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Pizzaballa

By 23 Giugno 2014Ottobre 11th, 2021No Comments

Quello che mi è successo sembra una storia di quelle che si leggono su Milù.

Solo che è successa a me, per davvero.

Io sono un venditore di software. La mia azienda produce sistemi per la gestione dei piccoli comuni ed io sono in giro per vendere e, in questi tempi di crisi, mi arrangio anche a installare e formare il personale sul sistema venduto.

Sono sempre in viaggio con la Passat aziendale a gas, con la quale percorro anche centomila chilometri l’anno e conosco l’Italia a palmo a palmo.

Con la mia ditta ho un accordo: due settimane a Milano e due settimane in viaggio, week end compresi.

Ciò mi permette di dedicare del tempo a mia moglie e non rischiare il divorzio.

Almeno credevo.

Rita è mia moglie da dodici anni. Ci siamo sposati subito dopo l’università, quando io con una botta di fortuna non da poco e grazie alla mia passione per lo smanettare sui computer, ho trovato questo lavoro. Impegnativo ma ben pagato e che mi procura grandi soddisfazioni in termini di autonomia decisionale e risultati commerciali (leggi: commissioni).

Lei invece non è stata così fortunata e passava da un lavoro precario all’altro.

Quando questa storia è iniziata, lavorava in una scuola privata insegnando inglese. Un lavoro che la teneva fuori di casa dalle undici del mattino fino a circa le cinque del pomeriggio.

Però il mio stipendio era buono, mi avevano promosso dirigente a trentasei anni e sinceramente il suo apporto economico non era così necessario. Al punto che avevamo deciso di allargare la famiglia e mettere in cantiere un piccolo erede.

Rita aveva interrotto la pillola e teneva nota dei suoi periodi più fecondi in modo da darci dentro al massimo in quei giorni.

Avevo terminato in anticipo con il comune di Salice D’Ulzio perché la ragazza che si sarebbe dovuta occupare del sistema si era infortunata in bici e non solo non si era presentata il giovedì, ma non ci sarebbe stata neanche il giorno successivo.

Così, quella mattina mi ritrovai senza più nulla da fare e mi accinsi a tornare a casa.

Passai a salutare il vice sindaco per dirgli che avrei ricominciato la formazione in un paio di settimane. C’eravamo conosciuti abbastanza bene in precedenza durante la trattativa per l’acquisto del software ed eravamo in confidenza.

– Vieni, entra, Ermanno. – si distrasse dallo schermo pc che stava fissando intensamente fino a quel momento.

– Scusa, Mauro, non volevo disturbare, ma è meglio che me ne vada: Federica è infortunata e ne avrà per un po’. Potrei riprendere la formazione tra un paio di settimane.

– Sì, ho saputo. Vabbe’, basta che per questa primavera sia tutto pronto: non posso cambiare sistema nel mezzo della stagione sciistica. Ti pare?

– Che stavi guardando?

– Taci, va. Sai che sono un collezionista appassionato delle figurine Panini e ho tutti gli album dei calciatori quasi complete fin dalla stagione 1961-62. Mi mancano solo sette figurine e le sto cercando su e-bay. Ma costano una fortuna…

– Mio padre mi ha lasciato qualche album di quegli anni. Ma si è stancato presto e non ha nemmeno incollato le figurine. Io le guardavo da bambino, ma non ho mai avuto la sua stessa passione. Cosa ti manca?

– Bolchi, Rivera, il famoso Pizzaballa…

– Famoso?

– Sì, come portiere era bravo, ma l’eccezionalità sta nel fatto che la sua figurina della stagione ’63-’64 è la più rara e ricercata di tutte.

– Forse ce l’ho.

– Scherzi?

– Non sono sicuro. Dovrei controllare. Se è la prima dell’album, e dovrebbe essere visto che era il portiere dell’Atalanta, la prima squadra in ordine alfabetico, allora ne sono praticamente certo. Sempre che mia moglie non abbia buttato via tutto…

– E me la venderesti?

– No. Te la regalerei. Io non me ne faccio nulla.

– No, no, guarda che la valutano anche duecento euro…

– Stai tranquillo. Mi offri un caffè e siamo pari. Sempre che la trovi…

Mi buttai in autostrada. Guidai senza quasi fermarmi a parte una rapida rustichella in autogrill. Per una volta sarei arrivato il giovedì di primo pomeriggio anziché il venerdì notte, come il solito.

Noi abitiamo a Gorgonzola, un grosso borgo non troppo distante da Milano, in una villetta a schiera, di quelle con la taverna di sotto e le camere al primo piano.

Parcheggiai la Passat nel garage ed entrai in casa, senza neanche scaricare la valigia.

Ormai erano quattordici giorni che non tornavo e non vedevo l’ora di riabbracciare mia moglie.

Rita non c’era e non sarebbe dovuta rientrare prima delle cinque. Presi una lattina di tè freddo dal frigo e mi stesi sul divano a cercare di rilassarmi dopo il lungo viaggio.

Pensai a dove potessero essere i vecchi album Panini di mio padre e mi ricordai che li avevo messi nella scatola vuota dei miei scarponi da sci, in alto nell’armadio nella seconda camera, quella che sarebbe dovuta diventare la stanza del bambino.

Mi feci forza e salii le scale.

Raggiunsi l’armadio, un vero walk-in closet, entrai e salii in piedi su una sedia per raggiungere la grossa scatola.

La aprii e trovai le vecchie figurine.

Eccola!

Pizzaballa era tra le prime. Le presi tutte, magari ce ne sarebbe stata qualcun’altra interessante per Mauro.

In quel momento sentii la porta principale aprirsi e mia moglie che, entrando, parlava con qualcuno.

Rideva di allegria ed eccitazione e l’altra voce era di un uomo.

Salirono le scale. Non potevo vederli, ma li sentivo benissimo. Non si erano resi conto che io fossi in casa e benché la porta della stanza fosse aperta, quando ci passarono davanti non mi videro perché io ero all’interno dell’armadio.

– Tranquillo, Fabio, Ermanno non sarà a casa prima di domani notte.

– Sei sicura, no, Rita? La ultima cosa che vorrei sarebbe trovarmi di fronte un marito geloso con una chiave inglese in mano… Per quanto abbia voglia di mettere le mani su quelle tue invitanti chiappette.

Cavolo! Presi nota mentalmente di tenere sempre un grosso martello nel cassetto del comodino e feci per scendere dalla sedia per mettere fine a quello che temevo stesse per succedere tra Rita e questo sconosciuto di nome Fabio, quando ascoltai una frase che mi gelò totalmente:

– Per fortuna sei qui, Fabio! Non ho fatto altro che pensare tutto il giorno al tuo grosso uccello e a come mi riempiva tutta ieri sera! Quanto mi hai fatto godere, Fabio! Ho fatto un casino col tuo sperma sul letto e ho dovuto cambiare le lenzuola stamattina. Ho voluto tenere dentro di me il tuo seme il più a lungo possibile e infatti mi ha fatto compagnia fino a stamane. Mi sembrava di essere ancora con te, di averti ancora dentro di me! E finalmente sei qui, amore mio!

Cazzo! Il danno era già stato fatto. Le corna sulla mia fronte erano già spuntate! Scesi silenziosamente dalla sedia e trovai un grosso vaso di terracotta sul comò. L’afferrai e con quello mi avvicinai alla nostra camera matrimoniale con l’intenzione di fare un massacro.

Mi avvicinai in punta di piedi alla stanza. La porta era stata lasciata aperta. Perché preoccuparsi? In casa non avrebbe dovuto esserci nessuno, infatti…

Li vidi nudi entrambi. Lui pompava come un bufalo mia moglie, che sotto di lui gemeva di piacere, avvinghiando le gambe intorno al suo corpo.

– Che fichetta stretta che hai! è dolce come il miele! Voglio lasciarle dentro un mio ricordino!

– Vieni, vienimi dentro, riempimi tutta… fammi sentire il tuo sperma, dentro, dentro di me! Mettimi incinta, voglio un figlio tuo, Fabio!

Rita stava gemendo forte ora e lo stronzo insistette:

– Tranquilla, fichetta, ne ho fatti tre con mia moglie. Non sbaglio un colpo, io!

– Ermanno non lo saprà mai… Alleverà tuo figlio credendolo suo… Domani mi farò scopare anche da lui e non capirà mai di essere cornuto!

– Certo che sei una bella troia, Rita! – disse, pompando ancora più vigorosamente. – Mi fa impazzire questa tua puttaneria. Stai tranquilla, se tuo marito avesse voluto metterti incinta sarebbe stato qui con te ieri e oggi. Invece ci sono io, e non mi perderò certo l’opportunità! Che cosa dici, troia?

– Sìììì, sono la tua troia, la tua puttana, la tua bocchinara! E voglio anche essere la madre dei tuoi figli, Fabio! Dài, spingi più forte! Quasi ci sono!

– Vengoooo! Vengooo! – gridò Fabio muggendo come un toro. Capii dalle contrazioni delle sue chiappe che si stava svuotando dentro mia moglie.

– Ahhh! Anch’io vengo, mi fai morire! La tua troia viene e l’hai messa incinta, stallone! Sono sicura!

Non ci potevo credere. Me ne stavo seduto lì, sul pavimento, fuori dalla porta come un cretino, completamente sorpreso da quanto avevo visto e sentito. Ammazzarli col vaso sarebbe stato troppo poco.

Fabio si tolse da sopra mia moglie e cominciò a ridacchiare tra sé come se fosse stato colpito da un pensiero divertente.

Anche Rita, respirando, emetteva leggeri suoni di soddisfazione e di beatitudine. Commovente vedere due persone così contente.

– Se è maschio, lo chiamerai Fabio? E se femmina Fabiana? – e rise, il bastardo. Ero ancora in tempo a spaccargli il cranio, pensai.

– Ermanno ha completa fiducia in me e non sospetterà mai nulla. è sincero e leale. Forse è meglio evitare errori così stupidi, no? Non si sa mai. Meglio non esagerare.

– Sincero e leale? Un po’ diverso da noi, no? Tu che lo cornifichi e gli fai allevare un figlio di un altro a sua insaputa!

– Fabio! Stai ferendo i miei sentimenti! Io sono sincera e leale, ma solo con te, so bene qual è il mio posto come tua sgualdrina personale! Anzi, guarda, magari faremo anche qualche altro bambino, così avranno tutti lo stesso padre, si assomiglieranno e nessuno sospetterà mai nulla.

– Che gran puttana che sei, Rita! Ma stai tranquilla, di bambini te ne faccio fare quanti ne vuoi. Sempre ché Ermanno li cresca con amore e dedizione, non voglio che ai miei figli manchi nulla, mi raccomando.

– Figurati! Ermanno sarà un padre meraviglioso. Devoto e amorevole. Ci puoi giurare.

– OK. Ora che abbiamo sistemato il futuro dei nostri figli, fammelo tirare ancora con un bel pompino, bocchinara, che ti voglio dare un altro paio di colpi. Per sicurezza…

Mi sporsi dalla porta giusto in tempo per vedere mia moglie che si abbassava sul cazzo di Fabio prendendolo in bocca e cominciando a succhiarglielo con impegno.

In preda alla nausea, riportai il vaso di terracotta al suo posto, scesi silenziosamente le scale, raggiunsi il garage, aprii con cautela la porta basculante, spinsi fuori la Passat a mano e l’accesi solo a distanza di sicurezza. La mia valigia era ancora in macchina.

Feci qualche chilometro verso nord fino a che trovai un motel (il Gugliel Motel, pensa che buffo nome) dove passare la notte. Che riuscii a superare con l’aiuto di un mezza bottiglia di Old Bushmills.

La mattina dopo, il mal di testa post-sbornia mi chiarì che l’alcool non avrebbe risolto i miei problemi. Così a colazione, davanti a un doppio caffè bollente, pensai con freddezza alla mia situazione.

Tra poco più di ventiquattro mesi avrei avuto quarant’anni. Avevo un buon lavoro, ben pagato ed ero in buona salute. Mi tenevo in forma e avevo sempre pensato di essere un uomo deciso e risoluto, che non si faceva intimidire facilmente.

Se questo episodio di mia moglie fosse stata una sfida del destino per mettermi alla prova, sarei stato capace di reagire come si conviene, anche magari permettendomi qualche piccola rivincita, o vendetta, addirittura. Qualche danno collaterale? Pazienza!

Squillò il cellulare. Rita.

– Ermanno! T’ho chiamato ieri sera e non hai risposto! Non sarai stato a caccia di qualche puttana, no?

– No, Rita, questa dovrebbe essere l’ultima delle tue preoccupazioni. Sai bene quanto io sia “sincero e leale”, no? – Di proposito usai le stesse parole dei due piccioncini.

– Buffo. Stavo parlando con qualcuno proprio ieri e insieme convenivamo che questa è una delle tue migliori caratteristiche! Intanto però quando torni a casa? Ormai sono quindici giorni che non ti vedo, il mio vibratore ha le batterie scariche, sono tutta un fuoco e ti ricordo che abbiamo una missione da compiere: diventare genitori. Non ti sei dimenticato, vero?

Per un attimo pensai che avrei vomitato il cornetto alla marmellata di albicocche che avevo appena mandato giù con il caffè. La sfacciataggine di Rita, unita al ricordo della chiappe pelose del buon vecchio Fabio tra le sue cosce misero a dura prova il mio autocontrollo. Ma mi ripresi in tempo.

– Purtroppo c’è stato un cambio di programma. Questo fine settimana non posso tornare – mentii. – C’è una emergenza a Ventimiglia e devo partire subito. Mi spiace, Rita, lo so che avevamo in programma un week end di sesso selvaggio, ma proprio non posso. Il comune è bloccato e non può pagare gli stipendi.

– Ermanno! Ma no! mi avevi promesso che saresti tornato stasera! è il mio periodo più fertile! Se non rimango incinta questo fine settimana dovremo aspettare probabilmente un altro mese!

– Rita, lo so! Non sai quanto mi spiace, ma proprio non posso lasciare i ventimigliesi senza stipendio. Dovrò lavorare probabilmente anche domenica! Sai, in questi periodi di crisi ci vuole un attimo a perdere il lavoro e non vorrei che la mia società cominci a pensare di poter sostituirmi con un precario ventiduenne a ottocento euro al mese. Non posso rifiutarmi. – Naturalmente non c’era niente di vero. Il comune di Ventimiglia non aveva problemi e la mia società non si sognava di sostituirmi, col fatturato che facevo.

– Ermanno! Ti voglio qui, nel nostro letto! Non sai quanto mi manchi! – Figuriamoci. Che razza di ballista era diventata mia moglie!

– Tranquilla, Rita. Sono sicuro che rimarrai incinta al più presto, non preoccuparti. Ti chiamerò domenica. Ciao.

Poi però cominciai a pensare che dicesse sul serio. Come avrebbe potuto convincermi infatti che l’eventuale bambino fosse figlio mio senza che facessimo sesso?

Cominciavo a capire l’urgenza e la disperazione di Rita per farsi montare da me al più presto. Quindi più sarei stato lontano da lei più drammatica sarebbe stata la sua situazione e più forte la pressione psicologica.

Cominciai a rilassarmi.

Sarebbe bastato girare al largo da lei per un tempo sufficiente per metterla in allarme rosso.

Passai da MediaWorld a comprare un registratore audio mp3 che poteva registrare per molte ore, attivandosi solo quando percepiva qualche rumore ed era assolutamente minuscolo e silenzioso.

Attesi che Rita se ne andasse al lavoro, tornai a casa, entrai e nascosi il dispositivo nei pressi del letto matrimoniale.

Avrei infatti avuto bisogno si conoscere in anticipo le mosse di mia moglie.

Poi cercai in internet un monolocale ammobiliato da affittare di settimana in settimana.

Me lo scelsi bello, a Milano, nel quartiere Isola.

Caro, certo, ma avevo deciso che dovevo vivere bene.

Domenica chiamai casa.

– Ermanno, dove sei? Quando torni? Qui non ce la faccio più, tesoro! – Tesoro? Mi chiamava tesoro? Stava cercando di conquistarmi?

– Non lo so ancora, Rita. Qui a Ventimiglia è un disastro, non funziona niente! Spero di terminare comunque nel giro di qualche giorno.

– Ermanno, ti prego, torna al più presto. Non sai come mi sento sola, come mi manchi! Il tuo corpo, le tua mani forti, il tuo nodoso bastone che entra dentro di me… Non riesco quasi più a dormire dalla voglia. – Sentivo che cominciava a disperarsi e mi venne da sorridere.

Era stata lei a cominciare il gioco, ma sarei stato io a vincerlo.

– Ti prometto di fare del mio meglio per tornare il prima possibile, Rita.

Il lunedì tornai in ufficio, scrissi le mie relazioni, compilai le note spese e riuscii a parlare col mio capo, che era anche il proprietario dell’azienda.

Gli spiegai che nelle settimane successive avrei avuto bisogno di molta flessibilità nel lavoro, perché avevo problemi familiari da risolvere.

Lo pregai di lasciarmi decidere i miei spostamenti, garantendogli che i risultati non ne sarebbero stati compromessi.

Dopo tanti anni insieme la relazione tra di noi era di amicizia e rispetto e non ci furono problemi.

Tutti i giorni, alle dodici, passavo da casa a controllare il registratore.

Se non trovavo nulla cambiavo le pile e lo rimettevo al suo posto.

Poi il mercoledì trovai qualcosa.

Cominciava con la voce di Fabio a metà frase, come se fosse entrato in camera parlando e il registratore avesse cominciato a d attivarsi appena aperta la porta.

– …scoparti a morte, troia!

– Fabio, scusa, non sono dell’umore giusto. Se non sono già incinta penso che dovremo lasciar perdere. Non posso rischiare di rimanere incinta se Ermanno non torna a casa in tempo.

– Figurati. Sei incinta di sicuro. Io non sbaglio un colpo. Te lo faccio dire da mia moglie: tre figli a quattro aborti, mammina.

– Allora sono perduta. Come faccio?! Ermanno non crederà mai di essere il padre di un figlio concepito quando lui non c’era!

– La prima cosa che devi fare è un pompino a questa mia mazza che non vede l’ora, puttana. Ho poco tempo, cazzo, ho detto a mia moglie che uscivo per una birra al Circolo e una partita a scopa. – Certamente l’uomo era un gentiluomo d’altri tempi e il suo modo di trattare le donne si sarebbe dovuto insegnare nelle scuole.

Poi continuò:

– Se la montagna non va a Maometto, allora ti conviene raggiungerlo nei paesini dove lavora, magari di sorpresa, con la scusa di una fuga romantica.

– Hai ragione! è una grande idea! Come fai ad essere così intelligente, amore! Ma certo! Mi faccio dire dove si trova e lo raggiungo con la mia macchina. Gli faccio una sorpresa e lo rendo felice! Sono settimane che non scopa, non vedrà l’ora!

– Bene. Adesso basta parlare e datti da fare, troione che non sei altro. Prima un pompino con l’ingoio e poi la tua patata. Ti sei depilata di fresco per me come ti avevo ordinato, no?

Il resto della registrazione consisteva in gemiti, grugniti e insulti volgari che Fabio rivolgeva a Rita. Stomachevole. Soprattutto non capivo perché Rita gli permettesse di trattarla come una puttana. Addirittura pareva che lei ne traesse un certo piacere, o almeno eccitazione. Cancellai tutto e rimisi il registratore al suo posto.

In serata squillò il cellulare. Rita.

– Ermanno, tesoro, quando torni?

– Non ci crederai mai, Rita, qui a Ventimiglia ho quasi finito, ma mi hanno chiamato con urgenza da Livigno, c’è un’emergenza anche lì. Domattina parto alle cinque per arrivare il pomeriggio. – Mi costò cercare di non ridere. Avevo visto le previsioni del tempo e avevo scelto Livigno proprio perché lassù si prevedeva una bufera di neve.

– Livigno? In provincia di Sondrio? Ma è lontanissimo!

– Purtroppo non ho scelta, Rita.

– E riuscirai ad essere a casa per il fine settimana?

– Ho paura di no, questa volta, Rita. Approfitterò del viaggio per visitare un paio di clienti importanti, il comune di Bormio e quello di Trepalle, dove abbiamo presentato delle offerte e stiamo aspettando le loro decisioni.

– Livigno, allora, eh? In che albergo starai? – mi sembrava quasi di sentire il rumore degli ingranaggi del suo cervello al lavoro.

– Il “Valeria” che è vicino al palazzo comunale.

– Quanto tempo?

– Almeno fino a domenica.

– Ermanno, però… possibile che non riusciamo più a vederci? Io ho bisogno di te, ti voglio vicino, voglio farti l’amore, voglio dimostrarti quanto mi manchi…

– Rita, lo sai che sto facendo questo per noi, per il nostro futuro bambino, per garantirgli una vita serena e senza preoccupazioni. Abbi pazienza ancora un po’, Rita, vedrai, andrà tutto bene.

Chiusi la comunicazione e cominciai a ridere forte, di gusto, da solo in ufficio.

Se voleva prendermi per stupido le avrei fatto provare il sapore della sua stessa medicina.

Intanto cercai di sapere qualcosa di più di questo Fabio.

Controllai la pagina web della scuola di Rita ed eccolo lì, il bastardo. Fabio Uboldi, direttore didattico, con tanto di foto e di biografia.

Quarantasei anni, sposato, tre figli, la moglie inglese e cointestataria della scuola.

Passai da casa a verificare il contenuto del registratore.

Le solite cose, i gemiti gli insulti, ma anche una chiamata di Rita all’Hotel Valeria per riservare una singola con bagno.

Non aveva motivo di sospettare che io le stessi giocando un tiro e credeva ciecamente a tutto ciò che le dicevo.

Quella sera la chiamai al cellulare.

– Scusa tesoro, lo so che è colpa mia se non riusciamo a vederci, ma ti prometto che dopo questo problema di Livigno starò a casa un paio di settimane e troveremo un po’ di tempo per noi. Stai tranquilla.

– Non ti preoccupare, Ermanno, capisco che si tratta del tuo lavoro e che stai facendo del tuo meglio.

Quel pomeriggio il mio capo mi chiamò per dirmi che avevano chiamato dal comune di Positano per chiedere chiarimenti sulla nostra offerta che avrebbero accettato entro la settimana successiva se le risposte fossero state soddisfacenti. Mi chiese se sarei stato disposto a fare un salto in aereo al più presto.

– Perché no? – risposi.

Il giorno successivo chiamai Rita, ma la chiamata entrò direttamente nella segreteria telefonica. Sicuramente la sua auto era sotto una delle numerosissime gallerie lungo la strada per Livigno. Lasciai un messaggio, però.

– Rita, tesoro, niente Livigno per ora. Mi hanno chiamato dicendomi che si prevedono forti nevicate e che forse è meglio rimandare di una settimana o due. Intanto sono a casa! Ma tu non ci sei e non c’è nemmeno la tua auto. Per favore, non farmi preoccupare, stai bene? Chiamami al più presto! Domani devo partire per Positano.

Finalmente avevo una scusa per tornare ufficialmente a casa e per cambiarmi la biancheria che lavavo e rilavavo da quattro settimane ormai.

In serata ricevetti la chiamata di Rita, mentre seguivo il Milan in tv contro proprio l’Atalanta.

– Ermanno, cosa ci fai a casa!? Io sono venuta a Livigno a trovarti per scoprire che all’Hotel Valeria non ti sei mai presentato!

– No, infatti, ti ho lasciato apposta un messaggio in segreteria per spiegarti. Com’è il tempo?

– Orribile, ho fatto appena in tempo a raggiungere l’albergo perché cominciava a nevicare forte e io non ho le catene, né le gomme da neve. Siamo a venti gradi sotto zero e ormai ci sono più di cinquanta centimetri di neve per le strade. La signora dell’Hotel mi dice che hanno chiuso la strada. Non ho portato un abbigliamento da montagna, pensavo solo di stare a letto con te e muoio di freddo.

– Beh, divertiti. Chissà che bello spettacolo sarà quando tornerà il sereno tra qualche giorno! Scusa, perdo il segnale… ci sentiamo presto. Ciao. Ah, domani parto per Positano. Ti chiamo da lì, in riva al mare. A presto.

La sera successiva, davanti a uno strepitoso spaghetto allo scoglio in riva al mare, all’aperto, chiamai Rita.

– Tutto bene?

– Un disastro! Siamo a meno quindici, è mancata la luce, la strada è bloccata, continua a nevicare… Il peggio è che senza luce anche il riscaldamento quasi non funziona e devo stare a letto sotto il piumone per non morire di freddo. Non c’è acqua calda, si mangiano solo panini perché non si può cucinare… Anzi, devo chiudere perché si sta scaricando il cellulare e non c’è modo di ricaricarlo e la signora mi ha chiesto di non usarlo se non per chiamare i soccorsi, quando sarà il caso. E in questo cazzo di albergo non c’è neanche il caminetto!

– Vedrai che presto tutto si aggiusterà! Intanto qui invece, anche se ormai è notte, ci sono ancora diciotto gradi e dovresti provare questi spaghetti allo scoglio! Uno spettacolo! Per non parlare del vino bianco… stasera magari finisco la bottiglia. Ci sono un paio di signore tedesche che stanno cenando al tavolo vicino e che mi stanno invitando a chiacchierare con loro. Beh, allora ti saluto, eh. A presto!

Riuscii a evitare Rita per quasi altri due mesi, standomene nel mio monolocale all’Isola e inventando in continuazione destinazioni tanto esotiche quanto false.

Finché un giorno me la vidi arrivare in ufficio. Era la settimana di Pasqua. Finalmente aveva capito come fare a raggiungermi: ce ne aveva messo del tempo, a riprova che il suo quoziente intellettivo non dovesse essere troppo sviluppato, come del resto quello del suo amante. Due cretini.

– Rita! Ma guarda chi c’è! Stai benissimo! Un filo ingrassata, mi pare… Si vede che stare sotto le tormente di neve mette appetito!

– Miserabile bastardo! Come ti viene in mente di evitarmi e raccontarmi balle!? Non dovevi essere il marito leale e affidabile? Si può sapere cosa ti prende?

– Ah, scusa, stavo giusto terminando questo lavoro per correre a casa a mettere in cantiere il nostro bambino. Mi sei mancata così tanto! Sei ancora dell’idea di fare un figlio, no, Rita?

La vidi impallidire visibilmente. Si schiarì la gola e cominciò:

– Ecco, vedi… io… cioè, noi… stiamo per avere un bambino. Non sei contento?

– Cavolo! Dovresti chiamare Piero Angela che su questa gravidanza miracolosa ci potrebbe fare una intera trasmissione.

– Come, non sei contento di diventare papà? Eppure sembravi tanto impaziente… – Rita pareva decisa a farmela digerire.

– La verità è che mi sarebbe piaciuto prendere parte al concepimento. Come dire? Essere padre per me è qualcosa di più che essere sposato a una donna che diventa madre. Avrei voluto, sì, ecco, partecipare, dare il mio attivo contributo, non so se mi spiego. Non posso voler bene a un bambino concepito non solo a mia insaputa, ma addirittura per farmi un dispetto. Spero per lui che invece tu ne sia capace.

– Cosa stai dicendo? Non credi che il bambino sia tuo?

– Sono così sicuro che non sia mio che ti propongo un patto: oggi i test Dna sono accurati. Appena nascerà lo controlleremo subito. Se risulterò essere suo padre lo manterrò, lo farò studiare, gli garantirò una vita priva di preoccupazioni. E tu potrai avere la casa, nel divorzio. Se invece risulterà essere di qualcun altro, magari di quel figlio di troia di Fabio, Allora te ne andrai di casa e non avrai un cazzo. D’accordo?

– Divorzio? Fabio? – sussurrò Rita con un filo di voce e il terrore negli occhi.

– Sì, Fabio, Fabio Uboldi, il direttore della scuola. Tu sei la sua troia, la sua puttana, la sua bocchinara, non è così? Ora, se giochi bene le tue carte puoi costringerlo a mantenerti insieme al bambino. Lui ha troppo da perdere. è sposato e la scuola appartiene alla moglie. Non gli conviene sollevare troppa polvere. Sarà lui a diventare la tua troia, la tua puttana, la tua bocchinara, vedrai!

Vidi dall’espressione di Rita che ci stava arrivando, piano piano, come suo solito. Le rotelle della sua testa si mettevano in moto sempre con una certa difficoltà.

– Domani andrò dall’avvocato per il divorzio. Se tu lo metterai nel culo al tuo Fabio io avrò pietà di te, altrimenti sarò io a metterlo nel culo a te. Buona fortuna.

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