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La raccolta delle olive

By 6 Aprile 2026No Comments

Il sole del pomeriggio batteva implacabile sui campi di ulivi, trasformando l’aria in una coltre densa e calda che si appiccicava alla pelle. Angela si aggiustò gli stivali di cuoio neri, stretti fino al polpaccio, sentendo il sudore che già cominciava a scivolarle lungo la schiena sotto la maglietta bianca aderente. Non portava il reggiseno—non ne aveva bisogno, con quel tessuto sottile che si incollava ai capezzoli duri ogni volta che una folata di vento le sfiorava la pelle—andava fiera di come i due cerchi scuri tradissero la sua eccitazione anche da lontano. I pantaloncini corti e larghi, di lino leggero, le aderivano appena ai fianchi, lasciando poco all’immaginazione ogni volta che si chinava. Sotto, niente. Nemmeno un filo di stoffa a coprire la fessura umida che già cominciava a pulsare al pensiero di quello che sarebbe successo.

Marco era appoggiato al tronco di un ulivo secolare, il gin tonic in mano quasi intonso, gli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole. Non aveva bisogno di parlare. Il modo in cui le labbra si curvavano appena, come se stesse assaporando un segreto, diceva tutto. Era lui che aveva voluto questa scenata. Lui che aveva sussurrato, la notte prima, mentre le mani le esploravano il corpo nudo: “Voglio vederti sudare per loro. Voglio che ti guardino mentre lavori, che si chiedano quanto sei bagnata sotto quei pantaloni. E tu, tesoro, non gli negherai nulla.”

Mohamed era già al lavoro, i pantaloni da lavoro logori stretti intorno a cosce muscolose, la t-shirt grigia macchiata di terra e sudore che si incollava alla schiena larga. Quando Angela si avvicinò, trascinando la scala di legno consunta dagli anni, lui si voltò appena, gli occhi scuri che scivolavano giù lungo le sue gambe, indugiando dove il tessuto dei pantaloncini si incuneava tra le natiche. Non disse nulla. Non serviva. Il modo in cui le dita si strinsero attorno al manico della scala, le nocche sbiancate per un istante, tradiva tutto il desiderio che gli bruciava sotto la pelle.

«Tienila ferma, per favore», disse Angela, la voce un po’ troppo dolce, un po’ troppo bassa, mentre posava il piede sul primo piolo. Sentì lo sguardo di Mohamed incollarsi alle cosce, dove la stoffa dei pantaloncini si sollevava appena, rivelando un triangolo di pelle abbronzata. Non si mosse per coprirsi. Anzi, si chinò in avanti, fingendo di sistemare un ramoscello, sapendo bene che in quella posizione la maglietta si tendeva sul seno, i capezzoli duri come sassi sotto il cotone bagnato, e i pantaloncini si aprivano appena, lasciando intravedere l’ombra scura delle labbra umide.

Mohamed inspirò rumorosamente, le narici che si dilatavano. Le mani sudate scivolarono leggermente sul legno della scala, come se stesse lottando per non allungarle verso di lei. «Stai attenta», mormorò, la voce rauca. «I pioli sono scivolosi.»

Angela rise, un suono basso e gutturale, mentre saliva ancora, sentendo il legno grezzo sotto le dita dei piedi nudi dentro gli stivali. «Non preoccuparti», rispose, oscillando appena i fianchi, «so come arrampicarmi.» Quando raggiunse il terzo piolo, si fermò, fingendo di perdere l’equilibrio. La gamba destra si tese, il piede che cercava appoggio, e i pantaloncini si aprirono del tutto, rivelando la fessura liscia e depilata, già lucida di umori. Non aveva bisogno di guardare in basso per sapere che Mohamed stava fissando. Lo sentiva. Il calore del suo sguardo le bruciava la pelle come un marchio.

«Porca puttana», sussurrò lui, così piano che solo Angela poteva sentirlo. Le dita si contrassero attorno alla scala, le unghie nere di terra che affondavano nel legno.

Angela si chinò ancora, questa volta senza finzioni, raccogliendo un mazzo di olive e lasciandole cadere nella rete stesa sotto l’albero. La maglietta, ormai fradicia di sudore, si incollò alla schiena, delineando ogni curva, ogni solco tra le scapole. Quando si raddrizzò, si passò una mano tra i capelli, sollevando le braccia, e la stoffa si sollevò, scoprendo la pancia piatta e l’ombelico, prima di ricadere appena sopra i capezzoli. Mohamed emise un verso strozzato, qualcosa a metà tra un gemito e una maledizione.

«Ti piace quello che vedi?» chiese Angela, senza voltarsi, mentre scendeva un piolo, poi un altro, fino a trovarsi a livello dei suoi occhi. Era così vicina che avrebbe potuto sentirne l’alito caldo sul collo, se solo si fosse sporto in avanti.

Lui non rispose. Non con le parole. Le sue pupille erano dilatate, nere come l’olio, fissate sul punto in cui i pantaloncini si incuneavano tra le cosce. Angela si leccò le labbra, lentamente, poi si chinò di nuovo, questa volta per raccogliere un rametto caduto. I pantaloncini si aprirono del tutto. Non c’era dubbio, ora. La fessura rosa e gonfia era in piena vista, le labbra leggermente dischiuse, umide, pronte. Un rivolo di sudore le scese lungo l’interno coscia, mescolandosi agli umori che già colavano fuori.

«Dio», ringhiò Mohamed, la voce rotta. Una goccia di sudore gli colò dalla tempia, scendendo lungo la guancia, ma lui non si mosse per asciugarla. Le sue mani tremavano.

Angela si raddrizzò, passandosi le dita tra le labbra aperte dei pantaloncini, come per sistemarli, ma in realtà sfiorandosi appena, strusciando il polpastrello contro il clitoride gonfio. Un brivido le percorse la schiena, facendole inarcare le spalle. «Fa caldo, eh?» sussurrò, guardandolo finalmente negli occhi.

Lui annuì, la gola che lavorava per deglutire. «Troppo.»

Lei rise di nuovo, un suono oscuro, mentre si voltava verso la rete stesa a terra, dove le olive si mescolavano alle foglie secche. Si chinò, appoggiando le mani sulle ginocchia, il sedere in aria, i pantaloncini che si sollevavano ancora di più, lasciando vedere tutto. Non solo la figa aperta e bagnata, ma anche l’ano stretto, rosa scuro, che si contraeva leggermente ogni volta che respirava. Sentì più che vedere Mohamed avvicinarsi, il calore del suo corpo dietro di lei, il respiro affannoso.

«Angela…», cominciò lui, ma la voce si spense quando lei si mosse appena, sfregando le natiche contro il nulla, come se stesse cercando qualcosa. O qualcuno.

«Che c’è?» chiese lei, innocente, mentre con le dita separava le olive dalle foglie, muovendo le braccia in cerchi lenti, facendosi oscillare il seno sotto la maglietta trasparente.

Lui non rispose. Non poteva. Le sue dita, finalmente, si mossero, sfiorandole appena la coscia, dove la pelle era bollente. Angela non si scostò. Anzi, allargò appena le gambe, invitante. La punta di un dito calloso le tracciò una linea lungo l’interno coscia, avvicinandosi, centimetro dopo centimetro, alla fessura aperta. Quando fu a un soffio dal toccarla, si fermò.

Angela gemette, un suono frustrato, e si mosse indietro, sfregandosi contro quella mano esitante. «Non essere timido», sussurrò. «So che vuoi.»

Le dita di Mohamed tremavano, ma questa volta non si fermarono. Scivolarono in avanti, sfiorandole le labbra bagnate, raccogliendo l’umore appiccicoso che colava fuori. Angela chiuse gli occhi, le labbra dischiuse, mentre lui cominciava a massaggiarla, lentamente, con movimenti circolari che facevano aumentare il calore tra le sue gambe. Un dito si insinuò dentro di lei, affondando senza resistenza nella carne morbida e calda, e Angela gemette, affondando le dita nella rete, le unghie che graffiavano la plastica ruvida.

«Sei così stretta», ansimò Mohamed, il dito che cominciava a muoversi dentro di lei, in profondità, mentre il pollice premeva sul clitoride gonfio.

«Più forte», ordinò Angela, la voce rotta. «Non avere paura di farmi male.»

Lui ubbidì. Un secondo dito si unì al primo, allargandola, stirandola, mentre il pollice aumentava la pressione, sfregando senza pietà. Angela cominciò a dimenarsi, il sedere che si muoveva in cerchi sempre più ampi, spingendosi contro quella mano, cercando di prendere di più, di più, di più. La maglietta si era incollata del tutto al corpo, i capezzoli duri come pietre sotto il cotone trasparente, e il sudore le colava lungo la schiena, mescolandosi al profumo muschiato della sua eccitazione.

«Guardami», ansimò, voltando appena la testa verso di lui. Mohamed obbedì, gli occhi incollati al suo viso, mentre le dita affondavano dentro di lei con colpi sempre più duri, sempre più profondi. Angela si morse il labbro, sentendo il piacere montare, sempre più vicino, sempre più intenso. Poi, con un gemito strozzato, venne, le pareti interne che si contraevano attorno alle dita di lui, stringendole, succhiandole, mentre ondate di piaceri le percorrevano il corpo, facendola tremare.

Mohamed non si fermò. Continuò a muovere le dita dentro di lei, allungando l’orgasmo, facendola gemere e dimenare, fino a quando Angela non crollò in avanti, le braccia che non reggevano più il peso, il respiro affannoso.

Quando finalmente si raddrizzò, si voltò verso di lui, gli occhi scuri e lucidi, le labbra gonfie per i morsi. Senza una parola, gli afferrò il polso e guidò la sua mano verso la propria bocca. Mohamed non resistette. Guardò, ipnotizzato, mentre Angela si succhiava le dita, leccando via i suoi stessi succhi, gemendo intorno alla carne salata. «Buona», mormorò, prima di lasciargli andare la mano.

Lui era immobile, il respiro pesante, i pantaloni da lavoro che non nascondevano più l’erezione enorme che gli tendeva la stoffa. Angela sorrise, maliziosa, e si chinò di nuovo, questa volta per raccogliere un’altra manciata di olive. Ma invece di gettarle nella rete, si voltò verso di lui, stringendole nel pugno. «Apri la bocca», ordinò.

Mohamed esitò solo un istante prima di obbedire. Angela gli infilò le olive in bocca, una dopo l’altra, mentre con l’altra mano gli slacciava i pantaloni, liberando il cazzo grosso e scuro, venato, che pulsava tra le sue dita. Lo strinse, sentendo il calore, la durezza, mentre lui masticava meccanicamente, gli occhi chiusi, perso nel piacere.

«Adesso tocca a me», sussurrò Angela, inginocchiandosi sulla rete, ignorando le olive che le si incollavano alle ginocchia. Con una mano gli tenne fermo il cazzo alla base, mentre con l’altra gli spalancava le labbra, costringendolo a sputare fuori i frutti. Poi, senza preavviso, gli avvolse le labbra attorno alla punta, leccando via la goccia di pre-sperma che già gli colava dall’uretra.

Mohamed gemette, le dita che si aggrappavano ai suoi capelli, mentre lei cominciava a muoversi, prendendolo sempre più a fondo, la gola che si apriva per accoglierlo. Il sapore salato del suo cazzo, mescolato al muschio del sudore, le riempiva la bocca, facendola gemere attorno alla carne dura. Lo sentiva pulsare, sempre più vicino, sempre più grosso, e sapeva che non sarebbe durato a lungo.

Ma non era quello che voleva.

Si staccò con un pop umido, lasciandolo ansimante, il cazzo lucido di saliva. «Non ancora», disse, alzandosi in piedi con un movimento fluido. Si voltò, appoggiando le mani sull’albero, il sedere in aria, i pantaloncini ancora aperti, la figa bagnata e gonfia in piena vista. «Voglio sentirti dentro di me. Adesso.»

Mohamed non ebbe bisogno di essere invitato due volte. In un attimo fu dietro di lei, le mani che le afferrarono i fianchi, il cazzo che si posizionava contro l’ingresso bagnato. Angela chiuse gli occhi, preparandosi, ma quando lui affondò inside di lei con un solo, lungo colpo, il dolore misto al piacere le strappò un grido. Era enorme. Più grosso di Marco, più ruvido, e la riempiva in un modo che le faceva girare la testa.

«Cazzo», ansimò, le unghie che affondavano nella corteccia dell’albero. «Più forte.»

Lui non si fece pregare. Cominciò a martellarla, i fianchi che sbattevano contro il suo sedere ad ogni colpo, il cazzo che le sfondava la figa fino in fondo, facendola gemere ad ogni spinta. Angela si morse il labbro fino a farlo sanguinare, mentre il piacere montava di nuovo, sempre più intenso, sempre più vicina al limite. Sentiva il sudore di lui colarle sulla schiena, le sue mani che le stringevano i fianchi così forte che sapeva che ci sarebbero rimasti i lividi, e non le importava. Voleva di più. Voleva tutto.

«Vieni per me», ringhiò Mohamed, la voce rotta dall’eccitazione. «Voglio sentirtelo addosso.»

Fu quello a farla crollare. Con un grido, Angela venne di nuovo, le pareti interne che si stringevano attorno al suo cazzo, succhiandolo, strizzandolo, mentre lui continuava a martellarla senza pietà. Poi, con un ruggito, anche lui raggiunse l’orgasmo, il cazzo che pulsava dentro di lei, riempiendola di sperma caldo, denso, che le colava fuori lungo le cosce non appena lui si ritirò.

Per un lungo momento, rimasero così, ansimanti, sudati, il corpo di lei ancora tremante per le scosse dell’orgasmo. Poi, lentamente, Angela si voltò verso di lui, un sorrisetto malizioso sulle labbra. «Grazie», disse, passandosi una mano tra i capelli sudati. «Avevo proprio bisogno di questo.»

Mohamed non rispose. Non ce n’era bisogno. Il modo in cui la guardava, come se volesse divorarla tutta, diceva tutto. Angela si sistemò i pantaloncini—senza fretta, lasciando che lui vedesse ogni centimetro di pelle scoperta—prima di raccogliere un’altra manciata di olive. «Adesso», disse, gettandole nella rete con un gesto noncurante, «torniamo al lavoro. Marco ci sta guardando.» E con un’ultima occhiata provocante, si voltò verso l’albero, sapendo bene che gli occhi di suo marito erano incollati su di lei, e che la serata era solo all’inizio.

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