Il campanello sopra la porta tintinnò, un suono metallico e stonato che risuonò come un avvertimento. Alina esitò sulla soglia, le spalle che si irrigidivano istintivamente. Il bar puzzava di birra rancida, fumo di sigaretta incrostato nei tendaggi giallastri e quel sentore dolciastro di alcol versato troppo spesso sui tavoli appiccicosi. Le pareti, un tempo bianche, erano ora macchiate di nicotina e umidità, e la luce fioca delle lampade a muro proiettava ombre allungate che sembravano muoversi da sole. Il pavimento di linoleum, consumato dagli anni, scricchiolava sotto i suoi passi esitanti.
Alina aveva diciotto anni da appena tre giorni, ma in quel momento si sentiva molto più giovane. Le trecce bionde, intrecciate con cura quella mattina, le ricadevano sulle spalle come corde dorate, quasi troppo luminose in quel luogo cupo. La divisa scolastica—una gonna blu scuro che si era ritirata al lavaggio e una camicetta bianca troppo stretta—le aderiva al corpo in modo imbarazzante. Ogni movimento faceva sì che il tessuto leggero le accarezzasse la pelle, sfiorandole le cosce in un modo che le faceva stringere le gambe. Troppo corta, pensò, ma non aveva scelta. Sua madre, Diana, le aveva detto di cambiarla, ma lei aveva risposto con un’alzata di spalle e un sorrisetto che nascondeva l’imbarazzo.
Gli uomini la guardarono entrare.
Tre paia di occhi, tre sguardi diversi ma ugualmente famelici. Il barista, massiccio, con le braccia coperte di tatuaggi sbiaditi—un serpente che si avvolgeva intorno a un pugnale, una donna nuda con il volto cancellato dal tempo—aveva le mani callose e unghie sporche di nicotina. L’altro, con la cicatrice che gli tagliava la guancia da tempia a mento, sembrava non battere ciglio, come se fosse abituato a vedere ragazze come lei entrare e uscire da quel posto. Il terzo, il più giovane, aveva gli occhi iniettati di sangue e un sorrisetto che non prometteva nulla di buono. Le labbra umide, come se si fosse appena leccato i denti.
Nessuno distolse lo sguardo mentre Alina si avvicinava al bancone, le dita strette intorno alla tracolla della cartella. Sentiva il peso di quegli occhi addosso, come se le stessero già spogliando con la mente. Il barista si appoggiò al bancone, le braccia incrociate, la maglietta sudicia che si tendeva sul ventre prominente.
«Che vuoi, principessina?» La sua voce era rasposa, come se avesse ingoiato vetro. Alina si morse il labbro inferiore, sentendo gli sguardi degli altri due avventori che le bruciavano la schiena. «Un succo di frutta, per favore», rispose, la voce un filo troppo acuta. «Pesca o arancia, se ce l’ha.» Lui annuì, accennando un ghigno che le fece venire la pelle d’oca, e sparì dietro il bancone.
Alina si sedette a un tavolino in fondo, lontano dagli altri, ma non abbastanza da non sentirli. Le risate basse, i commenti sussurrati, il rumore di una sedia trascinata sul pavimento. Si strinse le cosce, sentendo il calore salirle lungo la gola. Non guardare. Non reagire. Ma era impossibile. Ogni volta che si muoveva, sentiva gli occhi degli uomini scivolarle addosso come dita invisibili, indugiare sulle sue gambe, sulla gonna che si sollevava appena quando si sistemava sulla sedia.
Il barista tornò con il bicchiere, appannato, il liquido arancione troppo denso, quasi viscoso. Lo posò davanti a lei senza una parola, le dita pelose che sfioravano il tavolino, lasciando una traccia umida. Alina lo guardò per un istante: il colore era troppo intenso, quasi artificiale, e sulla superficie galleggiavano minuscole particelle che non sembravano polpa di frutta. Strano, pensò, ma aveva troppo sete per farsi domande. Lo portò alle labbra e bevve.
Il sapore era dolce, troppo, con un retrogusto metallico che le si attaccò alla lingua. Qualcosa non andava—un sapore amaro, quasi chimico, che le fece corrugare la fronte per un secondo. Ma scacciò il pensiero. Forse è solo scaduto, si disse, e continuò a bere, sentendo il liquido freddo scivolarle in gola. Il calore nel locale sembrava aumentare, l’aria diventava sempre più pesante, come se qualcuno avesse acceso un fuoco invisibile.
Il sudore le imperlò la fronte, le scivolò lungo la schiena, tra le scapole. Si passò una mano sulla gola, sentendo la pelle bagnata. Fa troppo caldo qui. Ma non era solo il caldo. Qualcosa le formicolava sotto la pelle, come se il succo le avesse acceso un fuoco interno. I rumori le arrivavano ovattati—il tintinnio dei bicchieri, il suono graffiante di una sedia, il respiro affannoso di uno degli avventori—ma ogni dettaglio visivo le sembrava amplificato. Le vene sulle mani del barista, gonfie e bluastre. Il modo in cui l’uomo con la cicatrice si passava la lingua sui denti ingialliti. Il riflesso della luce sul vetro del bicchiere, che le proiettava un alone dorato sulle cosce, come una carezza di fuoco.
E poi c’era il suo corpo.
Traditore.
I capezzoli, duri come sassolini, premevano contro il reggiseno di cotone, sotto la camicetta bianca ormai trasparente di sudore. Ogni minimo movimento le causava uno sfregamento del tessuto sulla pelle, strappandole un brivido che le correva dritta tra le gambe. Si morse il labbro, cercando di concentrarsi su qualcosa—qualunque cosa—che non fosse il modo in cui le mutandine le si incollavano addosso, umide e strette.
Giocò con le dita sul bordo del tavolino, sfiorandosi distrattamente il polso, la gola, come se stesse solo grattandosi un prurito. Ma sapeva che gli occhi degli uomini la stavano seguendo. Sapeva che vedevano ogni movimento, ogni respiro troppo profondo, ogni volta che le labbra si socchiudevano appena, umide e gonfie. Il calore le salì alle guance, poi scese di colpo tra le cosce, trasformandosi in qualcosa di più oscuro, di più pericoloso.
C’era qualcosa che le scorreva nelle vene, qualcosa che le faceva formicolare la pelle, che le faceva sentire ogni sfioramento—della stoffa della camicetta sui capezzoli induriti, della gonna che le aderiva all’inguine—come una scossa elettrica. Non è normale, pensò per un istante, ma la sua mente era annebbiata, come se una nebbia calda le avesse avvolto i pensieri.
«Ti senti bene, piccola?» La voce del barista, improvvisa, troppo vicina. Alina sobbalzò. Non si era accorta che si era avvicinato. Ora era lì, a un passo da lei, le braccia incrociate sul petto largo, gli occhi che le scendevano lungo il corpo come due dita callose. «S-sì», balbettò, sentendo la gola secca. «È solo… fa caldo.»
Lui sorrise. Non era un sorriso gentile. «Vuoi un altro succo?» La domanda le sembrò carica di qualcosa di non detto, come se nascondesse una promessa o una minaccia. No. Sì. Non lo so. Scosse la testa, troppo in fretta. «No, grazie. Solo… dov’è il bagno?» Lui indicò con il mento una porta in fondo, vicino alla cucina, dove la luce era ancora più fioca. «Là.»
Alina si alzò, le gambe che le tremavano appena. Ogni movimento le faceva girare la testa, come se il pavimento oscillasse sotto i suoi piedi. Camminò, cercando di non barcollare, sentendo gli sguardi degli uomini incollati al suo sedere, alle cosce che si sfioravano ad ogni passo, alla gonna che si sollevava appena quando si muoveva. Si muoveva con un’andatura ondeggiante, quasi goffa, come se il suo corpo avesse una volontà propria. Lo faceva istintivamente, anche se quel posto era forse l’ultimo dove voleva mostrarsi così.
E lo sapeva.
Lo sapeva eccome.
Quando raggiunse la porta del bagno, si fermò un istante, la mano sul pomello di ottone opaco. La testa le girava, il caldo era opprimente. E lei non sapeva più se aveva paura… o se, in fondo, quel senso di vertigine le piaceva più di quanto volesse ammettere.
La porta del bagno era pesante, scricchiolante. Alina la spinse con una spalla, entrando in uno spazio angusto che puzzava di candeggina e pipì stantia. Si chiuse alle spalle, appoggiandosi contro il legno consunto, gli occhi serrati. Respira. Respira. Ma l’aria era densa, calda, quasi liquida. Si passò una mano sulla fronte madida, le dita che tremavano leggermente.
Quando aprì gli occhi, lo specchio sopra il lavandino le restituì un’immagine che non riconobbe: guance arrossate, occhi lucidi, labbra dischiuse e gonfie. Che cazzo mi sta succedendo? Non importava. Ora sentiva solo il calore, il peso tra le gambe, il reggiseno che le stringeva i seni come una morsa. Un gemito le sfuggì quando, senza pensare, si sfiorò un capezzolo attraverso la stoffa. Troppo sensibile. Troppo tutto.
Con dita tremanti, iniziò a sbottonarsi la camicetta. Un bottone dopo l’altro, la stoffa si aprì, rivelando la pelle chiara e il reggiseno di cotone umido, attorcigliato sui seni gonfi. La tolse appendendola al gancio dietro la porta, poi toccò al reggiseno. Lo sfilò con un gesto brusco, lasciandolo cadere a terra senza curarsene. Ora era solo pelle. Pelle, sudore e quel calore insopportabile che le bruciava dentro, come una febbre.
Si guardò allo specchio: i seni piccoli e rotondi, alti e sodi, puntavano verso l’alto, i capezzoli rosa e duri come se chiedessero attenzione. Un’ondata di vertigine la fece barcollare. Si appoggiò al lavandino, le mani che stringevano il bordo freddo, mentre con l’altra si sfiorava un seno, poi l’altro, tracciando cerchi lenti intorno ai capezzoli. Ogni tocco era una scossa, ogni respiro un gemito soffocato.
«Cosa mi hanno dato da bere?» Il pensiero le attraversò la mente, fugace, ma svanì subito. Non importava. Ora c’era solo il suo corpo, traditore ed eccitato, e il modo in cui rispondeva a ogni sfioramento. Aprì il rubinetto: l’acqua fredda schizzò fuori, rumorosa. Si chinò, raccogliendola con le mani a coppa, e se la versò sul viso, sentendola scivolare giù, tra i seni, lungo lo sterno, fino all’addome.
Il freddo le fece venire la pelle d’oca, ma non spense il fuoco dentro. Anzi, sembrò alimentarlo. L’acqua le colava tra le curve del corpo, lungo la gonna aderente, appiccicosa di sudore. Cazzo. Si passò le mani bagnate sul viso, i capelli che le si appiccicavano alle tempie, ma il calore non passava. Era come se ogni goccia accendesse una fiamma nuova, più intensa.
Barcollò verso la tazza del gabinetto, le gambe instabili. Si abbassò le mutandine di cotone—bianche, semplici, ora bagnate—e si sedette, sentendo il freddo della ceramica contro la pelle rovente. Un sospiro di sollievo le sfuggì mentre si lasciava andare, il getto caldo che usciva da lei con un piacere quasi doloroso. Rise, senza sapere perché. Forse per il sollievo, forse per l’assurdità di tutto: mezzo nuda in un bagno lurido, la testa che le girava, il corpo che sembrava volerla tradire in ogni modo possibile.
Con la punta del piede, spinse giù le mutandine, lasciandole a terra in un mucchietto umido. Ora non posso più metterle. Il pensiero le strappò un’altra risata, più alta, quasi isterica. Che cazzo me ne frega. Guardò il getto che usciva da lei, giallo chiaro, quasi trasparente. Senza pensare—o forse proprio perché non stava pensando—allungò una mano, sfiorando il flusso con le dita. Le bagno. Le portò alla bocca.
Il sapore era strano: salato, leggermente amaro, caldo. Non lo aveva mai fatto. Non ci aveva mai pensato. Eppure ora le sembrava la cosa più naturale del mondo. Leccò le dita, lentamente, gli occhi socchiusi, sentendo il gusto di sé stessa sulla lingua. Che schifo. Ma non era schifo. Era eccitazione. Era il brivido di fare qualcosa di vietato, di sporco, di sbagliato, che le faceva accelerare il battito e stringere le cosce.
Lo rifece. E ancora. Ogni volta che le dita tornavano bagnate, ogni volta che se le portava alle labbra, sentiva un’ondata di calore salirle lungo la schiena, stringerle lo stomaco. Dio, sono malata. Ma non le importava. Non in quel momento. Ora c’era solo il suo corpo, i suoi sensi amplificati: il rumore dell’acqua, il respiro affannoso, il battito del cuore che le martellava nelle orecchie.
Quando finalmente finì, rimase seduta, le gambe aperte, le mutandine abbandonate a terra. Si passò una mano tra le cosce, sentendo il calore, l’umidità. La sua fica era liscia, quasi glabra, la pelle morbida sotto le dita. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che mi sono depilata? Non lo ricordava. Non importava.
Ci infilò un dito. Solo uno. Un gemito le sfuggì dalle labbra socchiuse, gli occhi che si chiudevano a metà, pesanti. Era bagnata. Troppo bagnata. Non solo di pipì, non solo di sudore. C’era altro: qualcosa di più denso, viscoso, che le scivolava sulle dita mentre le muoveva dentro di sé, lentamente, con movimenti circolari che le facevano contrarre i muscoli interni.
Poi lo portò alla bocca. Di nuovo. Il sapore era diverso ora: più intenso, più suo. Mescolato al retrogusto salato della pipì, era una cosa che non avrebbe mai immaginato di fare. Eppure leccò le dita, una dopo l’altra, gemendo piano, mentre l’altra mano risaliva a giocare con un capezzolo, tirandolo, pizzicandolo. Il dolore si trasformava in piacere, in un’ondata di calore che le faceva girare la testa.
«Sono impazzita.» Oppure no. La voce le uscì rotta, quasi un sussurro. «Cazzo.» Pensò a lui, al suo ex ragazzo, a quelle poche volte che avevano fatto sesso: sempre al buio, sempre in fretta, sempre con lei che si chiedeva se stava facendo bene. Lui le aveva detto che era troppo stretta, che doveva rilassarsi. Ma non si era mai rilassata. Non come ora.
Si infilò un altro dito. Poi due. Si inarcò leggermente, sentendo le dita scivolare dentro di sé, bagnate dei suoi umori, della sua pipì, di tutto quel caos che le scorreva nelle vene. Ogni movimento le strappava un gemito soffocato, un respiro affannoso. La testa le girava, ma non era solo per l’alcol—o qualunque cosa le avessero messo nel succo. Era il modo in cui il suo corpo rispondeva, come se ogni tocco, ogni leccata, ogni sapore la facesse sentire più viva.
Con la mano libera, continuò a giocare con i capezzoli, tirandoli, strizzandoli, sentendo il dolore mescolarsi al piacere. «Dio, sì.» Era così sbagliato. Così sporco. Eppure non riusciva a fermarsi. Non voleva. Si infilò le dita più a fondo, sentendo i muscoli interni stringersi intorno a loro, il calore che le avvolgeva tutto il corpo. Gemette più forte, senza curarsi di chi potesse sentirla.
Poi, con un movimento fluido, portò di nuovo le dita alla bocca. Le leccò. Tutte. Assaporando il mix di sé stessa, di pipì, di sudore, di peccato. Rise, isterica. «Non mi sono mai fatta venire in bocca», sussurrò, le dita che si muovevano sempre più veloci dentro di sé. «Perchè avevo paura del sapore.» Rise di nuovo, amara, incredula. «E ora? Ora mi lecco le dita piene di pipì e mi eccito.»
E rise. Rise forte, isterica, mentre il suo corpo tremava, mentre le dita continuavano a muoversi dentro di lei, mentre il mondo intorno sembrava dissolversi. Era sul punto di venire. Lo sentiva: il corpo teso, i muscoli contratti, il respiro che le si mozzava in gola. «Sì», sussurrò, gli occhi chiusi, la testa che le girava. «Sì.»
E poi il mondo esplose.
Un’ondata di piacere la travolse, la fece tremare, gemere, urlare senza voce. Le dita dentro di sé si contrassero, il corpo si inarcò, e per un momento non ci fu altro. Solo quel piacere così intenso, così sporco, così libero.
Quando finalmente si rilassò, rimase seduta lì, le gambe aperte, le dita ancora bagnate, il respiro affannoso. Si guardò intorno, quasi stupita. «Che cazzo ho appena fatto?» Ma non c’era rimorso. Non c’era vergogna. Solo un sorrisetto malizioso che le curvava le labbra, mentre la testa le girava come su una giostra impazzita.
Non era come quando bevi troppo vino e ti viene da vomitare. No. Era diverso: il mondo intorno a lei sembrava una giostra che girava troppo veloce, e lei ci era salita sopra ridendo, senza paura di cadere. Il cuore le batteva all’impazzata, un tamburo selvaggio che le rimbombava nelle orecchie, nel petto, tra le gambe. Sudava. Non gocce, ma rivoli che le scendevano lungo la schiena, tra i seni, giù per la pancia, come carezze invisibili.
Il caldo era opprimente, soffocante, ma non voleva toglierselo di dosso. Voleva annegare in quel calore, voleva che le bruciasse la pelle, che le facesse perdere il controllo. E il controllo era già perso. Da un pezzo.
Le dita erano ancora bagnate—di sé, di pipì, di quel misto sporco e dolce che le aveva fatto leccare le labbra come una gatta golosa. Non aveva smesso di toccarsi nemmeno dopo l’orgasmo. No. Aveva solo continuato, le dita che scivolavano dentro e fuori, lente, pigre, come se avesse tutto il tempo del mondo. Come se non ci fosse altro al mondo oltre a quel piacere umido, caldo, proibito.
Ma lei si sentiva sempre più strana. Non era più Alina, la ragazza delle superiori, brava a scuola e sempre posata. No. Ora era qualcosa d’altro. Si sentiva bambina e donna allo stesso tempo, come se il suo corpo fosse un giocattolo nuovo, da scoprire con dita curiose e senza paura.
Era come quando, da ragazzina, andava al campeggio estivo o giocava con gli amichetti nel cortile polveroso: il mondo le sembrava colorato, innocente, ma anche malizioso e folle. Solo che ora quel mondo era il suo corpo, e le sue dita erano le compagne di gioco più audaci. Si sentiva una bambina curiosa, che esplorava ogni angolo di sé con occhi lucidi e un sorrisetto birichino, come se stesse scoprendo un segreto proibito.
Ogni tocco era una nuova avventura. Ogni gemito, una risatina soffocata. Ogni movimento delle dita tra le gambe, un gioco che non voleva finisse mai. Non c’era più la Alina timida, quella che si chiedeva se stava facendo bene o male. Ora c’era solo una bambina cattiva, che si leccava le dita bagnate e rideva, perché aveva scoperto che il mondo degli adulti era molto più divertente di quanto avesse mai immaginato.
Pum.
Un colpo secco alla porta. Alina trasalì, poi scoppiò in una risatina acuta, da bambina dispettosa. «Ohhh, chi è che bussa?» cantilenò, saltellando sul posto come se fosse una partita a nascondino. «Non si può entrare, brutto monello!» Le dita tra le gambe non si fermarono neanche per un secondo, muovendosi in cerchietti lenti, come se stesse giocando con una bambola segreta. «Aspetta il tuo turno, su!» aggiunse, ridacchiando, la voce squillante e un po’ nasale.
Pum. Pum. Pum.
Altri colpi, più forti, più impazienti. «Ho detto nooo!» strillò, ridendo come se fosse una minaccia vuota, le trecce bionde che le ballavano sulle spalle. «Se entri, ti faccio il solletico!» Non sapeva chi ci fosse là fuori. Non le importava. Era tutto un gioco. Un gioco sporco, eccitante, e lei era la bambina più monella di tutte.
Si alzò in punta di piedi, barcollando come una bambola con le molle rotte, le gambe che le tremavano ancora per il piacere. La gonna della divisa le si era incollata ai fianchi, cortissima, e sotto non c’era niente. Solo pelle nuda, calda, umida. Le dita continuavano a giocare tra le cosce, sfiorando quel puntino sensibile che le faceva venire i brividi dappertutto. «Chi è?» chiese, la voce un sussurro cantilenante, le labbra che si allungavano in un sorrisetto birichino. «Indovina indovinello… chi vuol giocare con Alina?»
Non aspettò risposta. Non le importava. Era troppo occupata a ridere, a toccarsi, a sentirsi la principessa del suo regno segreto. La mano libera si allungò verso la maniglia, mentre l’altra continuava a muoversi, instancabile, come se fosse l’unica cosa al mondo che contava. Rideva, rideva, rideva—come se fosse tutto un gioco, come se non ci fosse niente di male, come se fosse solo una bambina che non sapeva quanto era cattiva.
La porta si spalancò con un gemito arrugginito, e Alina si aggrappò alla maniglia con una mano, mentre l’altra continuava a muoversi tra le cosce, lenta e distratta, come se stesse disegnando cerchietti su un quaderno. La luce del corridoio le colpì gli occhi, ma lei non li chiuse. Rideva. Rideva come una bambina che ha appena rubato i biscotti e non vede l’ora di farsi beccare.
Davanti a lei, il barista si appoggiava allo stipite, le braccia incrociate, i muscoli che si gonfiavano sotto la maglietta sporca. I tatuaggi gli serpeggiavano sulle braccia come mostri di un libro delle fiabe, e i suoi occhi—neri, lucidi—la guardavano dalla testa ai piedi. Dai seni nudi, piccoli e rotondi come mele, ancora bagnati di sudore, alla gonna della divisa scolastica, così corta che si vedeva quasi tutto. Le mutandine erano ancora a terra, nel bagno, e lei non se ne curava. Anzi, le piaceva così.
«Ciao, bambolina», disse lui, la voce bassa e ruvida come carta vetrata. «Ti sei persa?» Alina inclinò la testa di lato, come un cucciolo curioso. Le dita tra le gambe non si fermarono. Anzi, si mossero un po’ più in profondità, e lei gemette piano, un suono che era metà risatina, metà sospiro. «Sììì», cantilenò, la voce acuta e infantile. «Non trovo più la strada di casa! Mi aiuti, per favoreee?»
Lui rise, una risata bassa e gutturale, che le fece venire la pelle d’oca. «Certo, tesoro. Vieni, ti riporto io… Ma prima ti faccio conoscere dei nuovi amici» Lei non esitò. Gli saltò addosso come una scimmietta, avvinghiandosi al suo braccio, le trecce che le ballavano sulle spalle. «Grazie!» esclamò, ridendo di nuovo, la voce squillante e senza un briciolo di vergogna. «Sei il più buono di tutti!»
«Non sempre, piccola», rispose lui, stringendole le dita appena un po’ troppo forte. «Ma per una bambina dolce come te, faccio un’eccezione.»
Alina rise, nascondendo il viso contro la sua spalla, ma solo per un secondo. Poi si staccò, gli occhi che brillavano maliziosi. «Io non sono dolce», sussurrò, la voce un filo di seta sporca. «Sono una bimba cattiva. Lo dice il mio papà.»
La trascinò per mano, come una bambina al parco, lungo il corridoio buio. Spinse la porta, e il bar apparve davanti a loro, immerso in una penombra densa, che puzzava di alcol e sigarette. Le luci erano spente, le tende tirate, e l’unica illuminazione veniva dalle fessure tra le stoffe, dove il sole del pomeriggio filtrava in strisce dorate e polverose, come se fosse l’ora della favola.
Al tavolo, i due uomini erano ancora lì. Uno, con la cicatrice che gli tagliava la guancia come un sorriso storto, sorseggiava qualcosa da un bicchiere sporco, gli occhi incollati su Alina mentre entrava, saltellando, la mano del barista che la teneva salda. L’altro, quello con le dita ingiallite, si era acceso una sigaretta, e il fumo gli usciva dalle narici come un drago cattivo.
«Guardate chi ho trovato», annunciò il barista, trascinandola verso di loro come se fosse un trofeo. «Si era persa nel bagno. Povera bambina.»
Alina rise, nascondendo il viso contro la spalla dell’uomo, solo per un istante. Poi si staccò, saltellando sul posto come una bambola a molla, le trecce che le rimbalzavano sulle spalle. «Mmmm… forse… forse non mi sono persa per davvero!» cantilenò, la voce acuta e giocosa, quasi un sussurro malizioso. «Stavo solo… giocando a quel gioco che la mamma non vuole che faccia…» Fece una linguaccia, impertinente, poi scoppiò in una risata isterica, gli occhi che brillavano di eccitazione proibita.
L’uomo con la cicatrice sorrise, mostrando denti ingialliti e storti, come quelli di un lupo cattivo. «E come si gioca, bambina?» chiese, la voce un miele avvelenato che le scivolò addosso. Lei si morse il labbro, gli occhi lucidi come due lucciole dispettose. «Così», rispose, la voce che si faceva più bassa, più sporca. «Vuoi vedere?» Senza aspettare risposta, si arrampicò sulle sue ginocchia con un balzo, sistemandosi lì come se fosse il posto più naturale del mondo.
«Ma solo se promettete di non dirlo alla mia mamma», aggiunse, ridacchiando come se fosse un segreto tra complici, le dita che già si muovevano tra le labbra bagnate, disegnando cerchietti lenti, quasi distratti.
L’uomo rise, una mano che le si posò sulla coscia, le dita che risalivano piano, come per assaporare ogni centimetro di pelle. «Promesso», disse, la voce che le sfiorava l’orecchio come una carezza sporca. «Siamo bravi a tenere i segreti, piccola.»
Con un movimento lento e quasi cerimonioso, l’uomo le afferrò l’orlo della gonna e gliela sfilò giù, lungo i fianchi, fino a farla cadere a terra. Alina rise, un suono squillante e senza vergogna, mentre l’aria fresca le accarezzava la fica nuda, la pelle ancora calda e sudata. Non si mosse. Non si coprì. Anzi, allargò le gambe, come se stesse mostrando un giocattolo nuovo, prezioso. «Guarda», sussurrò, le dita che già si muovevano tra le labbra bagnate, «è così che si fa.»
Intanto, l’altro uomo, quello con le dita ingiallite dalla nicotina, si chinò davanti a lei. Le slacciò le scarpe con movimenti lenti, quasi reverenziali, come se stesse scartando un regalo prezioso. Le sfilò i calzini, uno dopo l’altro, accarezzandole i piedini con dita callose, sfiorandole le dita, la pianta, il tallone. Alina scosse i piedi, ridendo, come se le facessero il solletico. «Ma allora… sei proprio una bambina cattiva», disse l’uomo con la cicatrice, la voce rasposa, mentre le mani le risalivano lungo le cosce. «Una vera birba.»
Lei annuì, seria, gli occhi che brillavano di malizia. «È vero!» ammise, ridendo di nuovo, le dita che non smettevano di muoversi tra le labbra bagnate. «Sono cattiva! Molto, molto cattiva! Lo dice anche il mio papà.»
Il barista, che fino a quel momento era rimasto in piedi a osservare la scena, si avvicinò, la sedia che stridette sul pavimento quando si sedette. «Lo sai…» disse, la voce bassa e carica di una promessa che fece contrarre lo stomaco ad Alina, «le bambine cattive vanno punite.»
Lei si voltò verso di lui, gli occhi sgranati, le labbra dischiuse, il respiro affannoso. «Mi punirai?» chiese, la voce che tremava appena, ma non per paura. Era eccitazione. Era gioco. «Come faceva il mio papà?»
Il barista si irrigidì, solo per un istante, prima che un sorrisetto gli curvasse le labbra. «E come faceva, il tuo papà?» chiese, le dita che tamburellavano sul tavolo, come se stesse cercando di mantenere un controllo che stava già sfuggendo.
Alina si morse il labbro, gli occhi che brillavano di malizia. «Prima… mi faceva spogliare nuda», sussurrò, la voce che si faceva più bassa, più intima. «Mi guardava tutta e poi mi metteva sulle sue ginocchia…» Si interruppe, come se stesse scegliendo le parole giuste. «…e mi dava le sculacciate. Sul culetto. Forte forte finchè non piangevo.»
Il barista inspirò bruscamente, le pupille che si dilatavano mentre pensava a quel pervertito. «Allora dovrò fare lo stesso», disse, la voce che si faceva più rasposa, quasi un ringhio. «Vieni qui, bambina. È ora della tua punizione.»
Alina non esitò. Si alzò dalle ginocchia dell’uomo con la cicatrice, barcollando appena, le gambe che le tremavano per l’eccitazione. Poi, con un movimento fluido, si sistemò a pancia in giù sulle ginocchia del barista, il sedere nudo e rotondo sollevato in aria, in bella vista. Si morse il labbro, aspettando, gli occhi che guardavano davanti a sé, dove l’altro uomo—quello con le dita ingiallite—si era messo in piedi, la patta dei pantaloni già gonfia, proprio all’altezza del suo viso.
«Ecco così», disse il barista, la mano che le accarezzava il sedere, le dita che si insinuavano tra le natiche, sfiorandole appena l’ingresso umido. «Ora vediamo di punire questa bambina cattiva.»
Alina rise, un suono alto e squillante, mentre l’uomo davanti a lei si slacciava la cintura, gli occhi incollati sul suo viso innocente, le labbra dischiuse, la lingua che sfiorava il labbro inferiore, già pronta. Intanto, l’altro—quello con la cicatrice—si avvicinò al barista, le mani che le accarezzavano i piedini, le dita che si insinuavano tra le dita dei piedi, come se volesse assaporare ogni centimetro di lei.
La prima sculacciata arrivò con un colpo secco, la mano del barista che si abbatté sul suo sedere nudo con una forza calcolata—abbastanza per strapparle un gridolino acuto, da bambina sorpresa. «Ahia!» strillò, la voce squillante, prima di scoppiare in una risata cristallina. «Fa male, papi!» Si dimenò sulle sue ginocchia, non per scappare, ma per offrire di più, il sedere che si sollevava in un invito silenzioso, le natiche già rosate dall’impronta delle sue dita.
Il barista non si fece pregare. Un’altra sculacciata, più forte, più decisa, la mano che si abbatté con un suono umido sulla pelle già arrossata. «Devi imparare, bambina», ringhiò, la voce vibrante di una severità finta, carica di eccitazione. «Le bambine cattive non si toccano in pubblico.»
«Uffa, papà! Stavo solo giocando…», rise Alina, contorcendosi, il sedere che si offriva ancora di più, le cosce che si aprivano appena, come per chiedere altro. «E poi, non ero in pubblico», aggiunse, maliziosa, mentre un’altra sculacciata le fece sobbalzare il corpo. «Ero nel bagno!»
L’uomo dietro di lei—quello con la cicatrice—aveva smesso di giocare con i suoi piedini. Ora se li era portati al viso, inspirando a fondo, come se volesse imprimerne l’odore nella memoria. Poi le labbra si chiusero intorno all’alluce, la lingua ruvida che risaliva lungo l’arco del piede, fino alla caviglia, leccando la pelle come se fosse un gelato che si scioglieva al sole. «Guarda che bei piedini…», mormorò, la voce roca, mentre le dita dell’altra mano le massaggiavano il piede sinistro, sfiorandole la pianta, il tallone, come se stesse suonando uno strumento prezioso. «Dolci e morbidi… proprio come quelli di una bambina.»
Alina gemette, il corpo che si inarcava tra le sculacciate e quelle labbra calde sui piedi, la lingua che le leccava la pelle in modo così intimo da farle venire i brividi. Non aveva mai immaginato che quella parte del corpo potesse essere così sensibile, così eccitante. Ogni leccata le faceva contrarre le cosce, ogni sculacciata le faceva stringere i muscoli interni, come se il suo corpo stesse imparando un nuovo tipo di piacere.
Davanti a lei, l’altro uomo si era slacciato i pantaloni. Il cazzo gli spuntava fuori, duro e gonfio, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa, la punta già umida che brillava a pochi centimetri dal suo viso. Se lo massaggiava lentamente, la mano che scivolava su e giù lungo l’asta, mentre Alina lo guardava con gli occhi sgranati, le labbra dischiuse, la lingua che sfiorava il labbro inferiore, già pronta. «Vuoi assaggiarlo, bambina?», chiese lui, la voce un ringhio basso, mentre il pollice sfiorava la punta del suo cazzo, raccogliendo una goccia di pre-sperma. «Vuoi vedere com’è il sapore di un uomo?»
Alina rise, un suono alto e cristallino, mentre un’altra sculacciata le fece sobbalzare il corpo. «Io non so fare quelle cose!», disse, ma la sua voce era un sussurro, le dita che si muovevano più veloci tra le gambe, come se stesse mentendo a sé stessa. «Sono solo una bambina!»
«Ma sei una bambina cattiva», rispose lui, avvicinandosi ancora, la punta del cazzo che sfiorava le sue labbra, calda e salata. «E le bambine cattive imparano in fretta.»
Il barista, intanto, aveva ripreso a sculacciarla con un ritmo costante, la mano che si abbatté sul suo sedere con un clap dopo l’altro, la pelle che ora era rosa acceso, quasi violacea. «Apri la bocca, piccola», ordinò, la voce che vibrava di eccitazione repressa. «Mostra a papà quanto sei brava.»
Alina obbedì. Non perché glielo avessero ordinato. Ma perché voleva. Le labbra si aprirono, la lingua che si allungava, timida ma curiosa, mentre l’uomo davanti a lei si spingeva appena in avanti, la punta del cazzo che sfiorava la sua bocca, calda e pulsante.
«Brava bambina», sussurrò lui, mentre Alina chiudeva le labbra intorno a lui, appena un assaggio, le guance che si scavavano per l’impegno.
Le sculacciate cessarono all’improvviso. Alina sentì le dita del barista—grosse, callose, possessive—scivolare giù, lungo la curva del sedere, fino a insinuarsi tra le sue cosce aperte. Non ebbe il tempo di reagire. Non che volesse. Le sue dita affondarono dentro di lei con un movimento brusco, possessivo, e lei gemette attorno al cazzo che aveva in bocca, le labbra strette, la lingua che si muoveva più veloce, più fame.
«Così, brava», ringhiò il barista, le dita che iniziavano a muoversi dentro di lei con un ritmo che le faceva contrarre i muscoli interni, il pollice che le sfregava il clitoride con una pressione che la faceva tremare. «Succhia bene, bambina. Mostra a papà quanto sei brava.»
L’uomo davanti a lei non aveva più pazienza. Con un gemito, spinse in fondo, le mani che le afferrarono la testa, le dita intrecciate nei suoi capelli biondi, costringendola a prendere tutto. Alina sbavò, gli occhi che le si riempirono di lacrime, ma non per il dolore. No. Era piacere. Era quella sensazione di essere usata, di essere riempita, di essere una bambina cattiva che finalmente aveva trovato il suo posto nel mondo.
«Mmmf—» gemette attorno al cazzo, la saliva che le colava dagli angoli della bocca, giù sul mento, sul collo, mentre le dita del barista la masturbavano senza pietà, le nocche che sfioravano il suo clitoride ad ogni spinta, facendola tremare come una foglia.
«Ti piace, eh?», ghignò il barista, sentendo quanto era bagnata, quanto il suo corpo rispondeva, avido, fame.
Alina non poteva rispondere. Aveva la bocca piena. Ma annuì, gli occhi che brillavano di eccitazione, di follia, mentre l’uomo davanti a lei iniziava a muoversi con colpi più profondi, più decisi, le palle che le sfioravano il mento ad ogni spinta.
Intanto, dietro di lei, l’uomo con la cicatrice aveva smesso di leccarle i piedi. Li aveva presi con le mani, tenendoli stretti, le caviglie saldamente impugnate. Poi ci aveva messo in mezzo il cazzo duro, usando i suoi piedini come una morsa umida e calda. Iniziò a muoversi, a masturbarsi, la pelle morbida e lucida di saliva dei suoi piedi che scivolava su e giù lungo l’asta, mentre lui gemeva, godeva, le dita che stringevano le sue caviglie come se fossero maniglie.
«Non ci avevo mai pensato», pensò Alina, con il cazzo in bocca, mentre sentiva i piedi che venivano usati, abusati, in un modo che non avrebbe mai immaginato. «I miei piedini per far godere il papà… Che porcellina che sono…»
Il barista la guardava, sorridendo con malizia, mentre le dita affondavano ancora più dentro di lei. Il pollice le sfregava il clitoride con movimenti circolari, spietati e precisi. «Mmm… bambolina», ringhiò, la voce roca e profonda. «E a noi piace così. Ci piace quando le bambine sono cattive.»
Le sue dita non erano come le sue: tozze, ruvide, con cuticole spesse che le graffiavano appena la pelle interna delle cosce. Non c’era delicatezza, solo un affondo brutale, due dita che si facevano strada dentro di lei con un movimento secco, come se avesse tutto il diritto di prenderla così, senza chiedere. Alina sentì il corpo aprirsi per lui, i muscoli interni contrarsi intorno a quelle dita invasive. Il bruciore iniziale si trasformò subito in un calore liquido, un piacere così intenso da farle venire le lacrime agli occhi.
«Nnngh—!» Il suono le sfuggì attorno al cazzo che aveva in bocca, una vibrazione sorda e soffocata. L’uomo davanti a lei approfittò della sua distrazione per spingere ancora più a fondo. La punta le sfiorò la gola, e per un secondo ebbe un conato, la saliva che le colava abbondante dagli angoli della bocca, giù sul mento, sul collo. Ma non si tirò indietro. Voleva sentirsi piena, voleva che la riempissero in ogni modo possibile.
Il barista iniziò a muovere le dita dentro di lei con un ritmo spietato, senza più carezze, senza più giochi. Le nocche le sfregavano il clitoride ad ogni affondo, e ogni volta che le dita si ritraevano, le labbra della sua fica si contraevano, come se non volessero lasciarle andare. Sentiva il suo stesso succo scivolarle giù sulle cosce, appiccicoso e caldo, mentre l’aria fresca del locale le accarezzava la pelle bagnata, facendole venire la pelle d’oca.
Alina non riusciva a dire nulla se non gemere di piacere. Aveva la bocca piena, riempita fino in fondo dal cazzo dell’uomo davanti a lei, che ora si muoveva con colpi secchi. Le mani le tenevano la testa ferma, le dita intrecciate nei suoi capelli, tirandoli appena abbastanza da farle pizzicare gli occhi. Sentiva il sapore di lui—salato, muschiato—che le colava sulla lingua. Ogni volta che si ritraeva, lei allungava la lingua per leccare la punta, golosa, e ogni volta che spingeva di nuovo, lo prendeva tutto, fino a sentire la punta che le sfiorava la gola.
Non era dolore. Era piacere puro.
Mentre il dito medio del barista affondava dentro di lei con un movimento secco e possessivo, la mano si ritirò appena. Alina sentì qualcosa di umido e caldo colarle giù, lungo la fessura del sedere. Il barista le aveva sputato sul buchino del culo. Ora, mentre il medio continuava a muoversi dentro la sua fica con un ritmo spietato, l’indice si posò sull’anello stretto del suo ano, premendo appena, giocando con la resistenza del suo corpo.
«Non ti hanno mai preso qui, eh, bimba?» ringhiò il barista, la voce così vicina al suo orecchio che sentì il suo fiato caldo sulla pelle.
Alina scosse la testa, o almeno ci provò, mentre il cazzo in bocca le ostruiva ogni movimento. Mai. Non aveva mai pensato a una cosa del genere. Ma ora… ora voleva. Voleva sentirsi riempita anche lì, voleva che la usassero in ogni modo possibile.
L’indice affondò piano, millimetro dopo millimetro, mentre il medio continuava a martellarle la fica. Era una sensazione strana—un misto di bruciore e piacere, di paura ed eccitazione—e Alina sentì il suo corpo rispondere, i muscoli che si contraevano intorno a quel dito invasivo, come se volessero trattenerlo, come se volessero di più.
L’uomo che le stava scopando la bocca si ritirò con un gemito, il cazzo lucido di saliva e pre-sperma. Alina sentì un vuoto improvviso, una mancanza che le fece contrarre le labbra. «Ora voglio sentire com’è la tua fica, troietta», ringhiò, gli occhi incollati al suo corpo, alle cosce aperte, alla fica bagnata che ancora pulsava. «Voglio sentire com’è fottersi una ragazza così.»
Il barista rise, una risata bassa e gutturale, mentre lentamente ritraeva le dita da dentro di lei. Alina gemette per la perdita, il corpo che si contraeva, vuoto, ma non ebbe tempo di protestare. Lui la afferrò per i fianchi, la sollevò come se non pesasse nulla, e la trascinò verso l’altro uomo, già seduto sulla sedia, il cazzo duro che puntava dritto verso l’alto.
«Vai, bambolina», le ordinò il barista, la voce un misto di comando e incoraggiamento. «Fagli vedere quanto sai cavalcare.»
Alina obbedì. Non perché glielo avessero ordinato, ma perché voleva. Si sistemò a cavalcioni sulle ginocchia dell’uomo, le mani che le tremavano appena mentre si appoggiava sulle sue spalle. Sentiva la punta del suo cazzo che sfiorava l’ingresso della sua fica, già fradicia e aperta. Era enorme, più grosso di quanto si aspettasse, più grosso di tutto quello che aveva mai preso prima.
«Piano, piccola», le sussurrò l’uomo, le mani che le afferrarono i fianchi, le dita che si conficcavano nella sua pelle sudata. «Così non rischio di farti troppo male…»
Ma Alina non voleva piano. Voleva tutto.
Con un respiro profondo, iniziò ad abbassarsi, sentendo la punta che la divideva, che la allargava, centimetro dopo centimetro. Era una sensazione intensa—un misto di bruciore e piacere, di pienezza e sottomissione—e per un secondo dovette fermarsi, gli occhi chiusi, le labbra che si mordevano per non gridare.
«Cazzo… sei… sei così stretta…», gemette l’uomo sotto di lei, le dita che le stringevano i fianchi con più forza, come se volesse trattenerla, come se volesse affondare fino in fondo.
Alina rise, un suono rotto e selvaggio, mentre continuava ad abbassarsi, sentendo il cazzo che la riempiva, che la allargava, che la faceva sentire viva come non mai. «È che sono piccola», ansimò, la voce che le tremava. «Sono solo una bambina…»
Intanto, ai lati, gli altri due uomini si erano spogliati. Ora erano nudi, eccetto per i calzini, i cazzi duri che puntavano verso di lei. Il barista si avvicinò, le prese una mano e la guidò verso il suo cazzo. «Tieni, bambina», disse, la voce un ringhio. «Gioca con noi.» L’altro uomo fece lo stesso, prendendole l’altra mano e chiudendola attorno al suo cazzo, caldo e pulsante.
E Alina, con un cazzo dentro di sé e due cazzi nelle mani, rise.
Le cosce le tremavano per lo sforzo, ma non si fermava. Ogni volta che si abbassava, sentiva la punta che le sfiorava qualcosa di profondo, di intimo, e ogni volta che si sollevava, il cazzo le strusciava contro quel punto sensibile che le faceva venire i brividi. Era piena. Era riempita. Eppure voleva di più.
Le sue mani stringevano i due cazzi ai lati, le dita che scivolavano su e giù lungo le aste dure. I pollici raccoglievano le gocce di pre-sperma dalle punte, spalmandole lungo i fianchi come se volesse marchiarli. Ma non era abbastanza. Mai abbastanza.
Si chinò in avanti, le labbra che si aprivano, la lingua che si allungava verso la punta di uno dei cazzi. Lo leccò piano, assaporando il sapore—salato, amaro, con quel retrogusto metallico che le fece venire l’acquolina. Poi passò all’altro, più grosso, più lungo, il sapore più intenso, quasi animalesco. Li leccava a turno, come una bambina golosa che assaggia due gelati, incapace di decidere quale preferire.
Poi sentì qualcosa aprirle il culo. Il barista aveva allungato la mano e ripreso a masturbarle il buco mentre cavalcava l’altro cazzo. «Ti piace, eh, troietta?» ringhiò, la voce così vicina al suo orecchio che sentì il suo fiato caldo sulla pelle.
Alina gemette, la bocca ancora piena, le mani che continuavano a segare sempre più veloci, disperate. Non poteva rispondere. Non voleva. Voleva solo sentire—il cazzo che la riempiva, il dito che le apriva il culo, le labbra che leccavano, succhiavano, assaporavano.
Poi il barista aggiunse un secondo dito. Alina urlò attorno al cazzo in bocca, il corpo che si inarcava, i muscoli che si contraevano attorno a quelle dita invasive. Era troppo. Era perfetto.
E poi… venne.
Non fu un orgasmo lento. Fu una detonazione. Un’ondata di piacere che la travolse, facendole contrarre ogni muscolo, stringendo il cazzo nella mano, le labbra attorno a quello in bocca, il culo attorno alle dita del barista. Gemette forte, un suono rotto, animale, mentre il corpo tremava e il piacere la sommergeva.
Il barista rise, una risata bassa e gutturale, mentre con il pollice le accarezzava la schiena sudata. «Lo vuoi, bambina?» le chiese, la voce che gocciolava malizia. «Vuoi che ti prenda anche qui?»
Alina, con la bocca ancora piena e il corpo che tremava, annuì senza esitare. «Sì», mormorò, la voce ovattata, le labbra che si staccarono appena dal cazzo per rispondere. Non sapeva esattamente cosa sarebbe successo, ma in quel momento non le importava. Voleva solo sentire. Voleva solo essere riempita.
Il barista si allontanò per un istante, e Alina sentì subito la mancanza di quel dito nel culo, come se le fosse stato tolto qualcosa di essenziale. Rimase lì, a cavalcioni sull’uomo sotto di lei, il cazzo ancora dentro di sé, le mani che continuavano a segare e le labbra che si muovevano lente attorno a quello in bocca.
Poi il barista tornò. Sentì le sue mani calde posarsi sul culo, le dita che la allargavano, che la aprivano. Poi qualcosa di viscido che le veniva spalmato attorno all’ano. L’odore di olio d’oliva era forte. Probabilmente preso dalla cucina.
L’uomo sotto di lei sorrise, le mani che le afferrarono i fianchi, fermandola. Non le tolse il cazzo di dosso—rimase dentro, duro, pulsante—ma la tirò indietro, esponendo il suo culo, offrendolo, pronto.
Alina non capiva del tutto, ma sentiva il cuore battere all’impazzata, il sudore che le colava lungo la schiena, il respiro sempre più affannoso.
Poi lo sentì.
Qualcosa di grosso. Bollente. Duro.
La punta del cazzo del barista che premeva contro il suo buco del culo, lentamente, inesorabilmente, come un avvertimento. Istintivamente, contrasse i muscoli, non per resistere, ma per aprirsi, come quando doveva spingere per andare in bagno.
Solo che questa volta qualcosa stava entrando.
Era lui. Era il suo cazzo.
Mentre la punta iniziava a spingere, ad allargarla, ad aprirla in un modo mai provato prima, Alina sentì la testa girarle ancora di più, il respiro che le si mozzava in gola. Le mani stringevano i cazzi degli altri due uomini come se fossero l’unica àncora alla realtà.
«Rilassati, bambina», le sussurrò il barista, la voce un ringhio, mentre il suo cazzo affondava ancora un po’. «Lasciati andare.»
Alina obbedì. Lo sentì entrare, poi fermarsi.
Rimase senza fiato, il petto che si sollevava in scatti convulsi. Era enorme. Più grosso di qualsiasi cosa avesse mai immaginato. Sentiva la pressione, il bruciore, quel senso di essere stirata oltre ogni limite, eppure… il suo corpo cedeva. Si allargava. Si adattava.
Com’è possibile? pensò, la mente annebbiata. Com’è possibile che il mio culo sia così… elastico?
Non aveva tempo per rifletterci. C’era solo sensazione.
Il cazzo dentro il suo culo era immenso, dominante. Sentiva ogni centimetro che la riempiva, che la allargava, che la faceva sentire viva in un modo mai provato prima. Era così presa da quella sensazione che, senza rendersene conto, lasciò andare il cazzo che aveva in bocca. Le labbra si staccarono con un pop umido, la saliva che le colava sul mento, sul petto.
«Cazzo…», ansimò, la voce spezzata, quasi incredula. «È… è troppo grosso…» Ma non era una protesta: era stupore, la scoperta di un piacere che ignorava esistesse. Un istinto la spinse a muoversi, appena un po’, quel tanto che bastò per sentire il cazzo affondare ancora di più dentro di sé.
«Ah!» Un gemito le sfuggì, le dita che si conficcavano nei fianchi dell’uomo sotto di lei, le unghie che gli segnavano la pelle. «Mio Dio…» Il barista lo interpretò come un invito. Iniziò a muoversi, lentamente, inesorabilmente. Ogni spinta era una rivelazione: dolore e piacere si fondevano, il suo corpo si apriva, si abbandonava, come se fosse nato per essere posseduto così.
L’uomo sotto di lei non rimase passivo. Le afferrò i fianchi, la sollevò e la fece ricadere sul suo cazzo, sempre più forte, sempre più a fondo. Poi, in un attimo, Alina si ritrovò con due cazzi dentro. Uno nella fica, uno nel culo. Il mondo sparì. Non c’erano più pensieri, solo il piacere travolgente che le chiudeva gli occhi, le faceva dimenticare tutto tranne la sensazione di essere riempita, usata, posseduta.
«Cazzo…», gemette, la voce rotta, le labbra aperte in un sorrisetto estasiato. «Sono… sono piena…» E tornò a succhiare, perché ora si sentiva troia. Completa. Tre buchi aperti, tre buchi riempiti. I colpi diventarono più forti, più profondi, fino a che non sentì altro che il rumore dei corpi che si scontravano, i gemiti che si mescolavano ai suoi urletti, i respiri affannosi che si fondevano in una sinfonia di lussuria.
«Ohhh—! Ah! Ah! Ah!» strillava, la voce che si spezzava in gridolini acuti. «Di più! Più forte! Scopatemiiii!» Le parole le uscivano senza filtri, come se non fossero sue. Ma era lei. La vera Alina, quella che finalmente si lasciava andare, godeva senza remore, senza vergogna.
I due uomini aumentarono il ritmo, le spinte sempre più selvagge, animali. Alina non sentiva più nulla se non il fuoco che le bruciava dentro, il piacere che le esplodeva nelle vene. Il corpo tremava, sottomesso, usato, felice. «Sto per venire—!» urlò, le unghie conficcate nelle spalle dell’uomo sotto di lei, i muscoli che stringevano i due cazzi. «Vengo! Vengo! Vengooo—!» E venne. Di nuovo. Per la terza volta.
L’uomo sotto di lei si irrigidì. Un gemito gli sfuggì, le dita che le segnavano i fianchi, mentre il cazzo pulsava dentro di lei, riempiendola di sperma caldo. «Cazzo—!» ringhiò. «Prendilo tutto, troia!» Ogni goccia, ogni spinta la fece impazzire ancora di più, il corpo che tremava, le labbra aperte in un sorrisetto ebete.
Poi fu il turno del barista. Sentendo l’amico venire, il culo di Alina che si stringeva attorno al suo cazzo, non resistette. «Puttaaaana—!» ruggì, le mani che le afferrarono i fianchi, mentre esplodeva dentro di lei, riempiendola di sperma bollente. I due uomini si fermarono ansimando, immobili dentro di lei, i cazzi che pulsavano.
Alina si chinò in avanti, le labbra che si aprivano attorno al cazzo dell’uomo davanti a lei, quello che non aveva ancora goduto. «Vieni, papà», sussurrò, la voce un misto di innocenza e perversione, mentre si massaggiava il clitoride. «Vieni a riempirmi questa boccuccia da bimba. So che vuoi.»
L’uomo gemette, le dita intrecciate nei suoi capelli. «Sei una bambina cattiva… Una lurida puttanella.» Alina rise, selvaggia, mentre aumentava il ritmo. «È vero», ammise, gli occhi brillanti di malizia. «Sono una troietta. Una bambina che vuole solo essere punita… riempita.» Si interruppe, leccando la punta del cazzo. «Vieni a darmi quello che merito.»
Con un gemito strozzato, l’uomo si strappò dalle sue labbra e si afferrò il cazzo, puntandolo verso il suo viso. «Apri la bocca, troia», le ordinò. Alina obbedì.
Le labbra si spalancarono d’istinto, la lingua che si protendeva avida, tremante. Non ebbe nemmeno il tempo di prepararsi: il primo getto di sperma le esplose contro il viso con una violenza che le strappò un gemito. Caldo, denso, quasi bruciante, le colò sulle guance, sul naso, tra le ciglia, mentre le dita dell’uomo le afferravano i capelli, costringendola a restare immobile, esposta. Poi, con un movimento brusco del bacino, lui regolò la traiettoria, e il resto le schizzò dritto in bocca, riempiendole le guance, soffocandola.
«Bevi, puttana» le ordinò, la voce roca, spezzata dal piacere. Lei obbedì senza esitare, deglutendo in fretta, sentendo il sapore salmastro, metallico, che le scendeva giù per la gola, le avvolgeva la lingua, le riempiva i sensi. Non c’era schifo. Non c’era disgusto. C’era solo quel calore che le si diffondeva nello stomaco, che le accendeva il sangue, che le faceva contrarre la fica già bagnata, già vuota. Più buono di quanto avesse mai osato immaginare. Più buono di qualsiasi altro sapore.
Mentre ingoiava, un’immagine le attraversò la mente come una lama: il suo ex, quel pompino interrotto all’ultimo secondo, lo sperma scaricato sulla sua mano invece che in bocca, il suo viso contratto in una smorfia di disgusto. Ora, invece, lo avrebbe ingoiato tutto. Avidamente. Senza fiato. Senza rimorsi.
Quando l’uomo smise di spruzzare, le infilò il cazzo ancora pulsante tra le labbra, premendo fino a farle sentire il peso della carne contro il palato. «Puliscimi» le intimò, e lei ubbidì, leccando con lentezza, assaporando i residui di sperma che si mescolavano al suo stesso gusto, al sudore, alla sporcizia di quel momento. Era perfetto. Era esattamente ciò che voleva.
«Brava puttana» le sussurrò lui, accarezzandole i capelli con una tenerezza che stridette con la violenza di poco prima. Poi si ritirò, lasciandola lì, a terra, le gambe tremanti, il fiato corto, lo sperma che le colava dalla fica e dal culo, appiccicoso, freddo, una macchia umida tra le cosce. I tre uomini si allontanarono come se si fossero disinteressati a un giocattolo rotto, e per la prima volta, in quel silenzio improvviso, Alina sentì il vuoto. Non il vuoto del desiderio, ma quello dell’abbandono, che le si allargava nello stomaco come un buco nero.
Il barista si chinò a raccogliere la gonna da terra, gliela porse senza guardarla. Poi, afferrandola per un braccio, la guidò verso il bagno con una premura che le sembrò quasi fraterna. Aprì il rubinetto e, con l’acqua fredda, iniziò a sciacquarle il viso, il collo, le cosce, le dita che le sfioravano la pelle con una delicatezza che le fece male. Era come se, all’improvviso, l’avesse vista per ciò che era davvero: non una troia, non una puttana, ma una ragazzina. Una ragazzina con i capelli appiccicati al viso, le guance solcate dallo sperma essiccato, gli occhi vuoti, persi nello specchio davanti a lei.
Fu in quel momento che qualcosa, dentro, si spezzò. Non un pianto, non un urlo: solo lacrime silenziose, che le scendevano lungo le guance, mescolandosi all’acqua che le colava dal mento, dal collo, dalle labbra ancora aperte, ancora pronte. Non era più la troietta di prima. Non era più la puttanella cattiva che rideva, che godeva, che voleva tutto. Era solo una ragazza, sola, distrutta, con il sapore amaro della realtà che le riempiva la bocca.
«Ti lascio sola» disse il barista, la voce improvvisamente lontana, come se arrivasse da un altro mondo. Le posò una mano sulla spalla, esitante, poi si ritirò. «Datti una sistemata… Ne hai bisogno.»
La porta si chiuse.
Alina si chinò, le dita che tremavano appena mentre raccoglieva la gonna da terra. Il tessuto era sporco, appiccicoso. Se la strinse sui fianchi, i gesti meccanici, come se non fosse più lei a controllarli. Non voleva guardare, non voleva pensare. Voleva solo vestirsi. Voleva solo andarsene.
Poi vide le mutandine, abbandonate in un angolo, umide della pipì sul pavimento.Le fissò, il disgusto che le serrava la gola. Le dita si allungarono verso di loro, quasi a volerle afferrare, quasi a volerle indossare per pura abitudine. Ma poi si fermò. Un brivido le percorse la schiena. Scosse la testa, un gesto debole, rassegnato, e le lasciò lì. Non poteva metterle. Non più.
Il reggiseno era da qualche parte, tra lo schifo. Lo cercò con lo sguardo, ma anche quello era per terra, sporco. Allora si limitò a raccogliere la camicetta, sgualcita e umida, e se la infilò addosso. I bottoni si chiudevano con dita tremanti, incerte.
Quando finalmente si guardò allo specchio, non riconobbe la ragazza davanti a sé. I capelli erano un disastro, appiccicati al viso, spettinati, ancora bagnati dello sperma. Gli occhi rossi, gonfi, le lacrime che avevano lasciato tracce salate sulle guance. La camicetta stropicciata, la gonna storta, le gambe che tremavano ancora, come se non fossero più sue.
Cosa avrebbero pensato i suoi, vedendola così? Sua madre, con quel suo sguardo che sapeva sempre tutto. Suo padre, che avrebbe visto la vergogna prima ancora che lei aprisse bocca. Sua sorella Clara, con i suoi occhi verdi e quel suo modo di giudicare senza dire una parola. Avrebbero capito subito. Avrebbero letto nei suoi occhi, in quel disordine, in quell’odore di sesso e sudore che le si appiccicava addosso come una condanna, che qualcosa di orribile o di meraviglioso, a seconda di come lo si guardava—era successo. Qualcosa che l’aveva cambiata. Qualcosa da cui non sarebbe più tornata indietro.
Doveva sperare che non ci fosse nessuno a casa. Doveva pregare di poter entrare in camera sua, chiudersi dentro, lavarsi via tutto il sudore, lo sperma, la vergogna, quel senso di colpa che le bruciava la pelle e fingere. Fingere che non fosse mai successo. Fingere che non avesse goduto.
Si lavò il viso più volte, strofinando la pelle fino a farla arrossare, come se potesse cancellare l’odore di sperma che le impregnava le narici, che le riempiva la bocca, che le ricordava esattamente com’era stato. Sciolse le trecce con dita tremanti, i capelli che si attorcigliavano intorno alle sue mani come serpenti, e li legò in una coda disordinata.
Le gambe le cedettero quasi quando uscì dal bagno, il corpo vuoto, violato, ma stranamente… eccitato.I tre uomini erano ancora lì, nel bar semideserto, le luci fioche che disegnavano ombre lunghe sui loro volti sudati, sui loro sorrisi compiaciuti. Si rivestivano con calma, come se avessero appena finito una partita a carte, non una sessione di sesso estremo. Come se lei non fosse altro che un giocattolo usato, da riporre nello scaffale fino alla prossima volta. Il barista alzó lo sguardo e incrociò il suo. Non disse nulla. Non ne aveva bisogno. Il suo sorriso bastava a ricordarle che, in fondo, lei era stata a chiederlo. Lei era stata a volerlo. Lei era stata a goderne.
Quello che le era venuto in faccia si voltò, un sorrisetto porco sulle labbra. “Ecco la nostra troietta”, disse, la voce intrisa di ironia e possesso. “Tutto a posto, piccola?” Alina lo fissò, ma le parole le morirono in gola. Non riuscì a parlare, solo ad annuire debolmente. Si chinò a raccogliere i calzini dal pavimento sporco, le dita che sfioravano il linoleum appiccicoso, poi se li infilò sui piedi ancora umidi di sudore, saliva e schifo.
L’uomo con la cicatrice la osservava, il ghigno che gli solcava il viso come un marchio. «Non è che magari hai una sorella?» chiese, la voce un cocktail di curiosità e lussuria, le pupille dilatate come quelle di un predatore che ha fiutato la preda. Alina sentì un brivido serpeggiarle lungo la schiena, ma annuì senza pensare. Nella sua mente, l’immagine di Clara, sua sorella maggiore, esplose vividissima: i capelli biondi sparsi sul cuscino bianco, tre cazzi che la riempivano senza pietà, uno in bocca, uno nella fica stretta che si contraeva intorno alla carne, uno nel culo, le labbra gonfie, gli occhi semichiusi, la bocca che ansimava tra un gemito e l’altro. «Portacela la prossima volta» continuò lui, gli occhi lucidi di malizia, le dita che tamburellavano sul bancone come se stesse già pianificando ogni dettaglio. «Ci divertiremo. Anche con lei.»
Quello dalle dita ingiallite scoppiò a ridere, una risata grassa, sporca, che sembrò riempire la stanza di fumo e sudiciume. «E perché fermarsi lì? Portaci anche tua mamma» aggiunse, le labbra bagnate, gli occhi che brillavano di una eccitazione quasi febbrile. «Scommetto che è ancora più troia di te!»
Alina sentì lo stomaco contrarsi all’improvviso, come se una mano invisibile le avesse stretto le viscere in un pugno di ghiaccio. Diana. Il nome le esplose nella mente, seguito dall’immagine di sua madre, la dea della castità, in ginocchio su quel pavimento appiccicoso, le labbra strette intorno a un cazzo grosso, gonfio, le vene che pulsavano sotto la pelle tesa. I seni pesanti, oscillanti a ogni spinta, la schiena inarcata, le dita che si conficcavano nelle cosce dell’uomo mentre lui le affondava la faccia tra le palle, costringendola a leccare, a succhiare, a ingoiare ogni goccia. Avrebbe resistito? O si sarebbe lasciata andare come una troia affamata, la voce rotta dai singhiozzi, le unghie che graffiavano la carne altrui mentre implorava?
La mente di Alina iniziò a galoppare, fuori controllo. Si vide lì, in quella stessa stanza, ma con Clara al suo fianco. Un cazzo che le squarciava la fica, un altro che le dilaniava il culo, mentre le loro labbra si sfioravano, le lingue si intrecciavano in un bacio sporco, umido di sudore e sperma. Immagino sua madre in ginocchio tra loro, gli occhi chiusi, le labbra dischiuse, mentre un getto caldo le colava sul viso e lei, senza esitazione, allungava la lingua per leccare tutto, ingoiare, come se fosse l’acqua che le mancava da una vita. Poi il pensiero fisso, ossessivo: il sapore della pipì di Clara. Dolce? Amaro? Come sarebbe stato sentirla scivolare in gola, mescolata al suo stesso sudore? E quello della fica di Diana? Muschiato, denso, carico di anni di ipocrisia.
Loro tre nude, sudate, usate, mentre quelle mani le costringevano a toccarsi, a leccarsi come troiette lesbiche e incestuose, i corpi che si fondevano in un groviglio di arti, bocche, buchi riempiti a forza di sperma. E per un secondo, un solo secondo, sentì di nuovo quel calore tra le gambe, la pelle che le bruciava, la fica che si contraeva, vuota, affamata.
Una risata le esplose dalle labbra, isterica, rotta. Doveva essere pazza. Malata. Perversa. Una mostruosità senza redenzione. Poi l’immagine di se stessa riflessa nel vetro, la fece tornare alla realtà di colpo, con il senso di colpa, il disgusto. Si portò una mano alla bocca, come per fermare i pensieri, cancellare le immagini. Ma non poteva scappare da sé stessa.
La serratura scattò con un clic metallico, definitivo. Il barista girò il cartello: APERTO, e la luce del sole irruppe nel locale, tagliente, crudele. Alina non alzò gli occhi. Non voleva vedere i loro sguardi, le occhiate di complicità, i sorrisi di chi sa di averla spezzata. Raccolse la borsa con dita tremanti, tenne la testa bassa e varcò la soglia, i talloni che scricchiolavano sul marciapiede rovente. La porta si richiuse alle sue spalle con un tonfo sordo, seguito dalle risate e da un urlo: «Torna quando vuoi, troietta!». Non si voltò e proseguì nel camminare verso la fermata del bus, mentre il sole le bruciava la pelle, le ricordava che era viva. Che era sola e che era in fondo una piccola troia pervertita.
Fine Capitolo 1!
Ciao a tutti! Mi chiamo Mathilda, e ho iniziato a scrivere per gioco, per sfogo delle mie fantasie ed esperienze.
Cosa ne pensate del racconto? Vi è piaciuto? I miei racconti sono tutte esperienze di vita vissuta in prima persona e non, ovviamente romanzati. Se questo vi è piaciuto fatemelo sapere, così saprò se continuare. Se non vi è piaciuto, fatemelo sapere lo stesso! ;)
Suggerimenti e idee mi piacciono sempre e scusate se su alcuni aspetti psicologici dei personaggi mi dilungo ma mi piace sia il corpo che la mente. Un bacio! Cherry!




Molto bello e scritto bene complimenti