capo, una camicia di Marco, e la gettò sulla corda con un movimento teatrale.

“Fa caldo oggi, vero?” disse lei, passandosi una mano sulla fronte come per asciugare il sudore, anche se non ne aveva quasi per niente.

“Sì, signora. Molto caldo,” rispose Mohamed, senza voltarsi. Iniziò a tirare la cordina di avviamento del tosaerba. Il motore ruggì dopo qualche tentativo, rompendo il silenzio e coprendo eventuali altre parole.

Angela rimase sul balcone per qualche altro minuto, osservando la schiena larga e sudata dell’uomo mentre iniziava a spingere la macchina attraverso l’erba alta. Il rumore del motore era ritmico e assordante. Lei sentì una vibrazione tra le gambe, un calore umido che si diffondeva. Le piaceva questo gioco. Le piaceva sapere che lui l’aveva vista, che forse la stava guardando di nascosto mentre lavorava.

Intorno alle otto e mezza, il rumore di un’auto si avvicinò alla casa. Angela riconobbe il motore dell’auto di Marco. Si voltò verso la strada e lo vide arrivare. Ma invece di entrare in casa come avrebbe fatto normalmente, si fermò un po’ più in là, parcheggiando dietro un cipresso alto.

Angela fece un cenno con la mano verso di lui, ma lui non rispose. Rimase seduto in auto per un momento, poi scese e si diresse verso l’ingresso laterale del giardino, quello che conduceva direttamente sotto il balcone senza passare per la porta principale.

Angela lo vide entrare nel vialetto laterale. Si chiese cosa stesse facendo. Forse aveva dimenticato qualcosa? O forse voleva controllare il lavoro di Mohamed? Lei rimase sul balcone, continuando a stendere i panni, ma i suoi sensi erano ora all’erta.

Marco si fermò vicino all’angolo della casa, nascosto dalla vista di Mohamed dal tosaerba, ma con una visuale perfetta del balcone dove si trovava Angela. Si appoggiò al muro, incrociando le braccia. Non fece rumore. Angela non riusciva a vedere il suo volto, ma poteva immaginare la sua espressione. Era concentrato. Stava guardando lei.

Angela sentì un brivido percorrergli la schiena. Marco la stava guardando mentre lei era lassù, quasi nuda, a parlare con Mohamed. Lui non si era fatto vivo. Non l’aveva chiamata. Stava solo osservando.

Il gioco cambiò. Non era più solo una fantasia solitaria. Ora c’era un pubblico. Angela sentì il suo cuore battere più forte, non per paura, ma per un’eccitazione feroce. Decise di continuare. Non poteva fermarsi ora.

Si chinò di nuovo sul cesto. Questa volta, prese un suo perizoma nero di pizzo. Era un capo minuscolo ma molto sensuale. Lo tenne in alto, lasciando che il tessuto scivolasse tra le sue dita. Si voltò leggermente, dando a Marco, che la guardava dall’ombra, una vista perfetta del suo profilo e del suo corpo.

Mohamed si stava avvicinando alla parte del prato sotto il balcone. Il rumore del motore era assordante lì vicino. Angela si sporse ancora una volta sulla ringhiera. Questa volta, la sua intenzione era chiara. Voleva che entrambi la guardassero.

Voleva che Mohamed vedesse la sua fica, nuda e liscia sotto la camicia. Voleva che Marco vedesse Mohamed guardarla.

Angela si alzò sulla punta dei piedi per appendere il perizoma al filo più alto. Il movimento le fece sollevare il piede destro, aprendo le gambe. La camicia da notte scivolò indietro, scoprendo completamente il suo culo tondo e sodo. Le natiche erano lisce, abbronzate, senza alcuna linea di abbronzatura. Tra di esse, la sua figa pulita e rasata brillava leggermente di umidità.

Mohamed, spingendo il tosaerba, si fermò di colpo. Alzò lo sguardo. Non poté fare a meno di vedere. La vista era direttamente davanti ai suoi occhi. Rimase pietrificato, le mani ancora impugnate sul manico della macchina. La sua bocca si aprì leggermente.

Angela mantenne la posizione per alcuni secondi, il tempo sufficiente affinché l’immagine si stampasse negli occhi dell’uomo. Poi scese lentamente dai piedi, lasciando che la camicia ricadesse sui suoi glutei. Si voltò verso di lui, un sorriso enigmatico sulle labbra.

“C’è qualcosa che non va, Mohamed?” gridò lei, facendo finta di non sapere cosa fosse successo.

Mohamed scosse la testa, come per svegliarsi da un sogno. “No, signora! No… solo… solo un sasso nel tosaerba,” balbettò, il viso completamente rosso.

“Oh, capisco,” disse lei, con un tono di voce che suggeriva che non gli credeva affatto. “Se hai bisogno di aiuto, fammi sapere.”

Lui annuì freneticamente e riprese a spingere la macchina, questa volta con molta più forza e velocità, allontanandosi dal balcone come se scappasse.

Angela si voltò lentamente verso l’angolo della casa dove sapeva che Marco si nascondeva. Non lo vide, ma sapeva che era lì. Sapeva che aveva visto tutto. Il pensiero la fece tremare. Sentì la sua figa bagnarsi e iniziare a pulsare chiedendo attenzione.

Rimase sul balcone per qualche altro minuto, finendo di stendere i panni con movimenti lenti e languidi. Poi, prese il cesto vuoto e rientrò in camera. Chiuse la porta finestra del balcone, ma non le tapparelle. Voleva che la luce entrasse, voleva che il giardino rimanesse visibile.

Si sedette sul bordo del letto, il cuore che le batteva forte nel petto. Si passò una mano tra le gambe, sopra il tessuto della camicia. Era bagnata. Si strinse le cosce, sentendo il calore e l’umidità. Chiuse gli occhi, visualizzando lo sguardo di Mohamed sul suo culo nudo, e immaginando Marco a guardare la scena da lontano.

Non sapeva cosa avrebbe fatto dopo. Ma sapeva che la giornata era appena iniziata, e che il gioco era diventato molto, molto più interessante.

In basso, Marco rimase immobile contro il muro di cotto, il respiro trattenuto nei polmoni. La scena che aveva appena assistito gli aveva bruciato sulla retina. La vista del culo di sua moglie, esposto così apertamente, la deliberata provocazione verso l’uomo che lavorava per loro, gli aveva mandato il sangue direttamente alla testa, e non solo quella sulle spalle.

Il pene si era indurito in un attimo, premendo dolorosamente contro la cerniera dei suoi pantaloncini. Non si sentiva arrabbiato, o almeno non nel modo tradizionale. C’era una furia lì, ma era mescolata con un desiderio oscuro e voyeuristico che non sapeva di avere. Si sentiva tradito, sì, ma anche incredibilmente eccitato.

Si passò una mano sul viso, sentendo la pelle calda e sudata. Doveva fare una scelta. Poteva affrontare Angela subito, salire lì e gridarle di coprirsi. Poteva scendere nel giardino e licenziare Mohamed sul momento. O poteva… rimanere lì. Guardare. Ascoltare.

La curiosità era una bestia affamata. Voleva sapere fino a dove Angela sarebbe arrivata. Voleva vedere se Mohamed avrebbe ceduto alla tentazione. Voleva vedere sua moglie, la donna che amava, trasformarsi in questa creatura seducente e disinibita sotto i suoi occhi, ma senza che lei sapesse che lui stava guardando.

Si mosse silenziosamente lungo il muro, cercando un punto migliore per osservare senza essere visto. Si arrampicò su una panchina di pietra sotto una finestra del piano terra, che gli dava una vista diagonale del balcone e di parte della stanza da letto di Angela. Le persiane erano socchiuse, e attraverso le fessure poteva vedere dentro.

Angela era ancora seduta sul letto. Ma non era ferma. Si era alzata e stava camminando per la stanza. Si fermò davanti allo specchio a figura intera nell’angolo. Marco la vide osservarsi, le mani che correvano sul suo corpo. Vide le sue dita scivolare sul tessuto della camicia, tirandolo su per esaminare le sue cosce.

Poi, Angela fece qualcosa che fece sobbalzare Marco. Prese l’orlo della camicia da notte e, in un movimento fluido, lo sollevò sopra la testa, togliendolo completamente.

Lì, in piedi davanti allo specchio, c’era sua moglie, completamente nuda. La pelle abbronzata brillava alla luce del sole. I suoi seni erano perfetti, con i capezzoli scuri e duri che puntavano in avanti. La sua vita era stretta, i fianchi larghi e femminili. E tra le gambe, la sua figa liscia e depilata era in bella mostra.

Angela si guardò allo specchio, girandosi da un lato all’altro, ammirando il suo corpo. Poi si portò una mano al seno, accarezzando il capezzolo con il pollice. L’altra mano scese lentamente verso il basso, passando sulla pancia piatta e fermandosi tra le sue gambe.

Marco sentì un gemito soffocato uscire dalla sua gola. Si morse il labbro per trattenerlo. Non poteva credere ai suoi occhi. Angela si stava toccando. Lì, nella loro camera da letto, a pochi metri da dove un altro uomo stava lavorando nel loro giardino.

Le dita di Angela iniziarono a muoversi, sfregando delicatamente la sua clitoride. Chiuse gli occhi, la testa gettata all’indietro. La sua bocca si aprì leggermente, emettendo un sospiro udibile anche dalla posizione di Marco.

“Oh, sì…” sussurrò lei, la voce appena un filo di suono. “Guardami… guardami…”

Marco non sapeva a chi stesse parlando. A se stessa? A Mohamed immaginario? O forse, inconsciamente, a lui?

Angela aumentò il ritmo delle sue dita. Le sue gambe iniziarono a tremare leggermente. Si appoggiò allo stipite della porta del balcone per non cadere. Il suo respiro divenne affannoso, dei piccoli gemiti uscivano dalla sua gola.

“Si… così…” sussurrò, le dita che entravano nella sua fica bagnata. “Tanto… tanto…”

Marco guardava, ipnotizzato. La sua mano era scesa ai pantaloncini e aveva aperto la cerniera, liberando il suo cazzo duro e pulsante. Lo afferrò, iniziando a segarlo lentamente in ritmo con i movimenti di Angela. Era una situazione assurda, perversa, e non voleva che finisse.

Improvvisamente, Angela si fermò. Aprì gli occhi e si guardò intorno, come se si fosse svegliata da un sogno. Sembrava confusa. Si passò una mano tra i capelli, poi si guardò le dita bagnate. Le portò al naso, annusò il proprio odore, e poi le portò alla bocca, leccandole lentamente.

Marco sentì l’eccitazione esplodere dentro di lui. Vide sua moglie leccare i suoi stessi succhi, un’espressione di puro piacere sul viso. Fu quasi troppo per lui. Dovette fermarsi, stringendo la base del cazzo per impedirsi di venire.

Angela sembrò riprendersi. Si guardò allo specchio un’ultima volta, poi si diresse verso il letto. Prese la camicia da notte da terra e la riinfilò, ma non la abbottonò. La lasciò aperta sul davanti, esponendo ancora il suo corpo.

Si diresse verso la porta finestra del balcone. Marco si accovacciò dietro la panchina, temendo che lei lo vedesse. Ma lei non guardò in basso. Si affacciò semplicemente, guardando il giardino.

Mohamed era ancora lì, ma era molto più lontano ora, all’altro lato del prato. Angela lo guardò per un momento, poi tornò in stanza. Sembrava insoddisfatta. Cercava qualcos’altro.

Si sedette alla sua toeletta, prese il telefono e iniziò a scrivere. Marco non poteva vedere cosa stesse scrivendo, ma poteva immaginare. Forse stava mandando un messaggio a qualcuno? O forse stava scrivendo una nota per se stessa?

Dopo qualche minuto, Angela si alzò e uscì dalla camera da letto. Marco la sentì scendere le scale. Rimase lì, nascosto, il cazzo ancora in mano, la mente che correva a mille all’ora.

Cosa stava succedendo? Cosa aveva in mente Angela? E soprattutto, cosa avrebbe fatto lui? Era il momento di affrontarla? O di continuare a guardare?

Decise di aspettare. Voleva vedere dove la portava questo percorso. Si rialzò, si riaggiustò i pantaloncini e si diresse silenziosamente verso l’angolo della casa, dove poteva vedere sia il balcone che il giardino.

Mohamed aveva finito di tagliare l’erba sul lato sud e stava spostando il tosaerba verso la parte anteriore della casa, dove c’era il vialetto. Angela scese dal portico anteriore, ancora con la camicia da notte aperta.

Marco la vide raggiungerlo. Il cuore gli mancò.

“Mohamed!” chiamò lei.

L’uomo si fermò e si voltò. Quando vide Angela, i suoi occhi si spalancarono. Lei non stava cercando di nascondersi. La camicia era aperta, mostrando i suoi seni e la sua fica. Camminava verso di lui con sicurezza, i fianchi oscillando.

“Signora… io…” Mohamed balbettò, facendo un passo indietro.

“Non essere timido, Mohamed,” disse lei, arrivando davanti a lui. “Fa così caldo oggi. Ho pensato che potresti aver bisogno di… rinfrescarti.”

Si avvicinò ancora, mettendo una mano sul suo braccio muscoloso. Mohamed tremò. Guardò verso la casa, cercando Marco, ma non lo vide.

“Signora, non possiamo… il marito…” sussurrò lui, la voce piena di paura e desiderio.

“Marco non c’è,” mentì Angela, con un sorriso felino. “E ci vorrà ore prima che torni. Siamo soli, Mohamed. Proprio come volevi, no?”

Mohamed non rispose. I suoi occhi erano fissi sul corpo di Angela. Marco vide la lotta nel suo volto. L’uomo voleva cedere, ma la paura lo tratteneva.

Angela si avvicinò ancora, il suo corpo premendo contro quello di lui. “Lo so che mi guardi,” sussurrò lei, le labbra quasi che toccavano il suo orecchio. “Lo so che ti piace quello che vedi. Non devi nasconderlo.”

La sua mano scese dal braccio di Mohamed al suo petto, poi più in basso, verso i suoi pantaloni da lavoro. Mohamed emise un suono gutturale, un mix tra un gemito e un urlo. Le sue mani afferrarono i fianchi di Angela, ma non la spinsero via. La tirarono più vicino.

Marco guardava, incapace di distogliere lo sguardo. Si sentiva come se stesse guardando un film porno, ma con attori che conosceva, che viveano nella sua casa. La situazione era irreale, ma eccitante come mai prima d’ora.

Angela sorrise, sentendo le mani dell’uomo su di lei. “Ecco così,” disse lei. “Non aver paura. Lascia che ti mostri quanto apprezzo il tuo duro lavoro.”

Si chinò leggermente, portando il suo viso al livello del suo petto. Mohamed chiuse gli occhi, la testa gettata all’indietro. Angela si mise in ginocchio sull’erba, le sue mani che lavoravano sulla cerniera dei suoi pantaloni.

Marco sentì il respiro corto. Stava per succedere. Angela stava per succhiare il cazzo di Mohamed lì, nel loro vialetto, a pochi metri da dove lui stava nascosto.

La mano di Angela estrasse il cazzo dell’uomo. Era grande, spesso e già duro. Angela lo guardò con ammirazione, poi lo portò alla bocca.

“Oddio,” sibilò Marco, stringendo il pugno.

Angela scivolò le labbra sulla testa del cazzo, leccandola lentamente. Mohamed gemette, le sue mani che affondavano nei capelli neri di lei. Lei lo prese in bocca, iniziando a muovere la testa su e giù, con movimenti lenti e profondi.

Marco guardava, ipnotizzato dal ritmo, dal suono delle labbra di Angela sul cazzo dell’uomo. Vide le guance di Angela gonfiarsi mentre lei lo prendeva tutto in gola. Vide il collo di Mohamed contrarsi mentre tratteneva i gemiti.

Era una scena di pura lussuria. E Marco era lì, a guardarla, a consumare ogni dettaglio. Si sentiva un mostro, un voyeur perverso, ma non poteva smettere. Era la cosa più eccitante che avesse mai visto.

Angela aumentò il ritmo, la testa che si muoveva velocemente. Mohamed iniziò a spingere i fianchi in avanti, scopando la bocca di Angela. Lei prese le sue palle nella mano, massaggiandole mentre lo succhiava.

“Sì… sì…” sibilò Mohamed, la voce rotta. “Così… così…”

Marco sentì il proprio orgamo avvicinarsi. Si strinse il cazzo, ma fu inutile. Venne, spruzzando il suo sperma contro il muro di cotto, mentre guardava sua moglie ingoiare il cazzo di un altro uomo.

Angela sentì il corpo di Mohamed irrigidirsi. Sapeva che stava per venire. Lo prese più in profondità, preparandosi a ingoiare tutto.

Mohamed gridò, il corpo scosso da spasmi mentre riempiva la bocca di Angela con il suo sperma. Lei ingoiò avidamente, non perdendo una goccia. Continuò a succhiare finché lui non fu completamente svuotato, poi lo rilasciò, leccando le labbra con un sorriso soddisfatto.

Mohamed si appoggiò al tosaerba, le gambe tremanti. Angela si alzò, sistemandosi la camicia da notte.

“Questo è solo l’inizio, Mohamed,” sussurrò lei, con un sorriso malizioso. “Torna domani. Avremo modo di… finire il lavoro.”

Mohamed annuì, incapace di parlare. Angela si voltò e tornò in casa, oscillando i fianchi.

Marco rimase lì, appoggiato al muro, il respiro affannoso. Si sentiva vuoto, esausto, ma anche incredibilmente vivo. Guardò Mohamed rimettere in ordine i pantaloni e riprendere a spingere il tosaerba, come se nulla fosse successo.

Marco sapeva che nulla sarebbe stato più lo stesso. Angela aveva aperto una porta, e non poteva essere chiusa facilmente. Lui aveva visto cosa era capace di fare. E aveva visto quanto gli era piaciuto guardarla fare.

Si rialzò, si sistemò i vestiti e si diresse verso la sua auto. Doveva andarsene. Doveva pensare. Doveva capire cosa fare con questa nuova, scandalosa realtà.

Ma mentre metteva in moto, guardò verso la casa. Vide Angela alla finestra della camera da letto. Lo stava guardando. Lo sorrideva.

Marco sorrise a sua volta. Il gioco era appena iniziato.

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